La prima immagine che mi viene in mente è un peluche.
Melman, la giraffa di Madagascar.
Me lo regalò la mia amica del cuore, sostenendo che fossi io sputata. E quando me lo mise tra le mani pensai subito a un’altra giraffa, molto più vecchia, e a due righe scritte sulla mia Smemoranda.
Me le aveva dedicate un’ amica , grafomane e lettrice compulsiva come me. Dicevano:
«La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri.
Si è innamorata ieri e ancora non lo sa.»
Sotto, soltanto:
«Questa sei tu!»
Avevo quindici o sedici anni e, a quanto pare, qualcuno aveva già capito qualcosa di me che io avrei impiegato molto più tempo a comprendere.
Da ragazzina mi chiamavano giraffa anche perché ero alta e magrissima, ma la metafora mi è sempre sembrata azzeccata per un altro motivo: ho sempre avuto i piedi abbastanza piantati per terra e la testa molto più in alto.
Solo che per molto tempo non ho saputo che cosa farmene di questa cosa.
A scuola ero brava sia in italiano che in matematica. Una combinazione che, nella mia famiglia, venne interpretata in modo molto pragmatico: mio padre era ragioniere, mio fratello frequentava già quella scuola, i libri si potevano condividere e negli anni Novanta un diploma di ragioneria sembrava ancora un buon lasciapassare per il mondo del lavoro.
E così sono diventata ragioniera.
Non l’ho scelto come si scelgono le passioni, ma non l’ho nemmeno vissuto come un’imposizione. I numeri mi piacevano. Mi piaceva che le cose tornassero, che ogni conto avesse una sua logica, che alla fine ci fosse un ordine possibile.
E ancora oggi mi piace.
Forse perché dentro di me, nel frattempo, continuava a vivere indisturbato tutto il resto.
Libri, musica, pensieri che si inseguono, emozioni che scavano, connessioni improbabili tra una cosa e l’altra. Per molto tempo ho pensato che queste due parti fossero una contraddizione da risolvere, quasi che prima o poi avrei dovuto scegliere quale delle due fosse davvero me.
Ho perfino pensato, qualche volta, che per essere felice avrei dovuto lasciare il mio lavoro e cercarne uno più vicino alle mie passioni. Una libreria, per esempio.
Oggi penso che sarebbe stato un errore.
Perché amo leggere anche per questo: perché posso sottrarre quei minuti alla quotidianità fatta di doveri, scadenze e cose che devono essere fatte. Un libro non mi chiede niente. Non devo trasformarlo in un lavoro, non devo produrre qualcosa, non devo essere efficiente.
Posso semplicemente entrarci.
E forse è proprio per questo che continua a salvarmi.
Perché sì, io crollo.
Eccome se crollo.
Nella mia vita ho conosciuto la sofferenza e la solitudine precocemente, ho conosciuto la paura, il dolore, le malattie che arrivano troppo presto e portano via persone che ami, e ho imparato che a volte la vita può diventare pesante fino quasi a toglierti l’aria.
Non sono più forte degli altri e non penso di esserlo mai stata.
Semplicemente, ho imparato a conoscere la sofferenza. A starci dentro. Ad abitarla senza avere necessariamente paura di quello che può farmi.
E ho anche imparato che, quando il mondo diventa troppo stretto, posso aprire una porta.
Un libro.
Un disco.
La musica.
Le mie gatte che fanno le fusa mentre si accoccolano addosso a me.
Sono cose piccole, apparentemente, ma per me hanno avuto e continuano ad avere un ruolo enorme.
A volte mi capita persino di pensare: ma come fate voi che non leggete? Come fate senza la musica? Come fate a non conoscere quella cosa incredibile che è il calore di un animale che si fida di voi?
Non lo dico con superiorità.
Lo dico con stupore.
Perché io ho la fortuna di avere un altro mondo oltre questo.
Un mondo in cui posso entrare quando ho bisogno di respirare.
E forse è proprio qui che ho finalmente capito che cosa significano quelle due parti di me.
Non devo scegliere tra i numeri e le nuvole.
Non devo diventare una persona diversa per sentirmi finalmente coerente.
Faccio bene entrambe le cose.
E ho bisogno di entrambe.
Ho bisogno della ragioniera che mette ordine, dei numeri che tornano, delle cose concrete e prevedibili.
E ho bisogno della donna che guarda oltre le nuvole, che si perde nelle pagine di un libro, che ascolta una canzone e ci trova dentro un pezzo della propria vita.
Forse ho bisogno anche delle mie zavorre.
Delle persone molto più concrete di me, capaci di riportarmi sulla terra quando io comincio a perdere quota, di rimettere in fila le cose quando nella mia testa diventano troppe.
Per molto tempo ho pensato che non capissero il mio mondo.
Oggi penso che sia proprio la loro diversità a renderle così preziose.
Non devono vedere le mie stesse nuvole.
Devono solo esserci quando torno giù.
E io, in fondo, non ho bisogno di smettere di volare.
Ho solo bisogno di sapere dove posso tornare.
Forse è questo che significa, per me, avere i piedi per terra e la testa oltre le nuvole.
Non significa vivere sempre lassù, lontano da quello che accade. Significa sapere che, anche quando la vita porta una tempesta, esiste sempre una finestra che posso aprire.
E forse è per questo che Here Comes the Sun è una delle canzoni che amo di più.
Per me è proprio questo: una finestra che si spalanca dopo il temporale, i battenti aperti, la luce che entra e quell’aria nuova, pulita, quasi frizzante, che ti fa respirare più profondamente.
Non cancella quello che c’è stato.
Non finge che il temporale non sia mai esistito.
Semplicemente, annuncia che è finito.
E allora la puntina scende.
Il vinile comincia a girare.
E per qualche minuto la ragioniera può mettere da parte i conti, la giraffa può alzare ancora un po’ la testa e io posso ricordarmi che, oltre le nuvole, c’è sempre un posto in cui tornare.
La luce.
L’aria.
Il sole.
E una ragazzina con un collo lunghissimo che, a quanto pare, aveva già capito tutto.









