PEOPLE HAVE THE POWER – il giorno in cui Patti Smith ci ha ricordato che possiamo cambiare il mondo

giradischi in penombra, finestra aperta da cui entra la luce del tramonto

Ogni venerdì una puntina scende su un vinile.
E da lì comincia una storia.

People Have the Power nasce alla fine degli anni ’80, quando Patti Smith torna alla musica dopo alcuni anni di silenzio. La canzone viene scritta insieme al marito, Fred “Sonic” Smith, ed è ispirata a un sogno: persone comuni che si rendono conto, all’improvviso, di avere la forza di cambiare il mondo. Non un gesto eroico, non un atto spettacolare. Solo una presa di coscienza collettiva.
Quando il brano esce nel 1988, nell’album Dream of Life, è già qualcosa di più di una canzone. È quasi una dichiarazione.

Eppure la prima cosa che colpisce non è la rabbia.
È l’energia.

People Have the Power non è una canzone cupa o disperata. Non parla di ciò che manca, ma di ciò che potrebbe esistere. È un pezzo che cresce lentamente, come se prendesse fiato, fino a quel ritornello che sembra spalancare una porta: the people have the power.

Ogni volta che la ascolto ho la sensazione che parli di qualcosa di molto semplice e molto difficile allo stesso tempo: ricordarsi che non siamo solo spettatori della nostra vita.

Non è necessario pensare in grande, perché il potere di cui parla questa canzone è minuscolo. È la decisione di restare umani. Di non diventare cinici. Di continuare a credere che i gesti delle persone — anche i più piccoli — possano cambiare qualcosa.

Ascoltarla su vinile rende tutto più fisico.
La puntina scende, il suono ha una grana quasi ruvida, e quando il ritornello arriva sembra riempire la stanza. Non è una canzone da ascoltare in sottofondo: è una di quelle che ti fa alzare lo sguardo, come se qualcuno avesse acceso una luce.

Forse è per questo che, dopo tante canzoni malinconiche o notturne, oggi avevo bisogno proprio di questa.
Di qualcosa che non neghi la fatica del mondo, ma che continui a ricordare che dentro quella fatica esiste ancora uno spazio di possibilità.

E che a volte basta una voce — e una canzone — per ricordarcelo.

Il vinile smette di girare.
Ma la storia resta lì, da qualche parte dentro di noi.

Eleanor Oliphant sta benissimo – Restare nel mondo, nonostante tutto

donna di spalle su una terrazza al tramonto, illuminata da una candela

Nella mia mappa dedicata alle figure femminili, Eleanor abita la sezione Le donne che si emancipano. Perché liberarsi, a volte, è un gesto silenzioso. Ma non per questo meno rivoluzionario.

Alcune donne non fanno rumore.
Non alzano la voce, non chiedono aiuto, non si lamentano.
Semplicemente… funzionano.

Eleanor Oliphant è una di loro.
Ha trent’anni, un lavoro stabile, una casa ordinata, abitudini rigorose che scandiscono le sue settimane con precisione quasi matematica. Mangia sempre le stesse cose, veste in modo pratico, trascorre i fine settimana in solitudine senza che questo — almeno in apparenza — la turbi.

Se le chiedi come sta, risponde sempre allo stesso modo:
“Sto benissimo.”

Quando ho iniziato il romanzo di Eleanor Oliphant sta benissimo ero diffidente. Troppo clamore intorno, troppe recensioni entusiaste. E poi, lo ammetto, Eleanor all’inizio mi è sembrata irritante: rigida, socialmente inadeguata, incapace di cogliere le sfumature delle relazioni umane. Ho pensato più volte di chiudere il libro.

Poi qualcosa è cambiato.

Con estrema delicatezza, Gail Honeyman mi ha fatto entrare nella sua vita. Senza colpi di scena e senza forzature. Solo attraverso piccoli dettagli: una frase detta fuori tempo, un silenzio troppo lungo, un fine settimana che si dilata fino a diventare insopportabile.

È lì che si comincia a intuire che quel “benissimo” non è una condizione, ma una difesa.

Non voglio raccontare troppo della trama. Basterà dire che nella vita di Eleanor si insinuano lentamente delle presenze — un collega gentile, un imprevisto, un gesto di cura — che aprono minuscole crepe nel suo isolamento. E da quelle crepe entra aria.

La parola che più spesso è stata associata a questo romanzo è “resilienza”.
Una parola che oggi rischia di suonare vuota, quasi inflazionata. Eppure qui prende corpo in modo concreto. Non è ottimismo forzato. Non è la retorica del “volere è potere”.

È fatica.
È imbarazzo.
È il coraggio di restare quando verrebbe voglia di scappare.

Eleanor non si salva da sola nel senso eroico del termine. Ma non delega a nessuno la propria trasformazione. Accetta l’aiuto, sì. Però sceglie, ogni giorno, di non tornare indietro.

Ed è questo che la rende, per me, una figura femminile potente.

Non perché sia forte nel senso tradizionale.
Ma perché impara — lentamente, dolorosamente — a guardare le proprie ferite senza farsene definire per sempre.

Alla fine del romanzo, quel “sto benissimo” non ha più lo stesso suono.
Non è più una maschera.
È una possibilità fragile, ma autentica.

Per questo ho voluto portarla qui, nel mio martedì dedicato alle donne che attraversano il buio e ne escono cambiate.

Perché alcune non combattono battaglie eclatanti.
Alcune semplicemente imparano a restare nel mondo.

E certe volte è la forma di coraggio più difficile.

 

Fix You – Attraversare il buio

Ci sono canzoni che non nascono per il pubblico.
Nascono per una persona sola.

All’inizio degli anni Duemila, Chris Martin si trovò davanti a un dolore che non era il suo, ma che gli stava accanto ogni giorno: quello di Gwyneth Paltrow, che aveva appena perso il padre, a cui era profondamente legata.

Lei gli parlò di quel senso di smarrimento profondo che segue certe perdite, di quel vuoto che ti inghiotte. Quel sentire la tua vita farsi improvvisamente fragile, senza più radici a tenerti ancorato al mondo, mentre cerchi in qualche modo di resistere.

Martin, di fronte al dolore della sua compagna, fece quello che sapeva fare: scrisse.

Le parole arrivarono quasi subito: semplici, dirette, senza enfasi. “When you try your best but you don’t succeed…

Ma la musica no. Aveva in testa un suono preciso: qualcosa che ricordasse un organo, capace di accompagnare il dolore verso qualcosa di consolatorio, ma senza schiacciarlo. Sembrava che non riuscisse a trovare l’ispirazione giusta, e per qualche tempo il pezzo rimase in un cassetto.

Poi accadde qualcosa di inaspettato che ha il sapore delle coincidenze che, però, fatichiamo a credere tali.

Tra gli oggetti del padre di Gwyneth, Chris trovò una tastiera. Nuova. Intonsa. Mai usata.
La accese quasi per caso, e fu colpito da un’illuminazione.

Quel suono era lì.

Quello che aveva cercato ovunque.
Quello che non riusciva a spiegare.
Quello che sembrava aspettare soltanto di essere trovato.

Le parole trovarono la loro casa.
E nacque Fix You.

Per anni l’ho ascoltata come si ascolta una canzone intensa, oggettivamente bella. Mi emozionava, ma non mi apparteneva del tutto.

Poi, diciassette anni fa, ho perso anche io mio padre. Un tempo che a volte sembra ieri, altre si dilata al punto da farmi dimenticare i ricordi più feroci.

Oggi avrebbe compiuto 88 anni, e non riesco a immaginarlo così anziano.
Per me il suo volto è fermo a quell’ultimo tempo condiviso e, in un certo senso, lo sono anche io.

Ricordo lo smarrimento del dopo, e quella sensazione di essere stata quasi annientata.
Come se il terreno sotto i piedi avesse perso consistenza ed io fluttuassi nel mondo come in una gigantesca bolla.

È stato allora che Fix You ha smesso di essere soltanto “una bella canzone”, ed è diventato un luogo in cui riconoscermi.

“All lights will guide you home…” Era esattamente ciò che cercavo in quel momento: un faro bel buio che mi riconducesse a casa.

Quella luce non prometteva di aggiustare nulla, perché non negava il dolore, ma lo prendeva per mano. E nel crescendo finale, quando la musica si apre e si alza, non sentivo di avere tra le mani la soluzione ai miei guai. Sentivo resistenza. Sentivo la possibilità di restare in piedi.

Oggi quello smarrimento non è più un peso che mi schiaccia, perché è qualcosa che ho attraversato e che mi ha trasformata profondamente, senza riuscire a distruggermi.

Ogni volta che la puntina scende sul vinile e partono quelle prime note d’organo, sento che il dolore non è sparito, ma ha solo cambiato forma. È diventato memoria viva. E’ diventato una nostalgia palpabile, che addensa l’aria e che, in giorni come questi, sento il bisogno di ritrovare, di onorare, di contemplare.

Per pacificarmi con un tempo che, anche se avrei voluto diverso, ho scelto di accogliere.

Perché mi ha reso la persona che sono oggi.

Forse tutti abbiamo una canzone così.
Una che non ci “aggiusta”, ma ci accompagna.
Una che non riporta indietro chi abbiamo perso, ma ci ricorda che l’amore non si interrompe con l’assenza.

Se anche tu hai una luce che ti ha guidato nel buio — una canzone, una voce, un verso — forse sai di cosa parlo.

E forse, in fondo, nessuno di noi chiede davvero di essere aggiustato.

Chiediamo solo di non restare soli mentre impariamo a ricomporci.

Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica

Ascolta il brano su spotify:

La passione di Artemisia – quando l’arte diventa giustizia

Chiaroscuro con candela e mano femminile su un tavolo, ispirato all’atmosfera di Artemisia Gentileschi.

Questo articolo fa parte del progetto editoriale “Ritratti di donne indimenticabili“, uno spazio dedicato alle donne che hanno saputo creare il proprio posto nel mondo.

Ci sono donne che non chiedono spazio.
Lo creano.

Artemisia Gentileschi è una di loro. E Susan Vreeland, in questo romanzo intenso e coinvolgente, ce la restituisce non come un nome nei manuali di storia dell’arte, ma come una donna viva, vulnerabile, fiera.

La passione di Artemisia è una biografia romanzata che attraversa il cuore della grande pittrice romana, mettendo al centro non solo il suo talento, ma la ferita che ha segnato la sua esistenza. Una vicenda personale carica di drammaticità che ha influenzato profondamente quasi tutte le sue opere.

Artemisia subisce violenza.
Affronta un processo umiliante.
Non viene creduta.

Ed è qui che la sua grandezza si fa qualcosa di più di un dato storico.

Non potendosi difendere davvero in quell’aula, non ottenendo la giustizia che le spettava, sceglie un altro tribunale: la tela.

Le sue eroine non sono figure decorative. Sono donne che reagiscono, che agiscono, che non implorano la pietà di nessuno. Guardo la sua Susanna e i vecchioni: non è la solita ninfa che si schernisce per posa. C’è il disgusto vero, fisico, verso quei due vecchi laidi. È il riflesso di un corpo che dice no quando nessuno vuole ascoltarlo. La stessa visione (ripugnanza, non asservimento, ribellione) viene mantenuta nella sua opera più emblematica, Giuditta che decapita Oloferne: un’opera potente, quasi disturbante nella sua forza comunicativa.

Artemisia sceglie quei soggetti anche per esorcizzare il male subito. Riversa nei suoi dipinti quella giustizia che le è stata negata, parla attraverso di essi. E dipingendo, si riprende la propria voce.

Forse è per questo che Artemisia non appartiene solo al Seicento.

Perché lo stigma che ha attraversato la sua vita non è un reperto storico. Ha cambiato forma, si è fatto più sottile, meno dichiarato. Ma esiste ancora. Nel 2025 nessuna di noi viene torturata in un’aula per dimostrare di dire la verità. Eppure quante volte dobbiamo dimostrare di non avere colpe? Di non aver provocato, di non aver fatto qualcosa, di non essere “qualcos’altro”?

È un retropensiero silenzioso, ma è una memoria che resiste.

Nonostante le conquiste, le lotte, i diritti riconosciuti, certe ombre restano. Come se la credibilità femminile fosse ancora qualcosa da conquistare, invece che un punto di partenza.

Forse è per questo che Artemisia continua a parlarci.

Perché nei suoi quadri non si giustifica, non si spiega, non chiede di essere creduta.

Dipinge e difende se stessa. Realizza la sua verità.

Le sue eroine non sono lì per farsi guardare. Sono lì per reagire. E poi c’è Giuditta. Ogni volta che la guardo, non vedo solo un capolavoro del Seicento.

Vedo una donna che si riprende la propria voce nell’unico modo che le è concesso: sporcandosi le mani di colore e verità.

“Black” dei Pearl Jam: la crepa e la luce

Chitarra elettrica in ombra con dettaglio illuminato da una luce drammatica

Alcuni brani non nascono per diventare hit. Nascono per sopravvivere.

Black dei Pearl Jam è uno di questi. Un brano rabbioso, doloroso, estremamente intimo. Parla di rottura, di un amore finito che lascia il cuore letteralmente spezzato — non in modo teatrale, ma reale, quasi imbarazzante nella sua nudità.

Seattle, 1991. Il grunge non è ancora un’etichetta definitiva, ma un movimento che canalizza in suoni distorti e testi introspettivi un malessere generazionale. Ed è dentro questa urgenza rabbiosa che nasce Black. La musica era già lì, composta dallo storico chitarrista Stone Gossard prima ancora che la band avesse un nome definitivo. Il primo demo circolava con un altro titolo, “E Ballad”, ancora privo di parole. Era una struttura musicale intensa ma incompleta, in attesa di una voce che la vestisse completamente. Eddie Vedder ne  scrisse il testo dopo una relazione finita: nelle sue intenzioni quei versi non dovevano diventare un manifesto giovanile, ma restare una confessione privata, un dialogo intimo tra sé stesso e l’amore che aveva perduto.

Quando il brano fu inserito in Ten, l’album d’esordio dei Pearl Jam, nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato nel tempo uno dei pezzi più amati dal pubblico e più richiesti durante i concerti — talvolta evitato o profondamente trasformato dal vivo proprio per il disagio che provava Vedder nel riportare sul palco quella ferita personale.

Quando la casa discografica propose di pubblicarla come singolo, Vedder si oppose. Non voleva che qualcosa nato da una sofferenza così privata diventasse un prodotto da classifica. Non voleva — disse — che una cosa così intima diventasse “di tutti”, nel senso più commerciale del termine. Eppure Black divenne uno dei brani più trasmessi dalle radio, quasi a dimostrare che alcune canzoni trovano la loro strada anche quando si tenta di trattenerle.

Ed è qui che si apre la crepa.

I know someday you’ll have a beautiful life,
I know you’ll be a star in somebody else’s sky,
but why can’t it be mine?

Non è rabbia che esplode. È rabbia che resta. È l’accettazione che non consola, una resa che non dà pace.
La voce di Vedder non cerca compiacimento: si incrina, si spezza quasi. E quell’incrinatura è il cuore pulsante del brano.

Nonostante Vedder abbia cercato in tutti i modi di proteggere il pezzo, negli anni “Black” è diventata esattamente ciò che lui temeva — e forse, inconsciamente, ciò che ogni artista spera: un canto in cui riconoscersi. Nei live il finale si allunga, cambia, si fa improvvisazione, si fa respiro condiviso. Migliaia di persone che cantano insieme un dolore nato in solitudine, trasformato dalla musica in un rito collettivo che porta ad una sorta di catarsi: “Black” non offre conforto, ma nel momento in cui viene cantata insieme qualcosa accade. Il dolore non scompare, ma si trasforma e trascende in una dimensione più luminosa. Diventa esperienza condivisa, attraversata, riconosciuta.

Forse è questo che accade quando qualcosa è autentico fino in fondo: smette di appartenere solo a chi lo crea. Non perché venga tradito, ma perché viene sentito come proprio. Il dolore, quando è vero, trova sempre altri cuori in cui risuonare, perché è l’esperienza umana più universale che esista.

La dicotomia di questo brano è tutta qui: da una parte, il desiderio di custodire una ferita e dall’altra, quella stessa ferita che diventa un linguaggio comune, senza per questo perdere di intensità.

Il nero del titolo è perdita, fine, assenza. Ma dentro quel nero c’è una fessura.

La frattura che Vedder voleva proteggere si è trasformata in un varco, e dentro quel varco è entrata la luce.

🎧 Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica

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Azar Nafisi: leggere per restare libere

cielo luminoso con libro aperto in primo piano

Leggere, a volte, non è un gesto innocente. Può diventare un atto di disobbedienza.

In un appartamento di Teheran, negli anni successivi alla rivoluzione islamica, un gruppo di ragazze si riuniva in segreto per parlare di Nabokov, Fitzgerald, Henry James, Jane Austen. Chiudevano le tende, si toglievano il velo, lasciavano scivolare a terra la veste scura imposta dal regime. Per qualche ora tornavano a essere semplicemente se stesse: giovani donne con le unghie laccate di rosso, jeans nascosti sotto il chador, sogni troppo grandi per restare in silenzio.

Da quegli incontri nasce Leggere Lolita a Teheran, il memoir pubblicato nel 2004 da Azar Nafisi, docente di letteratura anglosassone all’università Allameh Tabataba’i. Non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, né un saggio politico in senso stretto. È il racconto di una resistenza silenziosa, costruita intorno ai libri.

Il volume è diviso in quattro parti — Lolita, Il grande Gatsby, Daisy Miller, Orgoglio e pregiudizio — e ciascun titolo segna una stagione della vita dell’autrice e delle sue studentesse. La letteratura occidentale, considerata impura e decadente dal nuovo regime, diventa per loro un’ancora. Non un’evasione, ma uno spazio di confronto e di libertà interiore.

L’Iran che Nafisi racconta è quello trasformato dalla rivoluzione del 1979. Un paese dalla storia millenaria, che la mia generazione ha imparato a conoscere quasi esclusivamente attraverso il filtro dell’estremismo religioso e della contrapposizione all’Occidente. Con l’ascesa di Khomeini, la vita quotidiana viene regolata da divieti che sconfinano nel surreale: è proibito correre, ridere troppo forte, mostrare una ciocca di capelli. Persino mordere una mela per strada può diventare un gesto indecente. Le punizioni sono reali, corporali, esemplari. L’età minima per il matrimonio viene abbassata a nove anni. Il corpo femminile diventa territorio di controllo.

In questo clima, insegnare letteratura inglese significa camminare sul filo.

Azar Nafisi, figlia di un ex sindaco di Teheran e formatasi negli Stati Uniti, rientra in patria con l’illusione di contribuire alla crescita culturale del suo paese. Capisce già all’aeroporto che non si tratta di un ritorno, ma dell’inizio di una nuova estraneità. Continua a insegnare finché le viene concesso, osteggiata dalle guardie della rivoluzione, osservata con sospetto per la sua formazione occidentale e per quella forma di emancipazione che non riesce né vuole nascondere. Indossa il velo con rassegnazione, ma non lo accetta mai davvero.

Emblematica è la figura del censore cieco incaricato di tagliare le scene dei film stranieri: un uomo privo della vista chiamato a stabilire cosa possa o non possa essere mostrato. Nafisi lo cita come simbolo di un sistema che giudica senza vedere, che punisce senza comprendere.

Quando la pressione diventa insostenibile, lascia l’università. Ma non rinuncia all’insegnamento. Invita a casa propria alcune delle studentesse più brillanti e organizza un seminario clandestino. Fotocopia Lolita, introvabile nelle librerie ormai epurate da qualsiasi testo occidentale, e inizia da lì.

Quegli incontri settimanali diventano molto più di una lezione. Sono uno spazio sospeso, una stanza in cui è possibile parlare senza essere sorvegliate, riflettere sull’ambiguità di Humbert, sul crollo delle illusioni di Gatsby, sull’indipendenza di Elizabeth Bennet. La letteratura non è fuga dalla realtà, ma uno specchio che permette di guardarla con maggiore lucidità. Attraverso i personaggi, le ragazze imparano a nominare le proprie paure, le proprie frustrazioni, il senso di oppressione che le circonda.

La loro non è una rivolta plateale. È una ribellione intima. L’affermazione della propria individualità in un sistema che tende a omologare e a cancellare le differenze. Studiare su libri fotocopiati, discutere dietro tende tirate, togliersi il velo per qualche ora: sono gesti minuscoli, eppure carichi di significato.

Ci si potrebbe aspettare che un libro così esplicitamente critico nei confronti della rivoluzione islamica sia dominato dalla denuncia politica. In realtà, la critica passa sempre attraverso l’esperienza personale. Il centro del memoir non è l’ideologia, ma la condizione femminile: il modo in cui la cultura, e in particolare la letteratura, rischiava di essere ridotta a ornamento superfluo, mentre per queste donne era questione di sopravvivenza morale.

La nostalgia attraversa molte pagine. Si percepisce l’amore per un’Iran antico e complesso, per quella Persia che la rivoluzione avrebbe dovuto riscattare e che invece, come spesso accade agli estremismi, ha finito per tradire le proprie promesse.

La struttura non lineare e le frequenti digressioni letterarie possono talvolta rallentare la lettura, soprattutto per chi non ha familiarità con l’analisi dei testi. I ricordi si sovrappongono, i personaggi emergono e si dissolvono come figure intraviste dietro un vetro appannato. Ma il cuore del libro resta saldo: mostrare come la libertà possa sopravvivere anche quando lo spazio pubblico viene soffocato.

Leggere Lolita a Teheran è una contraddizione solo apparente. In un paese che vieta, censura e punisce, leggere Nabokov diventa un atto di affermazione, di resistenza quiotidiana. Perché non sempre possiamo scegliere il tempo in cui vivere, ma possiamo scegliere come attraversarlo.
Per Azar Nafisi e le sue studentesse, la letteratura è stata questo: un modo per restare intere, per non lasciare che il buio decidesse chi erano.

“The Thrill Is Gone”: una canzone, una notte, una storia mai vissuta”

Donna seduta di spalle davanti a una finestra bagnata dalla pioggia, di notte, con luci sfocate della città sullo sfondo.

“Posso aver perduto l’emozione per altre cose, ma non per il Blues.”

B.B. King ha attraversato oltre cinquant’anni di notti, palchi e strade, portando con sé una sola costante: il blues come compagno, come destino, come linguaggio. The Thrill Is Gone, incisa nel 1969 e diventata una delle sue interpretazioni più celebri, non è un’esplosione di sentimento, ma una resa consapevole. Un’emozione che non chiede di essere gridata, perché ha già trovato il suo posto nel silenzio.

Ci sono canzoni che arrivano così, nella nostra vita: senza fare rumore. Non chiedono attenzione, non cercano di impressionare. Restano lì, in disparte, finché non siamo noi ad averne bisogno. The Thrill Is Gone per me è stata una di quelle.

L’ho ascoltata per la prima volta in un periodo difficile, quando le parole erano poche e spesso inutili. Era una fase in cui le notti sembravano più lunghe dei giorni, e in cui il tempo si riempiva di messaggi scritti a distanza, scambiati quando il mondo intorno smetteva di fare rumore. Una storia mai diventata storia, nata e finita nello spazio delle parole, senza mai trovare un corpo, una voce reale, un gesto. Eppure, in quel vuoto, quella canzone era il filo rosso. Il collante invisibile. Non spiegava nulla, ma teneva insieme tutto.

The Thrill Is Gone nasce alla fine degli anni Cinquanta, ma è con l’interpretazione di B.B. King del 1969 che diventa ciò che conosciamo: un blues moderno, attraversato da una malinconia composta, quasi trattenuta. La svolta è nell’arrangiamento, nell’uso degli archi, ma soprattutto in quel dialogo continuo tra la voce e la sua chitarra, una Gibson che porta un nome di donna: Lucille. King la sfiora in modo suadente, piegando le note fino a farle vibrare sotto la pelle. La sua chitarra non accompagna il canto: lo completa, lo anticipa, lo prolunga. Dice ciò che le parole lasciano sospeso.

Il testo, in sé, è semplice. Quasi banale, se isolato. Non c’è nulla di epico, nulla che colpisca per forza narrativa. Eppure non conta. Perché qui il centro non è ciò che viene detto, ma ciò che viene sentito. Il blues fa questo: non ti racconta l’emozione, la fa affiorare. Non scrive il dolore, lo evoca. E in quell’evocazione ognuno trova il proprio.

“Il brivido se ne è andato”, recita Blues Boy con la sua inconfondibile voce roca. B.B. King non urla, non implora. Accetta. La sua è una perdita già avvenuta, metabolizzata, resa parte del paesaggio interiore. È una fine che non sanguina più, ma che continua a pulsare sotto la pelle. Ed è forse per questo The Thrill is gone accompagna così bene certi passaggi della vita: quando non c’è più nulla da salvare, ma molto da riconoscere.

Riascoltandola oggi, anni dopo, non torno a quella storia, né a quella persona. Torno a ciò che ho capito allora: che le parole possono creare legami potentissimi, anche quando non portano da nessuna parte. E che la musica, a volte, serve proprio a questo. Non a spiegare, non a consolare, ma a tenere aperto uno spazio.

“The Thrill is Gone” non ci dice cosa provare. Ci permette semplicemente di sentirlo.

Genie la matta di Inès Cagnati: ritratto di una maternità senza retorica

Donna giovane rannicchiata nell’erba, fotografia in bianco e nero che evoca solitudine e resistenza

Ci sono libri che non cercano il lettore, non provano a sedurlo né a farsi amare. Genie la matta è uno di questi. È un romanzo breve, durissimo, che si legge in pochi giorni ma resta addosso a lungo, come una ferita che non sanguina più ma continua a farsi sentire. Non consola, non spiega, non offre riparo. Si limita a raccontare con una scrittura spoglia, essenziale, eppure densa e lirica.

Siamo nella campagna francese del dopoguerra. Eugenie è una ragazza giovanissima diventata madre troppo presto, senza desiderarlo, indurita da una vita che non le ha mai concesso tregua. Stuprata, ripudiata dalla famiglia, emarginata dai suoi compaesani che approfittano della sua miseria per sfruttarla: nella sua esistenza non c’è spazio per l’ingenuità né per l’attesa. Tutto in lei sembra già consumato, come se il tempo avesse accelerato il suo passaggio, lasciandole addosso solo ciò che è necessario per sopravvivere. Genie non chiede comprensione, non cerca assoluzioni. Vive, resiste, stringe i denti e accetta la sua sorte meschina.

Il mondo che la circonda è altrettanto spoglio. Non ci sono figure salvifiche, né possibilità di riscatto. La povertà non è solo materiale, ma emotiva, relazionale, umana. Ogni gesto sembra compiuto per necessità, mai per scelta, ed è proprio questa mancanza di alternative a rendere la storia così feroce: non c’è un “altrove” verso cui tendere, non c’è una via di fuga che il lettore possa immaginare. La sua “follia” infatti non è una diagnosi: è il nome che la comunità dà a ciò che non riesce a comprendere, che giustifica lo stigma di cui è vittima.

Al centro del romanzo c’è il rapporto tra Genie e sua figlia. Un legame che non ha nulla di idealizzato, privo di quella dolcezza che spesso associamo alla maternità. L’amore, se c’è, è muto, contratto, incapace di farsi carezza. A volte lo percepiamo, ma è qualcosa di sfuggente che ci fa dubitare della sua esistenza. La bambina cresce dentro questo silenzio, assorbendo una durezza che si trasmette come una forma di eredità inevitabile. È qui che il romanzo colpisce più forte: nel mostrare come la sofferenza passi di mano in mano, senza bisogno di colpe.

Quello che mi ha colpita come un pugno è proprio l’assenza di compiacimento. In Genie la matta non c’è pietismo, non c’è la volontà di commuovere. Ines Cagnati guarda i suoi personaggi con uno sguardo fermo, quasi implacabile, e proprio per questo profondamente onesto. Non cerca di renderli simpatici, né di addolcirne le asperità. Li lascia essere ciò che sono, fino in fondo.

È un libro che appartiene a pieno titolo a questo percorso dedicato alle figure femminili. Genie non è una donna “indimenticabile” nel senso tradizionale del termine: non è eroica, non è luminosa, non è esemplare. E’ una figura che umanizza la maternità mettendone in mostra anche le ombre. Eppure resta. Resta per la sua resistenza muta, per la sua incapacità di fingere, per la verità scomoda che porta con sé. Genie non chiede di essere amata. Chiede solo di essere vista e riconosciuta.

Il libro si chiude con una sensazione difficile da nominare: non tristezza, non rabbia, ma qualcosa di più profondo e duraturo. Come se, una volta incontrata Genie, non fosse più possibile voltarsi dall’altra parte con leggerezza.

Alcune storie non servono a comprendere il mondo, ma a ricordarci che esiste anche nella sua imperfezione.

Questo articolo fa parte del progetto “Ritratti di donne indimenticabili”.
Puoi leggere tutti i ritratti qui

La casa degli spiriti: Un Capolavoro di Isabel Allende

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e fanno una piccola, silenziosa rivoluzione. La casa degli spiriti è stato uno di quelli.
Mi ha allontanata da una letteratura che fino ad allora avevo frequentato quasi esclusivamente – gialli, thriller, trame serrate – e mi ha mostrato che esisteva un altro modo di raccontare: più ampio, più lento, più profondo. Un modo capace di tenere insieme la Storia e le vite private, il dolore e la magia, la politica e l’amore. È stato anche il mio primo incontro con Isabel Allende, un incontro così potente da spingermi a recuperare in seguito tutti i suoi romanzi. Alcuni li ho amati molto, altri meno, ma questo resta, per me, il suo capolavoro.

Il romanzo racconta la storia della famiglia Trueba, seguendone le vicende per più generazioni, in un paese sudamericano che, seppur non venga mai nominato, è chiaramente identificabile nel Cile. Attraverso le vite di Esteban, Clara, Blanca e delle donne che abitano la casa degli spiriti, Allende intreccia amore, violenza, memoria, politica e soprannaturale. La grande Storia irrompe nelle esistenze private, le deforma, le spezza, ma non riesce mai a cancellarle del tutto.

È una saga famgliare, ma non nel senso rassicurante del termine. È un romanzo abitato dai fantasmi del passato, dai segreti tramandati, dalle colpe che passano di mano in mano come un’eredità invisibile. Il realismo magico non è mai decorativo: è un linguaggio necessario per raccontare ciò che altrimenti resterebbe indicibile. I morti parlano, gli spiriti abitano le stanze, il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è si assottiglia fino quasi a scomparire. Eppure tutto appare incredibilmente vero.

Quello che più mi ha colpita, e che continua a restarmi addosso a distanza di anni, è la centralità delle figure femminili. Ricordo che rimasi profondamente affascinata dal personaggio di Clara, dalla sua capacità di stare nel mondo senza farsi travolgere dalla sua brutalità. È distante, assorta, apparentemente fragile, eppure è il perno invisibile attorno a cui ruota tutta la storia. In lei convivono il dolore e l’incanto, la perdita e una forma di fedeltà ostinata alla vita.

E poi ci sono Blanca e Alba: donne molto diverse tra loro, ma unite da una forza silenziosa, resistente, che non ha nulla di eroico e proprio per questo risulta così potente. Accanto a loro, Esteban Trueba incarna invece la violenza del potere, dell’orgoglio, dell’incapacità di amare senza possedere. Non è un personaggio facile da accettare, ma è necessario: senza di lui questo romanzo non sarebbe così dolorosamente umano.

La casa degli spiriti è un libro che parla di memoria, e di quanto sia fragile e indispensabile allo stesso tempo. Racconta cosa accade quando si tenta di cancellarla, di riscriverla, di ignorarla. È un romanzo che attraversa il tempo e le generazioni per dire una verità semplice e durissima: nulla va davvero perduto, tutto ritorna. Le ferite, i silenzi, ma anche l’amore.

È stato il libro che mi ha insegnato che la letteratura può essere un luogo abitato, una casa appunto, in cui entrare sapendo che non se ne uscirà identici a prima. Un libro che resta addosso, e che ancora oggi considero uno dei miei grandi amori di lettrice.

Fiori per Algernon: recensione del romanzo di Daniel Keyes

Una delle mie prime letture del 2026 è stata Fiori per Algernon, di Daniel Keyes.
Un libro che ho iniziato senza aspettarmi troppo (la fantascienza non è esattamente la mia cup of tea) e che invece, pagina dopo pagina, mi ha costretta a rallentare, a riflettere, a guardare più da vicino ciò che spesso preferiamo ignorare.

Pubblicato per la prima volta nel 1959, il romanzo di Daniel Keyes utilizza la narrativa di anticipazione per raccontare la storia di Charlie Gordon, ma lo fa senza rifugiarsi nella distanza del futuro. Al contrario, porta il lettore esattamente dove fa più male: nel modo in cui una società osserva, giudica e gestisce la diversità.

Fiori per Algernon è un romanzo che parla di disabilità e che induce il lettore a interrogarsi sul senso più profondo dell’esistenza. È un libro che ci mette davanti a verità scomode, mostrando quanto poco, dagli anni Sessanta a oggi, sia davvero cambiato il nostro sguardo su chi è diverso.

Algernon è un topo da laboratorio. Corre in un labirinto, preme leve, trova soluzioni. Sempre più in fretta, sempre meglio. Gli scienziati lo osservano con soddisfazione: l’intervento al cervello a cui l’hanno sottoposto ha funzionato, triplicandone il quoziente intellettivo. Adesso Algernon è più intelligente di molti esseri umani.

Tra questi c’è Charlie Gordon.

Charlie ha trentadue anni, lavora come inserviente in una panetteria e la sera frequenta un centro per adulti con disabilità cognitive. Ci va volentieri, è diligente e si impegna molto. Vuole imparare a leggere e a scrivere. Vuole diventare intelligente come gli altri, per capire il mondo che lo circonda.

Charlie è un essere umano nato nel posto sbagliato, con il cervello sbagliato, in una società che non sa cosa fare di chi, come lui, non rientra nella norma. La sua famiglia lo ha allontanato presto, incapace di accettare quella diversità ingombrante che causava loro vergogna e frustrazione. A causa di questo doloroso strappo, gli è rimasto addosso un desiderio semplice e ostinato: essere intelligente come tutti gli altri.

Quando uno degli scienziati che ha operato Algernon entra nella sua vita, Charlie non vede un esperimento, ma vede una possibilità che coglie con fiducia ed entusiasmo.

Per volontà dei medici che seguono il processo, Charlie comincia a tenere un diario in cui annota i suoi pensieri. All’inizio le frasi sono brevi, sgrammaticate, piene di errori di ortografia. Poi, pagina dopo pagina, qualcosa cambia. Le frasi si allungano, la sintassi si fa più precisa, il pensiero più intuitivo e profondo. Il miglioramento è evidente. L’intervento ha funzionato, anche per lui come per Algernon.

Ma quel diario non serve solo ai medici come testimonianza scientifica, serve anche a Charlie stesso, per accorgersi di ciò che sta perdendo mentre, paradossalmente, sta realizzando il sogno della sua vita.

Più diventa intelligente, più il mondo gli appare diverso, in tutta la sua crudeltà. Le persone che credeva amiche non lo erano mai state veramente, perché ridevano di lui, non con lui. Chi gli voleva bene, invece, comincia ad allontanarsi, incapace di reggere quella nuova distanza. L’intelligenza che desiderava così tanto lo isola di nuovo, lasciandolo sgomento e deluso.

Charlie scopre di essere solo, ma questa volta ne è consapevole. Gli è rimasta solo la compagnia di Algernon, l’unico essere vivente che non lo guarda dall’esterno, perché mentre Charlie lo osserva, senza saperlo, osserva se stesso. I loro percorsi iniziano a somigliarsi più di quanto sarebbe concepibile: hanno condiviso sfide e progressi, ma ora devono fare i conti con gli inesorabili, quanto imprevedibili, effetti collaterali dell’intervento.

Nel suo nuovo cammino Charlie esplora le relazioni umane in tutta la loro complessità, sperimentando emozioni sconosciute fino ad allora. Per la prima volta si innamora, ma lo fa con un cuore che non è cresciuto alla stessa velocità del suo cervello. Capisce tutto, troppo in fretta, ma non sa ancora come stare dentro a ciò che prova. Tra la mente e l’emozione si apre una distanza dolorosa, che lo porta a compiere scelte discutibili e a rimpiangere la semplicità della vita di prima, in cui non c’era spazio nemmeno per i ricordi.

Da quel momento in poi, tutto cambia e si inverte nuovamente, fino ad un epilogo che sembra inevitabile.

Non lo racconterò. Non tanto per il piacere della scoperta, ma perché è un viaggio che ogni lettore compirà a modo suo, a seconda del proprio vissuto.

Resta una sola domanda: cosa rende davvero compiuta una vita?
Una dote straordinaria, o la possibilità di riconoscersi ed accettarsi per ciò che si è?

Fiori per Algernon è un romanzo che mina le nostre certezze e arriva nel profondo, perché parla di ciò che tendiamo a rifiutare. Non è una storia sulla genialità, ma sulla fragilità. Non sulla diversità come eccezione, ma come condizione umana.
Charlie porta all’estremo qualcosa che riguarda tutti noi: il desiderio di essere accettati senza dover diventare altro. Perché lottare contro ciò che siamo, invece di accoglierlo, spesso non ci rende migliori. Solo più soli.