Alcune canzoni sono così iconiche che hanno travalicato tutti i confini di genere, diventando nel tempo un simbolo assoluto della musica contemporanea.
“Wish you were here” dei Pink Floyd è una di queste. E questa è la sua storia.
E’ il 1975 e i Pink Floyd, dopo l’enorme successo ottenuto con il loro ottavo album in studio The Dark Side of The moon , pubblicato un paio di anni prima, sono ormai entrati nell’olimpo del Rock. La formazione della band però non è più la stessa delle origini: Syd Barrett, chitarrista e fondatore del gruppo insieme a Roger Waters, era stato allontanato anni prima dagli altri membri della band a causa di problemi psichiatrici che rendevano impossibili le performance sul palco.
L’addio di Syd Barret
Tra il 1965 e il 1966, durante i primi concerti nei club di Londra, Barrett trascinò i Pink Floyd nella sperimentazione musicale con il suo stile eclettico fatto di dissonanze e distorsioni, creando suoni sovrannaturali che ipnotizzavano letteralmente il pubblico. Ricorda Pete Brown: «Syd Barrett faceva un incredibile lavoro sul palco. Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita nei “light shows”: una creatura dell’immaginazione. I suoi movimenti parevano orchestrati per armonizzarsi con le luci e sembrava un’estensione naturale, l’elemento umano, di quelle immagini liquide.»
Fu un genio assoluto il cui stile ebbe un forte impatto sui musicisti delle generazioni a venire ed influenzò in modo indelebile le correnti di rock alternativo. Purtroppo però un estro straordinario non bastò a salvarlo dai suoi demoni: la sua parabola discendente fu rapida ed impietosa. Il 26 gennaio del 1968 i Pink Floyd, esasperati dai comportamenti di un Barrett sempre più ottenebrato dall’abuso di LSD e altre droghe pesanti, decidono di non passare a prenderlo prima di partire per un concerto a Southampton: da quel momento in poi verrà sostituito da David Gilmour, con cui la band entrerà definitivamente nella leggenda.
Barrett però non se ne andò mai veramente: tutta la produzione successiva al suo allontanamento trasse ispirazione da lui, dalle sue visioni psichedeliche, dalla sua ecletticità, come se fosse un fantasma che avvolgeva ogni nota, ogni giro di chitarra. Come affermò in seguito Waters, Syd Barrett era il cuore pulsante del progetto Pink Floyd: doverci rinunciare fu molto complicato, anche da un punto di vista emotivo.
La genesi
Il periodo di Barrett fu contrassegnato da sonorità molto all’avanguardia, che accostarono la band al filone del rock psichedelico, di cui si può dire furono i pionieri; successivamente, con l’ingresso di David Gilmour alla chitarra, gli equilibri del gruppo cambiano. Waters, rimasto unico leader della band, compie scelte decisamente più pop e si accosta al rock progressivo, pur continuando a sperimentare e a fondere insieme elementi di generi musicali diversi.
Torniamo nel vivo della nostra storia: Waters e compagni entrano agli Abby Road Studios di Londra per registrare il nono album della loro carriera, con in mano un pugno di canzoni scritte durante il loro ultimo tour, l’ennesimo senza Syd. E’ un concept album che esplora gli aspetti amari dell’esistenza, come il cinismo del mercato discografico che non rispetta l’ideale artistico dei musicisti, e ne calpesta il valore. Ma soprattutto l’album parla del senso di perdita, di mancanze, di quei legami che la vita spezza impietosamente. Il tema centrale è l’assenza di Barrett, a cui viene esplicitamente dedicato il pezzo che apre il disco “Shine On You Crazy Diamond“.
Mentre la band stava proprio incidendo quel brano , nello studio di registrazione entrò un uomo in sovrappeso, con in mano una busta della spesa, i capelli e le sopracciglia rasati. In un primo momento nessuno riconobbe quell’uomo dallo sguardo smarrito: poi Gilmour capì che si trattava di Syd Barrett. Barrett non reagì in modo particolare alle domande e ai tentativi di conversazione, e nemmeno sembrò cogliere il senso di quel pezzo che stavano incidendo sul vinile. Sembrava provenire da un altro mondo, come se il fantasma che aleggiava da anni tra di loro avesse improvvisamente preso le sembianze dell’amico di sempre, ormai alienato. Nessuno di loro lo rivedrà mai più fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 2006.
Dopo quell’episodio il senso di colpa e la nostalgia nei confronti di Barrett si acuiscono e si sublimano in quello che diventerà uno dei brani più iconici di tutti i tempi: Gilmour con una chitarra acustica a 12 corde compone un riff lento, dalle note blues, su cui Waters scrive un testo malinconico e denso di significato, che ancora una volta parla di assenza e senso di perdita.
Ancora una volta, dedicato a Syd.
I versi ci invitano a riflettere sulla nostra esistenza, a saper scegliere una vita autentica e libera da una di facciata in cui stiamo per abitudine che ci intrappola e ci rende infelici, recitano di un paradiso indistinguibile dall’inferno, di eroi scambiati per fantasmi. Un immaginario che è entrato nella cultura pop della nostra epoca, in cui è difficile forse intravedere e comprendere l’amarezza che ha spinto Gilmour e Waters a scrivere un testo così intenso e disilluso, in un momento in cui la band è invece all’apice del successo.
“Wish You Were Here” – Vorrei che tu fossi qui: significa che sei in un posto meraviglioso, che stai vivendo il tuo sogno. Ma significa anche se sei incredibilmente solo.
🎧Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica
“Caro detective Hodges, secondo le mie ricerche ha risolto centinaia di casi. Se è vero, come credo lo sia, ormai avrà immaginato che sono uno dei pochi riusciti a sfuggirle. Infatti sono l’uomo che la stampa ha deciso di chiamare a) il Jolly, b) il Pagliaccio, c) l’Assassino della Mercedes, il mio preferito!” Sinceramente suo, L’Assassino della Mercedes
Adoro Stephen King, e leggo qualunque cosa egli proponga. Raramente sono rimasta delusa, anche se non ho letto tutto il suo repertorio (non so se basterebbero un paio di anni interamente dedicati a lui). Questo non è il suo prototipo di romanzo, anzi tutt’altro. Questa volta si cimenta in un thriller ad alta tensione di ottima fattura, degno dei migliori maestri del genere. In più, oltre alla suspence, troviamo altri ingredienti atipici della sfera kingiana (le indagini meticolose, il procedere macchinoso dei ragionamenti, la ricerca di prove) ma la sua penna è riconoscibile ad ogni tratto. Gli elementi cari all’autore sono comunque espressi alla massima potenza: c’è il male, celato dietro l’apparenza di una insospettabile normalità, un male subdolo, che è riuscito ad affondare le sue radici nell’infanzia fino ad esplodere al raggiungimento dell’età adulta. Un male che è terribile ed oscuro, che non si comprende e che è difficile anche da leggere nero su bianco. C’è la ricerca di redenzione e di riscatto da una vita avara, strafatta di solitudine. Una rivincita per cui spesso non c’è spazio, e che ha il sapore amaro dei premi di consolazione.
La contrapposizione tra bene e male viene interpretata da due personaggi memorabili: uno spietato killer, autore di un terribile massacro e rimasto impunito, ed un ex poliziotto in pensione che viene sfidato in una agghiacciante caccia all’uomo dall’omicida stesso. Brady, ragazzo solitario che ha un lavoro precario in un grande negozio di elettronica e che vive con la madre alcolizzata, è IL MALE. Il vecchio Hodges, che dopo il pensionamento conduce una vita tristemente vuota fatta di cibi precotti e di giornate interminabili trascorse a guardare idioti programmi televisivi, è IL BENE. Anziché darci la visione di due opposti, il re del male con l’aspetto di un orco e un supereroe giovane e muscoloso paladino della giustizia, King ci presenta entrambi come due anonimi sociopatici che impareranno presto a (ri)fare i conti con la realtà. E, assurdamente, avranno bisogno l’uno dell’altro per riuscire a farlo. Per Brady questa sfida rappresenta in un modo o nell’altro la possibilità di mettere fine ad un incubo che dura da tutta la vita, istigando il suo nemico contro se stesso. Mentre per Hodges segnerà l’inizio della parte migliore della sua esistenza. Hodges, per la sua tagliente ironia e il suo modo dolente di vivere, è stato paragonato dalla critica a Philp Marlowe, indimenticabile detective frutto della fantasia del padre del “noir” Raymond Chandler. Personalmente faccio fatica a compiere questo parallelismo…Marlowe è inarrivabile ma devo ammettere che come erede Hodges non è tanto male. Spesso mi ritrovo a parlare del genio di King. Ogni volta che mi capita di leggere un suo libro ci sbatto dentro con violenza, eppure ancora oggi se dovessi definirlo non sarei in grado di farlo. So per certo che in questo thriller ce n’è una buona parte, ed è quel tocco in più che lo rende così diverso da tutti gli altri anche se la trama probabilmente non è delle più originali.
PS:
“Persino le stelle sono un miraggio. L’unica verità è il buio. E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.”
Ci sono canzoni che non si limitano solo ad essere ascoltate per puro piacere, ma diventano portavoce potenti di speranza e di ideali di libertà, un manifesto di cambiamento e trasformazione, e per questo destinate ad assurgere al ruolo di veri e propri inni per milioni di persone in tutto il mondo.
“A Change is gonna come” di Sam Cooke è una di queste. E questa è la sua storia.
Il contesto storico
E’ il 1963 e la vita di Sam Cooke, il più rilevante ed influente cantante soul di quel periodo, sta per incastrarsi con una serie di eventi che lo porteranno alla composizione di questo inno transgenerazionale, purtroppo pubblicato postumo. L’ America di quegli anni vive di contraddizioni, perché nonostante il paese si proclami baluardo della libertà individuale cercando di scrollarsi di dosso l’onta della schiavitù, diversi stati sono ancora fortemente razzisti, legati a vecchi retaggi culturali difficili da scardinare. I venti del cambiamento, però, stanno cominciando a soffiare. Il 1° dicembre del 1955 Rosa Parks, una donna di colore di Montgomery, capitale dell’Alabama, si rifiuta di cedere il proprio posto sull’autobus ad un uomo bianco rimasto in piedi, contravvenendo alle disposizioni vigenti. La donna fu arrestata e condotta in carcere ma la reazione del popolo afroamericano fu immediata e, soprattutto, dirompente: l’episodio di Rosa Parks fu la scintilla che innescò la miccia di una rivoluzione sociale ormai inevitabile.
L’ispirazione
In questo contesto tumultuoso si inserisce la storia di Sam Cooke e del suo celeberrimo brano, che diventò, senza che l’autore ne avesse la minima consapevolezza, il manifesto di ogni battaglia per i diritti civili. Cooke in quel periodo è già un cantante molto affermato, una stella della musica soul, ma é pur sempre un afroamericano che deve confrontarsi con un paese ancora fortemente conservatore.
Durante un tour in Louisiana Cook decise di fermarsi a dormire con la moglie e il fratello in un motel per soli bianchi, ma alla reception sostengono di non avere camere disponibili. In realtà il motivo del diniego fu solo uno: il colore della pelle. Cooke protestò con foga ma, nonostante la sua notorietà, fu arrestato dalla polizia per disturbo alla quiete pubblica; passò la notte in prigione ma riuscì comunque ad esibirsi presso l’auditorium comunale di Shreveport, nonostante la diramazione di un allarme bomba montato ad hoc nel tentativo di boicottarlo. L’episodio turbò profondamente Cooke, e fu proprio da questa esperienza traumatica che il cantante trasse ispirazione per comporre “A Change is gonna come“.
L’indignazione per ciò che accadde quella notte in Louisiana dà lo slancio decisivo all’autore per comporre un brano intenso e malinconico, in cui il dolore e la sofferenza per la propria condizione di emarginato si sublimano in un sentimento di fiduciosa attesa e di amore per la vita, nonostante tutto.
Cooke non parla mai apertamente di razzismo, ma lo fa elaborando un testo raffinato ed intimo che parla speranza, di un cambiamento che sta arrivando e che si può già avvertire nell’aria, come una forza vibrante in grado di ripulire il mondo.
Dal momento che Cooke non ammise mai che fu l’episodio di razzismo subito in Louisiana ad avergli ispirato il brano, alcuni attribuiscono il merito all’ascolto di “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan, pubblicata proprio in quegli anni, in cui le domande irrisolte che l’artista si pone di fronte all’ingiustizia e alla guerra volano via nel vento, inafferrabili, lasciandolo sgomento di fronte alle atrocità del mondo. Non possiamo stabilire una verità a posteriori, ma non è importante farlo; sappiamo solo che Cooke, turbato ciò che stava avvenendo intorno a lui, sentì l’urgenza di esprimere un concetto universale, che sentiva profondamente: “non sappiamo cosa ci sia dopo la morte e, proprio per questo, ad ogni essere umano deve essere garantita giustizia, una vita degna su questa terra. Dylan chiedeva: “how many years can some people exist, before they’re allowed to be free?”. Cooke rispose: “Soon”. “A change is gonna come”.
L’eredità
La canzone fu registrata il 21 dicembre 1963, ma la RCA non lanciò subito il pezzo come singolo preferendogli altri brani, probabilmente a causa del suo scomodo messaggio intrinseco. L’11 dicembre 1964 Sam Cooke fu ucciso in un motel di Los Angeles, in circostanze mai del tutto chiarite. Solo a questo punto la RCA si decise a pubblicare “A change is gonna come”, che divenne subito l’inno del Movimento per i Diritti Civili nonché l’epitaffio di questo artista eccezionale, dotato di un fascino e di un carisma inarrivabile e di una voce angelica, che accompagnava con dolcezza struggente le melodie dei suoi brani.
Purtroppo, a causa di una lunga e penosa disputa legale tra case discografiche, questo pezzo non poté per molti anni essere riproposto dopo la sua prima pubblicazione. La disputa si è risolta solo nel 2003 – ben 40 anni dopo – consentendo la ristampa della versione originale rimasterizzata e la sua inclusione nell’ antologia “Sam Cooke. Portrait of a Legend – 1951-1964”
Sono passati sessant’anni da quando Sam Cooke cantava “C’è voluto molto tempo, ma stasera è arrivato il cambiamento“, ma la forza espressiva di questo brano è rimasta intatta continuando a rappresentare il manifesto per eccellenza di tutte le battaglie per i diritti civili.
🎧Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica
📖Siamo negli anni sessanta, Jamie sta giocando con i soldatini in un’assolata giornata estiva del New England quando un’ombra copre la sua visuale: è il giovane reverendo Charles Jacob, appena trasferitosi in paese con la famigliola. I due stringono subito amicizia e cominciano a provare simpatia e curiosità l’uno per l’altro. Jacob ha un hobby particolare ed affascinante: costruisce invenzioni che sfruttano l’elettricità. Il ragazzo è incuriosito da Jacob e dalla sua famiglia perfetta, composta da una bellissima moglie che sprizza sensualità nonostante le gonne lunghe fino alla caviglia ed un bambino adorabile soprannominato da tutti “Morrie la Mascotte”. La vita nella piccola comunità scorre tranquillamente fino a quando una terribile tragedia si abbatte sulla famiglia del Reverendo. In seguito egli perderà completamente la fede in Dio e verrà allontanato dalla comunità perché, nonostante l’umana pietas che tutti provano nei suoi confronti , non è più in grado di guidare il gregge di anime che gli era stato affidato. Jamie nel frattempo cresce, sperimenta quella che è la vita di un adolescente normale, (primo amore compreso) e trova la sua strada nella musica rock. Ma come spesso accade il male è dietro l’angolo, pronto ad irretire con i suoi tentacoli chiunque lo sfiori appena. La sua vita adulta scorre via inutilmente seguendo lungo le strade dell’America un numero imprecisato di band musicali, con il cervello ottenebrato da droghe di ogni tipo. Incapace di tenersi un qualsiasi ruolo nei vari gruppi perché sempre più strafatto, arriverà sull’orlo del baratro fino a quando la mano del Reverendo l’aiuterà a trarsi in salvo. Da qui in avanti Jacob sarà sempre più presente nella vita di Jamie fino all’ultimo, fatale incontro: Jamie, ormai completamente fuori dal gorgo della droga, verrà messo a conoscenza di un piano terribile e definitivo, l’esperimento massimo su cui Jacob studia e lavora da anni. Questo male strisciante, questa nube tossica che ammorba le vite di entrambi si manifesta in un crescendo continuo e non molla mai la presa, neppure nei momenti più soft in cui la vita di Jamie appare placida e tranquilla, seppur intrisa di rimpianti e malinconia. Un altro elemento cardine di questo romanzo infatti è proprio questo: un’invincibile nostalgia, un sentimento inespresso che resta sullo sfondo per tutto il tempo, un desiderio struggente di poter riavvolgere la bobina di quel film che giorno dopo giorno scorre sulla nostra pelle, troppe volte senza poter scegliere. Ed è così che, senza neanche rendersene conto, Jamie e Jacob si ritroveranno legati indissolubilmente nel tentativo di compiere un gesto estremo, folle, irreversibile. Perché la vita è bastarda. Perché si prende le persone che hai amato, i tuoi anni migliori, quello che avresti potuto essere… e non ti restituisce nulla. La morte è una porta chiusa oltre la quale non possiamo guardare, la linea di confine che non possiamo attraversare. Chi si può arrogare il diritto di chiedere indietro una vita, di restituire il respiro ad un morto se non dio in persona? Come si può varcare la soglia e tornare indietro senza impazzire? Ci sono forze sconosciute che governano il genere umano da milioni di anni che non devono essere sfidate, e domande che devono restare senza risposta.
💡Come sempre l’autore cela il male dietro un’apparente normalità: non c’è un orrore che sia visibile agli occhi, ma qualcosa di molto più subdolo, un’ombra che lentamente si allunga sulle vite dei protagonisti fino ad inghiottirle del tutto. Il buio dell’anima, le tenebre che avviluppano la mente: è questo il male più pericoloso, ed è questo che lui ci offre attraverso la storia di Jamie e Charles.
🖋️King strizza l’occhio alla letteratura horror del passato, omaggiandola attraverso le ambientazioni sinistre, notti buie e tempestose, fulmini e scariche di elettricità, esperimenti folli e citazioni che richiamano esplicitamente i suoi mentori. Ed è anche un omaggio alla musica, a quel rock che fa parte della vita dell’autore non meno che della mia (e di tanti suoi lettori). Quei brani leggendari, quel vagabondare “on the road” con la sola compagnia di una Stratocaster, la certezza di come una canzone possa restare legata per sempre ad un ricordo, rievocandolo ad ogni ascolto. C’è una musica in sottofondo che possiamo sentire nitidamente mentre leggiamo, come se fosse trasmessa da un’emittente radiofonica sintonizzata sul nostro passato….
Ci sono canzoni che non si esauriscono in uno spazio di tre minuti, perché vanno oltre il semplice ascolto. Alcune, come “Love will tear us apart” dei Joy Division, sono vere e proprie sublimazioni del male di vivere, del senso di vuoto e di inadeguatezza che strazia le anime più sensibili e che diventano, loro malgrado, il compimento di un destino ineluttabile.
Il successo
Manchester, 1980. I Joy Division, dopo il successo del loro disco di esordio “Unkown pleasures ” sono pronti a spiccare il volo ed affermarsi come band di culto all’interno della scena post punk del periodo. Le loro atmosfere cupe, gelide e decadenti esprimono qualcosa di diverso, un rock inquietante che incanala l’energia rabbiosa del punk in intimi cunicoli di malinconia e desolazione. Il timbro baritonale, quasi spettrale di Ian Curtis, giovanissimo e carismatico leader della band, è oltre il tormento: è una presa di coscienza nichilista, definitiva ed inesorabile, che scarnifica l’anima e raggiunge l’abisso. La sua staticità scenica, interrotta da balletti meccanici e da spasmi improvvisi, l’utilizzo di una base ritmica ipnotica e dei suoni meccanici del sintetizzatore trasmettono emozioni al limite con un’intensità dolorosa, quasi fisica.
La discesa agli inferi
Nella primavera di quell’anno i Joy Division, forti del grande successo in patria, stanno per far uscire il loro secondo album, Closer, al quale seguirà un tour negli Stati Uniti. Curtis è un frontman carismatico molto apprezzato, ma il successo raggiunto in modo così fulmineo e strabordante mette a dura prova il suo fragile equilibrio. Gli viene diagnosticata una forma di epilessia fotosensibile le cui crisi sono sempre più ricorrenti e destabilizzanti, una disabilità cronica con cui non riesce a convivere e che gli procurerà anche una grave forma di depressione.
Curtis è un ragazzo insicuro, chiuso, destabilizzato. Assume i farmaci in modo sregolato, ossessionato da un’invalidità psichiatrica che stava compromettendo inesorabilmente i suoi sogni di gloria. Il legame con la moglie Deborah collassa mentre il resto della band fa scudo intorno a lui, provando a rimetterlo sul palco anche quando le sue condizioni sono disastrate. Curtis vive di paranoie, e in quei giorni maledetti ha un pensiero che lo tormenta più di ogni altro: vuole scrivere una hit per la sua band che scali le classifiche britanniche fino ad arrivare alla top ten, l’unica cosa che ancora manca ai Joy Division per essere consacrati nel tempio del Rock. Ma, come in ogni favola nera che si rispetti, arriverà quando sarà troppo tardi.
L’inizio della leggenda
ll 18 maggio del 1980 Ian Curtis muore suicida impiccandosi nella cucina di casa sua, stroncando il progetto dei Joy Division all’apice della sua esperienza. Ma il destino non aveva ancora compiuto il suo percorso e così, pochi giorni dopo la morte di Curtis, la Factory Records pubblica il singolo “Love will tear us apart” : sarà un grande successo, che arriverà in vetta alle classifiche britanniche ed internazionali diventando in assoluto il singolo più iconico della band. La melodia accattivante del brano, così diversa dalle sonorità cupe e annichilenti che caratterizzano tutta la precedente produzione dei Joy Division, fa da cornice ad un testo invece tormentato, dominato da dolorose riflessioni sull’amore e sulla sua forza viscerale, insieme distruttiva e salvifica. “L’amore ci farà a pezzi”, scrive Curtis, trasferendo in quei versi tutta la sofferenza per la fine del suo matrimonio, acuita dai suoi tormenti e dal fantasma della depressione. La foto in bianco e nero di un monumento funebre, scattata nel cimitero di Staglieno, a Genova, diventa la copertina del singolo regalando al 45 giri un’immagine fortemente simbolica, che contribuirà a trasformare la parabola discendente di Ian Curtis nell’inizio di una leggenda senza tempo.
A chiudere definitivamente il cerchio è la giovane vedova di Curtis, che fa incidere le parole “Love will tear us apart” sulla tomba del marito, nel cimitero di Macclesfield. Un epitaffio che legherà per sempre Curtis a quel brano che rappresentava il suo sogno di successo, realizzato postumo.
Quell’incisione però è anche molto di più: rappresenta in poche parole il significato più intimo della vita dell’artista, un’ epopea modernamente tragica, un’esistenza vissuta al limite e bruciata troppo in fretta, fatta a pezzi da quei demoni che Ian non riuscì mai a vincere.
🎧 Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica
“Il vecchio e il mare” è un romanzo breve ed intenso, una novella che nasconde dietro un’apparente semplicità temi profondi ed universali, legati alla precarietà della condizione umana. La scrittura essenziale e diretta di Hemingway amplifica il potente simbolismo di questo racconto, che diventa quasi epico, leggendario.
Il protagonista è Santiago, un vecchio pescatore cubano con le ossa doloranti e stanche e la pelle indurita dal sole e dalla salsedine, che da mesi sembra essere perseguitato dalla sfortuna: sono ormai 84 giorni che rientra in porto con le reti completamente vuote, al punto che la sua reputazione è ormai compromessa. Un giorno, dopo che anche Manolin, (il ragazzo che lo aiuta a pescare) è costretto dai genitori ad abbandonarlo a causa della sua mala sorte, il vecchio decide di avventurarsi da solo in mare aperto, oltre i suoi confini abituali, per porre fine a quella penuria e riconquistare così il rispetto e la dignità perduta. Quando, inaspettatamente, abbocca all’amo un enorme marlin, Santiago decide di affrontare la sfida che il destino gli ha posto dinanzi cimentandosi in una lotta eroica contro l’animale, una lunga battaglia che andrà avanti per quasi tre giorni. Quando, allo stremo delle forze, Santiago riesce finalmente ad uccidere la sua preda, sulla via del ritorno il cadavere sanguinolento del marlin sarà attaccato da un branco di squali, che lasceranno al vecchio solo qualche misero brandello di carne attaccato ad un’enorme carcassa. Stremato e arrabbiato con se stesso per aver sacrificato invano quell’avversario formidabile, dopo essere rientrato in porto si addormenta nella sua capanna. L’ indomani mattina troverà intorno alla sua barca un capannello di pescatori intenti ad ammirare increduli i resti di quell’epico animale ancora attaccati allo scafo, un fatto straordinario che farà riguadagnare a Santiago la stima dell’intero villaggio.
Le tematiche, condensate in poco più di 100 pagine, sono profonde ed universali: l’epopea di un uomo, il suo destino, il suo coraggio, la lotta estenuante e il rispetto per il suo nemico, la consapevolezza che l’essere umano non trionferà mai del tutto perché la natura ha in sé una forza devastante, e noi le apparteniamo. Ma Hemingway, attraverso il racconto della vita del pescatore, ci fa capire come non sia importante solo il traguardo ma anche e soprattutto il percorso che si compie per tentare di raggiungerlo, gli sforzi, la caparbietà, il coraggio di non arrendersi mai, fino all’ultimo. Anche se poi si viene inesorabilmente sconfitti. E’ questa la grande lezione di vita che ci impartisce l’umile Santiago: anche quando il destino sembra segnato, la differenza tra un uomo e un codardo sta nel come si sceglie di affrontare la sfida.
Il simbolismo è onnipresente e domina tutte le parti del racconto. La prosa minimalista di Hemingway riesce a trasmettere perfettamente la complessità delle vicende di Santiago attraverso frasi concise ed immagini potenti, in cui ogni descrizione è pregna di significato e nessuna parola è superflua. La battaglia impari ingaggiata da Santiago è una metafora della condizione umana, in cui ogni individuo è costretto a misurarsi con l’ineluttabilità della vita sforzandosi di non abbassare mai il capo, anche quando il destino pare segnato. L’eroismo del vecchio è quello di ogni essere vivente che combatte contro le avversità quotidiane, ed è un invito a riflettere sul valore del coraggio, della resilienza e sul significato di dignità. Santiago è consapevole della superiorità del suo avversario eppure non vuole soccombere senza tentare, perché ha bisogno di lottare con quella preda per dimostrare a sé stesso e agli altri il suo valore. Il gigantesco marlin diventa allora una creatura quasi mitologica, che spinge Santiago oltre i propri limiti interiori, mentre il mare rappresenta la natura ingovernabile, che nell’eterno ciclo della vita si mostra all’uomo in un’alternanza di benevolenza e crudeltà, così come fasiche sono le vittorie e le sconfitte in questo romanzo.
“Il vecchio e il mare” valse ad Hemingway il premio Pulitzer nel 1953 e contribuì in modo decisivo alla fama internazionale dello scrittore, che l’anno dopo fu insignito del Nobel per la letteratura. Ancora oggi è considerato un caposaldo della letteratura del Novecento e non ha mai perso la sua contemporaneità, continuando ad influenzare generazioni di scrittori e di lettori.
“Quarant’anni fa, mentre stava per esplodere l’estate dell’amore libero, dal sottosuolo di New York iniziò a suonare il disco allucinato di una nuova band. Era stato Andy Warhol a scoprire quei quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, che cantavano una canzone intitolata HEROIN. Era la primavera del 1967, anno in cui la musica cambiò…..”
Giugno ’67, a San Francisco comincia quella che passerà alla storia come l’estate dell’amore libero, degli hippies, dei fricchettoni. Suoni modali e melodie rallentate, acidi e funghi allucinogeni, una filosofia di vita racchiusa nel famoso slogan “peace & love”. Ascoltano i JEFFERSON AIRPLAIN, I GREATEFUL DEAD, I BEATLES e l’album miliare di questi ultimi,” Sgt Pepper’s lonely hearts” diventa l’album rock per eccellenza, quello che meglio di tutti riesce a racchiudere i colori e i profumi di quel periodo mitico. Ma mentre sulla west coast tutto questo impazzava e si propagava a macchia d’olio in tutto il continente e attraversava l’oceano, sulla costa orientale degli Stati Uniti, nell’ombelico di New York, si faceva strada un’idea nuova di concepire la musica: non più solo come divertimento puro e semplice, ma musica come intesa come ARTE. I Velvet Underground fecero loro questa idea così diversa e controcorrente e la concretizzarono in questo album dalla celeberrima copertina, creata appositamente per loro da Andy Warhol. Proprio lui infatti scoprì il gruppo, in un caffè nel cuore del Village. I quattro ragazzacci stavano per essere sbattuti fuori dal proprietario del locale: cantavano una canzone intitolata HEROIN, la voce di Lou Reed accompagnata da una viola elettrica e da tamburi percossi a mani nude da una donna minuscola. Poco dopo, attaccano con “VENUS IN FURS” e questa volta si parla di sadomasochismo. E’ decisamente troppo: loro vengono cacciati, ma Warhol se ne innamora a tal punto da volerli a tutti i costi in uno dei suoi show surreali, dal nome che la dice lunga: ”Exploding Plastic Inevitable”. Un miscuglio di immagini sadomaso, luci stroboscopiche, soffitti e muri a specchio in cui i Velvet, rivestiti di pelle nera, suonavano il loro rock dei bassi fondi. A loro nello show si aggiunge Nico: cantante, attrice, modella musa di Coco Chanel, creatura di incredibile fascino che probabilmente fu la causa principale dello scioglimento del gruppo (ma persero la testa per lei altri artisti del calibro di Jim Morrison e Bob Dylan).
Christa Päffgen, in arte “Nico”
I Velvet sono un gruppo che sperimenta, azzarda, infastidisce. La loro è una miscela unica che racchiude in sè testi raffinati e argomenti violenti, un sound graffiante cui anni dopo attingerà, esasperandolo, il punk. La musica diventa qualcosa di fisico, che esprime da sola il testo del brano: in “Venus in furs” le immagini sadomaso vengono esplicitate dai suoni più che dalle parole, così come in “Heroin”, grazie ad una viola elettrica che pare schizzata ed ai tamburi in sottofondo, sembra davvero di compiere un viaggio disperato verso l’annullamento di sé.
Come da manuale, il disco sarà un flop commerciale. Troppo all’avanguardia rispetto al loro tempo , precursori troppo precoci di ciò che dovrà aspettare almeno un altro decennio per emergere, saranno per parecchio tempo confinati alla musica di nicchia, piacere esclusivo per quei pochi che riuscirono a coglierne da subito la genialità. Facile capire perché alla fine degli anni 60 nessuno comprava i loro album: i Beatles cantavano “All you need is love”, in Italia si impazziva per i cantanti del Piper: la musica era evasione, libertà, leggerezza. La loro atipicità ha però reso i loro pezzi estremamente attuali, molto più adatti alla nostra epoca che alla loro, perfettamente sintonizzati con il crollo dei valori e l’esasperato individualismo dei nostri tempi. In un periodo in cui Scott Mc Kenzie invitava i giovani a riunirsi a San Francisco praticando la gentilezza e mettendo fiori tra i capelli, non poteva trovare spazio un gruppo che parlava di eroina, prostitute e sadomaso. Erano realistici e cinici, la loro musica proiettava immagini cupe, grigie ed inquiete che stridevano con il dilagare degli ideali di pace, amore e fratellanza del movimento hippies che stava letteralmente abbattendo la cultura dominante.
Mi sono sempre chiesta perché mi piacesse così tanto il mondo sordido e cupo evocato da Lou Reed e compagni, cosa ci fosse di così’ attraente nei suoni di quella loro New York del sottosuolo che puoi solo immaginare in bianco e nero. In realtà non esistono risposte, perché l’arte basta a se stessa e non deve spiegazioni a nessuno. Certo è che quella viola elettrica che domina i brani, strapazzata e schizofrenica, mescolata alle percussioni crea qualcosa di surreale, di allucinato, un richiamo ipnotico a cui è impossibile sottrarsi.
QUALCHE ANEDDOTO:
1. PERCHE’ THE VELVET UNDERGROUND?
E’ il titolo di un libro scritto nel 1963 da Michael Leigh, irlandese di Dublino trapiantato in Florida: un’inchiesta giornalistica sulle pratiche sessuali estreme, dallo scambismo al sadomasochismo al bondage. Un volumetto del quale ci saremmo certo dimenticati se non fosse finito nelle mani di Lou Reed…
2. PERCHE’ LA BANANA?
La leggenda vuole che la banana da sbucciare che Warhol aveva pensato per la cover fosse impregnata di Lsd: all’epoca, correva il 1967, una leggenda metropolitana prometteva effetti simili alla marijuana a chi fumava le bucce essiccata della banana.
3. MODELLA, ATTRICE, CANTANTE
Christa Paffgen, nata non si sa quando e morta a Ibiza nel 1988 per una caduta dalla bici, diventò NICO grazie a un fotografo che la chiamò così per un suo flirt con il regista Nico Papatakis. Pupilla di Coco Chanel, ebbe una piccola parte nella DOLCE VITA accanto a Marcello Mastroianni. Lasciò i Velvet Underground nel 1967 e incise da sola altri sette dischi
Sono trascorsi diversi anni da quando, dopo un lungo lavoro lavoro su me stessa, ho cominciato vivere nel presente, nel “qui ed ora”, un terreno in esplorazione continua in cui ansia, rimorsi e rimpianti non hanno più alcuno spazio. La vera conquista, per me, è stata questa. Essere riuscita a plasmare i miei pensieri rendendo migliore il mio tempo, senza farmi condizionare dalle esperienze passate e dalle fantasie su un ipotetico futuro, è stato come spalancare la porta su un mondo completamente nuovo. Da tempo ormai non ho più bisogno di immaginare scenari diversi : la vita che ho è talmente ricca, piena e soddisfacente che potrei riempire due anni in due minuti. Ho cominciato ad acquisire questa consapevolezza in un periodo in cui la mia vita, paradossalmente, si era dovuta fermare all’improvviso, in modo traumatico. L’umanità intera venne travolta dal Covid-19, una malattia sconosciuta ed estremamente contagiosa che generò una delle peggiori pandemie della storia. Il “Coronavirus” bloccò la nostra macchina sociale, il nostro lavoro, la nostra libertà di muoverci e di frequentare amici e familiari, gettandoci in uno stato di prostrazione e paura. In Italia il Covid-19, a marzo del 2020, uccideva una media di 700 persone al giorno. I primi momenti furono terribili: i telegiornali 24 ore su 24 trasmettevano notizie tragiche, gli ospedali erano diventati i principali centri epidemici, le ambulanze non sapevano più dove adagiare i malati gravi, i mezzi militari trasferivano le bare fuori dalle città, perché i cimiteri non bastavano ad accogliere nuove salme. Provai un dolore assurdo, quasi fisico alla vista di quella triste sfilata di corpi, sentii il mio cuore spezzarsi e lo stomaco stringersi in un pugno fino a non riuscire più a mangiare. Ricordo il Papa che pregava davanti al Crocifisso di San Marcello al Corso, che salvò Roma dalla pestilenza del 1.600, in una Piazza San Pietro spettrale, desolatamente vuota. Incurante della pioggia, claudicante, solo, con addosso il peso spirituale del mondo: in quell’istante mi fermai, raggiungendo l’apice del mio dolore privato, e piansi in silenzio. Poi, poco alla volta, quel senso di oppressione che mi schiacciava le viscere da giorni cominciò ad allentarsi e finalmente ripresi a respirare, come se fino a quel momento fossi rimasta con la testa sott’acqua. Non fu facile adattarsi a quella nuova realtà, ma non mi sono arresa. Dentro di me avevo una grande risorsa: la resilienza. Sono consapevole che a prima vista nessuno direbbe mai che sono così resistente, e questo solo perchè sono una persona mite, non urlo, non prevarico nessuno. Ma la mia forza è questa, un potere invisibile a occhi disattenti. Passato il primo momento di sconforto mi sono rimboccata le maniche ed ho provato a trasformare la quarantena imposta dal governo in un piccolo mondo felice. Il mio compagno ha adattato una parte della cucina del nostro appartamento ad uso ufficio, mi ha sistemato la scrivania con un pc nuovo ed una vecchia stampante ed ho cominciato a lavorare in modalità “Smart Working”. Mi sono imposta degli orari e li ho sempre rispettati, compresa la pausa caffè che ora potevo godermi in tutta tranquillità sulla mia terrazza, in piena fioritura. Charlie spesso mi faceva compagnia dormendo sulla sedia accanto, una presenza silenziosa e gradita molto più dei miei colleghi. Nessuna telefonata, nessun cliente insistente, ma soprattutto è stata l’assenza del mio capo ad essere rigenerante. Maleducato ed arrogante, ora non poteva più martellarmi il cervello con la sua voce sempre sopra le righe, deconcentrandomi in continuazione. Il lavoro è proceduto spedito, e la serenità di casa mia mi ha reso molto più produttiva. Poi, ai primi di Aprile, un’altra doccia fredda: saremmo andati tutti in cassa integrazione per due mesi. Anche questa volta mi sono dovuta adattare ad una situazione nuova e niente affatto piacevole, reinventando nuovamente le mie giornate. All’inizio mi sono sentita davvero persa, perché anche se in modalità “smart” stavo comunque lavorando, mentre adesso ero molto preoccupata per le ripercussioni economiche. Come avrei fatto ad affrontare le spese di casa, pagare l’affitto, le bollette e fare la spesa senza percepire uno stipendio per due mesi? Sapevo che la cassa integrazione l’Inps l’avrebbe pagata molto in ritardo, non potevo contare su nessun introito. Il mio compagno, libero professionista, con l’attività bloccata per il Covid non poteva certo fare anche la mia parte. E allora mi sono fatta coraggio. Avevo i miei risparmi, avrei usato quelli: in fondo a questo serve mettere da parte un po’ dello stipendio tutti i mesi, per affrontare le emergenze. E questa decisamente lo era.
Mi sono prefissata un budget di spesa per i mesi di Aprile e di Maggio, ed ho cercato di rispettarlo. Abbiamo fatto la spesa in modo più intelligente, acquistando più materie prime e cucinando molto più di prima, riempendo un tempo che anziché scorrere sembrava dilatarsi. Abbiamo preparato il pane, le torte per la colazione, i biscotti per accompagnare il caffè, la focaccia per l’aperitivo e tutti i sabati sera portavamo in tavola pizze buonissime. Abbiamo riscoperto il piacere di condividere un semplice piatto di spaghetti accompagnato da una buona bottiglia di vino, senza rovinarci la cena con i problemi di lavoro che troppo spesso si sedevano a tavola con noi. Abbiamo riso, scherzato, guardato intere serie tv fino a notte fonda. Le tensioni da Covid 19, di fronte a tutti quei carboidrati e a qualche goccia di alcol in più, poco alla volta si sono sciolte, e pazienza se poi, quando è stato il momento di abbandonare i leggins e di indossare nuovamente i jeans, ho dovuto lottare con la cerniera!
Riprendere in mano un libro è stato uno dei primi sintomi di guarigione. Nonostante la lettura sia da sempre la mia grande passione, nei primi tempi della pandemia non riuscivo più a sfogliare nemmeno una pagina, era diventato difficilissimo concentrarmi sulla lettura. Guardavo i telegiornali tutto il giorno, riempendomi la testa di notizie terribili e di lugubri pensieri, non riuscivo a distogliere l’attenzione da quello che stava succedendo appena oltre la soglia di casa. Quando ho capito che sarei stata nuovamente in grado di sfruttare leggendo il tempo che avevo a disposizione, ho pescato dalla libreria quei volumi che non ero ancora riuscita ad affrontare per la loro complessità e per la loro mole. Quanta ricchezza, quanta bellezza ho potuto assorbire allora nella calma di quei pomeriggi, rilassata sulla sdraio in terrazza, cullata dal fruscio delle foglie e dal ronzio degli insetti! Nessun rumore in sottofondo, solo l’abbaiare del cagnolino dei vicini e le fusa del mio gatto. Fuori c’era l’inferno, eppure io vivevo una pace che mai avevo provato prima. I pomeriggi di quarantena, ad Aprile, si svolgevano così. Arrivava sera che non me ne accorgevo quasi, appoggiavo il libro sul tavolo e mi dedicavo alla cena, con un amore che mi era sconosciuto. Ho sempre vissuto la preparazione dei pasti con l’ansia di dover fare presto, sempre di corsa tra l’ufficio e il supermercato, il tempo misurato, il pranzo masticato rapidamente per poi ritornare al lavoro con la casa in ordine. Cucinare era un dovere aggiunto ai già molti imperativi della mattinata, non aveva nulla di poetico. La dedizione per la cucina fu davvero un regalo inaspettato ed appagante.
Ho anche ritrovato il gusto per la scrittura, e da allora non l’ho più perso. La mia vocazione, oltre alla lettura, è sempre stata questa. Scrivo da quando ho dieci anni, ho scritto diari, poesie, racconti, ho scritto su altri blog, ho scritto lettere per conto di altri, ho riempito di parole dattiloscritte le ore scolastiche, ho scritto durante le pause lavorative. Con un foglio e una penna in mano ho sempre trovato il modo perfetto per comunicare, ma proprio per questo pensavo che sarei rimasta eternamente in disparte, incapace di impormi a voce, con le idee che mi guizzavano in testa e poi immediatamente morivano, senza trovare la via d’uscita. Invece mi sbagliavo, avevo solo bisogno di un po’ di coraggio in più per uscire dall’anonimato. Oggi ho un blog di successo che molte donne seguono, perché si ritrovano in quello che racconto. Scrivo storie di riscatto personale e sociale, racconto storie di donne che si sono risollevate dal baratro con le sole proprie forze, donne normali, giovani e meno giovani, con alle spalle un passato di sofferenza, di non accettazione, di mancanza di orizzonti personali, incastrate in vite sbagliate e perennemente al servizio di altre persone. Ho iniziato a capire proprio in quei giorni come poter sfruttare in modo costruttivo e utile il mio radar interno, un antenna speciale che mi consente di vedere in profondità, laddove tutti gli altri non riescono ad arrivare.
In mezzo a queste nuove consapevolezze, a queste scoperte gioiose, c’era però sempre e comunque la paura. Non era più opprimente come all’inizio, ma non mi ha mai abbandonata nei mesi a venire. I momenti duri durante sono stati tanti, molti sono i conoscenti che si sono ammalati e tanti quelli che purtroppo non ce l’hanno fatta. L’ansia sempre vigile per mia madre, sperando che non avesse mai bisogno di me in quei giorni di lock down severo, la spesa anche per lei, il saluto sulla soglia di casa con la mascherina, chiamarla ogni giorno preoccupandomi per un minimo colpo di tosse. Scoprirmi io madre, quando fino a ieri ero stata figlia. Perchè mai come in quei giorni compresi che questo aggettivo, quello di madre, non identifica un ruolo, ma sigilla un sentimento che ha mille sfaccettature: quello del “prendersi cura”.
Ma il peggio arrivò a metà maggio. Due settimane prima di rientrare al lavoro, feci il test sierologico come richiesto dal mio capo, ed il risultato fu sorprendente: risultai positiva agli anticorpi del Covid-19. Abbiamo così scoperto che noi tutti, il mio capo, sua figlia e le mie colleghe, ci siamo ammalati in ufficio, durante gli ultimi giorni di lavoro prima del lock down, a metà marzo. Ho avuto sintomi molto lievi, poco più di un brutto raffreddore che mi lasciò mesi con l’olfatto azzerato o quasi, ma per il resto sono sempre stata bene e fortunatamente non ho contagiato nessuno dei miei familiari. La mia positività al test mi obbligò a sottopormi a due tamponi, risultati entrambi negativi. Quelli sono stati i giorni peggiori: temevo per la salute di tutti, e mi addossai già la colpa della malattia. Durante la snervante attesa degli esiti degli esami una notte sognai mio padre. Era giovane, ed io ero poco più di una bambina. Si avvicinò al mio letto, mi rimboccò le coperte e mi augurò la buonanotte con una carezza amorevole. Mi sussurrò che sarebbe andato tutto bene, perché lui lo sapeva. E così è stato.
Se dovessi descrivere la mia quarantena in una parola sola, userei questa : “RICOSTRUZIONE”. Ho compreso come la vita che vivevo prima del lock down non andava bene per me, c’era qualcosa di profondamente sbagliato nelle mie relazioni sociali e nel modo in cui mi sono sempre posta con gli altri. Svolgevo il mio lavoro in un ambiente malsano, che corrodeva l’aria che respiravo e mi entrava talmente tanto sotto la pelle da rovinare la qualità della mia vita: non è un caso se durante questa sosta forzata ho ripreso a dormire bene e a svegliarmi con una energia che non avevo più da chissà quanti anni e che, forse, non ho mai avuto. Tutti i miei malesseri psicosomatici (mal di testa, mal di pancia, insonnia, tachicardia) sono svaniti. Ritornata alla normalità ho fatto tesoro di questo, ed ho provato a costruirmi un nuovo equilibrio, cominciando a prendermi davvero cura di me stessa e delle persone che avevo accanto. Ho eliminato i contatti non graditi ed ho imparato ad affrontare il lavoro in modo diverso, meno personale, più contestualizzato: io non potevo essere solo il mio lavoro, ero molto altro. Ed ero molto meglio. Sapevo che avrei potuto continuare a costruire la mia isola felice sulle fondamenta che avevo gettato in quella anomala primavera del 2020, ed è esattamente quello che feci.
Da allora non mi sono mai fermata: oltre il dolore, oltre lo smarrimento e la paura, in piena pandemia io ho trovato la serenità.
“Weyward” è stato il folgorante esordio narrativo di una giovane e talentuosa autrice anglo australiana, Emilia Hart. Wayward, con la A, significa ribelle, strano, diverso. Weyward, con la E, era il nome delle tre sorelle streghe che nell’opera teatrale del Macbeth conducono il principe alla morte. Termine che, molto probabilmente, fu scelto da Shakespeare proprio perché compariva spesso nelle storie di stregoneria del folklore britannico, adattandosi perfettamente ai personaggi. E infatti la nostra storia in fondo è proprio questo: una storia di streghe, nell’accezione più antica e insieme più moderna che conosciamo. Weyward è Il racconto di tre donne fuori dal comune legate dal filo rosso della discendenza, che vivono in forte connessione spirituale con la madre terra in quel limbo sottile ed invisibile che separa la realtà dalla magia, custodi di un antico sapere a causa del quale saranno perseguitate ed emarginate.
Il romanzo si sviluppa su tre linee temporali differenti: ogni capitolo è dedicato ad una delle protagoniste e segue l’incedere degli avvenimenti alternando le storie di ognuna, un meccanismo che consente a noi lettori di sovrapporre poco alla volta le diverse esperienze e di comprenderne il significato più profondo.
🐦⬛ Althavive nel 1619 ed è accusata di stregoneria. Racconta in prima persona la sua storia, mentre attende di essere processata nella prigione del suo villaggio, nella regione inglese della Cumbria. E’ una giovane donna che ha vissuto tutta la sua vita in un cottage al margini del paese insieme alla madre, esperta erborista che le ha tramandato tutto il suo sapere. La sua capacità di curare le malattie ed alleviare le sofferenze tuttavia fa sorgere nei suoi confronti una sorta di diffidenza mista a paura, un sentimento ostile esacerbato anche da una superstizione di massa che in quegli anni stava infestando il nord dell’Inghilterra e la Scozia. Qualche anno prima infatti, Re Giacomo I scrisse il famigerato “Daemonologie“, un trattato sulla stregoneria che scatenò una terribile persecuzione soprattutto nei confronti di quelle donne conosciute come “guaritrici”. Altha, vittima dell’ignoranza dei suoi compaesani, viene accusata di alcune morti ritenute inspiegabili: è da lei che tutto ha inizio, il perno su cui ruoteranno le vite delle altre due protagoniste.
🦋Nel 1942 incontriamo Violet, una ragazzina orfana di madre che vive con il padre e il fratello in una magione della Cumbria. Il padre di Violet appartiene alla nobiltà inglese e pertanto pretende per la figlia un’educazione consona al suo lignaggio, che la formi in vista del ruolo che dovrà ricoprire in società. Ma Violet è diversa, non le interessa imparare le buone maniere, lei ama le scienze naturali e vorrebbe avere la stessa opportunità di studiare al college di suo fratello Graham. Da sempre in profonda connessione con la natura e gli animali, nutre rispetto per ogni essere vivente e conserva un animo puro ed innocente, che la rende però del tutto impreparata alla vita. Un uomo orribile, travestito da cavaliere dalla scintillante armatura, la strapperà via da quel mondo incantato inferendole ferite profonde, nel corpo ma soprattutto nell’anima. Incapace di spiegare l’abominio che ha subito al padre, sarà costretta a nascondersi come una reietta nel cottage che apparteneva alla defunta madre, abbandonata e diseredata. Ma, incredibilmente, è proprio in quella casetta isolata e fatiscente che riuscirà a riprendere in mano le redini della sua vita e a realizzare i suoi sogni.
🐝 E poi c’è Kate, una giovane donna contemporanea vittima di una relazione tossica con un uomo violento. Kate ha una scarsa autostima ed ha molti problemi relazionali a causa di un trauma subito da bambina, che l’ha privata del padre e di cui si sente ingiustamente colpevole. Il suo attuale compagno, del quale all’inizio aveva subito l’indiscutibile fascino, si è trasformato nel peggiore degli aguzzini e la umilia in continuazione, sia psicologicamente che fisicamente. Quando, dopo l’ennesimo abuso sessuale, Kate scopre di essere rimasta incinta, in preda al terrore si rifugia nel cottage che la prozia Violet le ha lasciato in eredità e di cui ancora nessuno sa nulla. Lo stesso cottage ai margini del bosco in cui la sua antenata Altha preparava i tonici con le erbe medicali, al riparo dall’ignoranza dei compaesani. Lo stesso cottage in cui Violet viene abbandonata dal padre, con un po’ di cibo in scatola e poco altro. Anche Kate, che fino a quel momento aveva inconsapevolmente represso le sue percezioni e il suo forte legame con il mondo naturale, in questo piccolo rifugio comincia poco alla volta a riconciliarsi con la sua parte più autentica ma, soprattutto, ad amarsi e perdonarsi. Pagina dopo pagina le tre linee temporali che separano Altha, Violet e Kate si appianano e convergono, per farsi portavoce di un unico messaggio che arriva forte e chiaro, pieno di bellezza e di speranza. Il filo rosso che unisce queste tre donne non è solo una discendenza di sangue, ma è soprattutto un lascito morale fatto di resilienza e forza interiore, l’eredità di chi deve combattere ogni giorno contro un patriarcato che affonda le sue radici nella storia dell’umanità.
Weyward è un romanzo originale, appassionato, delicato e al tempo stesso profondo, che racconta la discriminazione di genere con coraggio e indignazione, con saggezza e senso della misura, aggiungendo quel pizzico di realismo magico che fa sognare e alleggerisce il cuore.
Sono trascorsi diversi anni da quando lessi questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2003. Erano anni in cui in tutto il mondo si sentiva ancora tremendamente l’eco degli attacchi alle Torri Gemelle, una strage irreversibile destinata a cambiare per sempre la storia dell’umanità. Il comune sentire di noi occidentali era dominato da un feroce risentimento nei confronti dei terroristi afghani autori dell’attentato e si guardava al popolo islamico come ad una fucina di orrori, patria di un assolutismo religioso e politico per noi inconcepibile. In questo clima così teso e adombrato d’odio “Il Cacciatore di aquiloni” fa il suo ingresso e rimescola le carte, pronto a far conoscere a noi occidentali la storia dimenticata dell’ Afghanistan attraverso il racconto di un’amicizia nata a Kabul nel 1970. Amir, di etnia sunnita, è il figlio di un uomo benestante che si è fatto strada nella vita mentre Hassan, di etnia sciita, lavora come domestico insieme a suo padre nella casa del ricco Baba, il padre di Amir. Tra i due ragazzini si instaura subito un forte legame, destinato però a incrinarsi a causa di un tragico avvenimento, proprio durante la tradizionale gara di aquiloni che i due bambini riescono a vincere grazie al loro straordinario affiatamento. Sullo sfondo di un Paese martoriato da guerre intestine, si snoda una vicenda umana complessa ed emozionante che arriva a toccare tutti i sentimenti più profondi che albergano nel cuore di ogni essere umano: amicizia, colpa, vergona, rimpianto, perdono, espiazione. Accostare questi temi universali a una realtà così distante dalla nostra aiuta noi lettori ad empatizzare con i protagonisti e, di conseguenza, a guardare al mondo islamico con occhi nuovi, privi di pregiudizi. Hosseini ha il grande merito di aver fatto conoscere a noi occidentali la storia nascosta di un paese diviso da anni di fanatismi religiosi, guerre, occupazioni straniere, attraverso la nostalgia e il dolore di uomini che quel paese lo hanno amato profondamente, come una patria amorevole e generosa. Come ho scritto all’inizio, per me, come credo per tanti altri, l’Afghanistan è sempre stato solo sinonimo di terrore e inciviltà, un luogo dove l’essere umano non è più tale, un paese senza infanzia, senza diritti, senza passato. Hosseini ha restituito al popolo Afghano radici e dignità e anche solo per questo varrebbe la pena di leggere il suo romanzo. Per cui, se durante i vostri giri in libreria vi imbattete in questo volumetto, non esitate a comprarlo: vi aprirà gli occhi su una realtà sconosciuta, ed impareremo a comprendere meglio un Paese e un popolo che è stato letteralmente annullato nella sua identità da vicende storiche violente e dolorose.
LEGGERE LOLITA A TEHERAN, di Azar Nafisi 📖
“Leggere Lolita a Teheran” è un romanzo di Azar Nafisi, professoressa di letteratura anglosassone presso l’università di Theran, pubblicato nel 2004. Il testo è strutturato in quattro parti, ognuna delle quali prende il nome dei romanzi che la professoressa, più di ogni altro, amava insegnare ai suoi studenti: Lolita, Gatsby, Daisy Miller e Orgoglio e Pregiudizio. Questi titoli rappresentano il simbolo del legame che lei e le sue studentesse ebbero con la letteratura in quegli anni terribili, un’ancora di salvezza alla quale rimasero aggrappate per non venire inghiotte dal buio della repressione e restare umane, vive, consapevoli. L’Iran è un paese con una storia millenaria affascinante, culla di antiche e nobili civiltà, ma purtroppo la mia generazione ha imparato a conoscerlo solo dopo la rivoluzione islamica degli anni settanta, quando l’ estremismo religioso e politico dell’Ayatollah Khomeini lo trasformò in un acerrimo nemico dell’ Occidente. Il romanzo è sostanzialmente la storia della professoressa Nafisi, figlia di un ex sindaco di Theran, che a tredici anni viene mandata a studiare in America, dove si formerà culturalmente. Dopo la laurea torna in Iran per intraprendere la carriera di insegnante universitaria, ma il suo non fu un ritorno in patria, bensì l’inizio di una nuova vita in un paese radicalmente cambiato, ormai straniero. L’estremismo religioso imponeva divieti al limite del surreale, che di fatto rendevano impossibile una normale formazione, soprattutto per le ragazze. In un clima così apertamente ostile alla cultura, la letteratura rappresentava per queste giovani un mezzo per evadere da un contesto familiare e sociale opprimente ed una concreta possibilità di riappropriarsi di sé stesse e della propria libertà di pensiero, quando tutto il resto veniva negato. “Leggere Lolita a Teheran” è una contraddizione in termini nell’Iran di Khomeini, è l’espressione individuale contro un regime che omologa e che invade ogni spazio privato, è il potere della letteratura che arricchisce di nuove prospettive contrapposto alla censura cieca del totalitarismo, è la libertà di raccontare una storia qualunque contro il perfetto, irreale eroismo dei martiri religiosi. Nonostante le atrocità che è costretta a vedere e a non contestare mai, pena la propria sopravvivenza, si percepisce l’ amore profondo di Nafisi per le sue origini, per il suo paese martoriato dal fanatismo religioso e da anni di guerra con l’Iraq, per quell’antica Persia che la rivoluzione avrebbe dovuto restituire al popolo e che invece, come tutti gli atti violenti ed estremi, tradì i suoi ideali ed ebbe conseguenze nefaste.
OGNI MATTINA A JENIN, di Susan Abulhawa ☀️
Questo romanzo, pubblicato nel 2006, si è rivelato fondamentale per comprendere meglio l’annosa crisi medio orientale che, soprattutto in questo ultimo periodo, si è riacutizzata in modo allarmante. Sento parlare di “questione palestinese” da quando sono piccola, eppure niente come questo libro è riuscito a chiarirmi le idee o comunque a gettare luce su un pezzo di storia contemporanea che colpevolmente ignoravo. Abulhawa racconta, attraverso la voce di Amal, nipote del patriarca della famiglia Abulheja, sessant’anni di storia palestinese, dal 1948 fino ai giorni nostri. Viviamo così il drammatico esodo della famiglia Abulhawa, costretta a rifugiarsi nel campo profughi di Jenin dopo che Israele si impadronì con la forza delle loro terre, perpetrando violenze inaudite e massacri sulla popolazione inerme. Amal assiste impotente a quegli orrori che disintegrano poco alla volta tutti i suoi affetti, che uccidono suo nonno e il suo amatissimo padre, che fanno impazzire di dolore sua madre, che porteranno i suoi fratelli a crescere l’uno come palestinese e l’altro come israeliano, nemici inconsapevoli della propria identità. Attraverso gli occhi di una bambina che si trasforma in donna assistiamo a terribili eccidi, lotte per la supremazia che trascendono i confini religiosi, vergognose ingerenze delle potenze occidentali, rappresaglie spietate e continue in nome di un dio che ormai chiunque ha dimenticato. Nonostante queste necessarie ricostruzioni storiche vi sono pagine pregne di bellezza e tenerezza, quella legata ai ricordi della famiglia Abulhawa, alle placide scene di vita quotidiana, all’amore che Amal e i suoi antenati hanno sempre riversato in quella terra prima che venisse loro rubata, negata e fatta a pezzi insieme alla loro identità di palestinesi. E’ un libro che racconta un’altra verità, quella del popolo arabo, quella che nelle cronache dell’epoca non troveremo mai. Quella che vede Israele come l’usurpatore, che costruisce uno stato sulle macerie di un altro, appoggiato dall’occidente che pur di esportare il suo ideale di democrazia chiude gli occhi e, in silenzio, avalla anni di genocidi. Dopo tutte le ingerenze, le ritorsioni e le violenze reciproche non è possibile stabilire a posteriori chi siano i giusti, e questo romanzo non ne ha la pretesa. L’unico intento dell’autrice è quello di dare voce ad un popolo senza più patria nè identità, affinché la storia non identifichi più il mondo islamico solo con l’aberrazione morale e la follia dei kamikaze.