• CON I PIEDI PER TERRA E LA TESTA OLTRE LE NUVOLE

    La prima immagine che mi viene in mente è un peluche.

    Melman, la giraffa di Madagascar.

    Me lo regalò la mia amica del cuore, sostenendo che fossi io sputata. E quando me lo mise tra le mani pensai subito a un’altra giraffa, molto più vecchia, e a due righe scritte sulla mia Smemoranda.

    Me le aveva dedicate un’ amica , grafomane e lettrice compulsiva come me. Dicevano:

    «La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri.
    Si è innamorata ieri e ancora non lo sa.»

    Sotto, soltanto:

    «Questa sei tu!»

    Avevo quindici o sedici anni e, a quanto pare, qualcuno aveva già capito qualcosa di me che io avrei impiegato molto più tempo a comprendere.

    Da ragazzina mi chiamavano giraffa anche perché ero alta e magrissima, ma la metafora mi è sempre sembrata azzeccata per un altro motivo: ho sempre avuto i piedi abbastanza piantati per terra e la testa molto più in alto.

    Solo che per molto tempo non ho saputo che cosa farmene di questa cosa.

    A scuola ero brava sia in italiano che in matematica. Una combinazione che, nella mia famiglia, venne interpretata in modo molto pragmatico: mio padre era ragioniere, mio fratello frequentava già quella scuola, i libri si potevano condividere e negli anni Novanta un diploma di ragioneria sembrava ancora un buon lasciapassare per il mondo del lavoro.

    E così sono diventata ragioniera.

    Non l’ho scelto come si scelgono le passioni, ma non l’ho nemmeno vissuto come un’imposizione. I numeri mi piacevano. Mi piaceva che le cose tornassero, che ogni conto avesse una sua logica, che alla fine ci fosse un ordine possibile.

    E ancora oggi mi piace.

    Forse perché dentro di me, nel frattempo, continuava a vivere indisturbato tutto il resto.

    Libri, musica, pensieri che si inseguono, emozioni che scavano, connessioni improbabili tra una cosa e l’altra. Per molto tempo ho pensato che queste due parti fossero una contraddizione da risolvere, quasi che prima o poi avrei dovuto scegliere quale delle due fosse davvero me.

    Ho perfino pensato, qualche volta, che per essere felice avrei dovuto lasciare il mio lavoro e cercarne uno più vicino alle mie passioni. Una libreria, per esempio.

    Oggi penso che sarebbe stato un errore.

    Perché amo leggere anche per questo: perché posso sottrarre quei minuti alla quotidianità fatta di doveri, scadenze e cose che devono essere fatte. Un libro non mi chiede niente. Non devo trasformarlo in un lavoro, non devo produrre qualcosa, non devo essere efficiente.

    Posso semplicemente entrarci.

    E forse è proprio per questo che continua a salvarmi.

    Perché sì, io crollo.

    Eccome se crollo.

    Nella mia vita ho conosciuto la sofferenza e la solitudine precocemente, ho conosciuto la paura, il dolore, le malattie che arrivano troppo presto e portano via persone che ami, e ho imparato che a volte la vita può diventare pesante fino quasi a toglierti l’aria.

    Non sono più forte degli altri e non penso di esserlo mai stata.

    Semplicemente, ho imparato a conoscere la sofferenza. A starci dentro. Ad abitarla senza avere necessariamente paura di quello che può farmi.

    E ho anche imparato che, quando il mondo diventa troppo stretto, posso aprire una porta.

    Un libro.

    Un disco.

    La musica.

    Le mie gatte che fanno le fusa mentre si accoccolano addosso a me.

    Sono cose piccole, apparentemente, ma per me hanno avuto e continuano ad avere un ruolo enorme.

    A volte mi capita persino di pensare: ma come fate voi che non leggete? Come fate senza la musica? Come fate a non conoscere quella cosa incredibile che è il calore di un animale che si fida di voi?

    Non lo dico con superiorità.

    Lo dico con stupore.

    Perché io ho la fortuna di avere un altro mondo oltre questo.

    Un mondo in cui posso entrare quando ho bisogno di respirare.

    E forse è proprio qui che ho finalmente capito che cosa significano quelle due parti di me.

    Non devo scegliere tra i numeri e le nuvole.

    Non devo diventare una persona diversa per sentirmi finalmente coerente.

    Faccio bene entrambe le cose.

    E ho bisogno di entrambe.

    Ho bisogno della ragioniera che mette ordine, dei numeri che tornano, delle cose concrete e prevedibili.

    E ho bisogno della donna che guarda oltre le nuvole, che si perde nelle pagine di un libro, che ascolta una canzone e ci trova dentro un pezzo della propria vita.

    Forse ho bisogno anche delle mie zavorre.

    Delle persone molto più concrete di me, capaci di riportarmi sulla terra quando io comincio a perdere quota, di rimettere in fila le cose quando nella mia testa diventano troppe.

    Per molto tempo ho pensato che non capissero il mio mondo.

    Oggi penso che sia proprio la loro diversità a renderle così preziose.

    Non devono vedere le mie stesse nuvole.

    Devono solo esserci quando torno giù.

    E io, in fondo, non ho bisogno di smettere di volare.

    Ho solo bisogno di sapere dove posso tornare.

    Forse è questo che significa, per me, avere i piedi per terra e la testa oltre le nuvole.
    Non significa vivere sempre lassù, lontano da quello che accade. Significa sapere che, anche quando la vita porta una tempesta, esiste sempre una finestra che posso aprire.

    E forse è per questo che Here Comes the Sun è una delle canzoni che amo di più.
    Per me è proprio questo: una finestra che si spalanca dopo il temporale, i battenti aperti, la luce che entra e quell’aria nuova, pulita, quasi frizzante, che ti fa respirare più profondamente.

    Non cancella quello che c’è stato.

    Non finge che il temporale non sia mai esistito.

    Semplicemente, annuncia che è finito.

    E allora la puntina scende.

    Il vinile comincia a girare.

    E per qualche minuto la ragioniera può mettere da parte i conti, la giraffa può alzare ancora un po’ la testa e io posso ricordarmi che, oltre le nuvole, c’è sempre un posto in cui tornare.

    La luce.

    L’aria.

    Il sole.

    E una ragazzina con un collo lunghissimo che, a quanto pare, aveva già capito tutto.

  • Amatissima. L’orrore che aspetta sulla soglia della libertà

    Lessi Amatissima di Toni Morrison alcuni anni fa e ne scrissi una recensione che, ancora oggi, sento profondamente mia.

    Non l’ho voluta correggere, ma ho preferito scriverne un’altra.

    Perché non è cambiato il romanzo, ma è cambiata la strada che ho percorso da allora.

    E forse è questo il privilegio più bello della lettura: poter tornare nello stesso luogo con occhi diversi, senza che gli occhi di ieri smettano di avere valore.

    (Se vuoi leggere la recensione che scrissi anni fa, la trovi qui.)

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    Le cicatrici di Sethe assomigliano a un albero.

    Non a una ferita.

    Non a una mutilazione.

    A un albero.

    Rami in rilievo che attraversano la sua schiena e si protendono verso il cielo come in una silenziosa supplica.

    È una delle immagini più potenti che abbia mai incontrato in un romanzo.

    Perché in quell’albero c’è già tutto Amatissima.

    Per molto tempo ho pensato che questo fosse un grande romanzo sulla schiavitù. Lo è, naturalmente. Ma ridurlo a questo significherebbe privarlo della sua verità più profonda.

    Toni Morrison non racconta soltanto ciò che la violenza infligge ai corpi.

    Racconta quello che continua a fare alle persone molto tempo dopo.

    La sofferenza psichica segna l’esistenza di Sethe molto più dei colpi di frusta che le hanno disegnato sulla schiena quell’albero di dolore e memoria con cui ormai si identifica. Quei rami non le consentono di dimenticare mai, nemmeno nei giorni più sereni della sua vita di donna libera.

    Perché il passato non sempre rimane alle nostre spalle.

    A volte attraversa il confine insieme a noi.

    Quando Sethe riesce finalmente a fuggire dalla piantagione di Sweet Home e raggiunge Cincinnati, dovrebbe essere salva. Ha conquistato la libertà. Ha ritrovato una casa. Ha una figlia.

    Eppure l’orrore dal quale era fuggita non se n’era mai andato.

    Era dentro di lei.

    La stava già aspettando sulla soglia della libertà.

    La casa al 124 di Bluestone Road è infestata dal fantasma di una bambina. Un’entità inquieta, piena di rancore, che costringe tutti a fare i conti con una presenza impossibile da ignorare.

    Ma leggendo ci accorgiamo presto che quello non è il vero spettro del romanzo.

    Il vero fantasma è il trauma.

    È tutto ciò che continua a vivere dentro una persona quando il mondo pensa che sia ormai salva.

    La storia che Toni Morrison racconta non è lineare. Non esiste un inizio, un centro e una conclusione secondo l’ordine a cui siamo abituati.

    Poco alla volta emergono frammenti di memoria che una scrittura immaginifica e potentissima ricompone come tessere di un mosaico.

    L’elemento razionale lascia spesso il posto all’intuizione.

    I fatti più crudeli quasi mai vengono descritti nei loro particolari.

    Vengono fatti sentire.

    Riusciamo ad avvertire il dolore di Sethe non attraverso la cronaca delle frustate o della violenza, ma come una nube nera che incombe su ogni pagina. Lo intravediamo nei suoi ricordi che lentamente, quasi strisciando, risalgono dall’abisso in cui lei stessa li aveva ricacciati per continuare a respirare, per riuscire ad alzarsi ogni mattina, andare a lavorare e badare all’unica figlia che le era rimasta.

    Bisogna concedersi del tempo e lasciarsi trasportare dalla scrittura della Morrison.

    Non perché sia difficile seguirla — lei ci tende sempre la mano quando stiamo per perderci — ma perché ogni parola possiede un peso specifico, e chiede di essere abitata.

    Il ritmo della narrazione ha la dolcezza malinconica dei sogni.

    Ci avvolge e quasi ci protegge mentre, in punta di piedi, entriamo dentro l’orrore di un infanticidio e delle sue devastanti conseguenze.

    Un gesto estremo compiuto per disperazione.

    Per troppo amore.

    Per difendere la parte migliore di sé da un destino fatto di frustate, stupri, impiccagioni e umiliazioni.

    Ed è qui che Toni Morrison compie qualcosa di straordinario.

    Ci conduce davanti al gesto più inconcepibile che una madre possa compiere senza permetterci, nemmeno per un istante, di giudicare.

    Non ci chiede di assolvere Sethe.

    Ci chiede qualcosa di molto più difficile.

    Comprenderne l’abisso.

    Perché prima ancora di essere una madre, Sethe è stata una donna privata della libertà, del proprio corpo, della dignità e perfino della possibilità di immaginare un futuro diverso per i suoi figli.

    L’orrore cambia forma.

    Avvelena i pensieri.

    Si intreccia all’amore materno fino a diventarne una parte inseparabile.

    È questo che rende Amatissima un romanzo immenso.

    Non racconta soltanto la schiavitù.

    Racconta ciò che la violenza lascia nell’anima quando la violenza è finita.

    Forse è questo il motivo per cui continua a sembrarmi un libro necessario.

    Perché tutti, in forme diverse, conviviamo con qualcosa che ci ha attraversati.

    La differenza non sta nell’aver sofferto oppure no.

    Sta in ciò che scegliamo di fare con quella ferita.

    Lasciarle decidere chi siamo.

    Oppure guardarla abbastanza a lungo da restituirle finalmente un nome.

    Il giorno del funerale Sethe non aveva abbastanza denaro per far incidere sulla lapide il nome completo della figlia.

    Poté permettersi una sola parola.

    Amatissima.

    Da quel momento quell’epitaffio incompiuto smise di appartenere soltanto a una bambina.

    Diventò il simbolo di un popolo intero.

    Di uomini e donne cancellati dalla Storia.

    Di vite senza nome.

    Di ricordi che qualcuno aveva provato a seppellire.

    Forse è proprio questo che fanno i grandi romanzi: non cancellano le ferite, ma le guardano abbastanza a lungo da restituire loro una voce.

    Oggi so perché questo romanzo mi è rimasto dentro così profondamente. Non era soltanto la storia di Sethe. Era la certezza, ancora confusa ma già presente, che le ferite non chiedono di essere dimenticate. Chiedono di essere guardate.

  • Ho ascoltato la stessa canzone. Ma era cambiata la donna che l’ascoltava.

    Alcune canzoni sembrano aspettarci.

    Le ascolti una prima volta e ti piacciono.

    Le rimetti anni dopo e ti accorgi che, nel frattempo, hanno imparato a parlare un’altra lingua.

    O forse siamo noi ad averla finalmente imparata.

    Con Both Sides, Now di Joni Mitchell mi è successo proprio questo.

    L’ho sempre amata nella sua versione originale: quella voce di cristallo, quella chitarra essenziale, la leggerezza apparente di una ragazza di venticinque anni che scrive parole incredibilmente più grandi della sua età.

    Per anni l’ho ascoltata così.

    Come si ascolta una bellissima canzone.

    Poi è successo qualcosa.

    Sono cambiata io.

    Negli ultimi anni ho scoperto che la vita non procede in linea retta.

    Non è una strada già tracciata da percorrere senza deviazioni.

    È un movimento continuo.

    Un’evoluzione.

    Ogni esperienza cambia il punto da cui guardiamo il mondo.

    E così, senza accorgercene, cambiano anche le storie che ci hanno accompagnato.

    C’è un verso che questa sera mi è rimasto addosso più di tutti.

    “Now old friends are acting strange… They shake their heads, they say I’ve changed.”

    “I vecchi amici mi guardano in modo strano. Scuotono la testa e dicono che sono cambiata.”

    È una frase che potrebbe sembrare malinconica.

    Io, invece, ho trovato in quelle parole una forma di libertà.

    Per molto tempo ho pensato che cambiare fosse quasi un tradimento.

    Delle persone.

    Delle abitudini.

    Perfino della versione di me che gli altri conoscevano.

    Oggi credo il contrario.

    Se non cambiamo, continuiamo a osservare la vita sempre dalla stessa angolazione.

    E allora non cresciamo davvero.

    Ripetiamo.

    Difendiamo.

    Confermiamo ciò che già sappiamo.

    Il cambiamento, invece, ci costringe a rimettere tutto in discussione.

    Perfino noi stessi.

    Forse è per questo che amo così tanto il ritornello.

    Joni Mitchell dice di aver guardato le nuvole da entrambe le parti.

    L’amore da entrambe le parti.

    La vita da entrambe le parti.

    E poi conclude con una sincerità disarmante: di nuvole, amore e vita… in fondo non sa ancora niente.

    Più vive, meno pretende di possedere la verità.

    E trovo che ci sia qualcosa di profondamente rassicurante in questa confessione.

    Perché ci ricorda che maturare non significa avere tutte le risposte.

    Significa imparare a fare domande sempre nuove.

    C’è anche un altro verso che oggi mi emoziona più di quando avevo vent’anni.

    “Don’t give yourself away.”

    Non consegnare tutta te stessa.

    Non perderti nel tentativo di essere amata.

    Non smettere di appartenerti.

    Quando le nostre vite raggiungono questi brani, ci accorgiamo che non stavano raccontando il mondo.

    Stavano raccontando noi.

    Stanotte, sul giradischi, gira Both Sides, Now.

    E mentre la puntina scende sul vinile, penso che forse il senso più profondo del vivere non sia arrivare da qualche parte.

    Ma continuare a cambiare abbastanza da poter guardare la stessa vita con occhi sempre nuovi.

    Io vedo ancora orizzonti dove tu disegni confini.

  • Ho cambiato idea sulla felicità

    Ci ho messo più di quarant’anni a capire che non siamo obbligati a continuare ad amare ciò che ci rendeva felici a vent’anni.

    Per molto tempo ho creduto che cambiare fosse una forma di tradimento.

    Come se rinunciare a un’abitudine, a una stagione, perfino a un modo di stare al mondo significasse perdere una parte di me.

    Poi ho scoperto che stava accadendo il contrario.

    Stavo finalmente diventando me stessa.


    Da ragazza aspettavo l’estate come si aspetta una promessa.

    La immaginavo per mesi.

    Aveva il sapore della libertà, delle giornate interminabili, della pelle salata, dei tuffi improvvisi in un mare che sembrava capace di lavare via ogni pensiero.

    L’estate era la stagione in cui tutto sembrava possibile.

    Poi qualcosa è cambiato.

    E, come accade per le trasformazioni più profonde, non saprei dire quando.

    Non esiste un giorno preciso in cui smettiamo di riconoscerci in ciò che siamo stati.

    Succede lentamente.

    La vita ci attraversa in silenzio.


    Oggi il caldo mi stanca prima ancora del corpo.

    Rallenta i pensieri.

    Mi rende faticose perfino le cose che amo.

    Ci sono sere in cui torno dal lavoro e l’unico desiderio è accendere il condizionatore e lasciarmi cadere sul divano.

    A volte non riesco nemmeno a leggere.

    E per una persona che ha sempre trovato nei libri il luogo in cui respirare, questa è forse la stanchezza che pesa di più.

    Per molto tempo ho pensato che fosse colpa dell’estate.

    Poi ho capito che non era cambiata lei.

    Ero cambiata io.


    Qualche giorno fa ho accettato l’invito della mia amica del cuore.

    Sono tornata nella spiaggia attrezzata dove ho trascorso gran parte della mia adolescenza.

    Gli stessi ombrelloni.

    Le cabine.

    Il bar.

    Le docce.

    Le tavolate apparecchiate.

    La stessa allegria rumorosa che, un tempo, mi sembrava il ritratto perfetto delle vacanze.

    Eppure io non c’ero più.

    Non provavo fastidio.

    Non provavo nostalgia.

    Provavo soltanto la strana sensazione di essere diventata una persona diversa.

    Osservavo quella folla e mi rendevo conto che non desideravo più nessuna di quelle comodità.

    Non mi mancavano.

    Semplicemente, non mi somigliavano più.


    La mia estate oggi comincia molto presto.

    Quando il sole non ha ancora deciso di essere feroce.

    Quando sugli scogli ci sono solo il mare, il vento e qualche cormorano che apre lentamente le ali per asciugarle.

    Mi immergo nell’acqua fredda.

    Poi mi siedo.

    Lascio asciugare la pelle all’aria.

    Apro un libro.

    Guardo i gabbiani attraversare il cielo e il mare respirare davanti a me.

    E, senza sapere bene perché, torno a respirare anch’io.

    Ho capito che non era il mare che cercavo.

    Era il silenzio.

    La possibilità di sentirmi parte di qualcosa che non aveva bisogno di intrattenermi.


    Ho iniziato il percorso più importante della mia vita dieci anni fa.

    Avevo già quarant’anni.

    All’inizio pensavo di essere in ritardo.

    Oggi penso che il cambiamento non abbia un’età.

    Ha soltanto il coraggio che siamo disposti a concedergli.

    Per anni ho immaginato il cambiamento come un traguardo.

    Un punto d’arrivo.

    Adesso lo vedo in un altro modo.

    È un fiume.

    Può scorrerti accanto per anni senza che tu decida di entrarci.

    Oppure, un giorno, trovi il coraggio di lasciarti trasportare.

    Ed è allora che scopri una cosa bellissima.

    Non stai diventando qualcun altro.

    Stai semplicemente lasciando andare tutto ciò che non ti appartiene più.


    Molti anni fa qualcuno mi chiese di descrivere il luogo in cui mi sentivo davvero in pace.

    Senza pensarci, parlai del mare all’alba.

    Dei gabbiani.

    Dei cormorani.

    Dell’acqua che mi accoglieva senza chiedermi niente.

    Solo oggi mi accorgo che, senza saperlo, stavo descrivendo la persona che sarei diventata.

    Oggi scelgo ciò che, allora, era soltanto un’immagine. Non sapevo ancora che stavo immaginando la mia casa.

    Scelgo il silenzio degli scogli invece del rumore.

    Il vento invece dell’afa.

    Un libro aperto sulle ginocchia.

    Il mare quando è ancora mezzo addormentato.

    Per anni ho creduto che crescere significasse aggiungere.

    Più cose.

    Più persone.

    Più programmi.

    Più aspettative.

    Oggi so che, molto spesso, crescere significa togliere.

    Togliere tutto ciò che non ci somiglia più.

    Forse non ho cambiato idea sull’estate.

    Ho cambiato idea sulla felicità.

  • Io vedo ancora orizzonti

    Ci sono canzoni che ci accompagnano per anni senza che ce ne accorgiamo davvero.

    Restano lì, sullo sfondo di un film amato, di un ricordo lontano, di una scena che conosciamo quasi a memoria. Le ascoltiamo decine di volte e pensiamo di averle comprese.

    Poi un giorno accade qualcosa.

    La vita compie uno dei suoi giri inattesi e quelle stesse note ci raggiungono in un punto diverso del cammino.

    E improvvisamente parlano di noi.

    Per molto tempo, per me, Moon River è stata la voce delicata di Audrey Hepburn affacciata alla finestra di un appartamento newyorkese. Una chitarra tra le mani, lo sguardo perso tra i tetti e quella grazia fragile che ha reso Holly Golightly uno dei personaggi più indimenticabili della letteratura e del cinema.

    Era una canzone bellissima.

    Ma non avevo ancora capito cosa stesse raccontando.

    Con il tempo ho iniziato ad ascoltare le parole oltre la melodia.

    E ho scoperto che Moon River non parla soltanto d’amore.

    Parla di viaggio.

    Di ricerca.

    Di quel desiderio ostinato di continuare a guardare oltre la linea che separa ciò che conosciamo da ciò che ancora non sappiamo.

    Forse è per questo che oggi mi emoziona così tanto.

    Perché c’è una frase che da anni mi accompagna e che, in qualche modo, sento profondamente legata a questa canzone:

    Io vedo ancora orizzonti dove tu disegni confini.

    Non so se esista una definizione più precisa del modo in cui provo a stare al mondo.

    Da bambina trasformavo il dolore in immagini che mi davano pace.

    Da adulta ho impiegato molto tempo per capire che non ero sbagliata soltanto perché non riuscivo ad adattarmi a forme che non mi appartenevano.

    I libri, la musica, la scrittura e perfino le crepe che la vita lascia dietro di sé mi hanno insegnato la stessa cosa: esiste sempre un altro modo di guardare.

    Un’altra strada.

    Un altro orizzonte.

    Forse è questo che Holly Golightly continua a cercare per tutto il film.

    Non una casa.

    Non una persona.

    Ma un luogo dell’anima in cui sentirsi finalmente libera.

    E forse è ciò che cerchiamo un po’ tutti, anche quando non sappiamo dargli un nome.

    Viviamo in un tempo che ama i confini.

    Le etichette.

    Le definizioni.

    Le appartenenze.

    Mi è sempre sembrato che Moon River raccontasse l’esatto contrario.

    Parla di due viaggiatori che continuano a camminare.

    Di una corrente da seguire.

    Di un altrove che forse non raggiungeremo mai del tutto, ma che vale comunque la pena inseguire.

    Perché smettere di guardare l’orizzonte significa rinunciare alla possibilità di stupirsi.

    E forse anche a una parte di noi stessi.

    Sul giradischi, stanotte: Moon River – Audrey Hepburn
    🎙️ Colazione da Tiffany (1961)

    La puntina si solleva lentamente dal vinile.

    Fuori dalla finestra la notte continua il suo viaggio.

    Da qualche parte, oltre il fiume, c’è ancora un orizzonte.

    E io, ostinatamente, continuo a cercarlo.

    Ora tutto è calmo.

    Tutto è pace.

  • Prima del crollo

    Prima del crollo

    La vita di Lambert si spezza in una curva, sotto la pioggia battente.

    Ma non è lì che comincia la sua caduta.

    Quando l’autobus carico di scolari in gita precipita nella scarpata e le fiamme divorano il buio, qualcosa dentro di lui è già rotto da molto tempo. L’incidente non fa che portarlo alla luce.

    È questo che rende I complici uno dei romanzi più inquieti di Georges Simenon.

    Non il dramma.

    Non la colpa.

    Ma la sensazione che certe esistenze possano incrinarsi lentamente per anni, in silenzio, continuando ad apparire perfettamente normali.

    Ho sempre amato Simenon per la sua capacità di raccontare uomini e donne in bilico. Personaggi che dall’esterno sembrano integrati alla perfezione nel loro mondo e che invece, dentro, combattono una battaglia silenziosa contro sé stessi.

    I loro nemici raramente sono gli altri.

    Molto più spesso sono i desideri che hanno soffocato, le rinunce che hanno accettato, le vite che hanno imparato a sopportare.

    Siamo negli anni Cinquanta, un’epoca che faceva delle apparenze una virtù.

    I villini ordinati.

    I matrimoni rispettabili.

    Le famiglie irreprensibili.

    La polvere accuratamente nascosta sotto eleganti tappeti.

    Una quieta sottomissione era preferibile a qualsiasi forma di rivolta. Poco importava se, nel proprio intimo, una rabbia sorda continuava a corrodere la quotidianità fino a renderla insopportabile.

    Lambert appartiene a quel mondo.

    È un uomo stimato, un imprenditore affermato, un cittadino rispettabile.

    Eppure, pagina dopo pagina, scopriamo che sotto quella superficie non c’è quasi nulla che funzioni davvero.

    Il matrimonio è un guscio vuoto.

    I rapporti familiari sono logori.

    La sua stessa esistenza sembra aver perso qualsiasi significato.

    L’unico elemento capace di scuoterlo dall’apatia è Edmonde, la segretaria dell’azienda.

    Tra loro nasce un legame ambiguo, fatto di desiderio, dipendenza e complicità. Un rapporto che non assomiglia all’amore e nemmeno alla passione romantica. Somiglia piuttosto a una fuga.

    Una porta socchiusa verso un mondo diverso.

    Un luogo dove, almeno per qualche istante, Lambert può dimenticare le regole, le convenzioni e il ruolo che gli è stato assegnato.

    Forse è proprio questo il significato del titolo.

    Non la complicità nel delitto.

    Ma la complicità nel tentativo disperato di sottrarsi a una vita che non si riesce più ad abitare.

    Quando avviene l’incidente, Lambert compie una scelta che lo condanna.

    Non si ferma.

    Non guarda indietro.

    Fugge.

    Ma ciò che mi ha colpita rileggendo questo romanzo non è stata tanto la gravità del gesto.

    È il modo in cui lui stesso sembra accoglierne le conseguenze.

    Come se quella colpa fosse soltanto il volto visibile di qualcosa che esisteva già.

    Come se da anni aspettasse inconsciamente il momento in cui smettere di fingere.

    Simenon è straordinario nel raccontare questo tipo di inquietudine.

    Sa scavare nelle zone più scomode dell’animo umano senza cercare giustificazioni e senza offrire consolazioni.

    I suoi protagonisti sono spesso relitti, superstiti, esseri fragili e imperfetti nei quali, nonostante tutto, riesco quasi sempre a trovare qualcosa che mi avvicina a loro.

    Con Lambert ed Edmonde, invece, è successo qualcosa di diverso.

    Sono rimasta sulla soglia.

    Ho osservato il loro squallore, la loro miseria morale, la loro incapacità di amare davvero, senza riuscire a provare quella forma di compassione che di solito Simenon riesce a suscitare in me.

    Eppure il romanzo ha continuato a lavorarmi dentro.

    Forse proprio per questo.

    Perché ci sono crepe nelle quali riconosciamo qualcosa di noi.

    E altre che ci inquietano perché ci mostrano ciò che potremmo diventare quando smettiamo di ascoltare la parte più autentica di noi stessi.

    I complici appartiene a questa seconda categoria.

    Non consola.

    Non assolve.

    Non offre redenzioni.

    Si limita a puntare una luce impietosa sulle fratture che attraversano una vita.

    E a ricordarci che il crollo raramente comincia nel momento in cui tutto si rompe.

    Molto più spesso comincia anni prima.

    Nel silenzio.

  • IL DISCO CHE CUSTODIVA IL TEMPO

    Ci sono oggetti che attraversano il tempo.

    Restano in silenzio per anni, nascosti in una scatola, dimenticati in una soffitta, sepolti sotto la polvere.

    Poi un giorno riemergono.

    E all’improvviso non sono più soltanto oggetti.

    Diventano porte.

    “Il gusto proibito dello zenzero” di Jamie Ford è una storia che comincia proprio così: con il ritrovamento di un vecchio disco jazz e di alcuni oggetti appartenuti a un passato che sembrava perduto per sempre.

    Da quel momento il tempo si incrina.

    Seattle, anni Quaranta.

    La guerra infuria dall’altra parte del mondo e l’America, ferita dall’attacco di Pearl Harbor, cerca nemici ovunque. Henry Lee è figlio di immigrati cinesi. Keiko Okabe è una ragazza americana di origine giapponese. Frequentano la stessa scuola, condividono la stessa solitudine e scoprono presto di appartenere a quella categoria di persone che il mondo osserva sempre attraverso le differenze.

    Ma loro vedono altro.

    Vedono la stessa fame di essere accettati.

    La stessa malinconia.

    La stessa voglia di trovare un posto in cui sentirsi finalmente a casa.

    Erano molto diversi, ma non importava. Erano differenze che non si notavano. Erano simili e felici. Era difficile capire dove finisse uno e cominciasse l’altra.

    Poi arriva la Storia.

    Quella con la S maiuscola.

    Quella che non chiede permesso.

    Dopo Pearl Harbor, migliaia di cittadini americani di origine giapponese vengono deportati nei campi di internamento. Famiglie intere perdono le loro case, i loro beni, le loro vite. Tra loro c’è anche Keiko.

    Ed è qui che il romanzo avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesima storia d’amore spezzata dalla guerra.

    Invece sceglie una strada diversa.

    Parla della memoria.

    Di ciò che continua a vivere dentro di noi quando tutto il resto è stato portato via.

    E poi c’è il jazz.

    Forse la cosa che più ho amato di questo romanzo.

    I locali fumosi di Seattle diventano una specie di territorio neutrale, un piccolo universo parallelo dove il mondo smette per qualche ora di dividersi in razze, nazioni e appartenenze.

    Fuori ci sono la paura, il sospetto, la propaganda.

    Dentro ci sono soltanto persone.

    Persone che ascoltano musica.

    Che ridono.

    Che si innamorano.

    Che cercano di dimenticare la guerra almeno per una sera.

    Mi ha sempre colpito questa immagine.

    Perché il jazz e il blues hanno sempre rappresentato anche per me qualcosa di simile.

    Un rifugio.

    Un luogo dell’anima.

    La prova che la bellezza può continuare a esistere persino nei periodi più bui.

    Forse è per questo che il vecchio disco che attraversa il romanzo mi emoziona ancora oggi.

    Perché non è soltanto un disco.

    È una scatola del tempo.

    Contiene una voce, una stagione della vita, una promessa, una perdita.

    Contiene tutto ciò che credevamo di aver lasciato indietro.

    E forse è proprio questo che Jamie Ford racconta con maggiore delicatezza: il fatto che alcune cose non finiscono davvero.

    Cambiano forma.

    Diventano ricordo.

    Diventano nostalgia.

    Diventano una canzone che riaffiora all’improvviso dopo quarant’anni.

    Ci sono ferite che non si chiudono mai completamente.

    Ma ci sono anche affetti che continuano a vivere in modi misteriosi, silenziosi, ostinati.

    Come un vecchio 78 giri impolverato che aspetta soltanto qualcuno disposto ad ascoltarlo ancora.

    Perché a volte resistere significa proprio questo.

    Custodire ciò che il tempo non è riuscito a portarci via.

  • Nonostante tutto, il mondo

    Ci sono giorni in cui il mondo sembra troppo.
    Troppo rumore.
    Troppa rabbia.
    Troppa crudeltà infilata ovunque: nelle notizie, nelle parole, perfino nei rapporti umani.
    E allora mi succede una cosa molto semplice: cerco rifugio nella musica.
    Non quella che distrae.
    Quella che rimette in ordine il cuore.
    What a Wonderful World di Louis Armstrong, per me, ha sempre fatto questo.
    Non è soltanto una canzone.
    È una tregua.
    Ogni volta che la ascolto mi ricorda che, nonostante tutto, esiste ancora una forma di bellezza che resiste. Silenziosa, fragile, ostinata.
    La voce di Armstrong non ha nulla di perfetto. È roca, consumata, profondamente umana. Sembra la voce di qualcuno che il dolore lo conosce bene e che, proprio per questo, riesce ancora a stupirsi davanti alle cose più semplici.
    Gli alberi verdi.
    Le rose rosse.
    Il cielo.
    Gli esseri umani che si stringono la mano.
    I bambini che cresceranno e sapranno più di noi.
    Non c’è ingenuità in questo brano, come qualcuno ha sempre pensato. Anzi.
    What a Wonderful World uscì nel 1967, in un’epoca attraversata dalla guerra, dalla violenza e dalle tensioni sociali. Eppure Armstrong sceglie di cantare la meraviglia. Non perché il dolore non esista, ma perché forse diventa ancora più necessario ricordarsi ciò che vale la pena salvare.
    Credo che sia questo il motivo per cui questa canzone continua a commuovermi così tanto.
    Perché io quella bellezza la cerco continuamente. Nei dettagli piccoli. Nelle creature indifese. Negli alberi che ancora resistono nelle città soffocate dal cemento. Negli animali. Negli occhi buoni delle persone. In certi tramonti che riescono ancora a fermarmi mentre il mondo corre troppo veloce.
    E forse essere così sensibili significa anche questo: sentire più forte l’orrore, sì. Ma proprio per questo avere ancora più bisogno della gentilezza.
    Per anni ho pensato che questa mia fragilità fosse un difetto. Oggi invece credo che riuscire a emozionarsi ancora davanti alla bellezza sia una forma di resistenza.
    Forse persino di salvezza.
    Ci sono canzoni che parlano d’amore.
    Altre che parlano di dolore.
    E poi ce ne sono alcune rarissime che riescono semplicemente a ricordarti perché vale ancora la pena restare qui.
    What a Wonderful World, per me, è una di quelle.
    La puntina si solleva lentamente dal vinile.
    Fuori il mondo continua a fare rumore.
    Ma qui, per un momento, è tutto calmo.
    Tutto è pace.

    Fediverse reactions
  • Una donna fuori posto

    Una donna fuori posto

    Ci sono persone che passano la vita a cercare sé stesse.

    E poi ce ne sono altre che passano la vita a cercare di sembrare normali.

    La ragazza del convenience store di Sayaka Murata racconta proprio questo scarto invisibile. Quello che separa ciò che siamo da ciò che il mondo si aspetta da noi.

    Keiko Furukura ha trentasei anni e lavora part-time nello stesso konbini da quasi vent’anni.
    Il konbini — quei piccoli convenience store giapponesi aperti giorno e notte — è un luogo ordinato, perfetto, scandito da rituali immutabili. Gli scaffali vengono sistemati secondo le stagioni, i sorrisi devono avere la giusta inclinazione, le frasi rivolte ai clienti sono sempre le stesse, identiche, ripetute all’infinito come un copione imparato a memoria.

    Per Keiko quel posto non è soltanto un lavoro.

    È un rifugio.

    Forse perfino l’unico luogo in cui riesce davvero a esistere senza sentirsi sbagliata.

    Fin da bambina, infatti, ha sempre percepito una distanza tra sé e gli altri. Una frattura sottile ma costante, qualcosa che la rende incapace di reagire nel modo “giusto” alle cose. Crescendo ha imparato a osservare attentamente chi la circondava, imitandone gesti, espressioni, inflessioni della voce. Ha studiato il comportamento umano come si studia una lingua straniera.

    E il konbini, con le sue regole rigide e rassicuranti, diventa la sua forma di mimetizzazione perfetta.

    Lì dentro nessuno le chiede di essere spontanea.
    Deve soltanto funzionare bene.

    La cosa più disturbante del romanzo, però, non è la stranezza di Keiko.
    È la normalità degli altri.

    Familiari, colleghi e amiche non riescono ad accettare che una donna di trentasei anni possa sentirsi completa senza desiderare un marito, dei figli o una carriera più rispettabile. Ogni conversazione con lei sembra ruotare attorno alla stessa domanda implicita: che cosa c’è di sbagliato in te?

    Ed è qui che il romanzo di Sayaka Murata diventa feroce.

    Perché Keiko non ha traumi da superare, né particolari tragedie da raccontare. Non è nemmeno infelice, almeno non nel modo in cui gli altri si aspettano. Semplicemente, guarda la vita da un’altra angolazione.

    Ma il mondo tollera la diversità solo finché resta invisibile.

    Quando nel konbini arriva un uomo problematico, incapace di adattarsi a qualsiasi lavoro e pieno di rancore verso le donne e la società, Keiko finisce casualmente per costruire con lui una specie di relazione. Ed è a quel punto che accade qualcosa di paradossale: improvvisamente tutti si tranquillizzano.

    Keiko ha finalmente un fidanzato.

    Non importa che quell’uomo sia violento, misogino, disturbato. Agli occhi degli altri la sua presenza basta a restituirle una parvenza di normalità.

    Ed è impossibile non sentirsi a disagio davanti a questo meccanismo così crudele e familiare.

    Perché in fondo il romanzo parla anche di questo: della stanchezza di dover continuamente interpretare una parte per essere considerati accettabili. Soprattutto se sei una donna.

    C’è qualcosa di profondamente triste nel modo in cui Keiko cerca di adattarsi al mondo. Ma allo stesso tempo c’è anche una forma stranissima di lucidità. Come se fosse lei, alla fine, a vedere più chiaramente degli altri quanto siano fragili e artificiali le regole sociali dentro cui ci muoviamo ogni giorno.

    In poche pagine, Sayaka Murata riesce a costruire un romanzo ironico, spiazzante e sottilmente doloroso, che mette in discussione il nostro modo di guardare gli altri e perfino noi stessi.

    Perché forse la normalità non è altro che una lunga recita collettiva.

    E chi smette di interpretarla fa paura.

    Forse è anche per questo che questo romanzo mi è rimasto addosso così tanto.

    Perché, in modi diversi, conosco bene quella sensazione di essere fuori posto. Di non aderire completamente all’idea di donna che il mondo si aspetta di vedere.

    Non ho mai desiderato alcune delle cose considerate “naturali”, inevitabili. E per molto tempo ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Ogni tentativo di forzarmi dentro una forma che non mi apparteneva finiva per trasformarsi in una guerra silenziosa contro me stessa.

    Solo molto più tardi ho capito che quella parte che continuava a ribellarsi non era il problema.

    Era la mia voce.

    Ed è forse per questo che Keiko fa così male. Perché dietro la sua apparente stranezza c’è una domanda che riguarda molti di noi:

    quanto dolore siamo disposti a sopportare pur di sembrare normali?

  • Crêuza de mä e quel  mare che mi appartiene

    C’è sempre un istante di silenzio prima che il disco cominci a girare.

    La puntina scende lenta sul vinile, poi all’improvviso torna il mare, come un richiamo antico.

    Ci sono canzoni che non assomigliano semplicemente a un luogo.
    Sono quel luogo.

    Crêuza de mä di Fabrizio De André per me è questo.

    Non riesco ad ascoltarla senza sentire addosso la mia Liguria: i caruggi stretti che all’improvviso si aprono sul mare, l’odore del sale nelle sere d’inverno, le persiane socchiuse, i muri consumati dal vento, quella luce difficile da spiegare che qui cambia continuamente ma non sparisce mai davvero.

    Sono nata in una cittadina di mare, e vivo qui da sempre.
    Eppure ci sono momenti in cui questa terra riesce ancora a sorprendermi come se la vedessi per la prima volta. Succede soprattutto col mare.

    Non quello estivo, pieno di voci e ombrelloni.
    Non il mare da cartolina.

    Ma il mare che racconta De André.

    Quello delle giornate fredde e luminose, dei porti quasi silenziosi, del vento che attraversa i vicoli, delle passeggiate d’inverno quando sembra che tutto rallenti e il mare continui semplicemente a respirare accanto a te.

    In Liguria non esiste mai un inverno vero fino in fondo.
    Anche nei mesi più freddi il mare conserva qualcosa di tiepido, una specie di calore nascosto che ti resta sulla pelle. È una sensazione difficilissima da spiegare a chi non è cresciuto qui.

    Per me l’acqua è sempre stata questo: un elemento naturale ma anche interiore.
    Ci sono luoghi in cui riesco a stare bene, poi c’è il mare.
    Il mare invece mi rimette in ordine, mi appartiene.

    E Crêuza de mä riesce a fare qualcosa di rarissimo: trasformare tutto questo in suono.

    Non è soltanto una canzone.
    È vento, pietra, sale, notte.
    È una lingua che sembra nascere direttamente dai vicoli e dalle onde che si infrangono sulla battigia fatta di sassi.
    È il Mediterraneo quando smette di essere paesaggio e diventa memoria.

    Ogni volta che l’ascolto ho la sensazione che De André non stia raccontando soltanto la sua terra, ma un modo preciso di appartenere ai luoghi. Quello che ti resta dentro anche quando non lo nomini più.

    Forse è per questo che certe canzoni continuano a orbitare dentro così a lungo.

    Perché non parlano semplicemente di casa.
    In qualche modo, lo diventano.

    Poi la puntina si solleva lentamente. La canzone finisce.
    Ma fuori il mare continua a respirare nel buio.