
Non avevo intenzione di adottare altri gatti.
Dopo Charlie avevo deciso che non avrei più avuto animali. Il dolore era stato troppo grande e, almeno allora, mi sembrava impossibile pensare di ricominciare ad affezionarmi a qualcuno sapendo quanto può fare male perderlo.
Poi la vita, come spesso le capita, ha deciso diversamente.
Il mio primo amore felino si chiamava Briciola.
È arrivata quando avevo nove anni ed è rimasta con noi per vent’anni, fino ai miei ventotto.
Vent’anni sono un tempo enorme quando cominciano nell’infanzia. Significano crescere insieme, attraversare stagioni che non sai ancora chiamare per nome e ritrovarti adulta con accanto qualcuno che, semplicemente, c’è sempre stato.
Non era propriamente la mia gatta. Il suo umano di riferimento era mia madre.
Eppure Briciola ha attraversato tutta la mia infanzia, l’adolescenza e una parte dell’età adulta. Tra noi c’era una sorellanza speciale: avevamo diviso un pezzo enorme della vita, anche se nessuna delle due avrebbe saputo spiegare esattamente in cosa consistesse quel legame.
Quando è arrivato il momento di lasciarla andare era malata e abbiamo dovuto accompagnarla noi, io e mia madre.
Il dolore è stato straziante.
Perché ci sono animali che non sono semplicemente creature con cui vivi. Entrano nei tuoi ricordi e, a un certo punto, diventano parte della persona che sei.
La mia infanzia aveva quattro zampe.
Nella mia vita adulta, ad un certo, punto è arrivato Charlie.
Si chiamava Charlie per un motivo molto preciso. Aveva il nasino rosa e nero, diviso perfettamente a metà, e sul muso sembrava portare due piccoli baffetti da Charlot.
Solo che il mio Charlie aveva ben poco dell’omino gentile e malinconico di Chaplin.
Charlie era un gatto con un carattere piuttosto deciso. Diciamo pure che era un bullo di periferia.
Aveva un concetto molto personale della proprietà privata e una conoscenza perfetta dei confini del suo territorio. Il problema era che considerava praticamente tutto ciò che riusciva a vedere dalla finestra roba sua.
Quando arrivò il gatto del vicino, ancora cucciolo, non ci fu nemmeno bisogno di presentazioni. Charlie lo vide, lo studiò per qualche secondo e stabilì che non gli piaceva.
Non ci furono trattative, mediazioni, né tantomeno possibilità di appello: cominciò a menarlo dal primo giorno e continuò a farlo per un bel pezzo.
Quel povero gatto, crescendo, imparò probabilmente che attraversare il confine invisibile tracciato da Charlie poteva avere conseguenze diplomatiche piuttosto serie.
Perché Charlie, nel suo piccolo, era convinto di essere il proprietario di quel pezzo di mondo.
E forse, a modo suo, lo era davvero.
Aveva anche una certa passione per le spedizioni fuori territorio. Una volta saltò giù da un terrazzo inseguendo un piccione quasi più grosso di lui e rimase per ore imbalsamato dietro un pilastro, perché non riusciva più a tornare indietro.
Un’altra riuscì a intrufolarsi di soppiatto sul terrazzo del vicino e rimase chiuso lì per due giorni, senza che nessuno si accorgesse immediatamente della sua brillante iniziativa. Lo cercai dappertutto, chiamandolo con quella voce che ogni proprietario di gatto conosce bene: prima preoccupata, poi disperata, infine già impegnata a costruire nella testa i peggiori scenari possibili.
Finché, a un certo punto, sentii una vocina rispondere.
Era Charlie.
Non so ancora oggi dove si fosse cacciato. So soltanto che era lì, da qualche parte, e che aveva deciso di farmi sapere che aveva vissuto un’avventura eccitantissima ma che, a quel punto, aveva anche un certo languorino.
Insomma, Charlie era fatto così.
Aveva il carattere di un piccolo teppista, la curiosità di un esploratore e una fiducia nelle proprie capacità che forse avrebbe meritato qualche ridimensionamento.
Ma era il mio gatto.
E io lo amavo esattamente così.
Per questo, quando arrivò la malattia, non ero preparata.
Charlie non è morto a causa delle sue spedizioni intrepide.
È morto di leucemia felina.
Aveva quattro anni.
Quattro.
Un’età che sembra quasi uno scherzo quando pensi a quanto dovrebbe essere lunga la vita di un gatto.
E invece la sua finì lì.
Ed è difficile spiegare cosa significhi perdere qualcuno che ami quando la sua vita è stata così breve, spegnendosi tra sofferenze che tu non puoi alleviare in nessun modo.
Rimane una specie di incredulità. Come se la realtà avesse fatto un errore di calcolo. Come se, da qualche parte, dovesse esserci ancora il suo rumore per casa, una ciotola da riempire, una porta da aprire, quella vocina che prima o poi avrebbe risposto da qualche angolo improbabile.
Ma non c’era più.
E questa è una delle cose che la vita fa, anche quando non vorremmo impararla: puoi amare profondamente qualcuno e non poterlo comunque salvare.
Charlie è stato il primo gatto che è venuto a vivere in una casa che fosse davvero mia. E quando se n’è andato ho pensato che bastava.
Mai più.
Non volevo ricominciare. Non volevo affezionarmi di nuovo sapendo che, prima o poi, avrei potuto ritrovarmi davanti allo stesso dolore.
Pensavo che quella fosse una forma di protezione.
Non avevo ancora capito che, qualche volta, le difese che costruiamo per non soffrire finiscono per tenere fuori anche qualcosa di bellissimo.
E così, qualche tempo dopo, sono arrivate Felicia e Selina.
Due sorelle che avevo incontrato molto prima di poterle accarezzare.
Continuavo a imbattermi sui social in quel post che cercava loro una casa. Ogni volta mi fermavo a guardarle. Mi ero innamorata di quei due musetti che mi fissavano attraverso uno schermo, ma in quel momento Charlie stava ancora vivendo gli ultimi giorni della sua vita.
Io lo stavo accompagnando verso la fine e non potevo permettermi di pensare ad altro.
Avevo costruito intorno a me una specie di difesa: dopo di lui, nessun altro animale. Sarebbe stato più semplice. Almeno così mi raccontavo.
Poi Charlie se n’è andato.
E qualche tempo dopo quel post era ancora lì.
Quelle due faccine continuavano a guardarmi dallo schermo.
A quel punto le mie difese hanno cominciato a cedere. Mi sono detta che amare loro non avrebbe significato amare meno Charlie, perché un amore nuovo non cancella quelli che sono venuti prima. Il cuore, forse, funziona proprio così: non sostituisce, aggiunge.
E soprattutto c’erano quelle due micette, che nessuno voleva perché avevano già quattro mesi e, soprattutto, perché erano due.
Erano state trovate insieme, ancora piccolissime, da una ragazza di Salerno che, tornando dal lavoro, aveva visto qualcosa muoversi sul ciglio della strada.
All’inizio non aveva nemmeno capito che cosa fosse. Sembrava una pietra nera. Poi quella pietra si era mossa.
Erano loro.
Due cucciole minuscole, così piccole da stare insieme dentro una mano, appallottolate una contro l’altra sul bordo della strada.
Erano state raccolte, portate a casa, nutrite con il biberon e svezzate. Da quel momento era cominciata una piccola staffetta di solidarietà: una persona dopo l’altra, una casa dopo l’altra, ciascuno mettendo a disposizione quello che poteva, un po’ di tempo, un po’ di spazio, qualche chilometro di strada.
Finché quella staffetta è arrivata fino in Liguria.
A un certo punto Felicia era stata adottata separatamente. Sulla carta sembrava la soluzione più semplice, ma in realtà non lo era affatto.
Felicia si nascondeva, mangiava poco o niente, non riusciva ad ambientarsi. Non stava bene.
E alla fine qualcuno ha capito quello che forse era evidente fin dall’inizio: quelle due non erano semplicemente due gattine trovate insieme. Erano due sorelle che avevano attraversato la paura insieme e che avevano bisogno l’una dell’altra.
Così Felicia è tornata da Selina.
Quando ho incontrato la loro storia, ho capito che non avrei voluto separarle. Avevano già perso abbastanza e non volevo essere un’altra persona che portava via loro qualcosa. Volevo che arrivassero insieme.
E così è stato.
Sono arrivate nella mia vita una accanto all’altra, proprio come erano state trovate. Due piccole sopravvissute alla strada che, senza saperlo, stavano per diventare parte della mia casa e della mia storia.
Questa parte della loro storia mi è sempre sembrata importante.
Perché adottare significa anche questo: raccogliere una storia cominciata da qualcun altro e decidere di portarla avanti.
Non è necessario comprare un animale per avere accanto un compagno di vita. Ci sono già tantissimi animali che aspettano una casa, animali con una storia alle spalle, spesso cominciata in un posto in cui nessuno li avrebbe voluti.
A volte basta guardarli negli occhi.
Io ho guardato loro.
Prima attraverso uno schermo, quando continuavo a incontrare quel post e quei due musetti mentre ancora accompagnavo Charlie verso la fine. Poi di nuovo, dopo la sua morte, quando quel post era ancora lì.
Questa volta ho smesso di difendermi.
Ho lasciato entrare quelle due faccine.
Non sapevo ancora quanto avrebbero cambiato la mia vita.
Sapevo soltanto una cosa.
Volevo amarle.
E soprattutto volevo amarle insieme.
Sono arrivate nella mia vita in un momento molto particolare.
Avevo appena perso Charlie e, poco dopo, mia madre ha cominciato ad ammalarsi di demenza.
All’inizio non sapevo ancora che cosa significasse davvero quella parola. Non sapevo che ci aspettavano anni in cui avrei visto lentamente cambiare la persona che avevo sempre conosciuto, mentre la mia vita si sarebbe ristretta intorno a una quotidianità fatta di cura, preoccupazioni, stanchezza e piccoli pezzi di normalità da difendere con le unghie.
In quegli anni Felicia e Selina c’erano.
C’erano quando tornavo a casa stanca, quando avevo bisogno di sedermi e respirare, nelle giornate buone e in quelle in cui sembrava che tutto fosse diventato troppo.
Non sapevano che cosa stesse succedendo e, naturalmente, non potevano fare nulla per cambiare le cose.
Ma forse era proprio questo il loro modo di aiutarmi.
Non chiedevano spiegazioni. Non avevano bisogno che fossi forte. Non volevano che risolvessi niente.
Mi stavano semplicemente accanto.
Con le loro corse improvvise per casa, le zampate, le fusa, le marachelle e quel modo tutto loro di riportare la vita dentro le stanze anche quando io facevo fatica a sentirla.
Erano una presenza leggera dentro un periodo pesante.
E mentre mi prendevo cura di mia madre, continuavo a prendermi cura di loro. Ci si prendeva cura gli uni degli altri, in qualche modo.
Io preparavo le loro ciotole, loro mi aspettavano. Io cercavo di tenere insieme le giornate, loro le riempivano di piccole cose che non avevano niente a che fare con la malattia.
Una pallina da inseguire, un sonnellino al sole, una corsa improvvisa attraverso il corridoio, una testa appoggiata alla mia mano.
La vita, ostinatamente, continuava anche lì.
Ed è stato anche vivendo con loro, giorno dopo giorno, che qualcosa dentro di me ha cominciato a cambiare.
Per tutta la vita ho avuto un rapporto difficile con la carne. La mangiavo anche quando non ne avevo voglia, perché mi era stato insegnato che dovevo farlo, che serviva per il ferro, che era importante.
Ma non avevo ancora fatto davvero i conti con quello che stavo mangiando.
Quelle cose confezionate, avvolte nella plastica, senza occhi, senza muso, senza una storia che potessi vedere, erano diventate semplicemente cibo.
La loro provenienza era diventata astratta.
Non perché non mi importasse degli animali. Anzi. Il rapporto con la carne era sempre stato, dentro di me, molto più controverso di quanto lasciassi vedere.
Semplicemente, avevo imparato a non fare una domanda:
Perché alcuni animali li amiamo e altri li mangiamo?
Vivere con Felicia e Selina ha reso quella domanda sempre più difficile da ignorare.
Perché quando conosci davvero un animale, quando impari che ha un carattere, delle preferenze, delle paure, delle abitudini, quando capisci che riconosce la tua voce e che ti aspetta dietro una porta, diventa più difficile pensare che esista una differenza fondamentale tra loro e gli altri.
La differenza, improvvisamente, sembrava essere soltanto nostra.
Una categoria che avevamo costruito noi.
Animali da amare.
Animali da mangiare.
Io quella divisione non riuscivo più a sostenerla.
Non è successo in un giorno. Non c’è stata una decisione improvvisa, né un momento preciso in cui ho pensato: da oggi sono vegetariana.
È stata una consapevolezza che ha continuato a sedimentarsi lentamente, mentre la mia vita andava avanti.
A un certo punto ho smesso semplicemente di suddividere gli animali in categorie, non erano più cibo da una parte e compagnia dall’altra.
Erano animali. Punto.
Con una vita che per me aveva valore indipendentemente dal posto che occupavano nella mia casa.
La mia scelta vegetariana è arrivata da lì. Non dalle mie gatte in quanto tali, ma da quello che vivere con loro mi aveva permesso di vedere.
Loro non mi hanno insegnato una lezione.
Mi hanno cambiato lo sguardo.
E forse è questa la cosa più profonda che hanno fatto per me.
Io pensavo di aver salvato due gattine dalla strada.
Durante quegli anni, invece, ho capito che anche loro stavano salvando qualcosa di me.
Le due matte
Naturalmente, dopo avermi conquistata, Felicia e Selina hanno pensato bene di farmi capire che l’amore avrebbe avuto anche una discreta componente ansiogena.
Felicia, in particolare, ha sempre avuto un rapporto piuttosto elastico con il concetto di prudenza. È una panterina nera, elegante e bellissima, convinta di avere le capacità atletiche di Mondo Duplantis e il cervello di chi sa perfettamente valutare i rischi del caso.
Peccato che la seconda parte sia decisamente opinabile.
Appena arrivata è riuscita a infilarsi nella cappa del caminetto. Per recuperarla abbiamo dovuto smontare le prese d’aria laterali.
Naturalmente lei non sembrava minimamente preoccupata.
Poi c’è stata la storia del terrazzo. Una volta è caduta dalla balaustra, quando ancora non avevamo messo le reti, ed è finita nel retro dell’hotel sopra cui abitiamo.
Era notte.
Una gatta completamente nera, in un posto completamente buio.
Io la cercavo chiamandola come una disperata e, dopo aver immaginato nel giro di pochi minuti ogni possibile tragedia, finalmente ho sentito una vocina.
Era lei.
Nascosta dietro una catasta di legna.
Viva.
Illesa.
E probabilmente anche piuttosto soddisfatta della propria spedizione.
Da allora ha continuato a considerare i terrazzi una specie di pista di atletica privata, soprattutto quando comparivano i piccioni.
La cosa incredibile è che, nonostante tutto, Felicia è anche una creatura estremamente timida.
La mia amica, che viene spesso a casa, sostiene infatti che non esista. Dice che me la sono inventata.
Perché ogni volta che la vede, Felicia derapa scappa derapando nel corridoio come un rallista che ha appena visto il diavolo.
Selina, invece, è un’altra storia.
Selina è la mia foca.
La foca monaca.
Non ha la grazia atletica della sorella e, soprattutto, non sembra aver mai compreso pienamente le leggi della fisica.
Una volta ha tentato di saltare sul tavolo. Non ce l’ha fatta. Nel disperato tentativo di salvarsi si è aggrappata alla tovaglia e ha trascinato con sé un piatto decorato, di quelli che sarebbe stato meglio non rompere.
Naturalmente lo ha frantumato.
Poi è sparita.
Non so se per lo spavento o per sottrarsi alle indagini.
Ma ogni tanto anche la mia foca monaca sorprende tutti e riesce a fare salti che non sembrerebbero compatibili con quella panciotta a forma di anguria.
Il problema è che, una volta partita, non è mai del tutto chiaro dove atterrerà.
Io ormai vivo secondo una regola semplice:
se Selina salta, spostatevi.
Sono matte.
Completamente matte.
E forse è proprio per questo che la casa, con loro, non è mai stata davvero silenziosa.
Le mie ca-gatte
Perché, oltre a essere due piccole criminali, sono anche le mie ca-gatte.
In realtà, per certi versi, si comportano più come due cagnolini che come gatte.
Quando torno a casa mi aspettano davanti alla porta. Se sono sul terrazzo, appena apro la portafinestra mi corrono incontro miagolando e poi si strusciano sulle mie gambe, sulle ciabatte, su qualunque cosa abbia addosso in quel momento.
È il loro modo di dirmi: oh, finalmente sei tornata!
Io parlo con loro sempre e loro, naturalmente, mi rispondono. Non nello stesso modo: ognuna ha il suo repertorio, un certo miagolio per la pappa, uno per le coccole, uno per attirare la mia attenzione e altri che ancora non ho completamente decifrato.
Ma sto imparando il gattese.
Sally, a differenza della sorella, ha un rapporto particolarmente disinvolto con gli ospiti. Li ama. Li accoglie, li studia, si fa ammirare e, se possibile, si mette pure in mostra.
Felicia invece ragiona diversamente.
Per lei il citofono è già un segnale d’allarme.
Se entra qualcuno che non conosce, semplicemente scompare.
Non è una metafora.
Sparisce.
Può essere sotto un letto, dentro un armadio, dietro una porta, in qualche dimensione parallela che soltanto lei conosce.
Poi, quando la casa torna tranquilla e anche l’ultima molecola di odore estraneo è evaporata, ricompare con la dignità di chi non si è mai mossa da lì.
Quando siamo soltanto noi, invece, cambia tutto. Sono affettuose, cercano il contatto, vengono a reclamare attenzioni e sanno esattamente dove mettere una zampa o una testolina per farmi capire che, in quel momento, le coccole sono un diritto acquisito.
E ci sono le fusa.
Quelle di Selina, soprattutto. Che partono anche se solo la guardi socchiudendo gli occhi.
Quando il suo trattorino si mette in moto, mi sciolgo.
A volte mi osserva con quell’espressione che sembra dire:
Vedi? Alla fine hai capito che sono una meraviglia.
E io, naturalmente, faccio finta di non aver mai avuto dubbi.
E c’è il mio compagno.
Più pragmatico di me, più composto, molto meno incline a lasciarsi travolgere dalle emozioni.
Almeno in apparenza.
Perché quando pensa che io non lo stia guardando, abbraccia Sally e la bacia con una tenerezza che mi fa sorridere. Dice che lei ha la panciotta come la sua, e per questo si capiscono alla perfezione.
Sally infatti è palesemente sua.
Come Felicia è palesemente mia.
Abbiamo diviso equamente il patrimonio felino.
D’inverno, sul divano, ognuna sceglie il proprio umano.
Felicia sulla mia pancia.
Sally sulle gambe del mio compagno.
Il pellet picchietta nel braciere della stufa.
La casa è calda.
E le due gatte, che durante il giorno sono pantere, esploratrici, cacciatrici di piume, atlete improvvisate e foche monache con ambizioni gastronomiche, la sera si trasformano in due piccole boulette.
Morbide, calde, appallottolate.
Io con la mia sulla pancia.
Il mio compagno con la sua sulle gambe.
E ogni tanto guardo quella scena e penso che, sinceramente, non riesco a immaginare niente di più bello.
Perché dopo Charlie e dopo l’inizio della discesa all’inferno con mia madre, ero convinta che non avrei più ricominciato.
Avevo il cuore in frantumi.
Un cuore talmente pesante che avrei potuto sentirlo nelle tasche.
Pensavo che proteggermi significasse non amare più.
Poi sono arrivate loro.
Due codine alzate.
Quattro zampe.
Due paia di baffi.
E, senza chiedermi se fossi pronta, hanno ricominciato a riempire la casa.
Forse si può ricominciare sempre.
Anche quando sembra impossibile. Anche quando il dolore pesa così tanto da seguirci ovunque come un’ombra malevola.
A volte non serve molto.
A volte bastano due codini alzati e dei baffi.
Per ricordarti che il cuore, anche quando sembra ormai troppo pesante, può ancora fare spazio all’amore.
E che qualche volta l’amore arriva davvero così.
In punta di zampe. ❤️








