Ci sono luoghi in cui il tempo sembra comportarsi in modo diverso. Non perché si fermi, ma perché riesce a tenere insieme momenti lontanissimi della nostra vita, mettendoli uno accanto all’altro come se non fossero mai stati davvero separati.
Per me, uno di questi luoghi è un piccolo cimitero sulle alture della mia città, dietro la bella chiesa di Santa Maria Maggiore. Da lassù il mare si apre davanti agli occhi, la luce raggiunge ogni angolo e lo sguardo può perdersi verso l’orizzonte. È un luogo che mi comunica pace, una serenità che non ho mai trovato nel cimitero principale, dove il pensiero della morte mi è sempre sembrato più cupo, quasi opprimente.
Ho voluto che i miei genitori riposassero lì, insieme. Quando mi hanno parlato di questo luogo, ho capito che era il posto giusto: la luce, il mare, quella quiete che sembra appartenere alla collina. C’era anche una coincidenza che mi ha commossa. Proprio in quella borgata i miei genitori avevano cominciato la loro vita da sposi. Ritrovarli lì, alla fine del loro cammino terreno, mi è sembrato un modo per ricomporre qualcosa che la vita aveva lasciato in sospeso.
Quando sono tornata a vedere la lapide completata, con la fotografia e le iscrizioni, ho incontrato Cipria.
Prima non lo avevo mai visto, eppure ero già stata lì altre volte. Quel giorno, invece, è comparso quasi all’improvviso, un gatto dal mantello color crema e zenzero, così chiaro da sembrare cipria, con due occhi ambrati che sembravano capaci di guardarmi molto più a fondo di quanto mi aspettassi. Mi è venuto incontro, mi ha seguito dappertutto, ha miagolato senza tregua, chiedendo attenzioni con una determinazione che non lasciava spazio all’indifferenza.
Era bellissimo. E voleva essere accarezzato.
Io ero lì per guardare la fotografia dei miei genitori, finalmente insieme anche nei loro volti. Era stata scattata nell’ottobre del 1990, al matrimonio di una cugina. Mia madre aveva più o meno la mia età di oggi: lei compie gli anni il 29 ottobre, io il 24, appena cinque giorni ci separano. Quando sono nata, aveva festeggiato il suo compleanno con me ancora neonata, in ospedale. Ritrovarmi davanti al suo volto, in quella fotografia di tanti anni prima, mi ha fatto sorridere. Mi ha fatto uno strano effetto pensare che oggi abbiamo la stessa età.
Le coincidenze, in questa storia, sono tante. Non so se abbiano un significato preciso, se siano soltanto quelle combinazioni che ogni tanto ci sorprendono o se esista qualcosa che non riusciamo a comprendere fino in fondo. So che quel giorno, davanti alla fotografia dei miei genitori, l’arrivo di Cipria mi ha toccata in un modo particolare.
Per un momento ho avuto la sensazione che fosse lì per ricordarmi qualcosa. Io guardavo quei volti, i nomi incisi nel marmo, e lui continuava a cercarmi, con la sua piccola urgenza di esistere. Non chiedeva di essere capito. Voleva soltanto la mia attenzione, una carezza, un po’ di compagnia. E in quella sua ostinata voglia di contatto c’era qualcosa che mi ha dato conforto.
Non so se fosse soltanto un incontro fortuito, se quel giorno fossi particolarmente predisposta a sentire quel gesto come un messaggio o se, dietro quello sguardo così penetrante, ci fosse qualcosa che non saprei spiegare. Non sento il bisogno di scegliere una spiegazione. Ricordo soltanto la sensazione che mi ha accompagnata: come se, proprio mentre il mio pensiero era rivolto a chi non c’era più, la vita mi si fosse fatta incontro.
Non vado al cimitero soltanto nelle giornate dedicate ai defunti. Ci vado quando ne sento il bisogno, perché i miei genitori fanno parte della mia vita anche adesso che non posso più averli accanto. Mi piace pensare che fermarmi davanti alla loro fotografia, dedicare loro del tempo, rivolgere un pensiero o una preghiera sia un modo per continuare a prendermi cura di quel legame. Non occorre una ricorrenza per ricordare chi abbiamo amato.
Il luogo che ho scelto per loro mi permette di farlo con serenità. Posso fermarmi davanti alla loro fotografia, guardare il mare, lasciare che i ricordi arrivino senza doverli trattenere o scacciare. Poi posso tornare alla mia vita, portando con me ciò che resta di loro, che è molto più di quello che si può incidere su una lastra di marmo.
Quando me ne sono andata, Cipria era rimasto sul muretto. Mi guardava mentre mi allontanavo, miagolando con aria sorniona, come se sapesse di avermi strappato un sorriso in un momento non facile: quello in cui stavo imparando ad accettare che quella lastra di marmo incisa fosse tutto ciò che restava dei miei genitori.


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