• “I Pascoli del Cielo”: Bellezza e Dramma nella Prosa di Steinbeck

    Steinbeck non mi delude mai, è uno degli scrittori che amo di più in assoluto. “Pascoli del Cielo” è il nome di una valle della California, chiamata così per la dolcezza del paesaggio, talmente bello da sembrare quasi divino, e talmente invitante da ispirare nelle persone fiducia nel destino che li ha condotti fino a lì. La suggestiva bellezza della vallata però è solo una cornice che è in aspro contrasto con la vita delle persone che la abitano: uomini e donne con i loro segreti inconfessabili, i loro tormenti, il loro dolore, con la loro follia e la loro straordinaria semplicità. La grandezza di Steinbeck sta proprio in questo, nel rendere le storie più comuni degne di essere raccontate, nel dare spessore alle vite più umili, nel trasformare in pura poesia le banalità del quotidiano vivere.

    E’ un romanzo corale un po’ atipico perché ogni capitolo è una storia a sè, in cui la costante non è rappresentata dai personaggi ma dall’ambientazione, che richiama l’idea, totalmente illusoria, di una vita idilliaca, spesa a contatto con la natura e nel semplice rispetto delle sue leggi. Ma il male non fa sconti a nessuno e lo vediamo insinuarsi, strisciare e contaminare ogni vita raccontata, semplicemente perché è parte imprescindibile dell’essere umano.

  • Riscoprire il Mito di Long John Silver: una storia sospesa tra realtà e finzione

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    Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho e una bottiglia di rum!

    Chi non si ricorda di questa canzoncina alzi la mano!

    Nella finzione narrativa di Larsson è lo stesso Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola de “l’Isola del Tesoro” (R. Louis Stevenson, 1883) a scrivere in prima persona le sue memorie durante i suoi ultimi giorni di vita. E’ il 1792 e Silver è un uomo ormai vecchio che da tempo vive ritirato sulle coste del Madagascar. Stevenson alla fine del suo romanzo lo fece letteralmente svanire nel nulla: durante la traversata di ritorno in direzione dell’Inghilterra riesce a fuggire con una parte del tesoro dall’Hispaniola, a bordo di un canotto,  per paura di essere arrestato e fatto impiccare una volta rientrato in patria. Larsson si aggancia a questo finale aperto per imbastire una storia mozzafiato che è al contempo memoria e avventura, che racconta il mondo dei pirati spogliandolo da quella patina di fascinazione sempre presente nell’immaginario collettivo. Silver racconta senza fare sconti a nessuno, nemmeno a se stesso, le efferatezze compiute e le ingiustizie contro le quali la gente come lui combatteva, ligia soltanto al proprio codice morale, denunciando al tempo stesso anche tutte le nefandezze che facevano capo al commercio ufficiale: il contrabbando, la tratta degli schiavi, gli accordi sottobanco con i governi, le condizioni atroci in cui versavano gli equipaggi e il nonnismo dei capitani. Per tutti questi motivi lo possiamo certamente considerare anche un romanzo storico di ottima fattura, che offre una ricostruzione precisa e avvincente di quello che fu il periodo coloniale in Europa.

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    Sono rimasta incantata dalla bravura di Larsson, che riesce a calarsi perfettamente nei panni del pirata cattivo rielaborandone il personaggio, o meglio, arricchendo le sfumature della sua complessa personalità pur mantenendo intatto quello che lo ha reso un antieroe sui generis: la sua sofisticata ambiguità, che da ragazzi spesso ci ha fatto patteggiare per lui . Dai, confessiamolo: a chi non stava simpatico, in fondo, Long John Silver? L’introspezione psicologica che nel romanzo di Stevenson era appena accennata qui viene eviscerata e mostrata fin dalle sue origini e ne seguiamo l’evoluzione fino all’ultimo, intenso capitolo, che mette la parola fine alla sua incredibile esistenza. Larsson raffigura il pirata come l’emblema della libertà assoluta, fisica e mentale, perché il solo significato che per lui ha la vita è l’attaccamento alla vita stessa e l’intenso desiderio di godere di ogni giorno come se fosse l’ultimo, guidato da un senso di giustizia esclusivo ed una morale propria che nulla hanno a che vedere con le leggi degli uomini, frutto della loro natura maligna e fatte per essere raggirate.

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    Alcune volte, lo ammetto, l’autore si incaglia un po’ nelle descrizioni e nei lirismi, e in quelle pagine spesso mi sono arenata esattamente come farebbe un vascello pirata sulla spiaggia dei Caraibi…ma poi ho capito che dovevo godermi la sosta e basta. Perché Larsson cambia registro dall’avventura alla poesia con una rapidità che spiazza, pertanto anche i ritmi di lettura inevitabilmente seguono questa altalena stilistica. L’abilità con cui l’autore trasforma Long John Silver da anti eroe fanciullesco per eccellenza ad eroe per chi ragazzo non lo è più da un po’ è davvero sorprendente: non possiamo che restare ammirati di fronte all’ironia filosofica con cui il pirata affronta le disgrazie della vita, e da quel suo piglio indomito e fiero che non gli consente di scendere mai a patti con il buonsenso.

    Perché peggio di finire sulla forca c’è solo vivere come se si fosse già morti a un pezzo.

    Che io sia dannata, se non è così!

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    TE LO CONSIGLIO SE:

    • Subisci il fascino dei personaggi ambigui;
    • Non vuoi dimenticarti del tuo bambino interiore;
    • Non hai mai letto “L’Isola del Tesoro” : cosa aspetti a conoscere Long John Silver?

  • Cassandra: voci e ricordi di una profetessa dimenticata

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    Questa non è la biografia romanzata di Cassandra, la mitologica profetessa inascoltata figlia di Ecuba e del re di Troia Priamo, bensì un diario scritto in prima persona sottoforma di flusso di coscienza. La Wolf non ci mette di fronte ad una trama, non esiste una linearità nel racconto ed i protagonisti che ruotano intorno alla vita della profetessa sono chiamati e richiamati a seconda di come  irrompono nei pensieri della donna. Cassandra racconta la sua vita attraverso un flusso inarrestabile di ricordi, immagini, volti, parole e sensazioni. E’ come se  fosse in preda ad un delirio pre-morte, salta da un episodio all’altro della sua vita con continui flash back e flash forward, senza seguire un filo conduttore logico;  le sue riflessioni vengono trascritte in questo monologo/confessione così come compaiono nella sua mente. Christa Wolf racconta di come trasse l’ispirazione per comporre questo romanzo durante un viaggio con il marito a Micene: quando si trovò al varco della Porta dei Leoni, la monumentale entrata della rocca della città, fu colta da una sensazione molto forte di immedesimazione con le vicende dell’eroina e cominciò ad avvertire la necessità di darle voce, come se fosse piombata in uno stato di trance ipnotico. Fu proprio davanti alla porta dei leoni infatti che Cassandra  viene condotta prigioniera dal vincitore Agamennone, in attesa di essere giustiziata dalla moglie Clitennestra. La guerra di Troia è finita, e Cassandra attende rinchiusa nella fortezza di Micene che si compia il suo destino. La morte è vicina, talmente vicina che i ricordi cominciano ad affacciarsi nella sua mente come un fiume in piena:  le immagini della fanciullezza, dell’adolescenza, l’amore per Enea, l’amicizia con la sua ancella Marpessa, i lunghi e rovinosi anni della  guerra di Troia contro i greci capeggiati da Achille, orribile bestia assetata di sangue che nulla aveva di eroico a suoi occhi . Arrivano poi i dolci ricordi legati alle donne che  presso le acque del fiume Scamandro diedero vita ad una comunità femminile che accoglie Cassandra esule dal palazzo reale, un luogo di pace in cui le dissidenti politiche e sociali si dedicano al culto di Cibele, in armonia con la natura. Ed infine, a compimento di un destino che Cassandra aveva già profetizzato a suo padre, le immagini richiamano alla mente l’arrivo delle Amazzoni comandate dalla regina  Pentesilea, donna coraggiosa e bellissima,  arruolata da Priamo in seguito alla caduta in battaglia del figlio Ettore. Anch’essa verrà uccisa da Achille, quando ormai la guerra sta volgendo al termine.

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    Di Cassandra profetessa si parla pochissimo; l’attenzione è rivolta alla donna più che al mito, sacerdotessa del dio Apollo e figlia prediletta del re Priamo. Una donna che, come apprendiamo durante la lettura, compie una profonda evoluzione interiore che la allontanerà drasticamente da suo padre e dalle stanze del potere che ha sempre abitato. Apprenderà sconvolta che  il ratto della bella Elena non è altro che una simulazione: le vere ragioni della guerra sono politiche, ed hanno come unico scopo il controllo dell’Ellesponto. Pienamente consapevole dell’assurdità di questo gioco di potere si rifiuterà di sostenere suo padre  nella folle guerra contro i Greci, e per questo verrà allontanata come una reietta. Quella che fu la figlia tanto amata da Priamo si stringerà quindi attorno al saggio Anchise, il padre di Enea, l’uomo che, amato da Venere, accolse dentro di sé l’antico sapere femminile e che insegnerà a Cassandra un altro modo di vivere, più autentico ed umano, in cui il suo essere donna e profetessa acquisteranno finalmente un significato ed un valore profondamente rispettato.

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    Il romanzo è intriso delle tematiche socio-politiche care alla Wolf, ma bisogna conoscere quest’importante intellettuale moderna per comprenderle e per estrapolarle dal contesto. Qualcosa si intuisce, ma non è abbastanza. Forse un giorno riprenderò in mano questo romanzo, cercando di addentrarmi nella lettura con lo spirito giusto e soprattutto non farmi distrarre dai continui salti temporali  e dallo stile ampolloso che non rende agile la lettura. E’ stata una lettura molto difficile, mi ha portato via diverso tempo nonostante la brevità del testo e non sono affatto sicura di aver reso giustizia ad un romanzo così impegnativo, riservato probabilmente ad un  pubblico più esclusivo. Cosa che, naturalmente, io non sono. Io sono solo una lettrice.

    🔖TE LO CONSIGLIO SE:

    • Sei affascinato dalle figure mitologiche;
    • Il “flusso di coscienza” non ti scoraggia;
    • Ogni tanto vuoi sfidare te stesso con letture impegnative
  • Il potere del sodalizio femminile nel nuovo romanzo di Natalie Jenner

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    Natalie Jenner, dopo lo straordinario successo del suo romanzo d’esordio “Jane Austen Society”, pubblicato nel 2020, ci catapulta nuovamente nelle atmosfere inglesi dell’immediato dopo guerra raccontando attraverso il microcosmo della libreria Bloomsbury la storia delle commesse che qui lavorano: Vivien, Grace e Evie. Le tre donne sono molto diverse tra loro per carattere e background familiare, eppure le accomuna  una quotidianità molto simile: tutte tre devono lottare ogni giorno contro il radicato maschilismo che detta le regole non solo all’interno della libreria, gestita da un direttore vecchio stile imperturbabile al cambiamento, ma in ogni ambito della loro vita privata. Vivien ha perso il futuro marito in guerra e sogna di diventare una scrittrice; Grace si barcamena tra il lavoro di contabile in libreria, la cura delle famiglia e il peso di un marito frustrato e nullafacente; infine la neo assunta Evie,  tra le prime donne laureate di Cambridge, approda alla libreria come archivista dopo aver visto sfumare la sua carriera accademica in favore di un collega decisamente meno brillante di lei, ma privilegiato in quanto maschio. Saranno proprio la caparbietà e l’ intuizione di Evie le chiavi di volta che proietteranno la libreria Bloomsbury e  tutte le sue protagoniste verso  un cambiamento epocale ed un finale inaspettato (e felice).

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    Questo romanzo è un vero e proprio inno al sodalizio femminile, un legame che se costruito e sfruttato in modo intelligente può trasformarsi nel più prezioso degli alleati. Sfidare preconcetti e anacronistiche convenzioni sociali richiede   coraggio, determinazione e anche molta incoscienza, per questo spesso restiamo all’angolo, perché non ci sentiamo abbastanza equipaggiate per affrontare tutte le difficoltà che comporta mettersi contro al pensiero dominante. Avventurarci in questo terreno così ostile con la consapevolezza di avere intorno una solida rete di protezione, invece, può fare davvero la differenza. E cambiare tutto.

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    Tanti i riferimenti culturali (lo stesso titolo prende spunto dal “Circolo Bloomsbury” tra i cui membri spiccavano le sorelle Vanessa Bell e Virgina Woolf) e diversi gli omaggi che la Jenner offre a noi lettori, uno su tutti il cammeo dedicato a Daphne Du Maurier, che le protagoniste incontrano durante uno degli appuntamenti letterari organizzati dalla libreria. Fresca del successo di “Mia cugina Rachele” (pubblicato nel 1951), con le sue tematiche di rottura fu una delle prime autrici a raccontare la colpevolezza maschile, la dipendenza economica delle donne dagli uomini, la paura dell’autonomia femminile: non poteva che toccarle un posto d’onore.

    🔖 TE LO CONSIGLIO SE:

    – Le atmosfere squisitamente british ti mandano in solluchero

    – Gli anni del boom economico sono la tua comfort era

    – Ti identifichi nelle storie di chi si salva da solo in barba alle avversità

    Buona lettura!

  • “Grandi Speranze”: Il Tragico Destino di Miss Havisham

    In una poltrona, con un gomito appoggiato alla tavola e con la testa posata sulla mano sedeva la più straordinaria donna che io avessi mai visto, e che mi rivedrò. Era vestita di un ricco abito: raso, merletti, sete: tutto in bianco. Anche le scarpe erano bianche. E un lungo velo ornato di fiori nuziali le scendeva dai capelli che pure erano bianchi. Sembrava non avesse ancora finito di vestirsi perché portava una sola scarpa, l’altra era posata sulla tavola vicino alla sua mano; e il velo era aggiustato solo a metà sulla testa; l’orologio e la catena non erano ancora stati messi,; e alcuni pizzi per il seno erano ammucchiati in disordine sul tavolo con i gioielli, con il fazzoletto, con i guanti, con i fiori e con un libro di preghiere.”

    Così Charles Dickens introduce Miss Havisham nel primo incontro con Pip, protagonista di Grandi Speranze. Ed è subito chiaro che non si tratta di una donna come le altre, ma di una presenza sospesa, inquietante, destinata a lasciare un segno profondo.

    Miss Havisham vive rinchiusa da anni in una ricca e decadente dimora chiamata Satis House, nei pressi del villaggio in cui Pip è nato e cresciuto, alla foce del Tamigi. Una casa immobile. Immobile come la vita che la donna ha deciso di congelare il giorno in cui tutto è cambiato. Gli orologi sono fermi. Non segnano più il tempo che passa, ma un’unica ora, ripetuta all’infinito: quella in cui ogni certezza è crollata.

    La pendola del soggiorno non scandisce più i giorni, ma custodisce una ferita. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, Miss Havisham resta ancorata a quell’istante in cui il sangue le è sembrato abbandonare il corpo e la mente ha imboccato una strada da cui non è più tornata. Da allora, un desiderio di vendetta lento e ostinato diventa l’unica forza capace di tenerla in vita.

    La madre muore quando Miss Havisham è ancora bambina. Il padre, travolto dal dolore, si allontana anche da lei, lasciandola sola nella grande dimora. Solo in punto di morte tenterà di rimediare a quell’abbandono, lasciandole in eredità la maggior parte delle sue fortune a discapito del figlio maschio, che non dimenticherà mai l’umiliazione subita. Nonostante la solitudine, la giovane cresce nell’agio, trasformandosi in una donna graziosa e affascinante. I suoi peccati saranno l’ingenuità e l’amore, e li pagherà entrambi.

    Da adulta si innamora di Compeyson, un truffatore dai modi eleganti che ha messo gli occhi sul suo patrimonio, in accordo segreto con il fratello di lei. Messa in guardia dal cugino Matthew Pocket, Miss Havisham non ascolta: è troppo innamorata per dubitare. Quando Compeyson le chiede la mano, accetta senza esitazioni. Ma alle nove meno venti del giorno delle nozze, mentre indossa l’abito da sposa, riceve una lettera. Il promesso sposo la abbandona con poche righe, come si declina un invito indesiderato.

    È in quell’istante che Miss Havisham ferma gli orologi di casa. Come se potesse inchiodare il dolore all’eternità, si trasforma in una statua grottesca di disperazione. Nulla viene più spostato. Nulla cambia. Nemmeno lei. L’abito da sposa resta addosso, la torta nuziale marcisce sul tavolo, la stanza diventa un mausoleo. Non è solo un rifugio dal dolore: è l’inizio di una lenta corrosione. La casa fatiscente, il corpo avvizzito, la pelle che non vede più la luce diventano il terreno perfetto per un rancore che cresce indisturbato.

    Quando Pip la incontra, Miss Havisham ha poco più di cinquant’anni, ma ne dimostra molti di più. Ai suoi occhi appare come un incrocio tra una statua di cera e uno scheletro, con occhi inquieti incastonati in cavità vuote. Pip non comprende subito il pericolo. Il suo desiderio di riscatto sociale è troppo forte per permettergli di vedere con chiarezza.

    Durante gli anni di isolamento, Miss Havisham chiede al suo avvocato Jaggers di adottare una bambina. Così Estella arriva a Satis House. Cresce educata alla freddezza, istruita a usare bellezza e fascino come armi. Miss Havisham la addestra a spezzare cuori, convinta di vendicarsi così del torto subito. Estella diventa una donna incapace di distinguere il bene dal male, persuasa che ferire sia legittimo. Pip, attratto e ingenuo, cade nel tranello. Crede che Miss Havisham voglia farne un gentiluomo per offrirgli Estella. Non vede l’umiliazione, scambia la crudeltà per destino.

    Accecato dall’ambizione, Pip si allontana da chi lo ama, vergognandosi delle proprie origini. Convinto che solo rinnegando il passato potrà essere degno di Estella, intraprende un cammino che lo porterà lontano da sé stesso. Ma la strada tracciata dal male non conduce mai dove promette.

    Quando Estella sta per sposare Bentley Drummle, Miss Havisham comprende finalmente l’orrore delle proprie azioni. Spezzare il cuore di Pip non le ha dato pace, solo altro dolore. La maschera si frantuma. Per la prima volta, chiede perdono. Brucia la lettera di Compeyson, come a liberarsi di un’ombra. Ma il fuoco divampa sull’abito consunto e la consuma.

    Miss Havisham morirà poche settimane dopo, con il cuore finalmente libero e il perdono di Pip. La sua storia resta una delle più potenti rappresentazioni della vendetta che divora chi la coltiva, e del tempo che, anche quando viene fermato, continua a chiedere il conto.

  • Natale 1983

    Natale 1983

    Dicembre 1983, o giù di lì. Una bambina e il suo papà escono di casa nella pallida luce del pomeriggio invernale, con sacchetti da riempire e molte cose di cui occuparsi. Raccolgono il muschio raschiandolo dalle pietre umide con un coltello, piano piano affinché non si sfaldi il terriccio, poi scelgono con cura una manciata di sassolini piccoli e piatti, che serviranno a tracciare la strada fino alla grotta in cui giace Gesù bambino. Con le mani ancora sporche di terra bagnata sagomano la carta di vecchi giornali per inventarsi le montagne, brulle e aride proprio come quelle di Betlemme. Il papà prende un paio di scatole da scarpe e disegna il profilo delle casette dei pastori, del falegname, del fornaio e del pescivendolo, per poi adagiarle, una volta dipinte con gli acquerelli, sul letto di muschio. La mamma ritaglia nella carta stagnola un fiume d’argento, dopo di che tira fuori dalla sua borsa un piccolo specchio senza cornice, per regalare al presepe anche un laghetto. Il cielo dietro alle montagne è un grande foglio di carta blu, con al centro il disegno sghembo di una stella cometa.

    Ora è tutto pronto.

    Ora è finalmente Natale.

  • Dalla parte delle donne

    Dalla parte delle donne

    (Tempo di lettura: 7 minuti)

    il “femminismo”, inteso come movimento socio culturale, ha segnato l’epoca moderna e ancora oggi continua ad essere il promotore di numerose battaglie per l’affermazione dei diritti di genere. Non dovrebbe essere una questione ancora aperta, ma il fatto che nel 2022 continui a fomentare dibattiti, a promuovere manifestazioni e istigare movimenti a tutela delle donne (dal recente “me too moviment” alla difesa del diritto all’aborto, minacciato dai governi più conservatori) la dice lunga su quanto in realtà siamo ancora molto lontani dal raggiungimento del suo obiettivo fondamentale: una presa di coscienza collettiva, forte e coesa, in grado di insinuarsi nella struttura patriarcale della nostra società. L’asservimento delle donne alla figura maschile è una realtà sociale ancora molto radicata, soprattutto in ambito familiare, ma spesso non ne siamo consapevoli. Inconsciamente mettiamo in atto meccanismi che ci riportano indietro di cent’anni, con buona pace di Emmeline Pankhurst e di Simone de Beuvoir, che col suo trattato “Il secondo sesso” fece tremare la classe politica di allora e scomodò persino il Vaticano. Per questo motivo vale la pena leggere ( o rileggere, perché no) questi tre saggi: perché ci insegnano a riappropriarci della nostra individualità, messa in crisi da anni di relazioni prevaricanti (in ogni ambito della vita), ribadendo i concetti che stanno alla base di una “mentalità femminista” sana e necessaria, che rifugge dagli estremismi e dalla violenza verbale del passato.

    1. UNA STANZA TUTTA PER SE’ di Virginia Woolf

    Una delle opere più amate e conosciute di Virginia Woolf è il saggio breve “Una stanza tutta per sè”. Pubblicato per la prima volta nel 1929 e rivolto inizialmente alle sole studentesse di Cambridge, nel tempo è diventato un vero e proprio manifesto culturale del femminismo. Quello buono, sano e giusto. Quando lo lessi per la prima volta avevo circa vent’anni e mi era sembrato che la Woolf si stesse rivolgendo proprio a me, spronandomi a perseverare nei miei obiettivi e a non abbandonare i miei sogni di ragazzina, anche se la mia vita stava prendendo una piega decisamente diversa.  Ho riletto questo suo saggio di recente ed ho compreso che, se interpretato nel modo giusto, può contribuire a migliorare la quotidianità anche di donne già mature, che con la vita sono dovute scendere a patti. In uno dei suoi passi più significativi l’autrice sprona le sue lettrici a rendersi economicamente indipendenti, a ritagliarsi uno spazio proprio, sia fisico che mentale, nel quale esercitarsi a scrivere in piena autonomia di pensiero. Tendiamo infatti a tralasciare quello che per la Woolf è invece essenziale: Il coraggio di esprimersi liberamente. Quella forza creativa che, se risvegliata dal torpore, è in grado di ridare vita alle scrittrici  invisibili, morte senza essere mai nate veramente, inghiottite da un mondo di uomini fatto su misura per gli uomini. Come l’immaginaria sorella di Shakespeare, che la Woolf assurge a simbolo massimo del genio e della creatività femminile rimasti inespressi poiché schiacciati dalle società patriarcali che da sempre dominano la storia. Come quella che vive e freme  in ognuna di noi, sotto pile di indumenti da stirare.

    “Una stanza tutta per sè” non deve quindi essere percepito come un luogo fisico, perché la Woolf parla di un luogo dell’anima. Così come le poetesse sconosciute a cui ridare vita non sono altro che la sua personale metafora sull’ emancipazione femminile, fondamentale punto di arrivo (o forse di partenza) per le donne di qualsiasi generazione.

    2. STAI ZITTA di Michela Murgia

    “…e altre nove frasi che non vogliamo sentire più.

    Al netto di alcune esagerazioni di troppo ritengo che il lavoro di Michela Murgia sia piuttosto interessante, perché riesce sbugiardare molte espressioni tipiche del nostro linguaggio comune, rivelandone la natura fortemente maschilista e misogina. La Murgia elenca con precisione queste dinamiche linguistiche e le eviscera una ad una, fino a dimostrare come certi modi di dire siano entrati talmente tanto a far parte del nostro parlato quotidiano da non farci più percepire il loro vero significato. Secondo l’autrice tra le ingiustizie che subiamo in quanto donne e le parole che ci vengono quotidianamente rivolte esiste un legame profondo, avvilente e mortificante, che con questo breve saggio cerca di mettere a fuoco. Ad esempio, quando si parla di una donna che svolge egregiamente una professione importante, si fa sempre riferimento al suo essere o non essere madre, come se il fatto di avere o meno dei figli sia determinante per riconoscerne il valore sociale. “E’ molto brava nel suo lavoro, ed è anche mamma” è la frase simbolo che ogni tre per due viene sciorinata dal giornalista di turno. Basti pensare alla povera Samanta Cristoforetti che si è dovuta sorbire soprannomi del tipo “Astromamma”, con relativi commenti poco edificanti sulle sue scelte professionali a discapito della famiglia: aggettivi inutili e fuorvianti che inevitabilmente portano in secondo piano l’eccezionalità della sua carriera. Che in realtà è ancora scivolata in terza posizione, visto gli insulti ricevuti per essersi mostrata al mondo con una capigliatura da assenza di gravità che secondo alcuni “luminari” la denigrava come donna. Come detto all’inizio del post in alcuni punti ho trovato lo scagliarsi della Murgia contro queste frasi di uso comune un po’ eccessivo e ridondante, con esempi e passaggi ricchi di autocompiacimento, tuttavia ne consiglio la lettura perché contiene molti spunti di riflessione, da rielaborare per un nostro accrescimento personale.

    3. DOVREMMO ESSERE TUTTI FEMMINISTI di Chimamanda Ngozi Adichie

    Questo saggio, pubblicato nel 2014, è l’adattamento di una conferenza che l’autrice tenne qualche anno prima durante l’evento TEDxEuston. TED è un’organizzazione no profit americana che ha come obiettivo la diffusione di idee innovative e stimolanti che possono cambiare la vita delle persone e il modo in cui esse si relazionano l’una con l’altra. Nessuno meglio di Chimamanda avrebbe potuto rappresentare questo progetto: il suo intervento ha letteralmente segnato un punto di svolta nella storia del femminismo, arrivando al cuore delle persone con una forza e una semplicità unica. Il suo speech conta ad oggi qualcosa come 5 milioni di visualizzazioni ed è stato pubblicato e tradotto in 28 lingue; il Time, nel 2015, inserisce la scrittrice nigeriana tra le 100 persone più influenti del mondo. Il successo di questo saggio sta nella diversità del suo approccio rispetto alla questione femminista: Chimamanda si definisce una “femminista africana felice”, che ama indossare il rossetto e i tacchi alti perché così si piace di più e che non odia affatto gli uomini, perché un’ attivista non deve essere necessariamente arrabbiata, in lotta perenne con il mondo. La sua non è una chiamata alle armi per affrontare l’ennesima battaglia, ma vuole far comprendere a tutti, uomini e donne, che esiste un serio problema con la differenziazione di genere e che tale situazione può essere risolta solo attraverso la consapevolezza e la volontà di smantellare i vecchi costrutti sociali. Afferma Chimamanda: “La mia definizione di “femminista” è questa: un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio”. E’ proprio questo il punto. Educare i maschi e le femmine al valore dell’altro sesso, senza preconcetti, senza quei retaggi culturali da cui noi adulti ci stiamo liberando a fatica. Grazie all’intelligenza e alla grazia di questa scrittrice immensa il femminismo ha perso definitivamente la sua accezione negativa, dimostrando quanto non sia più necessario fare la barricadera per difendere i propri diritti, ma è sufficiente aprirsi al cambiamento ed accoglierlo al meglio.

  • Libri da Leggere in Autunno: I Consigli Perfetti

    (Tempo di lettura: 5 minuti)

    Per scivolare pigramente tra le braccia dell’autunno appena arrivato, non c’è niente di meglio che abbandonarsi alla lettura. Le ombre della sera si allungano, le domeniche pomeriggio si fanno quiete e silenziose, avvolte da una soffusa luce dorata; agosto, con la sua sfacciataggine, lo abbiamo accomodato ormai fuori dalla porta. E’ ora di mettere su una tazza di the, di accoccolarci in poltrona e sprofondare in una storia che ci rapirà letteralmente l’anima.

    1. L’OMBRA DEL VENTO di Carlos Ruis Zafròn

    Pubblicato per la prima volta nel 2004, è il tipico esempio di un best seller che ce l’ha fatta, sopravvivendo a se stesso. Nel giro di qualche anno è diventato un vero e proprio classico della narrativa contemporanea tanto da guadagnarsi, per il suo quindicesimo anniversario, una nuova edizione riccamente corredata dalle suggestive immagini del fotografo Francesc Catalá-Roca, dedicate alla Barcellona post bellica in cui il romanzo è ambientato. Zafron, scomparso prematuramente nel 2020, ha imbastito una trama piuttosto originale che strizza l’occhio ad una molteplicità di generi: romanzo storico, mistery, giallo classico con spunti thrilleristici e notevoli incursioni nel gotico. Il tutto condito con elementi sovrannaturali che faranno storcere il naso alle menti più razionali e manderanno invece in solluchero tutte le altre. Ambientato a Barcellona del 1946, la storia ha come protagonista un ragazzino di undici anni, Daniel, il cui padre, proprietario di un piccolo negozio di libri usati, lo inizierà all’amore per la lettura e lo condurrà nei meandri di un mistero che si annida tra le pagine di alcuni vecchi testi. Durante la lettura attraverseremo insieme a Daniel i vicoli della città vecchia alla scoperta di antichi libri dimenticati ed orribili segreti, immersi in atmosfere plumbee e suggestive che renderanno la lettura di questo romanzo la compagnia perfetta per i nostri pomeriggi ottobrini.

    2. I FALO’ DELL’AUTUNNO di Irène Nemirovski

    La scrittura di Irene Nemirovski dispensa sempre momenti di pura gioia letteraria. Delicata e profonda, oltre che stilisticamente perfetta, la sua prosa evoca istanti di rara bellezza ed intensità, lasciandoci immersi in nostalgiche visioni, come se stessimo osservando rapiti un quadro impressionista. E’ davvero complicato riassumere in poche righe i motivi per cui vale la pena leggere questo romanzo, anche se una narrazione di così alto livello da sola potrebbe bastare come unica ragione. I protagonisti sono molteplici e differenti piani temporali scandiscono quella che è a tutti gli effetti un’opera corale, ambientata a Parigi negli anni a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Tuttavia è la complessa storia d’amore tra Thérèse e Bernard a costituire il centro del romanzo, giovani vittime di un tempo feroce ed ingiusto. Le loro vite incarnano l’eterno conflitto dell’umanità tra il bene ed il male, qui rappresentati dall’amore ostinato di Thérèse e dal cinismo di Bernard, che torna dal fronte totalmente trasformato, come se la guerra gli avesse strappato via l’anima. La coralità delle voci protagoniste e la suddivisone della trama in “blocchi” narrativi, nonché le tematiche affrontate, verranno poi riprese e sviluppate dall’autrice nel suo capolavoro “Suite Francese“, rimasto incompiuto. L’autrice era un’ebrea ucraina naturalizzata francese, e come tale subì le terribili conseguenze della Shoah. Venne deportata Auschwitz, dove fu uccisa il 17 agosto del 1942.

    ” Vedi,” dice la nonna alla nipote, immaginando di prenderla per mano e condurla attraverso vasti campi in cui vengono bruciate le stoppie “sono i falò dell’autunno, che purificano la terra e la preparano per nuove sementi.

    3. LE NOSTRE ANIME DI NOTTE di Kent Haruf

    In questo romanzo non è l’autunno in senso fisico ad essere evocato dalla narrazione, ma l’autunno percepito come fase della vita, quella parte dell’esistenza che ci accompagna piano piano alla fine del nostro cammino terreno. Kent Haruf, dopo la pubblicazione postuma della sua famosa “Trilogia della pianura“, ci conduce ancora una volta nell’immaginaria cittadina di Holt, Colorado, facendoci conoscere due anziani vedovi, Addie e Louis. Un giorno come tanti Addie bussa alla porta di Louis proponendogli di dormire con lei per quella notte e per altre a venire, solo per farsi compagnia, per non sentire troppo il peso della solitudine. Nonostante le perplessità iniziali Louis accetta: nasce così un tenero sentimento fatto di notti trascorse a raccontarsi la vita a fior di labbra, mano nella mano, in attesa che arrivi il sonno. Nella quiete domestica di quelle sere le confidenze dei due diventano sempre più intime; attraverso confessioni, ricordi e rimpianti le loro anime affiorano in superficie in un modo nuovo, privo di giudizio, totalmente inaspettato. Naturalmente questa relazione non viene compresa dalla piccola comunità di Holt che ritiene decisamente inopportuni quegli incontri, se non addirittura scandalosi; ma, soprattutto, verrà osteggiata dai rispettivi figli, i quali considerano la convivenza notturna dei genitori una specie di follia senile. Nessuno riesce a percepire l’essenza di questo legame, l’atto di coraggio e di libertà che in realtà rappresenta. La vecchiaia per Haruf si trasforma in un’occasione di rinascita e la scelta di Luis ed Addie esprime il legittimo desiderio di essere nuovamente felici, contrariamente ad un’assurda regola sociale che vorrebbe gli anziani stare seduti al loro posto senza più disturbare, mentre attraversano con nostalgia e solitudine l’autunno della vita.

    Vale la pena sottolineare però che lo stile di Haruf non è adatto a tutti: la trama è scarna e l’atmosfera rarefatta, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e tutto contribuisce a proiettarci in una dimensione quasi spirituale, in cui gli avvenimenti restano sullo sfondo, superflui.

  • Charlotte Link: viaggio attraverso un secolo di storia in “Profumi Perduti”

    “Profumi perduti” è il secondo episodio di una saga familiare pubblicata da Charlotte Link diversi anni orsono. Acquistai compulsivamente tutti e tre i volumi perché Charlotte Link è tra le mie autrici preferite, ed ero praticamente certa che mi sarei buttata a capofitto in una storia affascinante e bellissima, a cui avrebbe fatto da sfondo quasi un secolo di storia europea. Bene! Cosa volere di più? Ed invece quella prima lettura si rivelò un mezzo fallimento: “Venti di tempesta”, a parte la perfetta trasposizione letteraria degli avvenimenti storici, presenta poco altro di interessante. In particolare la protagonista, una giovane tedesca dell’alta borghesia, mi era rimasta letteralmente indigesta. Felicia Donnelly, rampolla arrogante ed egoista, mi era parsa la copia mal riuscita di Rossella O’Hara. Questo parallelismo, sicuramente voluto dall’autrice, non ha reso giustizia alla sua protagonista, anzi, trovo che l’abbia ingiustamente penalizzata. Contesa da due uomini estremamente diversi tra loro, è anticonformista e caparbia al limite del sopportabile, ma ha in dono un grande fascino grazie al quale riesce a soggiogare una quantità di uomini imbarazzante per quei tempi. Tutti, indistintamente, sono pronti a stenderle il tappeto rosso quando noi lettori vorremmo invece solo  prenderla a schiaffi. Ogni volta che il suo sex appeal aggancia il malcapitato di turno, la Link insiste noiosamente ed inutilmente sulla descrizione dei suoi occhi grigi e freddi: talvolta sono  come l’acciaio, altre come il mare in burrasca, altre ancora come canne di fucile pronte a sparare, e chi più ne ha più ne metta. Sono il tratto distintivo delle donne della famiglia Donnelly, e come tale ce lo portiamo dietro anche in “Profumi perduti“. E, se tanto mi da tanto, anche nel terzo episodio della saga troveremo sicuramente qualche donna della famiglia che ci ammorberà con i suoi straordinari occhi. Questo secondo episodio, che mi ero ripromessa di non leggere ma che invece dopo anni ho deciso di affrontare, non ha deluso le mie aspettative medio basse. Lo scenario storico logicamente è cambiato, gli anni sono passati e ritroviamo Felicia nel pieno della sua maturità. Ha 42 anni, è madre di due figlie grandi, Susanne e Belle, ed entrambe l’hanno resa nonna. L’attenzione ora si sposta da Felicia alle figlie, in particolare Belle sembra essere la sua copia esatta: possiede infatti lo stesso fascino ambiguo della madre, la stessa freddezza e lo stesso egoismo e, soprattutto, gli stessi occhi grigi (aridaje) che faranno capitolare una nuova generazione di uomini. Susanne sposa un membro delle SS e pare priva di una volontà propria, ragione per cui resterà molto marginale alla storia. Ottenebrata dalla propaganda nazista del marito non si rende  pienamente conto di cosa significhi servire il Fuhrer. Cercherà fino alla fine di dare al marito a alla Germania un figlio maschio,  invece partorirà tre femmine una dietro l’altra  e sarà vittima di un matrimonio infelice. Belle invece sposa Max, un attore berlinese, ma a pochi mesi di distanza dal matrimonio si invaghisce di Andreas, imprenditore senza scrupoli bello e dannato che diventa il suo amante.  Belle a differenza della sorella ha un carattere fiero ed indomito, e pertanto destinata a diventare la protagonista principale del romanzo:  a lei viene affidato lo scomodo ruolo di eroina ribelle e volitiva, tenace e battagliera. Non solo Belle è identica alla madre fisicamente e caratterialmente, ma la Link le costruisce via via un vissuto che è praticamente il copia incolla di quello di Felicia. Ma perché? Non si poteva trovare qualcosa di diverso per Belle, che di mestiere fa l’attrice e non l’imprenditrice? Niente da fare, tocca rivivere le stesse scene di passione amorosa, di struggimento interiore e di sentimenti dilaniati, con questi occhi grigi che ogni tre per due saltano fuori a perseguitarci. Un altro appunto che sento di dover fare mio malgrado è l’inusitata lunghezza di alcune pagine nient’affatto funzionale alla storia, utili  solo ad allungare il brodo e a dilatare oltre modo la tensione degli avvenimenti che ne fanno da sfondo. Con duecento pagine in meno avrebbe avuto un ritmo più incalzante, le melensaggini sarebbero state ridotte al minimo indispensabile ed i continui richiami alla felicità domestica di Lullin,  la splendida tenuta di famiglia  situata nella Prussia Orientale a cui Felicia e le sue figlie sono così legate, sarebbero stati decisamente più godibili e meno stucchevoli. I paesaggi della campagna prussiana sono descritti in modo impeccabile, ma la troppa insistenza fa perdere pathos ai ricordi felici  di Felicia e delle sue figlie. Lullin rappresenta la bellezza autentica, la spensieratezza, la pace e la quiete interiore a cui sempre si poteva fare ritorno, ma i tempi sono cambiati irrimediabilmente e  l’orrore della guerra travolgerà anche quell’ultimo baluardo di felicità, portandosi via la storia di una famiglia intera. Una storia che Felicia, tornata protagonista verso la fine del romanzo, proverà a ricostruire grazie al suo spirito battagliero, fiaccato dagli eventi ma ancora animato da una  fiammella di speranza.

    “Ti sei mai sentita disperata in vita tua? Sola? Hai mai avvertito un vuoto incolmabile dentro di te, oppure ti sei mai ubriacata una notte per dimenticare quanto può far male la vita?“

    La Link è un’autrice da dieci e lode e lo dimostra anche in questo romanzo, nonostante le evidenti falle e tutte le critiche che si possono fare. Il suo stile è sempre una garanzia,  sa creare vere e proprie magie letterarie e da vita a personaggi che, antipatia o simpatia a parte, sembrano donne e uomini in carne ed ossa, con la loro inconfondibile fisionomia, la loro accurata costruzione psicologica e il proprio vissuto. Non sono figure statiche, ma seguono una loro evoluzione e non tradiscono mai la loro natura: questo è un aspetto importante, perché è l’unico elemento che è in grado di conferire verosimiglianza ad una saga familiare e che permette al lettore di immedesimarsi in tutto e per tutto. Anche l’ambientazione è molto ben riuscita, con una  ricostruzione storica da applauso.  Senza dubbio è stato questo aspetto a farmi apprezzare un romanzo che tutto sommato non ha nulla di eccezionale, trasportata dal susseguirsi degli eventi bellici. Sono diversi i personaggi che incontriamo proseguendo con la lettura, ed ognuno di loro ha un ruolo ed un approccio differente rispetto a quello che sta accadendo: Felicia non prende mai posizioni ufficiali ma detesta Hitler e si rifiuta di eseguire il saluto nazista, nonostante il genero sia un importante membro del Reich. Segue la sua indole e fa quello che ritiene giusto, offrendo riparo agli ebrei fuggiaschi e tacendo su quello che sa. Il suo ex socio in affari si adopera per offrire loro passaporti e lavoro oltre oceano, in modo che possano fuggire negli Stati Uniti, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Max, il marito di Belle, sarà costretto a partire per la campagna di Russia, assistendo con i propri occhi all’orrore dentro l’orrore, partecipe di una sconfitta di cui in Germania non si doveva parlare e che gli lascerà strascichi terribili. C’è poi Claire, una giovane e mite donna francese che, distrutta dal dolore per l’uccisione dell’unico figlio, si unirà ad un commando di partigiani e troverà la sua ragione di vita nell’eccidio del nemico. Le voci narrative si elevano molteplici durante il racconto, dando risalto ad un aspetto della guerra di cui forse si parla troppo poco: per la prima volta infatti mi è capitato di ascoltare il punto di vista del popolo oppressore, di una germania vittima anch’essa della follia di Hitler nonostante fosse la culla dell’orrore nazista. Uomini costretti ad assecondare i deliri di onnipotenza di un pazzo, dati in pasto all’inverno russo senza nessuna concreta possibilità di vincere, una Berlino che da quartier generale del terzo Reich si trasforma in un ammasso di cenere, dilaniata dalle bombe, ferita a morte nell’anima. E’ questa  la parte migliore del romanzo, ed è quella per la quale vale la pena leggerlo, nonostante le continue digressioni  sulle primavere prussiane e sugli occhi grigi delle donne di Lullin.

    🔖TE LO CONSIGLIO SE:

    • Ami le saghe familiari
    • Il romanzo storico è tra i tuoi generi cult
    • Gradisci sempre un pizzico di passione amorosa

  • Alabama Song di Gilles Leroy: Zelda Fitzgerald, ritratto di una donna che brucia

    E’ il luglio del 1918 quando Zelda, figlia di un anziano e severo giudice di contea, incontra al Country Club di Montgomery Francis Scott Fizgerald. Sottotenente dell’esercito americano con l’ambizione di diventare un grande scrittore, si arruola durante il conflitto mondiale ma non viene mai spedito al fronte. La guerra è ormai agli sgoccioli quando viene spostato al campo di addestramento in Alabama: qui incontra Zelda, si innamora perdutamente di lei ma pochi mesi dopo il suo reparto viene trasferito in una base militare di Long Island per l’imbarco. Pochi mesi dopo otterrà il congedo dall’esercito e farà ritorno a New York, fermamente intenzionato a scrivere il suo primo romanzo,  non prima però di aver chiesto la mano  della più bella ragazza di Montgomery. Zelda è poco più di una bambina, e nonostante ami Scott non ha nessuna intenzione di aspettare pazientemente che il fidanzato ottenga il successo sperato privandosi dei divertimenti a cui era abituata. E’ un periodo di missive burrascose, che però non minano l’unione. Giovani, spregiudicati ed innamorati, i due ragazzi  si sposano il 3 aprile del 1920 a New York, dove inizia “la grande leggenda della bellissima coppia, eroina, simbolo ed interprete di tutte le prodezze sofisticate dell’età del jazz”. In quel periodo Scott aveva appena dato alle stampe “Di qua dal Paradiso”, e fu un enorme successo. Critica e pubblico accolgono con grande entusiasmo il romanzo, dimostrando di apprezzarne lo stile fresco ed innovativo. Fitzgerald, giovanissimo, diventa così il simbolo di una nuova generazione, quella che si andava profilando dopo gli anni terribili della Grande Guerra: era iniziato il periodo più sfrenato del ‘900, permeato da un’intensa gioia di vivere che spesso sfogava in eccessi di ogni tipo. Ma questa non è la storia di Scott, e nemmeno quella dei ruggenti anni venti. Questa è la storia di una giovane donna ribelle e spregiudicata, per la quale la famiglia di origine e la vita di provincia rappresentavano   un’inutile  zavorra che le impediva di volare libera. Era erotica e sensuale Zelda, ed amava esserlo. Gli uomini   perdevano la testa per lei e lei adorava essere corteggiata, ma non si concedeva mai veramente; usciva con i militari di stanza a Montgomery (seppur colleghi di Scott), ed i compagni di liceo senza badare ai pettegolezzi e alla disapprovazione dei genitori, incurante di tutto eccetto che di sè stessa e del proprio appagamento. L’estrema severità del padre e l’incomunicabilità con la madre spingevano Zelda alla ribellione, ma non fu necessario alzare barriere ed inneggiare alla guerra: era come se avesse seguito un’onda naturale, la piega perfetta, l’unica che potesse prendere la sua vita. Oggi  Zelda viene considerata una  “femminista ante litteram“, ma per quei tempi non fu altro che una donna scandalosa e modaiola, a seconda dell’ambiente a cui si rapportava. Portava i capelli alla maschietta,    usciva da sola o con chi più l’aggradava atteggiandosi come un uomo, beveva troppo e faceva il bagno completamente nuda: se questo a New York o in Europa era considerato un comportamento accettabile ed addirittura affascinante, si scontrava invece  duramente con la cultura dell’ america del sud, ancorata a solide tradizioni che vogliono la donna come una creatura docile ed irreprensibile, senza ambizioni nè desideri.  Zelda  era l’opposto di quell’archetipo, e fu proprio il suo anticonformismo ad attirare dannatamente Scott, anche lui lontano anni luce dall’immagine del  bravo ragazzo americano. Gli anni venti ebbero così la loro stella più fulgida,  strappandola ai cieli infuocati dell’Alabama. Quella di Zelda fu un’esplosione di luce tanto fugace quanto intensa, che bruciò ogni cosa, come un incendio devastante: amore, famiglia, carriera, sogni, speranze. Sopravvissero al suo declino solo i ricordi della fanciullezza, che custodiva come un tesoro prezioso in un angolo di sè, uno dei pochi che ancora l’elettroshock non aveva distrutto. Il luogo più intimo, il più inaccessibile di tutti,  in cui era sempre giovane e bella, innamorata,  seducente ed affamata di vita. L’Alabama, da cui era scappata con Scott per mordere la vita, si trasforma in nostalgica dolcezza e diventa il leitmotiv che accompagnerà la sua vita adulta.

    Il matrimonio con Scott è una perenne corsa  sulle montagne russe, con picchi di euforica felicità e precipitose discese all’inferno. Un uomo e una donna simbiotici ed autodistruttivi, lanciati a folle velocità verso un futuro di cui  non importava a nessuno, icone di un’epoca dorata in cui gli artisti venivano idolatrati, come oggi faremmo con una rockstar. E loro, investiti da tanta magnificenza, si sentivano forse in dovere di restituire qualcosa al pubblico adorante, dettando mode e sovvertendo qualsiasi regola morale. Gli artisti hanno un tormento interiore che costituisce parte fondamentale del loro genio, ma per Scott è diverso. Il vero tormento è Zelda a portarselo addosso, e Scott non può far altro che assimilare il suo male di vivere, osservarlo, spiarlo ed ispirarsi ad esso per i suoi romanzi. Anche se questo significava rubare i diari che Zelda scriveva sin  da quando era ragazza, o sabotare la pubblicazione della sua raccolta di racconti aggiungendo il nome “Scott” accanto al cognome di entrambi. La sofferenza psichica di Zelda diventa essenziale per la scrittura di Scott, i cui personaggi femminili interpretano ognuno una fase diversa della vita della moglie. Nel giro di pochi anni le stelle più sfavillanti del firmamento europeo si spengono poco alla volta, lasciando il vuoto intorno come gigantesche supernova. Scott non riesce più a scrivere niente di decente, è imbottito di alcol e debiti, non riesce più a fare l’amore con sua moglie perché sono più le volte che si addormenta ubriaco fradicio di quelle in cui è sveglio. Zelda lo tradisce, scappa ad Antibes con un aviatore francese, ma Scott torna a riprenderla per rinfacciarle quel tradimento fino alla fine del loro matrimonio. La bellezza di Zelda comincia a sfiorire, i demoni interiori la tengono stretta in una morsa micidiale, cominciano i ricoveri nelle cliniche psichiatriche, le sedute interminabili con i dottori, gli elettroshock. “Scott, mio marito, è stata una trappola di cristallo: ha rubato la mia vita, la mia essenza, la mia arte“. Ma i medici non le danno retta, è Scott che paga le loro parcelle, e la diagnosi è quella di schizofrenia.  Chi può mai sapere se Zelda fosse stata realmente plagiata da Scott o se la sua fu semplice ispirazione? Quella del marito era gelosia per un talento puro, che non aveva bisogno di un incessante lavorìo, o era sincera ammirazione? I disturbi psichici di Zelda erano gravi  al punto da farle percepire tutto attraverso un filtro distorto? E’ stata la sua follia latente a condurre Scott passo dopo passo sull’orlo del baratro, alcolizzato e senza più vena creativa, o fu la depressione di Scott a distruggerla definitivamente? Era folie a’ deux o era solo troppo amore? Questo romanzo non ha la pretesa di stabilire una nuova verità, è solo la vita di Zelda raccontata  attraverso i suoi occhi ed è composto come un diario, simile a quelli che la donna – presumibilmente – ha sempre tenuto fin da quando viveva ancora in Alabama. Non esiste una trama lineare, le pagine sono pensieri che prendono forma un po’ alla volta, come se arrivata ad un certo punto della sua vita Zelda sentisse la fine vicina e venisse travolta dai ricordi. Il piano temporale è sfalsato, gli anni si rincorrono veloci e si raggomitolano su sè stessi, ma seguire il flusso dei suoi pensieri è semplice, perchè per comprendere un romanzo così intimo non è  necessario seguire lo scorrere del tempo. Il filo conduttore è qualcosa di sfuggente, che non si può misurare: è la nostalgia, è un  demone interiore che non si riesce mai a vincere,  che respingiamo e cerchiamo con la stessa ostinata disperazione.

    🔖 Zelda Sayre Fitzergald morì all’età di quarantasette anni nell’incendio nell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata a causa della sua instabilità mentale, dovuta secondo alcuni ad una grave forma di schizofrenia, secondo altri ad una depressone congenita. Nel 1932 pubblicò il romanzo autobiografico “Save Me the Waltz” (Lasciami l’ultimo valzer), in cui sono presenti numerosi spaccati della sua vita matrimoniale. “

    Tenera è la notte” venne pubblicato da Francis Scott Fitzgerald nel 1934, e leggendolo è impossibile non capire dove  trasse ispirazione per i personaggi di Dick e Nicole. O dove fu il plagio.