• “Tutta un’altra musica”: Nick Hornby e il Lato B dell’amore coniugale

    Nick Hornby è tra i miei autori preferiti, di lui ho letto praticamente tutto. Il suo humor tipicamente inglese, l’ironia pungente e l’acume con cui osserva le fragilità umane fa di lui uno dei narratori più sinceri dei nostri tempi, che vale assolutamente la pena conoscere. Dopo averci raccontato di uomini nevrotici ed eterni Peter Pan, questa volta l’autore ci offre la sua personale visione del rapporto di coppia nella sua parte più scomoda, che nulla ha a che vedere con l’idillio amoroso che tanto si celebra. Perché a raccontare l’amore coniugale al suo culmine sono capaci tutti, ma per parlare del suo lento declino, della fragilità che mostra quando arranca per non precipitare, cogliendo tutte le complicate sfumature di un rapporto ormai stanco…beh, per quello ci vuole Nick Hornby. Ed ecco che, attraverso un inconsueto binomio di amore e musica, l’autore sbobina una vicenda umana profonda, che fa molto riflettere: quella di una coppia in crisi, per l’appunto. O meglio, di una coppia in perenne calma piatta, che attraversa la vita planandoci sopra, senza fare troppo rumore. Annie e Duncan vivono da quindici anni in una piccola cittadina della costa inglese condividendo una quotidianità ormai letargica, fatta di giornate sempre uguali e di una vita sociale piuttosto misera, con rare incursioni a Londra per assistere a concerti o alla prima di qualche film. Non hanno figli, forse all’inizio per scelta, ma col passare degli anni la loro pigrizia sessuale si è di fatto trasformata nel migliore degli anti concezionali. Da un po’ di tempo però Annie sente crescere dentro di sè un forte desiderio di maternità, mentre Duncan sembra rintanarsi sempre di più nel suo microcosmo fatto di musica di nicchia e amicizie internettiane. In particolare l’ ossessione che nutre nei confronti di Tucker Crowe, artista cult americano degli anni ottanta ritiratosi dalla scena musicale nel pieno del successo, arriva ad assorbirlo completamente, isolandolo dal resto del mondo e da Annie. Intorno a Tucker Crowe si è formata una piccola comunità virtuale i cui adepti, sparsi in tutto il mondo, interagiscono tra di loro scambiandosi ogni più piccolo dettaglio legato al cantautore, e Duncan sembra ormai vivere in funzione di queste condivisioni. Mentre Annie comincia a domandarsi seriamente se la loro unione abbia ancora un senso, ecco che un evento del tutto imprevisto fa irruzione nella loro noia matrimoniale, mandando in frantumi quella quiete inamovibile. Duncan riceve per posta un inedito del suo idolo, una versione intimistica dell’album più famoso dell’artista: da quel momento in poi si innescherà una reazione a catena di eventi inaspettati che capovolgeranno equilibri, certezze e ruoli di ognuno. Annie arriverà addirittura a conoscere Tucker in persona, vivendo lei stessa il sogno di una vita di Duncan. E Duncan?

    La musica e a la passione/ossessione che Duncan nutre per il suo idolo rock fanno da sfondo a questa love story dei tempi moderni, in cui la coppia viene scandagliata in tutti i suoi aspetti più problematici e e veri. Strappa risate amare ed induce a  delicate riflessioni anche se tutto scivola sopra un’apparente  leggerezza, come nella migliore tradizione dell’autore. Annie e Duncan sono imperfetti, sentimentalmente falliti, ironici ma soprattutto umani. Sono la rappresentazione perfetta della coppia moderna, anti eroi nevrotici e vittime dei propri di sogni, alla continua ricerca di se stessi pur restando ancorati alla familiarità delle loro quattro mura. Anche il co-protagonista Tucker Crowe è un perfetto esempio di essere umano sentimentalmente irrisolto, succube della sua stessa creatività e del suo fluttuare, che lo condanna ad una crisi perenne. Il punto di vista dell’autore sul mondo della musica fa il paio con la sua versione dell’amore di lungo corso, una visione molto lontana dagli stereotipi che tendono ad idealizzare qualunque cosa riguardi le passioni umane.

    Hornby ci racconta il lato B dell’amore coniugale così come del successo: la crisi dopo il boom, la discesa, ed infine l’oblio. E nel finale? Beh, in quello non c’è la soluzione al problema di Annie e Duncan, ma solo altri duemila punti di domanda. Tipico di Hornby, non darci mai una conclusione degna di questo nome: perché lui le storie le racconta, non le risolve.

    Buona lettura!

  • Libri in pillole: “Come un fiore ribelle”, di Jamie Ford

    Non fatevi ingannare dal titolo o dalla copertina…questa non è una banale storia d’amore. Jamie Ford è l’autore del più famoso “Il gusto proibito dello zenzero” (se vi interessa, trovate qui la mia recensione), romanzo stupendo che sia io che altri abbiamo recensito e consigliato  con entusiasmo, perché quest’uomo sa scrivere storie bellissime in modo perfetto. Questo suo ultimo lavoro forse non è all’altezza del precedente, ma a me è piaciuto veramente molto. Lo sfondo è ancora una volta la Seattle degli anni 30, con la sua chinatown dove il tempo e lo spazio sembrano essersi cristallizzati. Sembra di essere in Oriente, le tradizioni sono molto radicate e un maschilismo cieco domina la piccola comunità. Sono gli anni in cui una donna cinese, seppur nata in America e quindi in un paese che ha fatto della libertà individuale un baluardo, non ha scampo: il suo destino è già segnato dalla nascita. Se è fortunata, può adattarsi ad un matrimonio che viene già combinato durante l’infanzia. Ma se la vita le riserva altro, e suo malgrado non è più desiderabile come moglie perché impura e di dubbia reputazione, non è più nessuno. Non c’è lavoro per le ragazze così, sono tagliate fuori dalla comunità asiatica e al tempo stesso dal mondo occidentale, perché nella patria della Libertà di quegli anni un feroce razzismo condanna all’emarginazione chi appartiene alle diverse etnie. Liu Song, vittima di un destino crudele, non si rassegna. Prova in ogni modo ad emergere, grazie alla sua voce straordinaria che incanta i passanti che sostano davanti al negozio di musica per il quale ogni tanto lavora. E’ bellissima ed aggraziata, e sogna un futuro nel mondo dell’arte. E’ il periodo del boom cinematografico, il film muto e i cantanti dell’opera hanno fatto il loro tempo: forse, per la sfortunata Liu, c’è una flebile speranza di conquistare un piccolo posto nel mondo. Quando la incontriamo nel romanzo, è diventata una figura di spicco nel panorama holliwoodiano, con il nome di Willow Frost. La sua storia toccante, ma pregna di una bellezza che avvolge anche gli avvenimenti più drammatici, la apprendiamo grazie ad un bambino che vive da anni in un orfanotrofio della città. Quel bambino, durante un’uscita collettiva al cinema, riconosce nello sguardo e nella voce di Willow Frost sua madre. La cerca disperatamente, e la ritroverà: e proprio da qui comincerà il racconto di Liu Song.

  • Diario di una lettrice #2

    La ragazzina alta e allampanata, quella con una massa incasinata di capelli color dell’autunno e la testa perennemente tra le nuvole,  non esiste più. Legge ancora moltissimo, frequenta biblioteche e librerie, ma lo fa con stile. Non si rintana più in casa avvolta negli  informi maglioni di suo fratello, ché tanto quando legge non la vede nessuno. Adesso preferisce andare a bere un caffè nel bar che frequenta abitualmente, con un filo di trucco e un look curato. Non le importa se è da sola. Dopo aver ordinato, tira fuori dall’enorme shopper il libro che porta sempre con sè. Ogni tanto getta lo sguardo oltre la vetrata del locale, assorta nei suoi pensieri. Finalmente ha capito che per amare quello che fa non deve per forza nascondersi, non deve imbruttirsi per essere presa sul serio. Si ricorda di quando, alle medie, si vergognava del suo aspetto e del suo mondo interiore. I ragazzini della sua età non la guardavano, la vedevano come un maschio sbagliato, alta e magra come un giunco, addirittura  quanto il prof di francese.  Era rispettata però, perché sapeva moltissime  cose e tutta la classe faceva a turno per avere un suo suggerimento, un piccolo aiuto, e lei non lo negava mai a nessuno. A tredici anni aveva già capito che il mondo divideva le donne in due categorie: quelle belle, sempre perfettamente vestite e truccate, con cui tutti avrebbero voluto uscire, e quelle intelligenti e timide, a cui nessuno prestava mai attenzione se non quando c’era aria di interrogazioni a tappeto o un compito in classe dietro l’angolo. Lei decise che sarebbe rientrata di diritto in questa seconda categoria, decisamente più confortevole, e che non ne sarebbe mai più uscita. Essere ammirata e far girare la testa ai ragazzi le interessava decisamente meno dei gialli di Agatha Christie: lei aveva qualcosa da dire.

    Quello che lei decise però non fu quello che le accadde:  finite le superiori scoprì di essere decisamente attraente. I capelli mossi lunghi e ramati, gli occhi verde bosco, le labbra carnose, le gambe chilometriche: fu come definire con un  tratto di matita i contorni di un disegno appena abbozzato. Improvvisamente si ritrovò dalla parte opposta della barricata: lei era diventata, suo malgrado,  oggetto di desiderio. Cercò di ritornare nel suo bozzolo sicuro di topolino da biblioteca, ma non riusciva ad arginare l’attrazione che esercitava sugli uomini. Soprattutto non riusciva a gestirla, perché la metteva a disagio: lei voleva parlare di Dickens, Hemingway, Springsteen e Guccini, e invece si ritrovava a dover levare bruscamente mani che si appoggiavano sulle sue gambe senza permesso, o a cercare il dialogo anche in mezzo al desiderio.

    Dopo tanto tempo ha capito che questi due aspetti della sua personalità possono convivere senza eclissarsi l’uno con l’altro a seconda delle circostanze. Adesso lei sa che essere femminili è anche questo, è interessarsi al proprio aspetto tanto quanto alla propria mente, è sapere che può anche sfogliare le pagine di Delitto e Castigo mettendo in mostra uno smalto rosso fuoco, senza per questo  essere fraintesa. E’ avere la certezza di poter sostenere la propria opinione su argomenti importanti, anche se mentre lo fa muove labbra dipinte con cura.  In fondo, riflette tra sè e sè, anche le attrici di Hollywood del passato, belle per antonomasia, icone di stile, ammaliatrici di generazioni di uomini, amavano leggere. E probabilmente questo era parte del loro fascino.  Quasi nessuno sa che Maryln Monroe, la diva per eccellenza, nel suo appartamento sfoggiasse una libreria di prim’ordine, e che aveva letto tutto l’Ulysse di James Joyce, quando la maggior parte degli intellettuali di oggi non ha mai avuto il coraggio di affrontarlo.

    No, non esiste più la timida ragazzina dai capelli arruffati, che insegue una rassicurante solitudine immergendo il naso in libri ingialliti dal tempo.  E’ solo un altro stereotipo che lei è riuscita abbattere. E non è che l’inizio.

  • Honoré De Balzac e il capitale umano: scoprire “Papà Goriot”

    “Papà Goriot” è un grandissimo affresco della società parigina del 1830 e della sua varietà umana, popolato da personaggi surreali e grotteschi, eppure così  straordinariamente reali e moderni da non percepire la finzione letteraria, ad opera, tra l’altro, di un autore ottocentesco. Con poche ma incisive descrizioni e con l’aiuto di una scrittura fluida, priva dei fronzoli letterari tanto utilizzati a quei tempi, Balzac ci regala una caratterizzazione perfetta della borghesia parigina dei suoi tempi e dei suoi vivaci protagonisti, insieme a indimenticabili momenti di ilarità, riflessione, tristezza. Papà Goriot è un uomo schiavo dell’amore insensato che nutre per le sue figlie, egoiste e viziate, felice solo nella sua totale abnegazione, e ridotto per questo alla povertà e alla solitudine. Un amalgama perfetto di tragicità e comicità che non può non entusiasmare, divertire e al tempo stesso far riflettere il lettore, traendone amare considerazioni . Nonostante secoli di progresso i rapporti umani non si sono evoluti di pari passo, perché certe bassezze dell’animo riescono nonostante tutto a passare indenni attraverso il tempo, arrivando ai giorni nostri con la stessa drammatica verità con cui Balzac denunciava gli uomini del suo tempo. Papà Goriot è un genitore straordinariamente moderno vittima del suo stesso amore e dell’ingratitudine filiale, strabordante di sentimenti estremi, incapace di accettare lo squallore dei suoi legami familiari. Dietro ogni sorriso scaturito dal racconto si percepisce la profonda infelicità di quest’uomo, una condizione che vive suo malgrado poiché dettata dall’egoismo delle figlie che non si curano di lui e che con i loro capricci lo hanno ridotto sul lastrico, costringendolo, ormai anziano, a ritirarsi in solitudine in una squallida pensioncina di Parigi. Proprio qui paradossalmente troverà un minimo di affetto e di amicizia grazie un povero studente, anch’esso inquilino della stamberga, che sarà l’unico ad accompagnarlo durante il suo ultimo viaggio al cimitero di Pére Lachaise. L’amoralità ed il cinismo delle figlie lo porteranno infatti alla morte, dopo una delirante agonia nel corso della quale crederà di vedere al suo capezzale le  adorate figlie. Che sono, invece, ad un ballo. 

    Pubblicato nel 1835, “Papà Goriot” è considerato il capolavoro di Honorè de Balzac e rientra nel complesso ed ambizioso progetto della Commedia umana, il grande “libro della giungla sociale”, un’opera monumentale grazie al quale diventò uno dei maggiori rappresentanti del romanzo realista, nonché il più grande ritrattista dalla società francese dei suoi tempi.

    Un breve estratto:

    Tutta la mia vita, per me, è nelle mie due figliole. Se loro si divertono, se sono felici, ben vestite, se camminano su dei tappeti, che importanza ha la stoffa che mi veste e il posto dove dormo? Non ho freddo se loro hanno caldo, non mi annoio mai se loro ridono. Le mie sole pene sono le loro. Quando sarà padre, quando si dirà, sentendo cinguettare i suoi bambini: “Sono io che li ho fatti”, e sentirà quelle creaturine legate a ogni goccia del suo sangue, di cui hanno rappresentato la miglior parte, perché è così!, si crederà attaccato alla loro pelle, mosso dai loro stessi passi. La loro voce mi risponde ovunque. Un loro sguardo, quando è triste, mi gela il sangue. Un giorno saprà che si è molto più felici della loro felicità che della propria. Non glielo so spiegare: sono moti interni che spandono serenità.

    Titolo: Papà Goriot

    Autore: Honoré de Balzac

    Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli

    Pagine: 311

  • La camera azzurra di Georges Simenon: amore, colpa e ossessione

    Questo libro è stato il mio primo felice incontro con “quell’altro” Simenon, quello  che non scrive di Maigret. Un romanzo perfetto, doloroso, introspettivo. Una scrittura asciutta e diretta, priva di fioriture letterarie, che scorre fluida e avvolgente mentre un pò alla volta accompagna il lettore nelle profondità torbide di un amore extraconiugale incomprensibile, folle, distruttivo. Pochi intensi personaggi, rarissime ambientazioni esterne, dialoghi essenziali.

    “Se io mi ritrovassi libera… faresti in modo di renderti libero anche tu?”  Andrée si rivolge così al suo amante, poco dopo aver fatto l’amore con lui.  Ed è così che ha inizio il dramma  che stravolgerà l’esistenza di Tony . La sua placida vita familiare nasconde  una trama nera di sentimenti guastati, di dolore, e di una passione rovente che illumina come una lama di luce la  camera azzurra dei due amanti. La loro camera.

    Simenon è un acuto osservatore della psicologia umana: il suo modo di narrare l’amore coniugale non ha veli.  Due amanti, due omicidi, due colpevoli…una  vicenda in sé  piuttosto solita e banale, allora (siamo negli anni 60) come oggi. Quello che invece da spessore al romanzo è la particolare tecnica narrativa che utilizza piani temporali differenti, su cui il lettore viene continuamente spostato, e  la bravura di Simenon, che scandaglia come nessuno le anime oscure, portando alla luce gli aspetti più deleteri dell’amore. Mentre il passato dell’omicida viene ricostruito dalla magistratura egli si accorge che la fase istruttoria  ha modificato il senso della sua stessa esistenza, di quello che è successo, delle sue parole, dei suoi pensieri. L’unica cosa che mantiene inalterata è il dato di fatto: l’assassinio.

    “Tony percepiva confusamente una verità che era incapace di esprimere, una verità che aveva a che fare – o almeno così gli pareva – con le frasi pronunciate il 2 agosto, quel famoso 2 agosto che lui aveva vissuto a cuor leggero, senza pensare che se ne sarebbe parlato tanto e che i giornali vi avrebbero imbastito sopra titoli a più colonne. Il cronista di un noto quotidiano parigini aveva persino inventato una formula destinata a essere ripresa da tutti i suoi colleghi: Gli amanti sfrenati.

    – Ti piacerebbe passare con me tutto il resto della tua vita? E Tony aveva risposto: – Certo. Parole che lui stesso aveva riferito al giudice. Ma quello che contava era il tono, e lui le aveva pronunciate senza crederci. Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra. O piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove. Aveva cercato di spiegarlo allo psichiatra, e sul momento Bigot sembrava capire, ma poco dopo gli faceva qualche domanda o qualche osservazione che dimostravano come invece non avesse capito proprio niente.

    Se Tony avesse avuto intenzione di vivere con lei, non avrebbe detto: – Certo.

  • Scopri la magia della Birmania: “Gli accordi del cuore”, di Jan-Philipp Sendker


    Dopo aver letto il primo romanzo di J. Philipp Sendker, “l’arte di ascoltare i battiti del cuore” (che ho amato tantissimo, e di cui vi parlo in questo articolo qui) non ho potuto fare a meno di acquistare e leggere anche il seguito. Forse non è allo stesso livello del precedente, cosa che capita alla maggior parte dei “sequel”, o forse semplicemente sapevo già cosa aspettarmi e quindi l’ho letto con meno stupore, ma è comunque una lettura che vale la pena fare. La capacità che ha questo autore di usare le parole per descrivere i sentimenti umani non ha uguali, riesce a farci provare una girandola di emozioni diverse senza disturbare, entrando sottopelle con delicatezza: un caleidoscopio di sentimenti condensato in poco più di 300 pagine

    In realtà non è un sèguito in senso stretto perché, pur presentando diversi elementi in comune col romanzo precedente, le storie sono indipendenti l’una dall’altra e quindi possono essere lette in autonomia. Questa volta il perno del racconto fa capo a Julia Win, la giovane donna che nel primo romanzo si era ritrovata catapultata in Birmana alla disperata ricerca di suo padre, sparito improvvisamente da New York senza lasciare traccia. Julia Win tornò dalla Birmania dopo aver scoperto, grazie a quell’incredibile viaggio, una parte importantissima della sua storia personale, che ignorava completamente. Il racconto della giovinezza di suo padre trascorsa in quel paese lontano, del suo amore per la misteriosa Mi Mi e la storia di U Ba, il figlio nato dal quel legame speciale che accoglie Julia nella piccola sala da tè di Kalaw come se la stesse aspettando da sempre, da quel giorno si fonderanno con la sua vita di giovane avvocato in carriera, regalandole una nuova consapevolezza.

    Sono trascorsi dieci anni da quel viaggio fatale quando, una mattina di novembre, improvvisamente Julia Win sente una voce dentro di sé che sembra volerla mettere a confronto con se stessa, per farle capire quanto la sua vita di avvocato di successo in uno dei più importanti studi della grande mela sia in realtà una maschera che cela una profonda infelicità interiore, e una solitudine che minaccia di inghiottirla, nera come un abisso. Julia ha 38 anni, è rimasta sola dopo una storia che le ha lasciato poco più di un ricordo, ha una famiglia da cui vuole restare distante e un lavoro logorante che la soffoca. Insomma, Julia è quello che potremmo essere tutte noi. Una donna disillusa dalla vita, che si accontenta di galleggiare sopra le cose, perché è così che è sopravvissuta fino ad oggi. La paura per lei é un’ancora di salvataggio, qualcosa a cui rimanere aggrappata perché in fondo le da una certa sicurezza: se non rischi mai, hai la certezza che nulla ti farà del male. La voce che Julia sente però non si può ignorare, è paralizzante, le echeggia nella testa impedendole di dormire e di lavorare, alcune volte parla in birmano e sembra conoscerla intimamente, come se esistesse una profonda ed inspiegabile connessione con quella donna che le domanda continuamente se è felice. Vuole liberarsene, ma nè la meditazione nè i farmaci placano questo incessante richiamo, fintanto che un monaco buddhista non le consiglia di fare delle ricerche per scoprire di più su questa donna, sicuramente morta, per capire chi era e perché la sua anima non abbia ancora trovato pace. Ed è così che Julia si troverà nuovamente a lasciare la sua ingessata vita newyorkese per volare verso la magica Birmania, dove troverà ad aspettarla l’affetto e la saggezza di U Ba che ancora una volta, attraverso il racconto di una storia magica ed emozionante, l’aiuterà a ritrovare se stessa.

    Il corpo del romanzo è una grande bellezza spirituale che cattura, inebria e trasporta in una dimensione così differente da quelle tipiche occidentali da restarne incantati. Anche in questo romanzo infatti la filosofia buddista è estremamente radicata e si percepisce in ogni parola, in ogni frase ricca di pathos e saggezza nonostante i temi trattati siano dolorosi e, a volte, quasi brutali. Leggere questo libro è come restare avvolti in una coperta calda mentre fuori infuria la tempesta: dona piacere, conforto, e una volta richiusa l’ultima pagina quello che ci resterà addosso sarà una tenera e luminosa sensazione di speranza e di amore per la vita in tutte le sue espressioni, anche le più dolorose. Entrambi i romanzi, che consiglio assolutamente di leggere uno dietro l’altro, oltre ad avvicinare il lettore al buddhismo e all’affascinante tradizione birmana, offrono profondi spunti di riflessione sul senso della vita, sull’importanza dei legami famigliari, sull’accettazione del dolore, sul significato profondo della felicità e dell’amore.

    TE LO CONSIGLIO SE:

    ✔️ Sei affascinato dalla filosofia Buddhista

    ✔️ Hai bisogno di emozionarti

    ✔️ Vuoi coltivare la tua spiritualità

  • Il viaggio interiore di Julia Win: tra realtà e magia in Birmania

    Questo libro non è solo una bellissima storia da leggere: è decisamente terapeutico. E’ una medicina per l’anima di cui non sapevamo di avere bisogno, un piccolo rifugio in cui riposarci dall’iperattività delle nostre vite in cui a volte, purtroppo, sembriamo criceti che corrono all’impazzata dentro una stupida ruota che gira a vuoto. Ero incuriosita da questo romanzo ma al tempo stesso gli sono stata per molto tempo alla larga, soprattutto a causa del titolo: avevo infatti la sensazione che fosse una banale storia d’amore, ed io non amo le storie d’amore fine a se stesse, anzi potrei quasi affermare che non le sopporto proprio. Non leggo i romance, la parola “amore” sulla carta stampata mi fa scappare a gambe levate. Il consiglio di un’amica però mi ha convinta ad acquistarlo, e non le sarò mai grata abbastanza per avermi regalato una delle letture più intense e affascinanti che abbia mai fatto.

    La protagonista della nostra storia è Julia Win, una giovane donna newyorkese che ad un certo punto della sua vita si ritrova catapultata in una piccola casa da tè di Kalaw, tra le montagne della Birmania, sulle tracce del padre improvvisamente scomparso. Tin Win, questo il nome di suo padre, da ragazzo si trasferì dalla Birmania in America per motivi di studio e da quel momento in poi visse stabilmente a New York, diventando cittadino americano e, successivamente, un avvocato di successo della grande mela. Una vita apparentemente ineccepibile, limpida. Ma ora Tin Win è scomparso, e le sue ultime tracce si perdono a Bangkok, in Thailandia, facendo supporre alla famiglia che l’uomo avesse in realtà una doppia vita fatta di vizi ed eccessi…ma un giorno la madre di Julia, mentre riordina la soffitta, trova una lettera del marito indirizzata a una certa Mi Mi, a Kalaw, in Birmania. “Mia amata Mi Mi, sono passati cinquemilaottocentosessantaquattro giorni da quando ho sentito battere il tuo cuore per l’ultima volta”. La scoperta di questa lettera porterà Julia Win a compiere un viaggio indietro nel tempo, alla ricerca di suo padre e delle sue origini, e da quel momento in poi si dipanerà tra le pagine una storia emozionante, che intreccia alla perfezione la realtà con la magia dell’impossibile. La filosofia buddhista da un’impronta speciale al romanzo regalando a questa storia d’amore una purezza a noi sconosciuta , che fa commuovere senza mai scivolare nel patetico.
    L’autore ha la capacità di entrare nell’anima di chi legge con delicatezza e innocenza, risvegliando emozioni, ricordi, e tutto ciò che di buono inconsapevolmente custodiamo dentro di noi. E’ inevitabile quindi lasciarsi trasportare dalle sue parole: sembra che ci voglia prendere per mano per condurci nel cuore della magica Birmania e di noi stessi, alla scoperta di una spiritualità che troppo spesso noi occidentali trascuriamo, così persi nella frenesia del quotidiano da non riuscire mai ad entrare in contatto con la nostra dimensione più intima e vera.


    L’amore ha tante forme differenti, tanti volti, che la nostra fantasia non basterebbe a immaginarli tutti. La difficoltà sta nel riconoscerlo quando ce l’abbiamo davanti”.
    “E perché poi dovrebbe essere così difficile?”
    “Perché vediamo solamente quello che conosciamo. Siamo convinti che gli altri siano capaci di fare solamente ciò che sappiamo fare anche noi, nel bene e nel male. Per questo riconosciamo come amore solo quello che corrisponde all’immagine che ne abbiamo. Vogliamo essere amati come amiamo noi. Ogni altro modo ci è estraneo, lo guardiamo con dubbio e sfiducia, ne fraintendiamo i segni, non capiamo la sua lingua. Accusiamo. Affermiamo che l’altro non ci ama. E invece forse ci ama in un modo tutto suo, che noi non conosciamo.”

  • Celebrare il 25 Aprile

    Celebrare il 25 Aprile

    IL PARTIGIANO JOHNNY, di Beppe Fenoglio

    “Il partigiano Johnny” è un romanzo autobiografico di Beppe Fenoglio rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1968, ideale prosecuzione del precedente “Primavera di bellezza”. Johnny, soprannominato così a causa della sua passione per la letteratura inglese, è un giovane ex ufficiale dell’esercito italiano che, in seguito all’armistizio firmato dal maresciallo Badoglio l’ 8 settembre 1943, approfittando del caos che tale decisione provocò all’interno delle forze armate, decide di disertare e di fare ritorno al paese natìo, dove per qualche tempo conduce una vita da imboscato sulle colline di Alba, nascosto dalla famiglia. Poco dopo però, insofferente a quella vita monotona e codarda, si arruola nel primo gruppo di partigiani che incontra in zona, di estrazione comunista, pur non approvandone né l’ideologia né la disorganizzazione con la quale affrontano la guerriglia. Proprio a causa di alcuni terribili errori di strategia  il suo gruppo fu portato al massacro;  Johnny, tra i pochi superstiti dell’ eccidio, cambierà definitivamente fazione passando ai partigiani badogliani, più moderati e più in linea con le sue idee militari. Potrebbe sembrare uno dei tanti romanzi antifascisti che omaggiano la storia della resistenza, invece è molto più di questo: fin dalla prime pagine intuiamo che la storia di Johnny ha un respiro differente, più profondo ed esistenziale. La grandiosità di questo romanzo sta infatti nella visione anti eroica con cui Fenoglio racconta la resistenza italiana, ponendo invece l’attenzione sul dramma umano, sulla crudeltà della guerra civile e sulla sua insensatezza. Ciò che lo distingue dalla letteratura di genere e che lo inserisce di diritto tra i più importanti romanzi del novecento è la profonda dimensione esistenziale che si astrae dal contesto e che rende universale le vicende umane di Johnny. La lettura di questo romanzo è, inoltre, un’ esperienza linguistica affascinante: la scrittura è pregna di invenzioni lessicali, inglesismi mescolati a retaggi dialettali e spesso i pensieri di Johnny vengono espressi con termini inglesi arbitrari ed adattati alla prosa. Un’ autentica avventura che all’inizio può sembrare un po’ ostica ma, se riusciamo ad accoglierla e abbandonarci ai suoi manierismi,  ci appagherà in maniera totalizzante.

    L’ AGNESE VA A MORIRE, di Renata Viganò

    “L’ Agnese va a morire” è un romanzo dal titolo emblematico, che ci svela fin da subito quale sarà il tragico epilogo della storia raccontata da Renata Viganò. Agnese è una lavandaia di mezza età che vive nelle valli di Comacchio con il marito Palita, un uomo molto debole di costituzione che, impossibilitato a svolgere lavori di fatica, si dedica anima e corpo alla politica. A causa delle sue posizioni antifasciste  Palita viene catturato e ucciso dai tedeschi, lasciando Agnese in balìa della disperazione e di un odio feroce che comincia a montarle dentro giorno dopo giorno, fino a culminare nell’omicidio di un soldato tedesco che per divertimento uccide l’amatissima gatta del marito. In seguito a quel gesto Agnese deciderà di rifugiarsi presso un gruppo di partigiani, con i quali comincia a vivere in clandestinità. Quell’ istintiva ribellione alla brutalità dell’ occupazione nemica fa maturare in lei, donna priva di cultura e di coscienza politica, una nuova consapevolezza che la porterà a diventare un’attivista della lotta partigiana. “Mamma Agnese” , questo il suo nome di battaglia, avrà un ruolo fondamentale nella guerriglia, meno militaresco e più umano, in cui si occupava dei militanti sfamandoli e sostenendoli, svolgendo lavori di logistica e di vivandiera. Pedalando con la sua bicicletta attraverso le Valli di Comacchio traporta cibo, munizioni e informazioni sfidando la sorte ogni giorno come staffetta, sempre al fianco dei suoi ragazzi, sempre fedele al suo battaglione, fino all’ultimo estremo sacrificio. Un romanzo anch’esso autobiografico, una testimonianza quasi in presa diretta degli accadimenti di quegli anni che non vengono mai edulcorati, ma raccontati con crudele realismo e struggente bellezza. E non è vero, come si legge nella chiosa, che di lei “resterà solo un mucchio di stracci nella neve sporca“: Mamma Agnese sarà per sempre un simbolo di forza, di fede, di speranza, di coraggio, il sacrificio di chi lotta senza remore, senza imposizioni e senza ideali altisonanti, ma  solo perché è giusto.

    IL CORAGGIO DI CION, di Daniele La Corte

    “Il coraggio di Cion” racconta la storia vera del partigiano Silvio Bonfante, nome di battaglia Cìon, che in dialetto del ponente ligure significa “chiodo”. Nato ad Oneglia (oggi Imperia) nel 1921, durante gli anni della resistenza come molti altri suoi coetanei si arruola nelle truppe partigiane dell’entroterra ponentino. Grazie alle sue doti di stratega diventa prima comandante di una banda, poi vice comandante della divisione “volante“, preposta alle più rischiose operazioni d’ assalto. La breve vita di Cion è una storia autentica che l’autore ha cercato di rendere ancora più vera ponendo l’accento sull’uomo nella sua complessità oltre che sul guerrigliero, un ragazzo di soli 23 anni con i suoi sogni, le sue paure e debolezze, i suoi affetti. Trascorre la sua esperienza da partigiano senza mai dimenticarsi della famiglia, soprattutto della sorella Anna, a cui è profondamente legato e che cerca di proteggere in ogni modo. Anche quando la lotta si farà dura e disperatamente incerta, su quelle montagne scenari di terribili e feroci scontri, la vita continua a pulsargli nelle vene e pretende di essere ascoltata: arriva l’amore e ha gli occhi di Fiammetta, una giovane staffetta che riuscirà a mettere a nudo la tenerezza di quel comandante così duro e deciso, svelandone l’aspetto più intimo e riservato. La battaglia di Monte Grande, tragicamente famosa per l’eroismo dimostrato da quel manipolo di partigiani che riuscì a mettere in fuga le truppe tedesche ben più numerose e meglio organizzate, trasforma Cion in un eroe leggendario. Un’impresa epica, ardita e quasi folle, che ancora oggi viene festeggiata ogni anno, la domenica più prossima a quell’indimenticabile 5 settembre 1944.

    Come ogni eroe che si rispetti, anche Cion morirà sul campo di battaglia, a Briga Alta (CN), il 17 ottobre 1944. Un ultimo atto di coraggio e di sacrificio estremo che gli valse, nel 1946, la Medaglia d’oro al valore, con questa motivazione: “In nove mesi di continua lotta contro i nazifascisti creava intorno a sé, con le sue epiche gesta, un’aureola di eroica leggenda. Trascinatore entusiasta e combattente valorosissimo, ebbe largo seguito di giovani che, animati dal suo valore, accorrevano ad impugnare le armi per la redenzione della Patria. Ferito durante un cruento combattimento e raccolto in un ospedale da campo che veniva circondato da SS. tedesche, visto cadere al suo fianco il medico che lo curava e preclusa ogni via di scampo, per non fare trucidare i porta feriti e non cadere vivo nelle mani del nemico, si uccideva, concludendo la sua vita col volontario supremo sacrificio. Fulgido esempio di valore e di sublime altruismo”.

  • Memorie di una geisha: la storia di Sayuri e la forza silenziosa di una donna

    Ci sono libri che desideri leggere a lungo, come se sapessi che ti chiederanno qualcosa in cambio. Memorie di una geisha è stato uno di questi. Entrare nella storia di Sayuri significa varcare una soglia: muoversi in punta di piedi in un mondo dove la grazia convive con la crudeltà, e ogni gesto ha un prezzo. Arthur Golden ci accompagna dentro una realtà lontanissima dalla nostra cultura, e proprio per questo capace di affascinare e ferire allo stesso tempo. Quella di Sayuri non è una favola, anche se a tratti lo sembra: è una storia di perdita, disciplina e desiderio, avvolta da un’aura sospesa che rende il dolore quasi sopportabile.

    Quando facciamo la sua conoscenza, Sayuri – allora Chiyo – è una bambina di appena nove anni che vive con la sorella maggiore e i genitori in un piccolo villaggio di pescatori. Alla morte della madre, gravemente malata, il padre, ridotto all’indigenza, decide di vendere le figlie a un trafficante di prostitute. È l’inizio di una frattura insanabile: giunte a Kyoto, davanti alla vecchia tenutaria di un bordello nel quartiere a luci rosse, le due sorelle vengono separate. Sayuri, più bella e promettente, viene ritenuta adatta alla Casa delle geishe, dove il piacere non è brutalizzato e soprattutto non è un obbligo, ma una forma raffinata di intrattenimento.

    Nel quartiere di Gion, infatti, la sessualità sfuma in una compagnia colta e artistica, fatta di danza, musica e conversazione. All’inizio Sayuri lavora come domestica in cambio di vitto e alloggio, ma dopo anni durissimi inizia la sua formazione: un apprendistato estenuante che la prepara a diventare ciò che il mondo maschile desidera. A distinguerla dalle altre ragazze ci sono due elementi destinati a segnarne il destino: un’innata grazia e il colore degli occhi, un azzurro rarissimo che esercita un’attrazione quasi ipnotica.

    Essere una geisha, però, è molto più di un kimono di seta o di un volto di porcellana perfettamente truccato. Dietro quell’apparenza quasi divina si nascondono sacrifici estremi, obbedienza assoluta, privazioni affettive, silenzi imposti. Sayuri tenta più volte di sottrarsi a quel destino, ma comprende presto che per ottenere ciò che desidera – e forse per sopravvivere – deve assecondarlo. È una scelta irreversibile, che la condurrà a diventare la geisha più famosa e desiderata del Giappone.

    “Non diventiamo geishe perché desideriamo una vita felice, ma perché non abbiamo altra scelta.”

    È questo l’insegnamento che la grande geisha Mameha impartisce a Sayuri bambina, racchiudendo in una sola frase l’essenza di quel mondo.

    Un romanzo avvincente e toccante, che offre un ritratto intenso e impietoso della cultura giapponese del Novecento, destinata a sgretolarsi dopo la Seconda guerra mondiale sotto l’impatto del mondo occidentale. Ma soprattutto è la storia di una donna costretta a trasformare la grazia in una forma di resistenza, il silenzio in sopravvivenza. Ed è per questo che Sayuri resta addosso: non per ciò che rappresenta, ma per ciò che è stata costretta a diventare.

    Lei si dipinge il viso per nasconder il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è silenzio.

    Questo articolo fa parte del progetto “Ritratti di donne indimenticabili”.
    Puoi leggere tutti i ritratti qui

  • L’Arte di Leggere Murakami: Sensazioni e Sospensioni

    Murakami è un autore che non lascia spazio a mezze misure: o si ama incondizionatamente, o si odia. Non esistono romanzi che possono piacere con riserva, o lasciare indifferenti. Io appartengo alla prima categoria, quindi per me leggere un suo libro è come compiere ogni volta un viaggio affascinante che mi sorprende continuamente. Non ci sono trame lineari ma percorsi contorti, onirici, spesso di difficile comprensione. In questo viaggio (definirlo romanzo è fuori luogo) i protagonisti sono due: un ragazzino troppo maturo per la sua età in fuga da tutto ed un vecchio con poteri paranormali che parla con i gatti. E non pensate che andando avanti con la lettura l’autore vi spiegherà, ad esempio, perché il signore parla con i felini. E’ così e basta, prendere o lasciare. Una spiegazione razionale a determinati accadimenti farebbe perdere molto fascino al racconto, anche perché francamente sarebbe impossibile riuscire a trovare un senso logico. E una spiegazione irrazionale lo renderebbe ridicolo e lo ridurrebbe al livello di un romanzetto di fantascienza. Per cui il lettore fa il suo dovere: legge, prova gusto nel farlo, e non gli importa del resto.

    Basterebbero questi pochi dettagli per dare a Murakami del matto. E invece, lui ci prende per mano e ci conduce un poco alla volta nella storia, ci fa abbandonare le nostre reticenze ed ecco che improvvisamente pare tutto normalissimo, sembra che tutto abbia un senso e un motivo di essere. La cosa che più mi colpisce di Murakami è che, una volta terminato il libro, qualsiasi suo libro, rimugino per giorni domandandomi quale sia la visione d’insieme, il messaggio intrinseco, se tutte queste cose esistono oppure no, oppure è solo stato un intreccio ordinario di storie straordinarie. Geniale.


    Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infine volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E’ qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri.
    Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia

    TE LO CONSIGLIO SE:
    1. Ami il Giappone e la sua filosofia
    2. Un tocco di sovrannaturale ti affascina
    3. Preferisci l’emozione alla narrazione