Ci sono libri che arrivano accompagnati da un rumore enorme.
E poi, quando li apri, quel rumore resta fuori.
“Dio di illusioni” è uno di questi.
Sono passati più di vent’anni dalla sua pubblicazione, eppure continua a essere un caso editoriale, un romanzo che divide, che accende discussioni infinite. Un esordio folgorante — cosa rara — che ha consacrato Donna Tartt come una voce impossibile da ignorare. Da allora ha scritto poco, pochissimo: Dio di illusioni, Il piccolo amico e Il cardellino, con cui ha vinto il Pulitzer.
Io l’ho scoperta proprio da lì, dal clamore attorno a Il cardellino.
E poi sono tornata indietro. All’inizio.
E così ho preso in mano Dio di illusioni, con aspettative alte. Forse troppo.
Perché quando tutti parlano di un libro come di qualcosa che deve scuoterti, stravolgerti, lasciarti addosso un segno — tu inizi ad aspettare quel momento. Lo cerchi.
E io ho aspettato, per seicento pagine, senza trovarlo davvero.
La scrittura di Donna Tartt mi ha messa alla prova.
Io che amo la sobrietà, l’essenziale, mi sono ritrovata immersa in una prosa densa, a tratti ostica, fatta di pensieri lunghissimi, di digressioni, di lentezza.
Eppure — ed è qui che il libro mi ha vinta — non sono mai riuscita a staccarmi.
Perché ogni volta che chiudevo il libro, restavano delle immagini. Sempre le stesse.
Il Vermont.
La neve.
Il silenzio rarefatto di un college isolato dal mondo.
E Bunny.
La storia si muove dentro le mura di un college elitario del Vermont, dove Richard arriva quasi per caso. Non appartiene a quel mondo — viene dalla provincia californiana, da una famiglia distratta, lontana anni luce da quell’idea di cultura aristocratica e raffinata.
Eppure entra.
E una volta dentro, scopre che Hampton non è solo prestigio e bellezza.
Sotto la superficie si muove qualcosa di corrotto, febbrile, pericoloso.
Un piccolo gruppo di studenti — cinque ragazzi e un professore — vive ai margini del college stesso. Studiano greco antico, ma in realtà studiano qualcos’altro: la possibilità di vivere fuori dal tempo.
Julian, il loro mentore, è affascinante, ambiguo, quasi irreale. È lui a instillare l’idea che il mondo moderno sia volgare, incapace di comprendere la vera bellezza. Che i Greci, invece, avessero accesso a qualcosa di più profondo, più autentico.
Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare.
E allora i ragazzi decidono di spingersi oltre.
Di provare a sentire davvero.
Di evocare Dioniso.
Il baccanale è il punto di rottura. Un esperimento, un gioco, una sfida.
E poi qualcosa sfugge.
L’estasi si trasforma in violenza, il rito in tragedia.
Un uomo muore, e da quel momento tutto si incrina.
Quella che sembrava una ricerca di bellezza assoluta si rivela per ciò che è: un’illusione costruita su un senso di superiorità fragile, pericoloso. Il gruppo si sgretola lentamente, sotto il peso del senso di colpa, della paura, della follia.
Nessuna rivelazione, nessuna armonia.
Solo conseguenze.
Ci troviamo di fronte a un capovolgimento assoluto dei ruoli: il gruppo degli eletti diventa poco alla volta un manipolo di disperati, in balia degli eventi.
Questo scambio attraversa tutto il romanzo, dall’inizio alla fine: assistiamo a una sorta di partita in cui i ruoli si invertono continuamente, le maschere si scambiano, vengono gettate, se ne indossano altre — come in una tragedia teatrale.
Richard è l’outsider. Quello che guarda. Quello che desidera appartenere.
Mente, si adatta, si trasforma pur di restare.
All’inizio anche noi vediamo attraverso i suoi occhi: Henry è brillante, gli altri sono affascinanti. Bunny è fuori posto.
Sbagliato.
Ma Donna Tartt ci conduce esattamente dove vuole lei: ci fa credere, ci fa aderire, ci fa sbagliare.
E poi ribalta tutto.
Perché Bunny — volgare, fastidioso, imperfetto — diventa l’agnello sacrificale.
E gli altri, i raffinati, i colti, gli eletti… diventano altro.
Qualcosa di molto più oscuro.
“Dio di illusioni” non mi ha cambiato la vita.
Forse perché certi libri arrivano nel momento giusto, e questo non è stato quel momento. Forse perché i romanzi di formazione, oggi, mi attraversano in modo diverso.
Ma mi ha lasciato qualcosa.
Un’inquietudine sottile.
Una riflessione sul male — su come si insinua, su quanto sia facile confonderlo con altro: con la bellezza, con il desiderio, con l’ambizione.
Vale la pena leggerlo?
Sì.
Vale la pena attraversare questo fiume lento, denso, a tratti faticoso.
Perché, anche quando sembra non succedere nulla, qualcosa si deposita.
E resta.
Il romanzo si apre con una scena che, in realtà, è la sua conclusione.
Un’immagine che — come accennato all’inizio — porterò davanti agli occhi fino all’ultima pagina, esattamente come succede a Richard: Bunny, il corpo abbandonato in una posizione innaturale, morto da settimane.
Ben prima che arrivi il disgelo.
Ben prima che la neve, sciogliendosi, riveli l’orrore.
Un segreto marcio, violento, crudele.
Quel ragazzo giudicato sbagliato — privo di fede, incapace di comprendere l’ideale classico — diventa la vittima di giovani fanatici, incapaci di distinguere la realtà dal mondo che si sono costruiti.
Follia omicida.
Apoteosi del male.
Un male che sa plasmare i deboli, che si insinua nelle abitudini malsane, che si camuffa nelle vite ordinarie di persone apparentemente perbene.
Nella svogliatezza.
Nella noia.
Nell’apatia.
E persino nell’eccesso: in quella ricchezza che solleva dalle preoccupazioni quotidiane, ma che può anche deformare lo sguardo, alimentando un senso di superiorità tanto seducente quanto pericoloso.
E forse è proprio questo, il vero inganno.
















