L’isola dove finisce l’infanzia
L’isola di Arturo, di Elsa Morante
Qualche tempo fa sono stata a Procida.
E, forse, non sono più veramente tornata.
Ci sono luoghi che non sono semplicemente un paesaggio al di fuori di noi, ma si insinuano piano, fino a diventare parte di ciò che siamo stati.
Procida, per Arturo, non è un’isola, ma un mondo intero. Un universo chiuso, perfetto, in cui tutto ha un senso preciso: il mare, le stagioni, le attese. E soprattutto, l’assenza.
Arturo cresce senza una madre, e con un padre che è più un’idea che una presenza.
Wilhelm non è un uomo: è un racconto. Un eroe lontano, un marinaio, un viaggiatore, qualcuno da immaginare, più che da amare. E allora Arturo riempie quel vuoto come può:
con i libri, con le storie dei grandi Condottieri, con le mappe tracciate sull’atlante.
E con il mare.
Allora, i miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto… …mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!
Il mare, a Procida, per Arturo è una promessa. Una voce che chiama, che illude, che consola. Un compagno silenzioso che sembra sapere tutto, e che tutto può mantenere. Perché l’infanzia è anche questo: credere che ciò che manca possa essere colmato dall’immaginazione.
Arturo non si sente infelice, non davvero. Ma porta dentro di sé qualcosa che non sa nominare: la malinconia di un bambino che non sa dare un nome alla sua fame d’amore.
Gli incantesimi, però, non durano per sempre. E anche Procida, che fino a quel momento aveva protetto Arturo come una boccia di cristallo, a un certo punto si incrina.
Non succede nulla di eclatante, eppure cambia tutto.
Il padre torna sull’isola, e con lui arriva Nunziata.
Giovanissima. Estranea. Una presenza nuova in un mondo che fino a quel momento era rimasto immobile.
Arturo non sa cosa prova. Sa solo che qualcosa dentro di lui si rompe.
Il rifiuto, il disprezzo, la distanza: tutto in lui reagisce a quella figura che invade il suo spazio, il suo equilibrio, la sua idea di mondo.
Ma sotto, più in profondità, si muove altro.
Qualcosa di confuso, di indecifrabile, che non ha ancora un nome.
Da quel momento, Procida cambia.
Non è più il luogo delle corse spensierate, dei sogni eroici, delle attese felici.
Diventa un luogo abitato da presenze reali, da desideri, da colpe.
Arturo cresce. E crescere, qui, non è un passaggio dolce, ma uno strappo. I suoi tormenti non sono più immaginari, ma sono dentro la casa, nei silenzi e negli sguardi mancati.
Ma, soprattutto, sono dentro di lui.
La vera frattura, però, non riguarda la scoperta destabilizzante dell’amore, ma riguarda suo padre. Quella figura eroica che Arturo aveva costruito negli anni, alimentato dalla distanza e dall’immaginazione, si incrina fino a spezzarsi completamente.
E quando accade, non resta nulla a cui può aggrapparsi. È una ferita definitiva, quella che separa per sempre ciò che siamo stati da ciò che diventiamo.
La scrittura raggiunge livelli altissimi, mentre l’isola di Procida sfuma nei suoi contorni.
Non è più solo un paesaggio, ma si confonde e si completa con l’anima di Arturo. La delusione e la sofferenza del ragazzo non trovano pace, ma in quel disincanto c’è una poesia di rara bellezza. Riusciamo a percepire l’intensità del suo dolore e, allo stesso tempo,
non possiamo sottrarci al fascino di Procida, che continua ad abitare il cuore del giovane anche quando è spezzato dagli eventi.
Indimenticabili le ultime righe, quando Arturo dice addio, a suo modo, all’isola: abitata dall’amore e dall’odio nella stessa misura, ma pur sempre parte di sé.
L’isola è il simbolo della fanciullezza spensierata e dolce, in cui l’innocenza sembra eterna
e la realtà è solo un’eco lontana che non ci sfiora mai. Ma quando la vita, inevitabilmente, irrompe con le sue dure leggi, anche Procida cambia volto: diventa desiderio di fuga, dispiacere, dolore.
…Preferisco fingere che non sia esistita…
…L’isola non si vedeva più.”
L’isola scompare, ma solo alla vista.
Resta come restano tutte le cose che ci hanno formato: mescolata all’amore, alla rabbia, alla nostalgia. Procida è l’infanzia, è l’illusione che possa durare per sempre. Ed è anche il momento esatto in cui capiamo che non è così. Perché crescere significa esattamente questo: imparare a distinguere la realtà dalla fantasia e scoprire, troppo tardi, le menzogne che ci siamo raccontati per poter restare.
È un passaggio necessario, ma raramente indolore.
E da certi luoghi, anche quando ce ne andiamo, non torniamo mai per davvero.















