Prima ancora di incontrare il romanzo di Madeline Miller, conoscevo già Circe.
La maga dell’isola di Eea. La donna che trasformava gli uomini in maiali. Una delle figure più ambigue e inquietanti della mitologia greca, rimasta per secoli soprattutto dalla parte sbagliata della storia: quella degli eroi.
Miller prende quella donna e fa qualcosa di radicale nella sua semplicità: le restituisce una voce.
E quando Circe comincia a parlare, il mostro arretra.
Al suo posto compare una ragazza che non sa ancora chi essere.
Figlia di Elios, il dio del Sole, e della ninfa Perseide, Circe cresce nell’Olimpo ma senza sentirsi davvero parte di quel mondo. Non possiede la bellezza e il carisma che gli dèi sembrano considerare naturali. È insicura, impacciata, diversa. E soprattutto è incapace di diventare ciò che la sua famiglia si aspetta da lei.
È una creatura fuori posto molto prima di essere una donna in esilio.
Quando scopre di possedere la magia, quella diversità diventa ancora più evidente. All’inizio non sa che cosa farne. La magia è un potere che non comprende, qualcosa che la rende ancora più lontana dagli altri, ma che lentamente comincia a diventare anche il primo strumento attraverso il quale riesce a conoscersi.
Ed è qui che, secondo me, comincia la vera storia di Circe.
Non quando viene esiliata sull’isola di Eea.
Molto prima.
Comincia nel momento in cui intuisce che quella cosa che la rende diversa potrebbe non essere una condanna.
Potrebbe essere sua.
L’esilio, allora, cambia lentamente significato.
Eea è una punizione, certo. Ma è anche il primo luogo in cui Circe può smettere di vivere sotto lo sguardo degli altri.
Lontana dagli dèi, dalla famiglia, dalle gerarchie dell’Olimpo e da tutto ciò che le aveva continuamente ricordato ciò che non era, è costretta a stare sola con sé stessa.
E non è una solitudine facile.
Circe sbaglia. Si innamora. Viene respinta. Ha paura. Si lascia ingannare. Subisce violenza. Conosce il desiderio, la maternità, il dolore e il bisogno di proteggere ciò che ama. Incontra uomini che vogliono possederla e uomini che la temono proprio perché non riescono a farlo.
Ogni volta qualcosa si spezza.
Ogni volta qualcosa si ricompone.
La magia, intanto, smette di essere soltanto un’arma. Diventa un linguaggio. Un modo per capire dove finiscono gli altri e dove comincia lei.
È questo che mi ha colpito maggiormente nel romanzo di Miller: Circe non diventa forte perché smette di avere paura. Diventa forte quando smette di considerare la propria diversità qualcosa da correggere.
La sua trasformazione non è improvvisa e nemmeno lineare. È fatta di errori, di solitudine, di scelte spesso dolorose. Ed è proprio per questo che appare così umana.
Tutta la narrazione diventa un viaggio intimo attraverso la sua evoluzione, dalle insicurezze della ragazza reietta alla consapevolezza della donna che, finalmente, decide di scegliere il proprio destino.
Non abbastanza dea per Titani e Olimpi, non abbastanza umana per aspirare alla caducità di una vita terrena, ma una creatura unica, coraggiosa e libera.
È in questo spazio sospeso che Circe diventa davvero interessante.
Miller non la trasforma in un’eroina perfetta. Non le toglie le contraddizioni, la paura, la fragilità e nemmeno gli errori. Le permette di essere, contemporaneamente, forte e vulnerabile, capace di amare e di distruggere, di desiderare e di difendersi.
La maga reinterpretata da Miller riesce così a tenere insieme due mondi che normalmente sembrano inconciliabili: quello fantastico del mito e quello molto concreto di una donna che cerca di capire chi è e quale forma dare alla propria vita.
E forse è proprio qui che la riscrittura del mito diventa contemporanea.
Perché dietro gli dèi, i mostri e gli eroi riconosciamo qualcosa di molto umano: il bisogno di appartenere, la paura di essere esclusi, il desiderio di essere visti per quello che siamo e la tentazione, continua, di diventare ciò che gli altri si aspettano da noi.
Circe passa gran parte della sua vita dentro questa contraddizione.
Essere abbastanza per qualcuno.
Abbastanza donna.
Abbastanza dea.
Abbastanza desiderabile.
Abbastanza forte da non essere calpestata, ma non abbastanza forte da diventare minacciosa.
Finché smette di giocare quella partita.
E forse è proprio questa la sua vera metamorfosi.
Non diventare più simile agli altri.
Smettere di volerlo.
La scrittura di Madeline Miller è raffinata, lirica, spesso molto evocativa. In alcuni passaggi rallenta parecchio e la narrazione può perdere un po’ di ritmo, soprattutto quando prevale la dimensione contemplativa. Ma quella lentezza, allo stesso tempo, lascia spazio alla parte più interessante del romanzo: il cambiamento interiore di Circe, che ha bisogno di tempo per sedimentare.
Il mito resta, con le sue figure familiari e le sue storie che conosciamo da secoli, ma cambia il punto di vista.
E quando cambia il punto di vista, cambiano anche le domande.
Non guardiamo più Circe attraverso gli occhi di Odisseo, degli dèi o degli uomini che hanno raccontato la sua storia prima di Miller.
La guardiamo da dentro.
E allora scopriamo che forse il mostro non era mai stato il centro della storia.
Lo era una donna che non aveva ancora trovato il modo di diventare sé stessa.
Forse è per questo che, mentre leggevo Circe, mi è capitato più volte di avere la sensazione di guardare uno specchio.
Non perché la sua storia fosse la mia. Non lo era.
Ma perché conoscevo quella domanda: dove posso stare, se non assomiglio a ciò che gli altri si aspettano da me?
Ci ho messo tempo a capire che forse non sempre dobbiamo trovare un posto nel mondo. A volte dobbiamo smettere di cercare di entrare in una forma che non ci appartiene e imparare ad abitare la nostra.
Circe, alla fine, non diventa qualcun’altra.
Diventa sé stessa.
Il suo viaggio mi ha lasciato una convinzione: la diversità, quando smettiamo di viverla come una colpa, può diventare una forma di libertà.
È ciò che amo di certi libri: raccontano una donna che non ci assomiglia affatto e, proprio per questo, riescono a mostrarci qualcosa di noi.
Non sempre dobbiamo trovare il nostro posto nel mondo.
A volte dobbiamo avere il coraggio di costruircene uno.
A nostra misura.
E magari, mentre guardi Circe, troverai anche tu il tuo riflesso in uno degli angoli dello specchio.









