“Quarant’anni fa, mentre stava per esplodere l’estate dell’amore libero, dal sottosuolo di New York iniziò a suonare il disco allucinato di una nuova band. Era stato Andy Warhol a scoprire quei quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, che cantavano una canzone intitolata HEROIN. Era la primavera del 1967, anno in cui la musica cambiò…..”
Giugno ’67, a San Francisco comincia quella che passerà alla storia come l’estate dell’amore libero, degli hippies, dei fricchettoni. Suoni modali e melodie rallentate, acidi e funghi allucinogeni, una filosofia di vita racchiusa nel famoso slogan “peace & love”. Ascoltano i JEFFERSON AIRPLAIN, I GREATEFUL DEAD, I BEATLES e l’album miliare di questi ultimi,” Sgt Pepper’s lonely hearts” diventa l’album rock per eccellenza, quello che meglio di tutti riesce a racchiudere i colori e i profumi di quel periodo mitico. Ma mentre sulla west coast tutto questo impazzava e si propagava a macchia d’olio in tutto il continente e attraversava l’oceano, sulla costa orientale degli Stati Uniti, nell’ombelico di New York, si faceva strada un’idea nuova di concepire la musica: non più solo come divertimento puro e semplice, ma musica come intesa come ARTE. I Velvet Underground fecero loro questa idea così diversa e controcorrente e la concretizzarono in questo album dalla celeberrima copertina, creata appositamente per loro da Andy Warhol. Proprio lui infatti scoprì il gruppo, in un caffè nel cuore del Village. I quattro ragazzacci stavano per essere sbattuti fuori dal proprietario del locale: cantavano una canzone intitolata HEROIN, la voce di Lou Reed accompagnata da una viola elettrica e da tamburi percossi a mani nude da una donna minuscola. Poco dopo, attaccano con “VENUS IN FURS” e questa volta si parla di sadomasochismo. E’ decisamente troppo: loro vengono cacciati, ma Warhol se ne innamora a tal punto da volerli a tutti i costi in uno dei suoi show surreali, dal nome che la dice lunga: ”Exploding Plastic Inevitable”. Un miscuglio di immagini sadomaso, luci stroboscopiche, soffitti e muri a specchio in cui i Velvet, rivestiti di pelle nera, suonavano il loro rock dei bassi fondi. A loro nello show si aggiunge Nico: cantante, attrice, modella musa di Coco Chanel, creatura di incredibile fascino che probabilmente fu la causa principale dello scioglimento del gruppo (ma persero la testa per lei altri artisti del calibro di Jim Morrison e Bob Dylan).

Christa Päffgen, in arte “Nico”
I Velvet sono un gruppo che sperimenta, azzarda, infastidisce. La loro è una miscela unica che racchiude in sè testi raffinati e argomenti violenti, un sound graffiante cui anni dopo attingerà, esasperandolo, il punk. La musica diventa qualcosa di fisico, che esprime da sola il testo del brano: in “Venus in furs” le immagini sadomaso vengono esplicitate dai suoni più che dalle parole, così come in “Heroin”, grazie ad una viola elettrica che pare schizzata ed ai tamburi in sottofondo, sembra davvero di compiere un viaggio disperato verso l’annullamento di sé.
Come da manuale, il disco sarà un flop commerciale. Troppo all’avanguardia rispetto al loro tempo , precursori troppo precoci di ciò che dovrà aspettare almeno un altro decennio per emergere, saranno per parecchio tempo confinati alla musica di nicchia, piacere esclusivo per quei pochi che riuscirono a coglierne da subito la genialità. Facile capire perché alla fine degli anni 60 nessuno comprava i loro album: i Beatles cantavano “All you need is love”, in Italia si impazziva per i cantanti del Piper: la musica era evasione, libertà, leggerezza. La loro atipicità ha però reso i loro pezzi estremamente attuali, molto più adatti alla nostra epoca che alla loro, perfettamente sintonizzati con il crollo dei valori e l’esasperato individualismo dei nostri tempi. In un periodo in cui Scott Mc Kenzie invitava i giovani a riunirsi a San Francisco praticando la gentilezza e mettendo fiori tra i capelli, non poteva trovare spazio un gruppo che parlava di eroina, prostitute e sadomaso. Erano realistici e cinici, la loro musica proiettava immagini cupe, grigie ed inquiete che stridevano con il dilagare degli ideali di pace, amore e fratellanza del movimento hippies che stava letteralmente abbattendo la cultura dominante.
Mi sono sempre chiesta perché mi piacesse così tanto il mondo sordido e cupo evocato da Lou Reed e compagni, cosa ci fosse di così’ attraente nei suoni di quella loro New York del sottosuolo che puoi solo immaginare in bianco e nero. In realtà non esistono risposte, perché l’arte basta a se stessa e non deve spiegazioni a nessuno. Certo è che quella viola elettrica che domina i brani, strapazzata e schizofrenica, mescolata alle percussioni crea qualcosa di surreale, di allucinato, un richiamo ipnotico a cui è impossibile sottrarsi.
QUALCHE ANEDDOTO:
1. PERCHE’ THE VELVET UNDERGROUND?
E’ il titolo di un libro scritto nel 1963 da Michael Leigh, irlandese di Dublino trapiantato in Florida: un’inchiesta giornalistica sulle pratiche sessuali estreme, dallo scambismo al sadomasochismo al bondage. Un volumetto del quale ci saremmo certo dimenticati se non fosse finito nelle mani di Lou Reed…
2. PERCHE’ LA BANANA?
La leggenda vuole che la banana da sbucciare che Warhol aveva pensato per la cover fosse impregnata di Lsd: all’epoca, correva il 1967, una leggenda metropolitana prometteva effetti simili alla marijuana a chi fumava le bucce essiccata della banana.
3. MODELLA, ATTRICE, CANTANTE
Christa Paffgen, nata non si sa quando e morta a Ibiza nel 1988 per una caduta dalla bici, diventò NICO grazie a un fotografo che la chiamò così per un suo flirt con il regista Nico Papatakis. Pupilla di Coco Chanel, ebbe una piccola parte nella DOLCE VITA accanto a Marcello Mastroianni. Lasciò i Velvet Underground nel 1967 e incise da sola altri sette dischi


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