Avevo già scritto di settembre. È una cosa che ho scoperto soltanto oggi, andando a ripescare un vecchio post del mio blog, quando il blog si chiamava ancora Jersey Girl e aveva tutta un’altra faccia, un’altra voce. Il post era del primo weekend di settembre e si intitolava Impressioni di settembre. Non ricordavo quasi nulla di quello che avevo scritto, ma ricordavo il titolo. O forse, più precisamente, ricordavo di averlo scelto perché quella canzone della PFM mi sembrava capace di dire qualcosa che allora non sapevo ancora dire da sola.
Rileggendolo oggi mi ha fatto uno strano effetto, perché in fondo quella ragazza di quasi vent’anni fa non era poi così diversa da me. Scriveva che maggio e settembre erano i mesi più belli per andare al mare, ma che tra i due preferiva decisamente settembre. Maggio portava con sé le promesse della stagione che cominciava, l’aria tiepida, il chiosco che riapriva, i lettini pronti, la gente che arrivava e quell’eccitazione collettiva per qualcosa che ancora doveva succedere. Settembre invece arrivava quando i giochi erano fatti, quando nessuno si aspettava più niente, quando il mare tornava lentamente a essere soltanto mare e la spiaggia si svuotava delle aspettative insieme ai turisti. Avevo scritto: «Preferisco la realtà di settembre alle promesse di maggio, decisamente». E mi fa sorridere pensare che, senza saperlo, avevo già trovato una delle cose che ancora oggi sento più profondamente.
Impressioni di settembre è una canzone del 1971, una delle più riconoscibili della Premiata Forneria Marconi, e racconta proprio un settembre fatto di percezioni: la rugiada, la terra, la nebbia, il verde, la luce che arriva lentamente, il pensiero che si perde mentre il giorno comincia. Non è una canzone che ha bisogno di raccontare una storia nel senso tradizionale: è soprattutto un’atmosfera, un momento sospeso in cui il paesaggio esterno sembra diventare il paesaggio interiore di chi lo attraversa. Ed è proprio per questo che, tanti anni fa, mi era sembrato naturale prendere quelle parole e farle diventare mie. Non era la storia di qualcun altro: era già un modo per parlare di me senza doverlo dichiarare.
Oggi sono tornata a pensare a quella canzone seduta su uno scoglio, dopo una nuotata con la maschera. Il mare era talmente limpido da sembrare una cartolina dei Caraibi, soltanto che era il mio mare, quello della Liguria, quello che conosco da sempre e che proprio per questo non smette mai di sorprendermi quando settembre gli restituisce il suo volto vero. Ho messo la testa sott’acqua e per qualche minuto tutto è diventato ovattato, lontano, quasi irreale. Sotto di me c’erano pesci colorati che nuotavano tranquilli e io li guardavo sentendomi parte di quel piccolo mondo sommerso, ancora più felice del solito di non mangiarli. È una sensazione difficile da spiegare, quella che mi dà l’acqua: è come se fosse davvero il mio elemento naturale, il posto in cui il corpo smette di fare resistenza e la testa, finalmente, abbassa il volume.
Amo settembre proprio per questo. Non pretende niente. Non promette l’estate che verrà, non ha bisogno di convincerti che sarà meravigliosa, non ti chiede di essere felice perché finalmente sono arrivate le vacanze. A settembre le cose hanno già avuto il tempo di mostrarsi per quello che sono. Il mare è ancora caldo, ma non è più affollato; il sole è ancora forte, ma il mio corpo ormai ha imparato a stare con lui. Io ho la pelle chiarissima e per gran parte dell’estate vivo in una specie di trattativa permanente con il sole, cercando di non scottarmi, proteggendomi, aspettando che la pelle si abitui. Poi arriva settembre e improvvisamente ci siamo fatti amici. La pelle diventa ambrata, il corpo sembra quasi risplendere e io mi guardo con una benevolenza che forse non gli concedo abbastanza spesso. Non è soltanto abbronzatura: è la sensazione di essere finalmente entrata nella stagione giusta.
È qui che mi accorgo di una cosa che avrei potuto capire già molti anni fa: io ho sempre pensato di amare l’estate, ma probabilmente non è vero. Amo i mesi che finiscono in -embre, amo quella luce che cambia, l’aria che si fa più sottile, il mondo che rallenta e si svuota. Amo l’autunno così tanto che faccio fatica persino a considerarlo una stagione: per me è un sentimento, uno stato d’animo, quasi una personalità. E settembre è il punto esatto in cui quella personalità comincia a farsi vedere.
Sono anche fortunata, lo so. Vivo in una città piccola e bellissima, affacciata su un mare che d’estate rischia quasi di nascondersi dietro tutto quello che gli mettiamo intorno. La sua vera natura la vedo dopo, quando le spiagge si svuotano, quando sulle scogliere tornano a sentirsi il vento e le onde, quando le ginestre e la vegetazione riprendono possesso del paesaggio, quando puoi guardare il mare senza doverlo condividere con la folla. È allora che mi viene da pensare che sono nata nell’unico posto in cui avrei mai potuto vivere.
E questa è la parte che mi sorprende di più, perché per molto tempo ho pensato il contrario. Pensavo di voler andare via, di aver bisogno di un altro posto, di un’altra vita, di un altrove che non sapevo nemmeno definire. Oggi mi chiedo se volessi davvero andare via da qui o se volessi soltanto andare via da quello che qui rappresentava allora per me. Erano due cose diverse, ma a vent’anni non lo sapevo. Confondevo il luogo con la famiglia, la geografia con la sensazione di essere in trappola, il bisogno di crescere con quello di fuggire. E così oggi mi fa un certo effetto scoprire che, mentre pensavo di dovermi allontanare per trovarmi, una parte di me era già perfettamente a casa.
È anche per questo che stasera sul piatto del giradischi suona Impressioni di settembre. Nel 2007 avevo preso quel titolo per raccontare un mare che preferivo quando aveva smesso di promettermi qualcosa. Oggi, quasi vent’anni dopo, lo riprendo per raccontare un mare che non deve più promettermi niente, perché finalmente ho imparato a riconoscerlo.
E alla fine settembre è proprio questo: il momento dell’anno in cui non dobbiamo più immaginare dove vorremmo essere, perché possiamo fermarci un momento, mettere la testa sott’acqua, ascoltare il silenzio del mare e accorgerci che, almeno per un istante, siamo esattamente dove dobbiamo essere.


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