Ambientato nel quartiere popolare di Brooklyn nei primi anni del 1900, il romanzo ha per protagonista Francie Nolan e la sua famiglia di immigrati irlandesi, costretta a combattere ogni giorno contro le durissime condizioni di vita dovute alla crisi economica in cui versa l’intero paese, e la conseguente mancanza di lavoro. La madre, una donna dolce ma determinata, per sbarcare il lunario lava i pavimenti dei palazzi vicini; il papà invece, che Francie adora, ha problemi di alcolismo e nonostante ami molto la sua famiglia purtroppo non riesce a contribuire concretamente al suo sostentamento. Nel cortile della vecchia e consunta palizzata in cui abitano i Nolan troneggia un albero dalla folta e rigogliosa chioma che in quell’estate assolata del 1912, anno in cui comincia la nostra storia, offre ombra e riparo alla famiglia e riempie di meraviglia i curiosi occhi di Francie. Sono in molti a chiamarlo “l’Albero del Paradiso” perché è l’unica pianta che riesce a germogliare tra il cemento dei quartieri popolari, come un dono di Dio in mezzo alle disgrazie degli uomini. Francie Nolan è come quell’ albero, che resiste alla mancanza di luce ed acqua, che invece di morire di stenti sembra combattere una lotta disperata per continuare a protendere i suoi rami verso il cielo. Francie Nolan è la povertà vista attraverso gli occhi di una ragazzina che usa l’immaginazione, il suo spirito di osservazione e l’amore sconfinato per i libri per riscattarsi da un mondo che sembra non avere un posto per lei. La sua determinazione e il suo desiderio infinito di imparare, dai libri come dalla vita, la porteranno in alto, come fosse il prolungamento di quell’albero ostinato che cresce solitario tra il cemento del suo quartiere.
Nonostante la vita dei Nolan sia oggettivamente amara e terribilmente difficile noi lettori non proveremo mai sentimenti di commiserazione o compassione, perché tutti gli accadimenti, le lotte disperate e le privazioni che subiscono sono filtrate dall’intensa gioia di vivere di Francie e dall’amore della sua disgregata famiglia.
“Nominato dalla New York Public Library come uno dei grandi libri del secolo appena trascorso, “Un albero cresce a Brooklyn” è una magnifica storia di miseria e riscatto, di sofferenza ed emancipazione di bruciante attualità.”
Irene Némirovsky è una delle mie scrittrici preferite, la mia comfort zone per eccellenza. Diversi anni fa la casa editrice Adelphi pubblicò per l’Italia la sua opera incompiuta, SUITE FRANCESE, che riscosse un enorme successo in tutto il mondo (è stato tradotto in 38 lingue) e che fece conoscere l’autrice al grande pubblico, me compresa. Sono stata catturata subito dalla sua prosa, innamorandomi all’istante della suo stile di scrittura essenziale, intimo, profondo. Nell’idea originaria dell’ autrice il romanzo avrebbe dovuto comporsi di 5 parti, una specie di “poema sinfonico”, ma purtroppo la Némirovsky fu arrestata durante la sua stesura e deportata ad Auschwitz. Nonostante si fosse recentemente convertita al cattolicesimo, per le leggi razziali della Francia era considerata ancora un’ebrea, e come tale subì le conseguenze della Shoah.
Era il luglio del 1942. Morì l’anno dopo di tifo, lasciando Suite Francese neppure a metà. Nei suoi appunti, poco prima di essere arrestata, scrive:
“Il libro in sé deve dare l’impressione di essere semplicemente un episodio… com’è in realtà la nostra epoca, e indubbiamente tutte le epoche. La forma, dunque… ma dovrei dire piuttosto il ritmo: il ritmo in senso cinematografico… collegamenti delle parti fra loro. L’importante sono i rapporti fra le diverse parti dell’opera. Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall’altra dell’armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile”.
Grazie a questa sua struttura particolare, il romanzo è sopravvissuto a sé stesso: nonostante si componga solo di due delle cinque parti previste, non sembra affatto privo del suo centro. Il risultato è un romanzo corale di rara eleganza, in cui le piccole storie private dei protagonisti si mescolano con i grandi avvenimenti storici. La seconda guerra mondiale con il suo incomprensibile orrore è un’ ombra minacciosa che opprime continuamente, ma è sempre stemperato dalla bellezza di ciò che è vivo, e dalla purezza dei sentimenti che, nonostante tutto, nascono e si nutrono tra meraviglia e turbamento. I protagonisti della Némirovsky sono persone comuni, costrette ad affrontare la tragicità dei loro tempi ciascuno col proprio bagaglio di forza e di miseria, di speranza e di afflizione. La realtà ci viene raccontata senza risparmiarci nulla, togliendo quel velo di ipocrisia e di perbenismo con cui spesso vengono “abbellite” le storie di vita vissuta: a noi lettori le restituisce ripulite e vere e ce le fa amare così come sono, imperfette e difettose.
Chissà come sarebbe proseguito questo progetto se la Némirovsky avesse avuto la possibilità di terminarlo, chissà se la bellezza e la dolcezza della prima parte avrebbero perso terreno nel proseguimento della “sinfonia”, o se invece avrebbero continuato a fare da contraltare all’oscenità della guerra, come la colonna sonora di un film muto.
La protagonista di questo romanzo, nonché l’io narrante, è Ruby May, una giovane bambinaia diplomata al prestigioso Norland Institute di Londra che, rimasta senza lavoro dopo aver rifiutato di trasferirsi in America al seguito della famiglia per cui lavorava, accetta senza indugio un nuovo incarico presso la famiglia England, nello Yorkshire. Ruby sa per esperienza che nessuna famiglia è perfetta, ma gli England sembrano incarnare magnificamente l’ideale edoardiano: un marito solido ed affasciante proprietario di una filanda, una moglie e una madre discreta, quattro bambini adorabili, una villa di campagna elegante con una nursery dislocata dal resto della casa. Ruby, appena arrivata col treno da Londra, pensa di aver trovato il luogo ideale in cui esercitare il proprio lavoro, anche se l’immagine della signora England che la osserva sulla soglia di casa le trasmette un’ inquietudine impossibile da decifrare. Non è solo la signora England a trasmettere sensazioni angoscianti, anche la lussuosa dimora che a prima vista sembrava sbucata fuori da una fiaba comincia a rivelarsi per quello che è, ovvero un guscio freddo, vuoto, immobile come una tomba. Giorno dopo giorno Ruby si troverà coinvolta nelle le pieghe di un matrimonio infelice, doloroso, in cui Mr England, uomo d’affari intraprendente e sicuro di sè, sembra incarnare la figura del marito e del padre esemplare, che offre protezione e cura alla prole e ad una moglie psicologicamente instabile. La famiglia England però non è la sola a custodire misteri e segreti inconfessabili : anche Ruby infatti serba nel cuore ricordi dolorosi che non ha mai rivelato a nessuno, dai quali fugge continuamente. In un crescendo di tensione e inquietudine, accompagnati dalle suggestioni di paesaggi brontiani magnificamente descritti, scardineremo il perbenismo di facciata degli England scoprendone miserie e debolezze, ed aiuteremo Ruby a liberarsi dall’ombra del passato.
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Un po’ “Cime tempestose”, un po’ “Rebecca la prima moglie”, quest’ultimo romanzo di Stacey Halls strizza l’occhio al romanzo gotico attingendo a piene mani dalle atmosfere della brughiera inglese di inizio 1900, foriera di suggestioni ed inquietudini come nella migliore tradizione di genere. L ‘autrice ha voluto rendere omaggio a capisaldi della letteratura di tutti i tempi cercando di ridare lustro ad un genere che in realtà non è mai sparito del tutto, anche se si colloca in un momento specifico della storia della narrativa. In questo contesto tipicamente “brontiano” la storia della famiglia England offre a noi lettori un accurato affresco della società edoardiana d’inizio secolo, un mondo ancora fortemente ancorato al passato in cui le differenze di classe erano nette ed invalicabili , così come i ruoli all’interno della famiglia.
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il Norland College, istituto in cui si è diplomata Ruby, esiste realmente ed è una prestigiosa istituzione fondata da Emily Ward a Londra nel 1892. Nel romanzo si parla molto della scuola, che ancora oggi sforna tra le migliori tate in circolazione, alcune delle quali sono state addirittura al servizio dei Royal babies. I particolari che emergono nel romanzo sono frutto di ricostruzioni molto fedeli di quello che rappresentava allora l’istituto, a cominciare dalla sua organizzazione interna fino ad arrivare agli aspetti più formali. Più volte durante il racconto la preparazione di Ruby si è rivelata fondamentale per aiutare i bambini nei momenti di difficoltà ancor più dei medici di famiglia, vecchi tromboni che guardavano queste giovani intraprendenti dall’alto in basso della loro supponenza. Un altro frammento della società di quei tempi che, disperatamente aggrappata alle sue tradizioni e ai suoi privilegi, è costretta a confrontarsi suo malgrado con le prime incursioni di modernità.
Steinbeck non mi delude mai, è uno degli scrittori che amo di più in assoluto. “Pascoli del Cielo” è il nome di una valle della California, chiamata così per la dolcezza del paesaggio, talmente bello da sembrare quasi divino, e talmente invitante da ispirare nelle persone fiducia nel destino che li ha condotti fino a lì. La suggestiva bellezza della vallata però è solo una cornice che è in aspro contrasto con la vita delle persone che la abitano: uomini e donne con i loro segreti inconfessabili, i loro tormenti, il loro dolore, con la loro follia e la loro straordinaria semplicità. La grandezza di Steinbeck sta proprio in questo, nel rendere le storie più comuni degne di essere raccontate, nel dare spessore alle vite più umili, nel trasformare in pura poesia le banalità del quotidiano vivere.
E’ un romanzo corale un po’ atipico perché ogni capitolo è una storia a sè, in cui la costante non è rappresentata dai personaggi ma dall’ambientazione, che richiama l’idea, totalmente illusoria, di una vita idilliaca, spesa a contatto con la natura e nel semplice rispetto delle sue leggi. Ma il male non fa sconti a nessuno e lo vediamo insinuarsi, strisciare e contaminare ogni vita raccontata, semplicemente perché è parte imprescindibile dell’essere umano.
Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho e una bottiglia di rum!
Chi non si ricorda di questa canzoncina alzi la mano!
Nella finzione narrativa di Larsson è lo stesso Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola de “l’Isola del Tesoro” (R. Louis Stevenson, 1883) a scrivere in prima persona le sue memorie durante i suoi ultimi giorni di vita. E’ il 1792 e Silver è un uomo ormai vecchio che da tempo vive ritirato sulle coste del Madagascar. Stevenson alla fine del suo romanzo lo fece letteralmente svanire nel nulla: durante la traversata di ritorno in direzione dell’Inghilterra riesce a fuggire con una parte del tesoro dall’Hispaniola, a bordo di un canotto, per paura di essere arrestato e fatto impiccare una volta rientrato in patria. Larsson si aggancia a questo finale aperto per imbastire una storia mozzafiato che è al contempo memoria e avventura, che racconta il mondo dei pirati spogliandolo da quella patina di fascinazione sempre presente nell’immaginario collettivo. Silver racconta senza fare sconti a nessuno, nemmeno a se stesso, le efferatezze compiute e le ingiustizie contro le quali la gente come lui combatteva, ligia soltanto al proprio codice morale, denunciando al tempo stesso anche tutte le nefandezze che facevano capo al commercio ufficiale: il contrabbando, la tratta degli schiavi, gli accordi sottobanco con i governi, le condizioni atroci in cui versavano gli equipaggi e il nonnismo dei capitani. Per tutti questi motivi lo possiamo certamente considerare anche un romanzo storico di ottima fattura, che offre una ricostruzione precisa e avvincente di quello che fu il periodo coloniale in Europa.
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Sono rimasta incantata dalla bravura di Larsson, che riesce a calarsi perfettamente nei panni del pirata cattivo rielaborandone il personaggio, o meglio, arricchendo le sfumature della sua complessa personalità pur mantenendo intatto quello che lo ha reso un antieroe sui generis: la sua sofisticata ambiguità, che da ragazzi spesso ci ha fatto patteggiare per lui . Dai, confessiamolo: a chi non stava simpatico, in fondo, Long John Silver? L’introspezione psicologica che nel romanzo di Stevenson era appena accennata qui viene eviscerata e mostrata fin dalle sue origini e ne seguiamo l’evoluzione fino all’ultimo, intenso capitolo, che mette la parola fine alla sua incredibile esistenza. Larsson raffigura il pirata come l’emblema della libertà assoluta, fisica e mentale, perché il solo significato che per lui ha la vita è l’attaccamento alla vita stessa e l’intenso desiderio di godere di ogni giorno come se fosse l’ultimo, guidato da un senso di giustizia esclusivo ed una morale propria che nulla hanno a che vedere con le leggi degli uomini, frutto della loro natura maligna e fatte per essere raggirate.
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Alcune volte, lo ammetto, l’autore si incaglia un po’ nelle descrizioni e nei lirismi, e in quelle pagine spesso mi sono arenata esattamente come farebbe un vascello pirata sulla spiaggia dei Caraibi…ma poi ho capito che dovevo godermi la sosta e basta. Perché Larsson cambia registro dall’avventura alla poesia con una rapidità che spiazza, pertanto anche i ritmi di lettura inevitabilmente seguono questa altalena stilistica. L’abilità con cui l’autore trasforma Long John Silver da anti eroe fanciullesco per eccellenza ad eroe per chi ragazzo non lo è più da un po’ è davvero sorprendente: non possiamo che restare ammirati di fronte all’ironia filosofica con cui il pirata affronta le disgrazie della vita, e da quel suo piglio indomito e fiero che non gli consente di scendere mai a patti con il buonsenso.
Perché peggio di finire sulla forca c’è solo vivere come se si fosse già morti a un pezzo.
Che io sia dannata, se non è così!
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Subisci il fascino dei personaggi ambigui;
Non vuoi dimenticarti del tuo bambino interiore;
Non hai mai letto “L’Isola del Tesoro” : cosa aspetti a conoscere Long John Silver?
Questa non è la biografia romanzata di Cassandra, la mitologica profetessa inascoltata figlia di Ecuba e del re di Troia Priamo, bensì un diario scritto in prima persona sottoforma di flusso di coscienza. La Wolf non ci mette di fronte ad una trama, non esiste una linearità nel racconto ed i protagonisti che ruotano intorno alla vita della profetessa sono chiamati e richiamati a seconda di come irrompono nei pensieri della donna. Cassandra racconta la sua vita attraverso un flusso inarrestabile di ricordi, immagini, volti, parole e sensazioni. E’ come se fosse in preda ad un delirio pre-morte, salta da un episodio all’altro della sua vita con continui flash back e flash forward, senza seguire un filo conduttore logico; le sue riflessioni vengono trascritte in questo monologo/confessione così come compaiono nella sua mente. Christa Wolf racconta di come trasse l’ispirazione per comporre questo romanzo durante un viaggio con il marito a Micene: quando si trovò al varco della Porta dei Leoni, la monumentale entrata della rocca della città, fu colta da una sensazione molto forte di immedesimazione con le vicende dell’eroina e cominciò ad avvertire la necessità di darle voce, come se fosse piombata in uno stato di trance ipnotico. Fu proprio davanti alla porta dei leoni infatti che Cassandra viene condotta prigioniera dal vincitore Agamennone, in attesa di essere giustiziata dalla moglie Clitennestra. La guerra di Troia è finita, e Cassandra attende rinchiusa nella fortezza di Micene che si compia il suo destino. La morte è vicina, talmente vicina che i ricordi cominciano ad affacciarsi nella sua mente come un fiume in piena: le immagini della fanciullezza, dell’adolescenza, l’amore per Enea, l’amicizia con la sua ancella Marpessa, i lunghi e rovinosi anni della guerra di Troia contro i greci capeggiati da Achille, orribile bestia assetata di sangue che nulla aveva di eroico a suoi occhi . Arrivano poi i dolci ricordi legati alle donne che presso le acque del fiume Scamandro diedero vita ad una comunità femminile che accoglie Cassandra esule dal palazzo reale, un luogo di pace in cui le dissidenti politiche e sociali si dedicano al culto di Cibele, in armonia con la natura. Ed infine, a compimento di un destino che Cassandra aveva già profetizzato a suo padre, le immagini richiamano alla mente l’arrivo delle Amazzoni comandate dalla regina Pentesilea, donna coraggiosa e bellissima, arruolata da Priamo in seguito alla caduta in battaglia del figlio Ettore. Anch’essa verrà uccisa da Achille, quando ormai la guerra sta volgendo al termine.
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Di Cassandra profetessa si parla pochissimo; l’attenzione è rivolta alla donna più che al mito, sacerdotessa del dio Apollo e figlia prediletta del re Priamo. Una donna che, come apprendiamo durante la lettura, compie una profonda evoluzione interiore che la allontanerà drasticamente da suo padre e dalle stanze del potere che ha sempre abitato. Apprenderà sconvolta che il ratto della bella Elena non è altro che una simulazione: le vere ragioni della guerra sono politiche, ed hanno come unico scopo il controllo dell’Ellesponto. Pienamente consapevole dell’assurdità di questo gioco di potere si rifiuterà di sostenere suo padre nella folle guerra contro i Greci, e per questo verrà allontanata come una reietta. Quella che fu la figlia tanto amata da Priamo si stringerà quindi attorno al saggio Anchise, il padre di Enea, l’uomo che, amato da Venere, accolse dentro di sé l’antico sapere femminile e che insegnerà a Cassandra un altro modo di vivere, più autentico ed umano, in cui il suo essere donna e profetessa acquisteranno finalmente un significato ed un valore profondamente rispettato.
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Il romanzo è intriso delle tematiche socio-politiche care alla Wolf, ma bisogna conoscere quest’importante intellettuale moderna per comprenderle e per estrapolarle dal contesto. Qualcosa si intuisce, ma non è abbastanza. Forse un giorno riprenderò in mano questo romanzo, cercando di addentrarmi nella lettura con lo spirito giusto e soprattutto non farmi distrarre dai continui salti temporali e dallo stile ampolloso che non rende agile la lettura. E’ stata una lettura molto difficile, mi ha portato via diverso tempo nonostante la brevità del testo e non sono affatto sicura di aver reso giustizia ad un romanzo così impegnativo, riservato probabilmente ad un pubblico più esclusivo. Cosa che, naturalmente, io non sono. Io sono solo una lettrice.
🔖TE LO CONSIGLIO SE:
Sei affascinato dalle figure mitologiche;
Il “flusso di coscienza” non ti scoraggia;
Ogni tanto vuoi sfidare te stesso con letture impegnative
Natalie Jenner, dopo lo straordinario successo del suo romanzo d’esordio “Jane Austen Society”, pubblicato nel 2020, ci catapulta nuovamente nelle atmosfere inglesi dell’immediato dopo guerra raccontando attraverso il microcosmo della libreria Bloomsbury la storia delle commesse che qui lavorano: Vivien, Grace e Evie. Le tre donne sono molto diverse tra loro per carattere e background familiare, eppure le accomuna una quotidianità molto simile: tutte tre devono lottare ogni giorno contro il radicato maschilismo che detta le regole non solo all’interno della libreria, gestita da un direttore vecchio stile imperturbabile al cambiamento, ma in ogni ambito della loro vita privata. Vivien ha perso il futuro marito in guerra e sogna di diventare una scrittrice; Grace si barcamena tra il lavoro di contabile in libreria, la cura delle famiglia e il peso di un marito frustrato e nullafacente; infine la neo assunta Evie, tra le prime donne laureate di Cambridge, approda alla libreria come archivista dopo aver visto sfumare la sua carriera accademica in favore di un collega decisamente meno brillante di lei, ma privilegiato in quanto maschio. Saranno proprio la caparbietà e l’ intuizione di Evie le chiavi di volta che proietteranno la libreria Bloomsbury e tutte le sue protagoniste verso un cambiamento epocale ed un finale inaspettato (e felice).
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Questo romanzo è un vero e proprio inno al sodalizio femminile, un legame che se costruito e sfruttato in modo intelligente può trasformarsi nel più prezioso degli alleati. Sfidare preconcetti e anacronistiche convenzioni sociali richiede coraggio, determinazione e anche molta incoscienza, per questo spesso restiamo all’angolo, perché non ci sentiamo abbastanza equipaggiate per affrontare tutte le difficoltà che comporta mettersi contro al pensiero dominante. Avventurarci in questo terreno così ostile con la consapevolezza di avere intorno una solida rete di protezione, invece, può fare davvero la differenza. E cambiare tutto.
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Tanti i riferimenti culturali (lo stesso titolo prende spunto dal “Circolo Bloomsbury” tra i cui membri spiccavano le sorelle Vanessa Bell e Virgina Woolf) e diversi gli omaggi che la Jenner offre a noi lettori, uno su tutti il cammeo dedicato a Daphne Du Maurier, che le protagoniste incontrano durante uno degli appuntamenti letterari organizzati dalla libreria. Fresca del successo di “Mia cugina Rachele” (pubblicato nel 1951), con le sue tematiche di rottura fu una delle prime autrici a raccontare la colpevolezza maschile, la dipendenza economica delle donne dagli uomini, la paura dell’autonomia femminile: non poteva che toccarle un posto d’onore.
🔖 TE LO CONSIGLIO SE:
– Le atmosfere squisitamente british ti mandano in solluchero
– Gli anni del boom economico sono la tua comfort era
– Ti identifichi nelle storie di chi si salva da solo in barba alle avversità
In una poltrona, con un gomito appoggiato alla tavola e con la testa posata sulla mano sedeva la più straordinaria donna che io avessi mai visto, e che mi rivedrò. Era vestita di un ricco abito: raso, merletti, sete: tutto in bianco. Anche le scarpe erano bianche. E un lungo velo ornato di fiori nuziali le scendeva dai capelli che pure erano bianchi. Sembrava non avesse ancora finito di vestirsi perché portava una sola scarpa, l’altra era posata sulla tavola vicino alla sua mano; e il velo era aggiustato solo a metà sulla testa; l’orologio e la catena non erano ancora stati messi,; e alcuni pizzi per il seno erano ammucchiati in disordine sul tavolo con i gioielli, con il fazzoletto, con i guanti, con i fiori e con un libro di preghiere.”
Così Charles Dickens introduce Miss Havisham nel primo incontro con Pip, protagonista di Grandi Speranze. Ed è subito chiaro che non si tratta di una donna come le altre, ma di una presenza sospesa, inquietante, destinata a lasciare un segno profondo.
Miss Havisham vive rinchiusa da anni in una ricca e decadente dimora chiamata Satis House, nei pressi del villaggio in cui Pip è nato e cresciuto, alla foce del Tamigi. Una casa immobile. Immobile come la vita che la donna ha deciso di congelare il giorno in cui tutto è cambiato. Gli orologi sono fermi. Non segnano più il tempo che passa, ma un’unica ora, ripetuta all’infinito: quella in cui ogni certezza è crollata.
La pendola del soggiorno non scandisce più i giorni, ma custodisce una ferita. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, Miss Havisham resta ancorata a quell’istante in cui il sangue le è sembrato abbandonare il corpo e la mente ha imboccato una strada da cui non è più tornata. Da allora, un desiderio di vendetta lento e ostinato diventa l’unica forza capace di tenerla in vita.
La madre muore quando Miss Havisham è ancora bambina. Il padre, travolto dal dolore, si allontana anche da lei, lasciandola sola nella grande dimora. Solo in punto di morte tenterà di rimediare a quell’abbandono, lasciandole in eredità la maggior parte delle sue fortune a discapito del figlio maschio, che non dimenticherà mai l’umiliazione subita. Nonostante la solitudine, la giovane cresce nell’agio, trasformandosi in una donna graziosa e affascinante. I suoi peccati saranno l’ingenuità e l’amore, e li pagherà entrambi.
Da adulta si innamora di Compeyson, un truffatore dai modi eleganti che ha messo gli occhi sul suo patrimonio, in accordo segreto con il fratello di lei. Messa in guardia dal cugino Matthew Pocket, Miss Havisham non ascolta: è troppo innamorata per dubitare. Quando Compeyson le chiede la mano, accetta senza esitazioni. Ma alle nove meno venti del giorno delle nozze, mentre indossa l’abito da sposa, riceve una lettera. Il promesso sposo la abbandona con poche righe, come si declina un invito indesiderato.
È in quell’istante che Miss Havisham ferma gli orologi di casa. Come se potesse inchiodare il dolore all’eternità, si trasforma in una statua grottesca di disperazione. Nulla viene più spostato. Nulla cambia. Nemmeno lei. L’abito da sposa resta addosso, la torta nuziale marcisce sul tavolo, la stanza diventa un mausoleo. Non è solo un rifugio dal dolore: è l’inizio di una lenta corrosione. La casa fatiscente, il corpo avvizzito, la pelle che non vede più la luce diventano il terreno perfetto per un rancore che cresce indisturbato.
Quando Pip la incontra, Miss Havisham ha poco più di cinquant’anni, ma ne dimostra molti di più. Ai suoi occhi appare come un incrocio tra una statua di cera e uno scheletro, con occhi inquieti incastonati in cavità vuote. Pip non comprende subito il pericolo. Il suo desiderio di riscatto sociale è troppo forte per permettergli di vedere con chiarezza.
Durante gli anni di isolamento, Miss Havisham chiede al suo avvocato Jaggers di adottare una bambina. Così Estella arriva a Satis House. Cresce educata alla freddezza, istruita a usare bellezza e fascino come armi. Miss Havisham la addestra a spezzare cuori, convinta di vendicarsi così del torto subito. Estella diventa una donna incapace di distinguere il bene dal male, persuasa che ferire sia legittimo. Pip, attratto e ingenuo, cade nel tranello. Crede che Miss Havisham voglia farne un gentiluomo per offrirgli Estella. Non vede l’umiliazione, scambia la crudeltà per destino.
Accecato dall’ambizione, Pip si allontana da chi lo ama, vergognandosi delle proprie origini. Convinto che solo rinnegando il passato potrà essere degno di Estella, intraprende un cammino che lo porterà lontano da sé stesso. Ma la strada tracciata dal male non conduce mai dove promette.
Quando Estella sta per sposare Bentley Drummle, Miss Havisham comprende finalmente l’orrore delle proprie azioni. Spezzare il cuore di Pip non le ha dato pace, solo altro dolore. La maschera si frantuma. Per la prima volta, chiede perdono. Brucia la lettera di Compeyson, come a liberarsi di un’ombra. Ma il fuoco divampa sull’abito consunto e la consuma.
Miss Havisham morirà poche settimane dopo, con il cuore finalmente libero e il perdono di Pip. La sua storia resta una delle più potenti rappresentazioni della vendetta che divora chi la coltiva, e del tempo che, anche quando viene fermato, continua a chiedere il conto.
Dicembre 1983, o giù di lì. Una bambina e il suo papà escono di casa nella pallida luce del pomeriggio invernale, con sacchetti da riempire e molte cose di cui occuparsi. Raccolgono il muschio raschiandolo dalle pietre umide con un coltello, piano piano affinché non si sfaldi il terriccio, poi scelgono con cura una manciata di sassolini piccoli e piatti, che serviranno a tracciare la strada fino alla grotta in cui giace Gesù bambino. Con le mani ancora sporche di terra bagnata sagomano la carta di vecchi giornali per inventarsi le montagne, brulle e aride proprio come quelle di Betlemme. Il papà prende un paio di scatole da scarpe e disegna il profilo delle casette dei pastori, del falegname, del fornaio e del pescivendolo, per poi adagiarle, una volta dipinte con gli acquerelli, sul letto di muschio. La mamma ritaglia nella carta stagnola un fiume d’argento, dopo di che tira fuori dalla sua borsa un piccolo specchio senza cornice, per regalare al presepe anche un laghetto. Il cielo dietro alle montagne è un grande foglio di carta blu, con al centro il disegno sghembo di una stella cometa.
il “femminismo”, inteso come movimento socio culturale, ha segnato l’epoca moderna e ancora oggi continua ad essere il promotore di numerose battaglie per l’affermazione dei diritti di genere. Non dovrebbe essere una questione ancora aperta, ma il fatto che nel 2022 continui a fomentare dibattiti, a promuovere manifestazioni e istigare movimenti a tutela delle donne (dal recente “me too moviment” alla difesa del diritto all’aborto, minacciato dai governi più conservatori) la dice lunga su quanto in realtà siamo ancora molto lontani dal raggiungimento del suo obiettivo fondamentale: una presa di coscienza collettiva, forte e coesa, in grado di insinuarsi nella struttura patriarcale della nostra società. L’asservimento delle donne alla figura maschile è una realtà sociale ancora molto radicata, soprattutto in ambito familiare, ma spesso non ne siamo consapevoli. Inconsciamente mettiamo in atto meccanismi che ci riportano indietro di cent’anni, con buona pace di Emmeline Pankhurst e di Simone de Beuvoir, che col suo trattato “Il secondo sesso” fece tremare la classe politica di allora e scomodò persino il Vaticano. Per questo motivo vale la pena leggere ( o rileggere, perché no) questi tre saggi: perché ci insegnano a riappropriarci della nostra individualità, messa in crisi da anni di relazioni prevaricanti (in ogni ambito della vita), ribadendo i concetti che stanno alla base di una “mentalità femminista” sana e necessaria, che rifugge dagli estremismi e dalla violenza verbale del passato.
UNA STANZA TUTTA PER SE’ di Virginia Woolf
Una delle opere più amate e conosciute di Virginia Woolf è il saggio breve “Una stanza tutta per sè”. Pubblicato per la prima volta nel 1929 e rivolto inizialmente alle sole studentesse di Cambridge, nel tempo è diventato un vero e proprio manifesto culturale del femminismo. Quello buono, sano e giusto. Quando lo lessi per la prima volta avevo circa vent’anni e mi era sembrato che la Woolf si stesse rivolgendo proprio a me, spronandomi a perseverare nei miei obiettivi e a non abbandonare i miei sogni di ragazzina, anche se la mia vita stava prendendo una piega decisamente diversa. Ho riletto questo suo saggio di recente ed ho compreso che, se interpretato nel modo giusto, può contribuire a migliorare la quotidianità anche di donne già mature, che con la vita sono dovute scendere a patti. In uno dei suoi passi più significativi l’autrice sprona le sue lettrici a rendersi economicamente indipendenti, a ritagliarsi uno spazio proprio, sia fisico che mentale, nel quale esercitarsi a scrivere in piena autonomia di pensiero. Tendiamo infatti a tralasciare quello che per la Woolf è invece essenziale: Il coraggio di esprimersi liberamente. Quella forza creativa che, se risvegliata dal torpore, è in grado di ridare vita alle scrittrici invisibili, morte senza essere mai nate veramente, inghiottite da un mondo di uomini fatto su misura per gli uomini. Come l’immaginaria sorella di Shakespeare, che la Woolf assurge a simbolo massimo del genio e della creatività femminile rimasti inespressi poiché schiacciati dalle società patriarcali che da sempre dominano la storia. Come quella che vive e freme in ognuna di noi, sotto pile di indumenti da stirare.
“Una stanza tutta per sè” non deve quindi essere percepito come un luogo fisico, perché la Woolf parla di un luogo dell’anima. Così come le poetesse sconosciute a cui ridare vita non sono altro che la sua personale metafora sull’ emancipazione femminile, fondamentale punto di arrivo (o forse di partenza) per le donne di qualsiasi generazione.
2. STAI ZITTA di Michela Murgia
“…e altre nove frasi che non vogliamo sentire più.“
Al netto di alcune esagerazioni di troppo ritengo che il lavoro di Michela Murgia sia piuttosto interessante, perché riesce sbugiardare molte espressioni tipiche del nostro linguaggio comune, rivelandone la natura fortemente maschilista e misogina. La Murgia elenca con precisione queste dinamiche linguistiche e le eviscera una ad una, fino a dimostrare come certi modi di dire siano entrati talmente tanto a far parte del nostro parlato quotidiano da non farci più percepire il loro vero significato. Secondo l’autrice tra le ingiustizie che subiamo in quanto donne e le parole che ci vengono quotidianamente rivolte esiste un legame profondo, avvilente e mortificante, che con questo breve saggio cerca di mettere a fuoco. Ad esempio, quando si parla di una donna che svolge egregiamente una professione importante, si fa sempre riferimento al suo essere o non essere madre, come se il fatto di avere o meno dei figli sia determinante per riconoscerne il valore sociale. “E’ molto brava nel suo lavoro, ed è anche mamma” è la frase simbolo che ogni tre per due viene sciorinata dal giornalista di turno. Basti pensare alla povera Samanta Cristoforetti che si è dovuta sorbire soprannomi del tipo “Astromamma”, con relativi commenti poco edificanti sulle sue scelte professionali a discapito della famiglia: aggettivi inutili e fuorvianti che inevitabilmente portano in secondo piano l’eccezionalità della sua carriera. Che in realtà è ancora scivolata in terza posizione, visto gli insulti ricevuti per essersi mostrata al mondo con una capigliatura da assenza di gravità che secondo alcuni “luminari” la denigrava come donna. Come detto all’inizio del post in alcuni punti ho trovato lo scagliarsi della Murgia contro queste frasi di uso comune un po’ eccessivo e ridondante, con esempi e passaggi ricchi di autocompiacimento, tuttavia ne consiglio la lettura perché contiene molti spunti di riflessione, da rielaborare per un nostro accrescimento personale.
3. DOVREMMO ESSERE TUTTI FEMMINISTI di Chimamanda Ngozi Adichie
Questo saggio, pubblicato nel 2014, è l’adattamento di una conferenza che l’autrice tenne qualche anno prima durante l’evento TEDxEuston. TED è un’organizzazione no profit americana che ha come obiettivo la diffusione di idee innovative e stimolanti che possono cambiare la vita delle persone e il modo in cui esse si relazionano l’una con l’altra. Nessuno meglio di Chimamanda avrebbe potuto rappresentare questo progetto: il suo intervento ha letteralmente segnato un punto di svolta nella storia del femminismo, arrivando al cuore delle persone con una forza e una semplicità unica. Il suo speech conta ad oggi qualcosa come 5 milioni di visualizzazioni ed è stato pubblicato e tradotto in 28 lingue; il Time, nel 2015, inserisce la scrittrice nigeriana tra le 100 persone più influenti del mondo. Il successo di questo saggio sta nella diversità del suo approccio rispetto alla questione femminista: Chimamanda si definisce una “femminista africana felice”, che ama indossare il rossetto e i tacchi alti perché così si piace di più e che non odia affatto gli uomini, perché un’ attivista non deve essere necessariamente arrabbiata, in lotta perenne con il mondo. La sua non è una chiamata alle armi per affrontare l’ennesima battaglia, ma vuole far comprendere a tutti, uomini e donne, che esiste un serio problema con la differenziazione di genere e che tale situazione può essere risolta solo attraverso la consapevolezza e la volontà di smantellare i vecchi costrutti sociali. Afferma Chimamanda: “La mia definizione di “femminista” è questa: un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio”. E’ proprio questo il punto. Educare i maschi e le femmine al valore dell’altro sesso, senza preconcetti, senza quei retaggi culturali da cui noi adulti ci stiamo liberando a fatica. Grazie all’intelligenza e alla grazia di questa scrittrice immensa il femminismo ha perso definitivamente la sua accezione negativa, dimostrando quanto non sia più necessario fare la barricadera per difendere i propri diritti, ma è sufficiente aprirsi al cambiamento ed accoglierlo al meglio.