“Quarant’anni fa, mentre stava per esplodere l’estate dell’amore libero, dal sottosuolo di New York iniziò a suonare il disco allucinato di una nuova band. Era stato Andy Warhol a scoprire quei quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, che cantavano una canzone intitolata HEROIN. Era la primavera del 1967, anno in cui la musica cambiò…..”
Giugno ’67, a San Francisco comincia quella che passerà alla storia come l’estate dell’amore libero, degli hippies, dei fricchettoni. Suoni modali e melodie rallentate, acidi e funghi allucinogeni, una filosofia di vita racchiusa nel famoso slogan “peace & love”. Ascoltano i JEFFERSON AIRPLAIN, I GREATEFUL DEAD, I BEATLES e l’album miliare di questi ultimi,” Sgt Pepper’s lonely hearts” diventa l’album rock per eccellenza, quello che meglio di tutti riesce a racchiudere i colori e i profumi di quel periodo mitico. Ma mentre sulla west coast tutto questo impazzava e si propagava a macchia d’olio in tutto il continente e attraversava l’oceano, sulla costa orientale degli Stati Uniti, nell’ombelico di New York, si faceva strada un’idea nuova di concepire la musica: non più solo come divertimento puro e semplice, ma musica come intesa come ARTE. I Velvet Underground fecero loro questa idea così diversa e controcorrente e la concretizzarono in questo album dalla celeberrima copertina, creata appositamente per loro da Andy Warhol. Proprio lui infatti scoprì il gruppo, in un caffè nel cuore del Village. I quattro ragazzacci stavano per essere sbattuti fuori dal proprietario del locale: cantavano una canzone intitolata HEROIN, la voce di Lou Reed accompagnata da una viola elettrica e da tamburi percossi a mani nude da una donna minuscola. Poco dopo, attaccano con “VENUS IN FURS” e questa volta si parla di sadomasochismo. E’ decisamente troppo: loro vengono cacciati, ma Warhol se ne innamora a tal punto da volerli a tutti i costi in uno dei suoi show surreali, dal nome che la dice lunga: ”Exploding Plastic Inevitable”. Un miscuglio di immagini sadomaso, luci stroboscopiche, soffitti e muri a specchio in cui i Velvet, rivestiti di pelle nera, suonavano il loro rock dei bassi fondi. A loro nello show si aggiunge Nico: cantante, attrice, modella musa di Coco Chanel, creatura di incredibile fascino che probabilmente fu la causa principale dello scioglimento del gruppo (ma persero la testa per lei altri artisti del calibro di Jim Morrison e Bob Dylan).
Christa Päffgen, in arte “Nico”
I Velvet sono un gruppo che sperimenta, azzarda, infastidisce. La loro è una miscela unica che racchiude in sè testi raffinati e argomenti violenti, un sound graffiante cui anni dopo attingerà, esasperandolo, il punk. La musica diventa qualcosa di fisico, che esprime da sola il testo del brano: in “Venus in furs” le immagini sadomaso vengono esplicitate dai suoni più che dalle parole, così come in “Heroin”, grazie ad una viola elettrica che pare schizzata ed ai tamburi in sottofondo, sembra davvero di compiere un viaggio disperato verso l’annullamento di sé.
Come da manuale, il disco sarà un flop commerciale. Troppo all’avanguardia rispetto al loro tempo , precursori troppo precoci di ciò che dovrà aspettare almeno un altro decennio per emergere, saranno per parecchio tempo confinati alla musica di nicchia, piacere esclusivo per quei pochi che riuscirono a coglierne da subito la genialità. Facile capire perché alla fine degli anni 60 nessuno comprava i loro album: i Beatles cantavano “All you need is love”, in Italia si impazziva per i cantanti del Piper: la musica era evasione, libertà, leggerezza. La loro atipicità ha però reso i loro pezzi estremamente attuali, molto più adatti alla nostra epoca che alla loro, perfettamente sintonizzati con il crollo dei valori e l’esasperato individualismo dei nostri tempi. In un periodo in cui Scott Mc Kenzie invitava i giovani a riunirsi a San Francisco praticando la gentilezza e mettendo fiori tra i capelli, non poteva trovare spazio un gruppo che parlava di eroina, prostitute e sadomaso. Erano realistici e cinici, la loro musica proiettava immagini cupe, grigie ed inquiete che stridevano con il dilagare degli ideali di pace, amore e fratellanza del movimento hippies che stava letteralmente abbattendo la cultura dominante.
Mi sono sempre chiesta perché mi piacesse così tanto il mondo sordido e cupo evocato da Lou Reed e compagni, cosa ci fosse di così’ attraente nei suoni di quella loro New York del sottosuolo che puoi solo immaginare in bianco e nero. In realtà non esistono risposte, perché l’arte basta a se stessa e non deve spiegazioni a nessuno. Certo è che quella viola elettrica che domina i brani, strapazzata e schizofrenica, mescolata alle percussioni crea qualcosa di surreale, di allucinato, un richiamo ipnotico a cui è impossibile sottrarsi.
QUALCHE ANEDDOTO:
1. PERCHE’ THE VELVET UNDERGROUND?
E’ il titolo di un libro scritto nel 1963 da Michael Leigh, irlandese di Dublino trapiantato in Florida: un’inchiesta giornalistica sulle pratiche sessuali estreme, dallo scambismo al sadomasochismo al bondage. Un volumetto del quale ci saremmo certo dimenticati se non fosse finito nelle mani di Lou Reed…
2. PERCHE’ LA BANANA?
La leggenda vuole che la banana da sbucciare che Warhol aveva pensato per la cover fosse impregnata di Lsd: all’epoca, correva il 1967, una leggenda metropolitana prometteva effetti simili alla marijuana a chi fumava le bucce essiccata della banana.
3. MODELLA, ATTRICE, CANTANTE
Christa Paffgen, nata non si sa quando e morta a Ibiza nel 1988 per una caduta dalla bici, diventò NICO grazie a un fotografo che la chiamò così per un suo flirt con il regista Nico Papatakis. Pupilla di Coco Chanel, ebbe una piccola parte nella DOLCE VITA accanto a Marcello Mastroianni. Lasciò i Velvet Underground nel 1967 e incise da sola altri sette dischi
Sono trascorsi diversi anni da quando, dopo un lungo lavoro lavoro su me stessa, ho cominciato vivere nel presente, nel “qui ed ora”, un terreno in esplorazione continua in cui ansia, rimorsi e rimpianti non hanno più alcuno spazio. La vera conquista, per me, è stata questa. Essere riuscita a plasmare i miei pensieri rendendo migliore il mio tempo, senza farmi condizionare dalle esperienze passate e dalle fantasie su un ipotetico futuro, è stato come spalancare la porta su un mondo completamente nuovo. Da tempo ormai non ho più bisogno di immaginare scenari diversi : la vita che ho è talmente ricca, piena e soddisfacente che potrei riempire due anni in due minuti. Ho cominciato ad acquisire questa consapevolezza in un periodo in cui la mia vita, paradossalmente, si era dovuta fermare all’improvviso, in modo traumatico. L’umanità intera venne travolta dal Covid-19, una malattia sconosciuta ed estremamente contagiosa che generò una delle peggiori pandemie della storia. Il “Coronavirus” bloccò la nostra macchina sociale, il nostro lavoro, la nostra libertà di muoverci e di frequentare amici e familiari, gettandoci in uno stato di prostrazione e paura. In Italia il Covid-19, a marzo del 2020, uccideva una media di 700 persone al giorno. I primi momenti furono terribili: i telegiornali 24 ore su 24 trasmettevano notizie tragiche, gli ospedali erano diventati i principali centri epidemici, le ambulanze non sapevano più dove adagiare i malati gravi, i mezzi militari trasferivano le bare fuori dalle città, perché i cimiteri non bastavano ad accogliere nuove salme. Provai un dolore assurdo, quasi fisico alla vista di quella triste sfilata di corpi, sentii il mio cuore spezzarsi e lo stomaco stringersi in un pugno fino a non riuscire più a mangiare. Ricordo il Papa che pregava davanti al Crocifisso di San Marcello al Corso, che salvò Roma dalla pestilenza del 1.600, in una Piazza San Pietro spettrale, desolatamente vuota. Incurante della pioggia, claudicante, solo, con addosso il peso spirituale del mondo: in quell’istante mi fermai, raggiungendo l’apice del mio dolore privato, e piansi in silenzio. Poi, poco alla volta, quel senso di oppressione che mi schiacciava le viscere da giorni cominciò ad allentarsi e finalmente ripresi a respirare, come se fino a quel momento fossi rimasta con la testa sott’acqua. Non fu facile adattarsi a quella nuova realtà, ma non mi sono arresa. Dentro di me avevo una grande risorsa: la resilienza. Sono consapevole che a prima vista nessuno direbbe mai che sono così resistente, e questo solo perchè sono una persona mite, non urlo, non prevarico nessuno. Ma la mia forza è questa, un potere invisibile a occhi disattenti. Passato il primo momento di sconforto mi sono rimboccata le maniche ed ho provato a trasformare la quarantena imposta dal governo in un piccolo mondo felice. Il mio compagno ha adattato una parte della cucina del nostro appartamento ad uso ufficio, mi ha sistemato la scrivania con un pc nuovo ed una vecchia stampante ed ho cominciato a lavorare in modalità “Smart Working”. Mi sono imposta degli orari e li ho sempre rispettati, compresa la pausa caffè che ora potevo godermi in tutta tranquillità sulla mia terrazza, in piena fioritura. Charlie spesso mi faceva compagnia dormendo sulla sedia accanto, una presenza silenziosa e gradita molto più dei miei colleghi. Nessuna telefonata, nessun cliente insistente, ma soprattutto è stata l’assenza del mio capo ad essere rigenerante. Maleducato ed arrogante, ora non poteva più martellarmi il cervello con la sua voce sempre sopra le righe, deconcentrandomi in continuazione. Il lavoro è proceduto spedito, e la serenità di casa mia mi ha reso molto più produttiva. Poi, ai primi di Aprile, un’altra doccia fredda: saremmo andati tutti in cassa integrazione per due mesi. Anche questa volta mi sono dovuta adattare ad una situazione nuova e niente affatto piacevole, reinventando nuovamente le mie giornate. All’inizio mi sono sentita davvero persa, perché anche se in modalità “smart” stavo comunque lavorando, mentre adesso ero molto preoccupata per le ripercussioni economiche. Come avrei fatto ad affrontare le spese di casa, pagare l’affitto, le bollette e fare la spesa senza percepire uno stipendio per due mesi? Sapevo che la cassa integrazione l’Inps l’avrebbe pagata molto in ritardo, non potevo contare su nessun introito. Il mio compagno, libero professionista, con l’attività bloccata per il Covid non poteva certo fare anche la mia parte. E allora mi sono fatta coraggio. Avevo i miei risparmi, avrei usato quelli: in fondo a questo serve mettere da parte un po’ dello stipendio tutti i mesi, per affrontare le emergenze. E questa decisamente lo era.
Mi sono prefissata un budget di spesa per i mesi di Aprile e di Maggio, ed ho cercato di rispettarlo. Abbiamo fatto la spesa in modo più intelligente, acquistando più materie prime e cucinando molto più di prima, riempendo un tempo che anziché scorrere sembrava dilatarsi. Abbiamo preparato il pane, le torte per la colazione, i biscotti per accompagnare il caffè, la focaccia per l’aperitivo e tutti i sabati sera portavamo in tavola pizze buonissime. Abbiamo riscoperto il piacere di condividere un semplice piatto di spaghetti accompagnato da una buona bottiglia di vino, senza rovinarci la cena con i problemi di lavoro che troppo spesso si sedevano a tavola con noi. Abbiamo riso, scherzato, guardato intere serie tv fino a notte fonda. Le tensioni da Covid 19, di fronte a tutti quei carboidrati e a qualche goccia di alcol in più, poco alla volta si sono sciolte, e pazienza se poi, quando è stato il momento di abbandonare i leggins e di indossare nuovamente i jeans, ho dovuto lottare con la cerniera!
Riprendere in mano un libro è stato uno dei primi sintomi di guarigione. Nonostante la lettura sia da sempre la mia grande passione, nei primi tempi della pandemia non riuscivo più a sfogliare nemmeno una pagina, era diventato difficilissimo concentrarmi sulla lettura. Guardavo i telegiornali tutto il giorno, riempendomi la testa di notizie terribili e di lugubri pensieri, non riuscivo a distogliere l’attenzione da quello che stava succedendo appena oltre la soglia di casa. Quando ho capito che sarei stata nuovamente in grado di sfruttare leggendo il tempo che avevo a disposizione, ho pescato dalla libreria quei volumi che non ero ancora riuscita ad affrontare per la loro complessità e per la loro mole. Quanta ricchezza, quanta bellezza ho potuto assorbire allora nella calma di quei pomeriggi, rilassata sulla sdraio in terrazza, cullata dal fruscio delle foglie e dal ronzio degli insetti! Nessun rumore in sottofondo, solo l’abbaiare del cagnolino dei vicini e le fusa del mio gatto. Fuori c’era l’inferno, eppure io vivevo una pace che mai avevo provato prima. I pomeriggi di quarantena, ad Aprile, si svolgevano così. Arrivava sera che non me ne accorgevo quasi, appoggiavo il libro sul tavolo e mi dedicavo alla cena, con un amore che mi era sconosciuto. Ho sempre vissuto la preparazione dei pasti con l’ansia di dover fare presto, sempre di corsa tra l’ufficio e il supermercato, il tempo misurato, il pranzo masticato rapidamente per poi ritornare al lavoro con la casa in ordine. Cucinare era un dovere aggiunto ai già molti imperativi della mattinata, non aveva nulla di poetico. La dedizione per la cucina fu davvero un regalo inaspettato ed appagante.
Ho anche ritrovato il gusto per la scrittura, e da allora non l’ho più perso. La mia vocazione, oltre alla lettura, è sempre stata questa. Scrivo da quando ho dieci anni, ho scritto diari, poesie, racconti, ho scritto su altri blog, ho scritto lettere per conto di altri, ho riempito di parole dattiloscritte le ore scolastiche, ho scritto durante le pause lavorative. Con un foglio e una penna in mano ho sempre trovato il modo perfetto per comunicare, ma proprio per questo pensavo che sarei rimasta eternamente in disparte, incapace di impormi a voce, con le idee che mi guizzavano in testa e poi immediatamente morivano, senza trovare la via d’uscita. Invece mi sbagliavo, avevo solo bisogno di un po’ di coraggio in più per uscire dall’anonimato. Oggi ho un blog di successo che molte donne seguono, perché si ritrovano in quello che racconto. Scrivo storie di riscatto personale e sociale, racconto storie di donne che si sono risollevate dal baratro con le sole proprie forze, donne normali, giovani e meno giovani, con alle spalle un passato di sofferenza, di non accettazione, di mancanza di orizzonti personali, incastrate in vite sbagliate e perennemente al servizio di altre persone. Ho iniziato a capire proprio in quei giorni come poter sfruttare in modo costruttivo e utile il mio radar interno, un antenna speciale che mi consente di vedere in profondità, laddove tutti gli altri non riescono ad arrivare.
In mezzo a queste nuove consapevolezze, a queste scoperte gioiose, c’era però sempre e comunque la paura. Non era più opprimente come all’inizio, ma non mi ha mai abbandonata nei mesi a venire. I momenti duri durante sono stati tanti, molti sono i conoscenti che si sono ammalati e tanti quelli che purtroppo non ce l’hanno fatta. L’ansia sempre vigile per mia madre, sperando che non avesse mai bisogno di me in quei giorni di lock down severo, la spesa anche per lei, il saluto sulla soglia di casa con la mascherina, chiamarla ogni giorno preoccupandomi per un minimo colpo di tosse. Scoprirmi io madre, quando fino a ieri ero stata figlia. Perchè mai come in quei giorni compresi che questo aggettivo, quello di madre, non identifica un ruolo, ma sigilla un sentimento che ha mille sfaccettature: quello del “prendersi cura”.
Ma il peggio arrivò a metà maggio. Due settimane prima di rientrare al lavoro, feci il test sierologico come richiesto dal mio capo, ed il risultato fu sorprendente: risultai positiva agli anticorpi del Covid-19. Abbiamo così scoperto che noi tutti, il mio capo, sua figlia e le mie colleghe, ci siamo ammalati in ufficio, durante gli ultimi giorni di lavoro prima del lock down, a metà marzo. Ho avuto sintomi molto lievi, poco più di un brutto raffreddore che mi lasciò mesi con l’olfatto azzerato o quasi, ma per il resto sono sempre stata bene e fortunatamente non ho contagiato nessuno dei miei familiari. La mia positività al test mi obbligò a sottopormi a due tamponi, risultati entrambi negativi. Quelli sono stati i giorni peggiori: temevo per la salute di tutti, e mi addossai già la colpa della malattia. Durante la snervante attesa degli esiti degli esami una notte sognai mio padre. Era giovane, ed io ero poco più di una bambina. Si avvicinò al mio letto, mi rimboccò le coperte e mi augurò la buonanotte con una carezza amorevole. Mi sussurrò che sarebbe andato tutto bene, perché lui lo sapeva. E così è stato.
Se dovessi descrivere la mia quarantena in una parola sola, userei questa : “RICOSTRUZIONE”. Ho compreso come la vita che vivevo prima del lock down non andava bene per me, c’era qualcosa di profondamente sbagliato nelle mie relazioni sociali e nel modo in cui mi sono sempre posta con gli altri. Svolgevo il mio lavoro in un ambiente malsano, che corrodeva l’aria che respiravo e mi entrava talmente tanto sotto la pelle da rovinare la qualità della mia vita: non è un caso se durante questa sosta forzata ho ripreso a dormire bene e a svegliarmi con una energia che non avevo più da chissà quanti anni e che, forse, non ho mai avuto. Tutti i miei malesseri psicosomatici (mal di testa, mal di pancia, insonnia, tachicardia) sono svaniti. Ritornata alla normalità ho fatto tesoro di questo, ed ho provato a costruirmi un nuovo equilibrio, cominciando a prendermi davvero cura di me stessa e delle persone che avevo accanto. Ho eliminato i contatti non graditi ed ho imparato ad affrontare il lavoro in modo diverso, meno personale, più contestualizzato: io non potevo essere solo il mio lavoro, ero molto altro. Ed ero molto meglio. Sapevo che avrei potuto continuare a costruire la mia isola felice sulle fondamenta che avevo gettato in quella anomala primavera del 2020, ed è esattamente quello che feci.
Da allora non mi sono mai fermata: oltre il dolore, oltre lo smarrimento e la paura, in piena pandemia io ho trovato la serenità.
“Weyward” è stato il folgorante esordio narrativo di una giovane e talentuosa autrice anglo australiana, Emilia Hart. Wayward, con la A, significa ribelle, strano, diverso. Weyward, con la E, era il nome delle tre sorelle streghe che nell’opera teatrale del Macbeth conducono il principe alla morte. Termine che, molto probabilmente, fu scelto da Shakespeare proprio perché compariva spesso nelle storie di stregoneria del folklore britannico, adattandosi perfettamente ai personaggi. E infatti la nostra storia in fondo è proprio questo: una storia di streghe, nell’accezione più antica e insieme più moderna che conosciamo. Weyward è Il racconto di tre donne fuori dal comune legate dal filo rosso della discendenza, che vivono in forte connessione spirituale con la madre terra in quel limbo sottile ed invisibile che separa la realtà dalla magia, custodi di un antico sapere a causa del quale saranno perseguitate ed emarginate.
Il romanzo si sviluppa su tre linee temporali differenti: ogni capitolo è dedicato ad una delle protagoniste e segue l’incedere degli avvenimenti alternando le storie di ognuna, un meccanismo che consente a noi lettori di sovrapporre poco alla volta le diverse esperienze e di comprenderne il significato più profondo.
🐦⬛ Althavive nel 1619 ed è accusata di stregoneria. Racconta in prima persona la sua storia, mentre attende di essere processata nella prigione del suo villaggio, nella regione inglese della Cumbria. E’ una giovane donna che ha vissuto tutta la sua vita in un cottage al margini del paese insieme alla madre, esperta erborista che le ha tramandato tutto il suo sapere. La sua capacità di curare le malattie ed alleviare le sofferenze tuttavia fa sorgere nei suoi confronti una sorta di diffidenza mista a paura, un sentimento ostile esacerbato anche da una superstizione di massa che in quegli anni stava infestando il nord dell’Inghilterra e la Scozia. Qualche anno prima infatti, Re Giacomo I scrisse il famigerato “Daemonologie“, un trattato sulla stregoneria che scatenò una terribile persecuzione soprattutto nei confronti di quelle donne conosciute come “guaritrici”. Altha, vittima dell’ignoranza dei suoi compaesani, viene accusata di alcune morti ritenute inspiegabili: è da lei che tutto ha inizio, il perno su cui ruoteranno le vite delle altre due protagoniste.
🦋Nel 1942 incontriamo Violet, una ragazzina orfana di madre che vive con il padre e il fratello in una magione della Cumbria. Il padre di Violet appartiene alla nobiltà inglese e pertanto pretende per la figlia un’educazione consona al suo lignaggio, che la formi in vista del ruolo che dovrà ricoprire in società. Ma Violet è diversa, non le interessa imparare le buone maniere, lei ama le scienze naturali e vorrebbe avere la stessa opportunità di studiare al college di suo fratello Graham. Da sempre in profonda connessione con la natura e gli animali, nutre rispetto per ogni essere vivente e conserva un animo puro ed innocente, che la rende però del tutto impreparata alla vita. Un uomo orribile, travestito da cavaliere dalla scintillante armatura, la strapperà via da quel mondo incantato inferendole ferite profonde, nel corpo ma soprattutto nell’anima. Incapace di spiegare l’abominio che ha subito al padre, sarà costretta a nascondersi come una reietta nel cottage che apparteneva alla defunta madre, abbandonata e diseredata. Ma, incredibilmente, è proprio in quella casetta isolata e fatiscente che riuscirà a riprendere in mano le redini della sua vita e a realizzare i suoi sogni.
🐝 E poi c’è Kate, una giovane donna contemporanea vittima di una relazione tossica con un uomo violento. Kate ha una scarsa autostima ed ha molti problemi relazionali a causa di un trauma subito da bambina, che l’ha privata del padre e di cui si sente ingiustamente colpevole. Il suo attuale compagno, del quale all’inizio aveva subito l’indiscutibile fascino, si è trasformato nel peggiore degli aguzzini e la umilia in continuazione, sia psicologicamente che fisicamente. Quando, dopo l’ennesimo abuso sessuale, Kate scopre di essere rimasta incinta, in preda al terrore si rifugia nel cottage che la prozia Violet le ha lasciato in eredità e di cui ancora nessuno sa nulla. Lo stesso cottage ai margini del bosco in cui la sua antenata Altha preparava i tonici con le erbe medicali, al riparo dall’ignoranza dei compaesani. Lo stesso cottage in cui Violet viene abbandonata dal padre, con un po’ di cibo in scatola e poco altro. Anche Kate, che fino a quel momento aveva inconsapevolmente represso le sue percezioni e il suo forte legame con il mondo naturale, in questo piccolo rifugio comincia poco alla volta a riconciliarsi con la sua parte più autentica ma, soprattutto, ad amarsi e perdonarsi. Pagina dopo pagina le tre linee temporali che separano Altha, Violet e Kate si appianano e convergono, per farsi portavoce di un unico messaggio che arriva forte e chiaro, pieno di bellezza e di speranza. Il filo rosso che unisce queste tre donne non è solo una discendenza di sangue, ma è soprattutto un lascito morale fatto di resilienza e forza interiore, l’eredità di chi deve combattere ogni giorno contro un patriarcato che affonda le sue radici nella storia dell’umanità.
Weyward è un romanzo originale, appassionato, delicato e al tempo stesso profondo, che racconta la discriminazione di genere con coraggio e indignazione, con saggezza e senso della misura, aggiungendo quel pizzico di realismo magico che fa sognare e alleggerisce il cuore.
Sono trascorsi diversi anni da quando lessi questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2003. Erano anni in cui in tutto il mondo si sentiva ancora tremendamente l’eco degli attacchi alle Torri Gemelle, una strage irreversibile destinata a cambiare per sempre la storia dell’umanità. Il comune sentire di noi occidentali era dominato da un feroce risentimento nei confronti dei terroristi afghani autori dell’attentato e si guardava al popolo islamico come ad una fucina di orrori, patria di un assolutismo religioso e politico per noi inconcepibile. In questo clima così teso e adombrato d’odio “Il Cacciatore di aquiloni” fa il suo ingresso e rimescola le carte, pronto a far conoscere a noi occidentali la storia dimenticata dell’ Afghanistan attraverso il racconto di un’amicizia nata a Kabul nel 1970. Amir, di etnia sunnita, è il figlio di un uomo benestante che si è fatto strada nella vita mentre Hassan, di etnia sciita, lavora come domestico insieme a suo padre nella casa del ricco Baba, il padre di Amir. Tra i due ragazzini si instaura subito un forte legame, destinato però a incrinarsi a causa di un tragico avvenimento, proprio durante la tradizionale gara di aquiloni che i due bambini riescono a vincere grazie al loro straordinario affiatamento. Sullo sfondo di un Paese martoriato da guerre intestine, si snoda una vicenda umana complessa ed emozionante che arriva a toccare tutti i sentimenti più profondi che albergano nel cuore di ogni essere umano: amicizia, colpa, vergona, rimpianto, perdono, espiazione. Accostare questi temi universali a una realtà così distante dalla nostra aiuta noi lettori ad empatizzare con i protagonisti e, di conseguenza, a guardare al mondo islamico con occhi nuovi, privi di pregiudizi. Hosseini ha il grande merito di aver fatto conoscere a noi occidentali la storia nascosta di un paese diviso da anni di fanatismi religiosi, guerre, occupazioni straniere, attraverso la nostalgia e il dolore di uomini che quel paese lo hanno amato profondamente, come una patria amorevole e generosa. Come ho scritto all’inizio, per me, come credo per tanti altri, l’Afghanistan è sempre stato solo sinonimo di terrore e inciviltà, un luogo dove l’essere umano non è più tale, un paese senza infanzia, senza diritti, senza passato. Hosseini ha restituito al popolo Afghano radici e dignità e anche solo per questo varrebbe la pena di leggere il suo romanzo. Per cui, se durante i vostri giri in libreria vi imbattete in questo volumetto, non esitate a comprarlo: vi aprirà gli occhi su una realtà sconosciuta, ed impareremo a comprendere meglio un Paese e un popolo che è stato letteralmente annullato nella sua identità da vicende storiche violente e dolorose.
LEGGERE LOLITA A TEHERAN, di Azar Nafisi 📖
“Leggere Lolita a Teheran” è un romanzo di Azar Nafisi, professoressa di letteratura anglosassone presso l’università di Theran, pubblicato nel 2004. Il testo è strutturato in quattro parti, ognuna delle quali prende il nome dei romanzi che la professoressa, più di ogni altro, amava insegnare ai suoi studenti: Lolita, Gatsby, Daisy Miller e Orgoglio e Pregiudizio. Questi titoli rappresentano il simbolo del legame che lei e le sue studentesse ebbero con la letteratura in quegli anni terribili, un’ancora di salvezza alla quale rimasero aggrappate per non venire inghiotte dal buio della repressione e restare umane, vive, consapevoli. L’Iran è un paese con una storia millenaria affascinante, culla di antiche e nobili civiltà, ma purtroppo la mia generazione ha imparato a conoscerlo solo dopo la rivoluzione islamica degli anni settanta, quando l’ estremismo religioso e politico dell’Ayatollah Khomeini lo trasformò in un acerrimo nemico dell’ Occidente. Il romanzo è sostanzialmente la storia della professoressa Nafisi, figlia di un ex sindaco di Theran, che a tredici anni viene mandata a studiare in America, dove si formerà culturalmente. Dopo la laurea torna in Iran per intraprendere la carriera di insegnante universitaria, ma il suo non fu un ritorno in patria, bensì l’inizio di una nuova vita in un paese radicalmente cambiato, ormai straniero. L’estremismo religioso imponeva divieti al limite del surreale, che di fatto rendevano impossibile una normale formazione, soprattutto per le ragazze. In un clima così apertamente ostile alla cultura, la letteratura rappresentava per queste giovani un mezzo per evadere da un contesto familiare e sociale opprimente ed una concreta possibilità di riappropriarsi di sé stesse e della propria libertà di pensiero, quando tutto il resto veniva negato. “Leggere Lolita a Teheran” è una contraddizione in termini nell’Iran di Khomeini, è l’espressione individuale contro un regime che omologa e che invade ogni spazio privato, è il potere della letteratura che arricchisce di nuove prospettive contrapposto alla censura cieca del totalitarismo, è la libertà di raccontare una storia qualunque contro il perfetto, irreale eroismo dei martiri religiosi. Nonostante le atrocità che è costretta a vedere e a non contestare mai, pena la propria sopravvivenza, si percepisce l’ amore profondo di Nafisi per le sue origini, per il suo paese martoriato dal fanatismo religioso e da anni di guerra con l’Iraq, per quell’antica Persia che la rivoluzione avrebbe dovuto restituire al popolo e che invece, come tutti gli atti violenti ed estremi, tradì i suoi ideali ed ebbe conseguenze nefaste.
OGNI MATTINA A JENIN, di Susan Abulhawa ☀️
Questo romanzo, pubblicato nel 2006, si è rivelato fondamentale per comprendere meglio l’annosa crisi medio orientale che, soprattutto in questo ultimo periodo, si è riacutizzata in modo allarmante. Sento parlare di “questione palestinese” da quando sono piccola, eppure niente come questo libro è riuscito a chiarirmi le idee o comunque a gettare luce su un pezzo di storia contemporanea che colpevolmente ignoravo. Abulhawa racconta, attraverso la voce di Amal, nipote del patriarca della famiglia Abulheja, sessant’anni di storia palestinese, dal 1948 fino ai giorni nostri. Viviamo così il drammatico esodo della famiglia Abulhawa, costretta a rifugiarsi nel campo profughi di Jenin dopo che Israele si impadronì con la forza delle loro terre, perpetrando violenze inaudite e massacri sulla popolazione inerme. Amal assiste impotente a quegli orrori che disintegrano poco alla volta tutti i suoi affetti, che uccidono suo nonno e il suo amatissimo padre, che fanno impazzire di dolore sua madre, che porteranno i suoi fratelli a crescere l’uno come palestinese e l’altro come israeliano, nemici inconsapevoli della propria identità. Attraverso gli occhi di una bambina che si trasforma in donna assistiamo a terribili eccidi, lotte per la supremazia che trascendono i confini religiosi, vergognose ingerenze delle potenze occidentali, rappresaglie spietate e continue in nome di un dio che ormai chiunque ha dimenticato. Nonostante queste necessarie ricostruzioni storiche vi sono pagine pregne di bellezza e tenerezza, quella legata ai ricordi della famiglia Abulhawa, alle placide scene di vita quotidiana, all’amore che Amal e i suoi antenati hanno sempre riversato in quella terra prima che venisse loro rubata, negata e fatta a pezzi insieme alla loro identità di palestinesi. E’ un libro che racconta un’altra verità, quella del popolo arabo, quella che nelle cronache dell’epoca non troveremo mai. Quella che vede Israele come l’usurpatore, che costruisce uno stato sulle macerie di un altro, appoggiato dall’occidente che pur di esportare il suo ideale di democrazia chiude gli occhi e, in silenzio, avalla anni di genocidi. Dopo tutte le ingerenze, le ritorsioni e le violenze reciproche non è possibile stabilire a posteriori chi siano i giusti, e questo romanzo non ne ha la pretesa. L’unico intento dell’autrice è quello di dare voce ad un popolo senza più patria nè identità, affinché la storia non identifichi più il mondo islamico solo con l’aberrazione morale e la follia dei kamikaze.
Nick Hornby è tra i miei autori preferiti, di lui ho letto praticamente tutto. Il suo humor tipicamente inglese, l’ironia pungente e l’acume con cui osserva le fragilità umane fa di lui uno dei narratori più sinceri dei nostri tempi, che vale assolutamente la pena conoscere. Dopo averci raccontato di uomini nevrotici ed eterni Peter Pan, questa volta l’autore ci offre la sua personale visione del rapporto di coppia nella sua parte più scomoda, che nulla ha a che vedere con l’idillio amoroso che tanto si celebra. Perché a raccontare l’amore coniugale al suo culmine sono capaci tutti, ma per parlare del suo lento declino, della fragilità che mostra quando arranca per non precipitare, cogliendo tutte le complicate sfumature di un rapporto ormai stanco…beh, per quello ci vuole Nick Hornby. Ed ecco che, attraverso un inconsueto binomio di amore e musica, l’autore sbobina una vicenda umana profonda, che fa molto riflettere: quella di una coppia in crisi, per l’appunto. O meglio, di una coppia in perenne calma piatta, che attraversa la vita planandoci sopra, senza fare troppo rumore. Annie e Duncan vivono da quindici anni in una piccola cittadina della costa inglese condividendo una quotidianità ormai letargica, fatta di giornate sempre uguali e di una vita sociale piuttosto misera, con rare incursioni a Londra per assistere a concerti o alla prima di qualche film. Non hanno figli, forse all’inizio per scelta, ma col passare degli anni la loro pigrizia sessuale si è di fatto trasformata nel migliore degli anti concezionali. Da un po’ di tempo però Annie sente crescere dentro di sè un forte desiderio di maternità, mentre Duncan sembra rintanarsi sempre di più nel suo microcosmo fatto di musica di nicchia e amicizie internettiane. In particolare l’ ossessione che nutre nei confronti di Tucker Crowe, artista cult americano degli anni ottanta ritiratosi dalla scena musicale nel pieno del successo, arriva ad assorbirlo completamente, isolandolo dal resto del mondo e da Annie. Intorno a Tucker Crowe si è formata una piccola comunità virtuale i cui adepti, sparsi in tutto il mondo, interagiscono tra di loro scambiandosi ogni più piccolo dettaglio legato al cantautore, e Duncan sembra ormai vivere in funzione di queste condivisioni. Mentre Annie comincia a domandarsi seriamente se la loro unione abbia ancora un senso, ecco che un evento del tutto imprevisto fa irruzione nella loro noia matrimoniale, mandando in frantumi quella quiete inamovibile. Duncan riceve per posta un inedito del suo idolo, una versione intimistica dell’album più famoso dell’artista: da quel momento in poi si innescherà una reazione a catena di eventi inaspettati che capovolgeranno equilibri, certezze e ruoli di ognuno. Annie arriverà addirittura a conoscere Tucker in persona, vivendo lei stessa il sogno di una vita di Duncan. E Duncan?
La musica e a la passione/ossessione che Duncan nutre per il suo idolo rock fanno da sfondo a questa love story dei tempi moderni, in cui la coppia viene scandagliata in tutti i suoi aspetti più problematici e e veri. Strappa risate amare ed induce a delicate riflessioni anche se tutto scivola sopra un’apparente leggerezza, come nella migliore tradizione dell’autore. Annie e Duncan sono imperfetti, sentimentalmente falliti, ironici ma soprattutto umani. Sono la rappresentazione perfetta della coppia moderna, anti eroi nevrotici e vittime dei propri di sogni, alla continua ricerca di se stessi pur restando ancorati alla familiarità delle loro quattro mura. Anche il co-protagonista Tucker Crowe è un perfetto esempio di essere umano sentimentalmente irrisolto, succube della sua stessa creatività e del suo fluttuare, che lo condanna ad una crisi perenne. Il punto di vista dell’autore sul mondo della musica fa il paio con la sua versione dell’amore di lungo corso, una visione molto lontana dagli stereotipi che tendono ad idealizzare qualunque cosa riguardi le passioni umane.
Hornby ci racconta il lato B dell’amore coniugale così come del successo: la crisi dopo il boom, la discesa, ed infine l’oblio. E nel finale? Beh, in quello non c’è la soluzione al problema di Annie e Duncan, ma solo altri duemila punti di domanda. Tipico di Hornby, non darci mai una conclusione degna di questo nome: perché lui le storie le racconta, non le risolve.
Non fatevi ingannare dal titolo o dalla copertina…questa non è una banale storia d’amore. Jamie Ford è l’autore del più famoso “Il gusto proibito dello zenzero” (se vi interessa, trovate qui la mia recensione), romanzo stupendo che sia io che altri abbiamo recensito e consigliato con entusiasmo, perché quest’uomo sa scrivere storie bellissime in modo perfetto. Questo suo ultimo lavoro forse non è all’altezza del precedente, ma a me è piaciuto veramente molto. Lo sfondo è ancora una volta la Seattle degli anni 30, con la sua chinatown dove il tempo e lo spazio sembrano essersi cristallizzati. Sembra di essere in Oriente, le tradizioni sono molto radicate e un maschilismo cieco domina la piccola comunità. Sono gli anni in cui una donna cinese, seppur nata in America e quindi in un paese che ha fatto della libertà individuale un baluardo, non ha scampo: il suo destino è già segnato dalla nascita. Se è fortunata, può adattarsi ad un matrimonio che viene già combinato durante l’infanzia. Ma se la vita le riserva altro, e suo malgrado non è più desiderabile come moglie perché impura e di dubbia reputazione, non è più nessuno. Non c’è lavoro per le ragazze così, sono tagliate fuori dalla comunità asiatica e al tempo stesso dal mondo occidentale, perché nella patria della Libertà di quegli anni un feroce razzismo condanna all’emarginazione chi appartiene alle diverse etnie. Liu Song, vittima di un destino crudele, non si rassegna. Prova in ogni modo ad emergere, grazie alla sua voce straordinaria che incanta i passanti che sostano davanti al negozio di musica per il quale ogni tanto lavora. E’ bellissima ed aggraziata, e sogna un futuro nel mondo dell’arte. E’ il periodo del boom cinematografico, il film muto e i cantanti dell’opera hanno fatto il loro tempo: forse, per la sfortunata Liu, c’è una flebile speranza di conquistare un piccolo posto nel mondo. Quando la incontriamo nel romanzo, è diventata una figura di spicco nel panorama holliwoodiano, con il nome di Willow Frost. La sua storia toccante, ma pregna di una bellezza che avvolge anche gli avvenimenti più drammatici, la apprendiamo grazie ad un bambino che vive da anni in un orfanotrofio della città. Quel bambino, durante un’uscita collettiva al cinema, riconosce nello sguardo e nella voce di Willow Frost sua madre. La cerca disperatamente, e la ritroverà: e proprio da qui comincerà il racconto di Liu Song.
La ragazzina alta e allampanata, quella con una massa incasinata di capelli color dell’autunno e la testa perennemente tra le nuvole, non esiste più. Legge ancora moltissimo, frequenta biblioteche e librerie, ma lo fa con stile. Non si rintana più in casa avvolta negli informi maglioni di suo fratello, ché tanto quando legge non la vede nessuno. Adesso preferisce andare a bere un caffè nel bar che frequenta abitualmente, con un filo di trucco e un look curato. Non le importa se è da sola. Dopo aver ordinato, tira fuori dall’enorme shopper il libro che porta sempre con sè. Ogni tanto getta lo sguardo oltre la vetrata del locale, assorta nei suoi pensieri. Finalmente ha capito che per amare quello che fa non deve per forza nascondersi, non deve imbruttirsi per essere presa sul serio. Si ricorda di quando, alle medie, si vergognava del suo aspetto e del suo mondo interiore. I ragazzini della sua età non la guardavano, la vedevano come un maschio sbagliato, alta e magra come un giunco, addirittura quanto il prof di francese. Era rispettata però, perché sapeva moltissime cose e tutta la classe faceva a turno per avere un suo suggerimento, un piccolo aiuto, e lei non lo negava mai a nessuno. A tredici anni aveva già capito che il mondo divideva le donne in due categorie: quelle belle, sempre perfettamente vestite e truccate, con cui tutti avrebbero voluto uscire, e quelle intelligenti e timide, a cui nessuno prestava mai attenzione se non quando c’era aria di interrogazioni a tappeto o un compito in classe dietro l’angolo. Lei decise che sarebbe rientrata di diritto in questa seconda categoria, decisamente più confortevole, e che non ne sarebbe mai più uscita. Essere ammirata e far girare la testa ai ragazzi le interessava decisamente meno dei gialli di Agatha Christie: lei aveva qualcosa da dire.
Quello che lei decise però non fu quello che le accadde: finite le superiori scoprì di essere decisamente attraente. I capelli mossi lunghi e ramati, gli occhi verde bosco, le labbra carnose, le gambe chilometriche: fu come definire con un tratto di matita i contorni di un disegno appena abbozzato. Improvvisamente si ritrovò dalla parte opposta della barricata: lei era diventata, suo malgrado, oggetto di desiderio. Cercò di ritornare nel suo bozzolo sicuro di topolino da biblioteca, ma non riusciva ad arginare l’attrazione che esercitava sugli uomini. Soprattutto non riusciva a gestirla, perché la metteva a disagio: lei voleva parlare di Dickens, Hemingway, Springsteen e Guccini, e invece si ritrovava a dover levare bruscamente mani che si appoggiavano sulle sue gambe senza permesso, o a cercare il dialogo anche in mezzo al desiderio.
Dopo tanto tempo ha capito che questi due aspetti della sua personalità possono convivere senza eclissarsi l’uno con l’altro a seconda delle circostanze. Adesso lei sa che essere femminili è anche questo, è interessarsi al proprio aspetto tanto quanto alla propria mente, è sapere che può anche sfogliare le pagine di Delitto e Castigo mettendo in mostra uno smalto rosso fuoco, senza per questo essere fraintesa. E’ avere la certezza di poter sostenere la propria opinione su argomenti importanti, anche se mentre lo fa muove labbra dipinte con cura. In fondo, riflette tra sè e sè, anche le attrici di Hollywood del passato, belle per antonomasia, icone di stile, ammaliatrici di generazioni di uomini, amavano leggere. E probabilmente questo era parte del loro fascino. Quasi nessuno sa che Maryln Monroe, la diva per eccellenza, nel suo appartamento sfoggiasse una libreria di prim’ordine, e che aveva letto tutto l’Ulysse di James Joyce, quando la maggior parte degli intellettuali di oggi non ha mai avuto il coraggio di affrontarlo.
No, non esiste più la timida ragazzina dai capelli arruffati, che insegue una rassicurante solitudine immergendo il naso in libri ingialliti dal tempo. E’ solo un altro stereotipo che lei è riuscita abbattere. E non è che l’inizio.
“Papà Goriot” è un grandissimo affresco della società parigina del 1830 e della sua varietà umana, popolato da personaggi surreali e grotteschi, eppure così straordinariamente reali e moderni da non percepire la finzione letteraria, ad opera, tra l’altro, di un autore ottocentesco. Con poche ma incisive descrizioni e con l’aiuto di una scrittura fluida, priva dei fronzoli letterari tanto utilizzati a quei tempi, Balzac ci regala una caratterizzazione perfetta della borghesia parigina dei suoi tempi e dei suoi vivaci protagonisti, insieme a indimenticabili momenti di ilarità, riflessione, tristezza. Papà Goriot è un uomo schiavo dell’amore insensato che nutre per le sue figlie, egoiste e viziate, felice solo nella sua totale abnegazione, e ridotto per questo alla povertà e alla solitudine. Un amalgama perfetto di tragicità e comicità che non può non entusiasmare, divertire e al tempo stesso far riflettere il lettore, traendone amare considerazioni . Nonostante secoli di progresso i rapporti umani non si sono evoluti di pari passo, perché certe bassezze dell’animo riescono nonostante tutto a passare indenni attraverso il tempo, arrivando ai giorni nostri con la stessa drammatica verità con cui Balzac denunciava gli uomini del suo tempo. Papà Goriot è un genitore straordinariamente moderno vittima del suo stesso amore e dell’ingratitudine filiale, strabordante di sentimenti estremi, incapace di accettare lo squallore dei suoi legami familiari. Dietro ogni sorriso scaturito dal racconto si percepisce la profonda infelicità di quest’uomo, una condizione che vive suo malgrado poiché dettata dall’egoismo delle figlie che non si curano di lui e che con i loro capricci lo hanno ridotto sul lastrico, costringendolo, ormai anziano, a ritirarsi in solitudine in una squallida pensioncina di Parigi. Proprio qui paradossalmente troverà un minimo di affetto e di amicizia grazie un povero studente, anch’esso inquilino della stamberga, che sarà l’unico ad accompagnarlo durante il suo ultimo viaggio al cimitero di Pére Lachaise. L’amoralità ed il cinismo delle figlie lo porteranno infatti alla morte, dopo una delirante agonia nel corso della quale crederà di vedere al suo capezzale le adorate figlie. Che sono, invece, ad un ballo.
Pubblicato nel 1835, “Papà Goriot” è considerato il capolavoro di Honorè de Balzac e rientra nel complesso ed ambizioso progetto della Commedia umana, il grande “libro della giungla sociale”, un’opera monumentale grazie al quale diventò uno dei maggiori rappresentanti del romanzo realista, nonché il più grande ritrattista dalla società francese dei suoi tempi.
Un breve estratto:
Tutta la mia vita, per me, è nelle mie due figliole. Se loro si divertono, se sono felici, ben vestite, se camminano su dei tappeti, che importanza ha la stoffa che mi veste e il posto dove dormo? Non ho freddo se loro hanno caldo, non mi annoio mai se loro ridono. Le mie sole pene sono le loro. Quando sarà padre, quando si dirà, sentendo cinguettare i suoi bambini: “Sono io che li ho fatti”, e sentirà quelle creaturine legate a ogni goccia del suo sangue, di cui hanno rappresentato la miglior parte, perché è così!, si crederà attaccato alla loro pelle, mosso dai loro stessi passi. La loro voce mi risponde ovunque. Un loro sguardo, quando è triste, mi gela il sangue. Un giorno saprà che si è molto più felici della loro felicità che della propria. Non glielo so spiegare: sono moti interni che spandono serenità.
Questo libro è stato il mio primo felice incontro con “quell’altro” Simenon, quello che non scrive di Maigret. Un romanzo perfetto, doloroso, introspettivo. Una scrittura asciutta e diretta, priva di fioriture letterarie, che scorre fluida e avvolgente mentre un pò alla volta accompagna il lettore nelle profondità torbide di un amore extraconiugale incomprensibile, folle, distruttivo. Pochi intensi personaggi, rarissime ambientazioni esterne, dialoghi essenziali.
“Se io mi ritrovassi libera… faresti in modo di renderti libero anche tu?” Andrée si rivolge così al suo amante, poco dopo aver fatto l’amore con lui. Ed è così che ha inizio il dramma che stravolgerà l’esistenza di Tony . La sua placida vita familiare nasconde una trama nera di sentimenti guastati, di dolore, e di una passione rovente che illumina come una lama di luce la camera azzurra dei due amanti. La loro camera.
Simenon è un acuto osservatore della psicologia umana: il suo modo di narrare l’amore coniugale non ha veli. Due amanti, due omicidi, due colpevoli…una vicenda in sé piuttosto solita e banale, allora (siamo negli anni 60) come oggi. Quello che invece da spessore al romanzo è la particolare tecnica narrativa che utilizza piani temporali differenti, su cui il lettore viene continuamente spostato, e la bravura di Simenon, che scandaglia come nessuno le anime oscure, portando alla luce gli aspetti più deleteri dell’amore. Mentre il passato dell’omicida viene ricostruito dalla magistratura egli si accorge che la fase istruttoria ha modificato il senso della sua stessa esistenza, di quello che è successo, delle sue parole, dei suoi pensieri. L’unica cosa che mantiene inalterata è il dato di fatto: l’assassinio.
“Tony percepiva confusamente una verità che era incapace di esprimere, una verità che aveva a che fare – o almeno così gli pareva – con le frasi pronunciate il 2 agosto, quel famoso 2 agosto che lui aveva vissuto a cuor leggero, senza pensare che se ne sarebbe parlato tanto e che i giornali vi avrebbero imbastito sopra titoli a più colonne.Il cronista di un noto quotidiano parigini aveva persino inventato una formula destinata a essere ripresa da tutti i suoi colleghi: Gli amanti sfrenati.
– Ti piacerebbe passare con me tutto il resto della tua vita?E Tony aveva risposto: – Certo.Parole che lui stesso aveva riferito al giudice. Ma quello che contava era il tono, e lui le aveva pronunciate senza crederci. Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra. O piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove.Aveva cercato di spiegarlo allo psichiatra, e sul momento Bigot sembrava capire, ma poco dopo gli faceva qualche domanda o qualche osservazione che dimostravano come invece non avesse capito proprio niente.
Se Tony avesse avuto intenzione di vivere con lei, non avrebbe detto: – Certo.
Dopo aver letto il primo romanzo di J. Philipp Sendker, “l’arte di ascoltare i battiti del cuore” (che ho amato tantissimo, e di cui vi parlo in questo articolo qui) non ho potuto fare a meno di acquistare e leggere anche il seguito. Forse non è allo stesso livello del precedente, cosa che capita alla maggior parte dei “sequel”, o forse semplicemente sapevo già cosa aspettarmi e quindi l’ho letto con meno stupore, ma è comunque una lettura che vale la pena fare. La capacità che ha questo autore di usare le parole per descrivere i sentimenti umani non ha uguali, riesce a farci provare una girandola di emozioni diverse senza disturbare, entrando sottopelle con delicatezza: un caleidoscopio di sentimenti condensato in poco più di 300 pagine
In realtà non è un sèguito in senso stretto perché, pur presentando diversi elementi in comune col romanzo precedente, le storie sono indipendenti l’una dall’altra e quindi possono essere lette in autonomia. Questa volta il perno del racconto fa capo a Julia Win, la giovane donna che nel primo romanzo si era ritrovata catapultata in Birmana alla disperata ricerca di suo padre, sparito improvvisamente da New York senza lasciare traccia. Julia Win tornò dalla Birmania dopo aver scoperto, grazie a quell’incredibile viaggio, una parte importantissima della sua storia personale, che ignorava completamente. Il racconto della giovinezza di suo padre trascorsa in quel paese lontano, del suo amore per la misteriosa Mi Mi e la storia di U Ba, il figlio nato dal quel legame speciale che accoglie Julia nella piccola sala da tè di Kalaw come se la stesse aspettando da sempre, da quel giorno si fonderanno con la sua vita di giovane avvocato in carriera, regalandole una nuova consapevolezza.
Sono trascorsi dieci anni da quel viaggio fatale quando, una mattina di novembre, improvvisamente Julia Win sente una voce dentro di sé che sembra volerla mettere a confronto con se stessa, per farle capire quanto la sua vita di avvocato di successo in uno dei più importanti studi della grande mela sia in realtà una maschera che cela una profonda infelicità interiore, e una solitudine che minaccia di inghiottirla, nera come un abisso. Julia ha 38 anni, è rimasta sola dopo una storia che le ha lasciato poco più di un ricordo, ha una famiglia da cui vuole restare distante e un lavoro logorante che la soffoca. Insomma, Julia è quello che potremmo essere tutte noi. Una donna disillusa dalla vita, che si accontenta di galleggiare sopra le cose, perché è così che è sopravvissuta fino ad oggi. La paura per lei é un’ancora di salvataggio, qualcosa a cui rimanere aggrappata perché in fondo le da una certa sicurezza: se non rischi mai, hai la certezza che nulla ti farà del male. La voce che Julia sente però non si può ignorare, è paralizzante, le echeggia nella testa impedendole di dormire e di lavorare, alcune volte parla in birmano e sembra conoscerla intimamente, come se esistesse una profonda ed inspiegabile connessione con quella donna che le domanda continuamente se è felice. Vuole liberarsene, ma nè la meditazione nè i farmaci placano questo incessante richiamo, fintanto che un monaco buddhista non le consiglia di fare delle ricerche per scoprire di più su questa donna, sicuramente morta, per capire chi era e perché la sua anima non abbia ancora trovato pace. Ed è così che Julia si troverà nuovamente a lasciare la sua ingessata vita newyorkese per volare verso la magica Birmania, dove troverà ad aspettarla l’affetto e la saggezza di U Ba che ancora una volta, attraverso il racconto di una storia magica ed emozionante, l’aiuterà a ritrovare se stessa.
Il corpo del romanzo è una grande bellezza spirituale che cattura, inebria e trasporta in una dimensione così differente da quelle tipiche occidentali da restarne incantati. Anche in questo romanzo infatti la filosofia buddista è estremamente radicata e si percepisce in ogni parola, in ogni frase ricca di pathos e saggezza nonostante i temi trattati siano dolorosi e, a volte, quasi brutali. Leggere questo libro è come restare avvolti in una coperta calda mentre fuori infuria la tempesta: dona piacere, conforto, e una volta richiusa l’ultima pagina quello che ci resterà addosso sarà una tenera e luminosa sensazione di speranza e di amore per la vita in tutte le sue espressioni, anche le più dolorose. Entrambi i romanzi, che consiglio assolutamente di leggere uno dietro l’altro, oltre ad avvicinare il lettore al buddhismo e all’affascinante tradizione birmana, offrono profondi spunti di riflessione sul senso della vita, sull’importanza dei legami famigliari, sull’accettazione del dolore, sul significato profondo della felicità e dell’amore.