• Non avevo intenzione di adottare altri gatti.

    Dopo Charlie avevo deciso che non avrei più avuto animali. Il dolore era stato troppo grande e, almeno allora, mi sembrava impossibile pensare di ricominciare ad affezionarmi a qualcuno sapendo quanto può fare male perderlo.

    Poi la vita, come spesso le capita, ha deciso diversamente.

    Il mio primo amore felino si chiamava Briciola.

    È arrivata quando avevo nove anni ed è rimasta con noi per vent’anni, fino ai miei ventotto.

    Vent’anni sono un tempo enorme quando cominciano nell’infanzia. Significano crescere insieme, attraversare stagioni che non sai ancora chiamare per nome e ritrovarti adulta con accanto qualcuno che, semplicemente, c’è sempre stato.

    Non era propriamente la mia gatta. Il suo umano di riferimento era mia madre.

    Eppure Briciola ha attraversato tutta la mia infanzia, l’adolescenza e una parte dell’età adulta. Tra noi c’era una sorellanza speciale: avevamo diviso un pezzo enorme della vita, anche se nessuna delle due avrebbe saputo spiegare esattamente in cosa consistesse quel legame.

    Quando è arrivato il momento di lasciarla andare era malata e abbiamo dovuto accompagnarla noi, io e mia madre.

    Il dolore è stato straziante.

    Perché ci sono animali che non sono semplicemente creature con cui vivi. Entrano nei tuoi ricordi e, a un certo punto, diventano parte della persona che sei.

    La mia infanzia aveva quattro zampe.

    Nella mia vita adulta, ad un certo, punto è arrivato Charlie.

    Si chiamava Charlie per un motivo molto preciso. Aveva il nasino rosa e nero, diviso perfettamente a metà, e sul muso sembrava portare due piccoli baffetti da Charlot.

    Solo che il mio Charlie aveva ben poco dell’omino gentile e malinconico di Chaplin.

    Charlie era un gatto con un carattere piuttosto deciso. Diciamo pure che era un bullo di periferia.

    Aveva un concetto molto personale della proprietà privata e una conoscenza perfetta dei confini del suo territorio. Il problema era che considerava praticamente tutto ciò che riusciva a vedere dalla finestra roba sua.

    Quando arrivò il gatto del vicino, ancora cucciolo, non ci fu nemmeno bisogno di presentazioni. Charlie lo vide, lo studiò per qualche secondo e stabilì che non gli piaceva.

    Non ci furono trattative, mediazioni, né tantomeno possibilità di appello: cominciò a menarlo dal primo giorno e continuò a farlo per un bel pezzo.

    Quel povero gatto, crescendo, imparò probabilmente che attraversare il confine invisibile tracciato da Charlie poteva avere conseguenze diplomatiche piuttosto serie.

    Perché Charlie, nel suo piccolo, era convinto di essere il proprietario di quel pezzo di mondo.

    E forse, a modo suo, lo era davvero.

    Aveva anche una certa passione per le spedizioni fuori territorio. Una volta saltò giù da un terrazzo inseguendo un piccione quasi più grosso di lui e rimase per ore imbalsamato dietro un pilastro, perché non riusciva più a tornare indietro.

    Un’altra riuscì a intrufolarsi di soppiatto sul terrazzo del vicino e rimase chiuso lì per due giorni, senza che nessuno si accorgesse immediatamente della sua brillante iniziativa. Lo cercai dappertutto, chiamandolo con quella voce che ogni proprietario di gatto conosce bene: prima preoccupata, poi disperata, infine già impegnata a costruire nella testa i peggiori scenari possibili.

    Finché, a un certo punto, sentii una vocina rispondere.

    Era Charlie.

    Non so ancora oggi dove si fosse cacciato. So soltanto che era lì, da qualche parte, e che aveva deciso di farmi sapere che aveva vissuto un’avventura eccitantissima ma che, a quel punto, aveva anche un certo languorino.

    Insomma, Charlie era fatto così.

    Aveva il carattere di un piccolo teppista, la curiosità di un esploratore e una fiducia nelle proprie capacità che forse avrebbe meritato qualche ridimensionamento.

    Ma era il mio gatto.

    E io lo amavo esattamente così.

    Per questo, quando arrivò la malattia, non ero preparata.

    Charlie non è morto a causa delle sue spedizioni intrepide.

    È morto di leucemia felina.

    Aveva quattro anni.

    Quattro.

    Un’età che sembra quasi uno scherzo quando pensi a quanto dovrebbe essere lunga la vita di un gatto.

    E invece la sua finì lì.

    Ed è difficile spiegare cosa significhi perdere qualcuno che ami quando la sua vita è stata così breve, spegnendosi tra sofferenze che tu non puoi alleviare in nessun modo.

    Rimane una specie di incredulità. Come se la realtà avesse fatto un errore di calcolo. Come se, da qualche parte, dovesse esserci ancora il suo rumore per casa, una ciotola da riempire, una porta da aprire, quella vocina che prima o poi avrebbe risposto da qualche angolo improbabile.

    Ma non c’era più.

    E questa è una delle cose che la vita fa, anche quando non vorremmo impararla: puoi amare profondamente qualcuno e non poterlo comunque salvare.

    Charlie è stato il primo gatto che è venuto a vivere in una casa che fosse davvero mia. E quando se n’è andato ho pensato che bastava.

    Mai più.

    Non volevo ricominciare. Non volevo affezionarmi di nuovo sapendo che, prima o poi, avrei potuto ritrovarmi davanti allo stesso dolore.

    Pensavo che quella fosse una forma di protezione.

    Non avevo ancora capito che, qualche volta, le difese che costruiamo per non soffrire finiscono per tenere fuori anche qualcosa di bellissimo.

    E così, qualche tempo dopo, sono arrivate Felicia e Selina.

    Due sorelle che avevo incontrato molto prima di poterle accarezzare.

    Continuavo a imbattermi sui social in quel post che cercava loro una casa. Ogni volta mi fermavo a guardarle. Mi ero innamorata di quei due musetti che mi fissavano attraverso uno schermo, ma in quel momento Charlie stava ancora vivendo gli ultimi giorni della sua vita.

    Io lo stavo accompagnando verso la fine e non potevo permettermi di pensare ad altro.

    Avevo costruito intorno a me una specie di difesa: dopo di lui, nessun altro animale. Sarebbe stato più semplice. Almeno così mi raccontavo.

    Poi Charlie se n’è andato.

    E qualche tempo dopo quel post era ancora lì.

    Quelle due faccine continuavano a guardarmi dallo schermo.

    A quel punto le mie difese hanno cominciato a cedere. Mi sono detta che amare loro non avrebbe significato amare meno Charlie, perché un amore nuovo non cancella quelli che sono venuti prima. Il cuore, forse, funziona proprio così: non sostituisce, aggiunge.

    E soprattutto c’erano quelle due micette, che nessuno voleva perché avevano già quattro mesi e, soprattutto, perché erano due.

    Erano state trovate insieme, ancora piccolissime, da una ragazza di Salerno che, tornando dal lavoro, aveva visto qualcosa muoversi sul ciglio della strada.

    All’inizio non aveva nemmeno capito che cosa fosse. Sembrava una pietra nera. Poi quella pietra si era mossa.

    Erano loro.

    Due cucciole minuscole, così piccole da stare insieme dentro una mano, appallottolate una contro l’altra sul bordo della strada.

    Erano state raccolte, portate a casa, nutrite con il biberon e svezzate. Da quel momento era cominciata una piccola staffetta di solidarietà: una persona dopo l’altra, una casa dopo l’altra, ciascuno mettendo a disposizione quello che poteva, un po’ di tempo, un po’ di spazio, qualche chilometro di strada.

    Finché quella staffetta è arrivata fino in Liguria.

    A un certo punto Felicia era stata adottata separatamente. Sulla carta sembrava la soluzione più semplice, ma in realtà non lo era affatto.

    Felicia si nascondeva, mangiava poco o niente, non riusciva ad ambientarsi. Non stava bene.

    E alla fine qualcuno ha capito quello che forse era evidente fin dall’inizio: quelle due non erano semplicemente due gattine trovate insieme. Erano due sorelle che avevano attraversato la paura insieme e che avevano bisogno l’una dell’altra.

    Così Felicia è tornata da Selina.

    Quando ho incontrato la loro storia, ho capito che non avrei voluto separarle. Avevano già perso abbastanza e non volevo essere un’altra persona che portava via loro qualcosa. Volevo che arrivassero insieme.

    E così è stato.

    Sono arrivate nella mia vita una accanto all’altra, proprio come erano state trovate. Due piccole sopravvissute alla strada che, senza saperlo, stavano per diventare parte della mia casa e della mia storia.

    Questa parte della loro storia mi è sempre sembrata importante.

    Perché adottare significa anche questo: raccogliere una storia cominciata da qualcun altro e decidere di portarla avanti.

    Non è necessario comprare un animale per avere accanto un compagno di vita. Ci sono già tantissimi animali che aspettano una casa, animali con una storia alle spalle, spesso cominciata in un posto in cui nessuno li avrebbe voluti.

    A volte basta guardarli negli occhi.

    Io ho guardato loro.

    Prima attraverso uno schermo, quando continuavo a incontrare quel post e quei due musetti mentre ancora accompagnavo Charlie verso la fine. Poi di nuovo, dopo la sua morte, quando quel post era ancora lì.

    Questa volta ho smesso di difendermi.

    Ho lasciato entrare quelle due faccine.

    Non sapevo ancora quanto avrebbero cambiato la mia vita.

    Sapevo soltanto una cosa.

    Volevo amarle.

    E soprattutto volevo amarle insieme.

    Sono arrivate nella mia vita in un momento molto particolare.

    Avevo appena perso Charlie e, poco dopo, mia madre ha cominciato ad ammalarsi di demenza.

    All’inizio non sapevo ancora che cosa significasse davvero quella parola. Non sapevo che ci aspettavano anni in cui avrei visto lentamente cambiare la persona che avevo sempre conosciuto, mentre la mia vita si sarebbe ristretta intorno a una quotidianità fatta di cura, preoccupazioni, stanchezza e piccoli pezzi di normalità da difendere con le unghie.

    In quegli anni Felicia e Selina c’erano.

    C’erano quando tornavo a casa stanca, quando avevo bisogno di sedermi e respirare, nelle giornate buone e in quelle in cui sembrava che tutto fosse diventato troppo.

    Non sapevano che cosa stesse succedendo e, naturalmente, non potevano fare nulla per cambiare le cose.

    Ma forse era proprio questo il loro modo di aiutarmi.

    Non chiedevano spiegazioni. Non avevano bisogno che fossi forte. Non volevano che risolvessi niente.

    Mi stavano semplicemente accanto.

    Con le loro corse improvvise per casa, le zampate, le fusa, le marachelle e quel modo tutto loro di riportare la vita dentro le stanze anche quando io facevo fatica a sentirla.

    Erano una presenza leggera dentro un periodo pesante.

    E mentre mi prendevo cura di mia madre, continuavo a prendermi cura di loro. Ci si prendeva cura gli uni degli altri, in qualche modo.

    Io preparavo le loro ciotole, loro mi aspettavano. Io cercavo di tenere insieme le giornate, loro le riempivano di piccole cose che non avevano niente a che fare con la malattia.

    Una pallina da inseguire, un sonnellino al sole, una corsa improvvisa attraverso il corridoio, una testa appoggiata alla mia mano.

    La vita, ostinatamente, continuava anche lì.

    Ed è stato anche vivendo con loro, giorno dopo giorno, che qualcosa dentro di me ha cominciato a cambiare.

    Per tutta la vita ho avuto un rapporto difficile con la carne. La mangiavo anche quando non ne avevo voglia, perché mi era stato insegnato che dovevo farlo, che serviva per il ferro, che era importante.

    Ma non avevo ancora fatto davvero i conti con quello che stavo mangiando.

    Quelle cose confezionate, avvolte nella plastica, senza occhi, senza muso, senza una storia che potessi vedere, erano diventate semplicemente cibo.

    La loro provenienza era diventata astratta.

    Non perché non mi importasse degli animali. Anzi. Il rapporto con la carne era sempre stato, dentro di me, molto più controverso di quanto lasciassi vedere.

    Semplicemente, avevo imparato a non fare una domanda:

    Perché alcuni animali li amiamo e altri li mangiamo?

    Vivere con Felicia e Selina ha reso quella domanda sempre più difficile da ignorare.

    Perché quando conosci davvero un animale, quando impari che ha un carattere, delle preferenze, delle paure, delle abitudini, quando capisci che riconosce la tua voce e che ti aspetta dietro una porta, diventa più difficile pensare che esista una differenza fondamentale tra loro e gli altri.

    La differenza, improvvisamente, sembrava essere soltanto nostra.

    Una categoria che avevamo costruito noi.

    Animali da amare.

    Animali da mangiare.

    Io quella divisione non riuscivo più a sostenerla.

    Non è successo in un giorno. Non c’è stata una decisione improvvisa, né un momento preciso in cui ho pensato: da oggi sono vegetariana.

    È stata una consapevolezza che ha continuato a sedimentarsi lentamente, mentre la mia vita andava avanti.

    A un certo punto ho smesso semplicemente di suddividere gli animali in categorie, non erano più cibo da una parte e compagnia dall’altra.

    Erano animali. Punto.

    Con una vita che per me aveva valore indipendentemente dal posto che occupavano nella mia casa.

    La mia scelta vegetariana è arrivata da lì. Non dalle mie gatte in quanto tali, ma da quello che vivere con loro mi aveva permesso di vedere.

    Loro non mi hanno insegnato una lezione.

    Mi hanno cambiato lo sguardo.

    E forse è questa la cosa più profonda che hanno fatto per me.

    Io pensavo di aver salvato due gattine dalla strada.

    Durante quegli anni, invece, ho capito che anche loro stavano salvando qualcosa di me.

    Le due matte

    Naturalmente, dopo avermi conquistata, Felicia e Selina hanno pensato bene di farmi capire che l’amore avrebbe avuto anche una discreta componente ansiogena.

    Felicia, in particolare, ha sempre avuto un rapporto piuttosto elastico con il concetto di prudenza. È una panterina nera, elegante e bellissima, convinta di avere le capacità atletiche di Mondo Duplantis e il cervello di chi sa perfettamente valutare i rischi del caso.

    Peccato che la seconda parte sia decisamente opinabile.

    Appena arrivata è riuscita a infilarsi nella cappa del caminetto. Per recuperarla abbiamo dovuto smontare le prese d’aria laterali.

    Naturalmente lei non sembrava minimamente preoccupata.

    Poi c’è stata la storia del terrazzo. Una volta è caduta dalla balaustra, quando ancora non avevamo messo le reti, ed è finita nel retro dell’hotel sopra cui abitiamo.

    Era notte.

    Una gatta completamente nera, in un posto completamente buio.

    Io la cercavo chiamandola come una disperata e, dopo aver immaginato nel giro di pochi minuti ogni possibile tragedia, finalmente ho sentito una vocina.

    Era lei.

    Nascosta dietro una catasta di legna.

    Viva.

    Illesa.

    E probabilmente anche piuttosto soddisfatta della propria spedizione.

    Da allora ha continuato a considerare i terrazzi una specie di pista di atletica privata, soprattutto quando comparivano i piccioni.

    La cosa incredibile è che, nonostante tutto, Felicia è anche una creatura estremamente timida.

    La mia amica, che viene spesso a casa, sostiene infatti che non esista. Dice che me la sono inventata.

    Perché ogni volta che la vede, Felicia derapa scappa derapando nel corridoio come un rallista che ha appena visto il diavolo.

    Selina, invece, è un’altra storia.

    Selina è la mia foca.

    La foca monaca.

    Non ha la grazia atletica della sorella e, soprattutto, non sembra aver mai compreso pienamente le leggi della fisica.

    Una volta ha tentato di saltare sul tavolo. Non ce l’ha fatta. Nel disperato tentativo di salvarsi si è aggrappata alla tovaglia e ha trascinato con sé un piatto decorato, di quelli che sarebbe stato meglio non rompere.

    Naturalmente lo ha frantumato.

    Poi è sparita.

    Non so se per lo spavento o per sottrarsi alle indagini.

    Ma ogni tanto anche la mia foca monaca sorprende tutti e riesce a fare salti che non sembrerebbero compatibili con quella panciotta a forma di anguria.

    Il problema è che, una volta partita, non è mai del tutto chiaro dove atterrerà.

    Io ormai vivo secondo una regola semplice:

    se Selina salta, spostatevi.

    Sono matte.

    Completamente matte.

    E forse è proprio per questo che la casa, con loro, non è mai stata davvero silenziosa.

    Le mie ca-gatte

    Perché, oltre a essere due piccole criminali, sono anche le mie ca-gatte.

    In realtà, per certi versi, si comportano più come due cagnolini che come gatte.

    Quando torno a casa mi aspettano davanti alla porta. Se sono sul terrazzo, appena apro la portafinestra mi corrono incontro miagolando e poi si strusciano sulle mie gambe, sulle ciabatte, su qualunque cosa abbia addosso in quel momento.

    È il loro modo di dirmi: oh, finalmente sei tornata!

    Io parlo con loro sempre e loro, naturalmente, mi rispondono. Non nello stesso modo: ognuna ha il suo repertorio, un certo miagolio per la pappa, uno per le coccole, uno per attirare la mia attenzione e altri che ancora non ho completamente decifrato.

    Ma sto imparando il gattese.

    Sally, a differenza della sorella, ha un rapporto particolarmente disinvolto con gli ospiti. Li ama. Li accoglie, li studia, si fa ammirare e, se possibile, si mette pure in mostra.

    Felicia invece ragiona diversamente.

    Per lei il citofono è già un segnale d’allarme.

    Se entra qualcuno che non conosce, semplicemente scompare.

    Non è una metafora.

    Sparisce.

    Può essere sotto un letto, dentro un armadio, dietro una porta, in qualche dimensione parallela che soltanto lei conosce.

    Poi, quando la casa torna tranquilla e anche l’ultima molecola di odore estraneo è evaporata, ricompare con la dignità di chi non si è mai mossa da lì.

    Quando siamo soltanto noi, invece, cambia tutto. Sono affettuose, cercano il contatto, vengono a reclamare attenzioni e sanno esattamente dove mettere una zampa o una testolina per farmi capire che, in quel momento, le coccole sono un diritto acquisito.

    E ci sono le fusa.

    Quelle di Selina, soprattutto. Che partono anche se solo la guardi socchiudendo gli occhi.

    Quando il suo trattorino si mette in moto, mi sciolgo.

    A volte mi osserva con quell’espressione che sembra dire:

    Vedi? Alla fine hai capito che sono una meraviglia.

    E io, naturalmente, faccio finta di non aver mai avuto dubbi.

    E c’è il mio compagno.

    Più pragmatico di me, più composto, molto meno incline a lasciarsi travolgere dalle emozioni.

    Almeno in apparenza.

    Perché quando pensa che io non lo stia guardando, abbraccia Sally e la bacia con una tenerezza che mi fa sorridere. Dice che lei ha la panciotta come la sua, e per questo si capiscono alla perfezione.

    Sally infatti è palesemente sua.

    Come Felicia è palesemente mia.

    Abbiamo diviso equamente il patrimonio felino.

    D’inverno, sul divano, ognuna sceglie il proprio umano.

    Felicia sulla mia pancia.

    Sally sulle gambe del mio compagno.

    Il pellet picchietta nel braciere della stufa.

    La casa è calda.

    E le due gatte, che durante il giorno sono pantere, esploratrici, cacciatrici di piume, atlete improvvisate e foche monache con ambizioni gastronomiche, la sera si trasformano in due piccole boulette.

    Morbide, calde, appallottolate.

    Io con la mia sulla pancia.

    Il mio compagno con la sua sulle gambe.

    E ogni tanto guardo quella scena e penso che, sinceramente, non riesco a immaginare niente di più bello.

    Perché dopo Charlie e dopo l’inizio della discesa all’inferno con mia madre, ero convinta che non avrei più ricominciato.

    Avevo il cuore in frantumi.

    Un cuore talmente pesante che avrei potuto sentirlo nelle tasche.

    Pensavo che proteggermi significasse non amare più.

    Poi sono arrivate loro.

    Due codine alzate.

    Quattro zampe.

    Due paia di baffi.

    E, senza chiedermi se fossi pronta, hanno ricominciato a riempire la casa.

    Forse si può ricominciare sempre.

    Anche quando sembra impossibile. Anche quando il dolore pesa così tanto da seguirci ovunque come un’ombra malevola.

    A volte non serve molto.

    A volte bastano due codini alzati e dei baffi.

    Per ricordarti che il cuore, anche quando sembra ormai troppo pesante, può ancora fare spazio all’amore.

    E che qualche volta l’amore arriva davvero così.

    In punta di zampe. ❤️

  • NO SURRENDER. Una canzone che attraversa la vita

    Avevo undici anni quando Bruce Springsteen è entrato nella mia vita.

    Non sapevo ancora che sarebbe rimasto così a lungo.

    Mio cugino lo adorava. Mio fratello anche. Ed io, come spesso succedeva allora, facevo tutto quello che faceva mio cugino.

    Loro saltavano sul letto con una scopa in mano, trasformata all’occorrenza in una chitarra, e con quelle voci stridule da adolescenti cantavano a squarciagola:

    BOOOOOORN IN THE U.S.A.

    Io li guardavo divertita.

    Il mio compito era fare il pubblico in delirio.

    Poi arrivarono le riviste, le fotografie di Bruce con la bandana in fronte, i jeans stracciati, la maglietta sudata. Avevo undici anni e mi presi una cotta.

    Fu facile, forse inevitabile.

    Quell’estate, al bar del paese dove trascorrevamo le vacanze, mio cugino mi allungava sempre le cento lire per scegliere una canzone dal jukebox, ed io mettevo ogni giorno la stessa canzone:

    Dancing in the Dark.

    Non sapevo ancora che una canzone potesse diventare un ricordo.

    Non sapevo che, molti anni dopo, avrei ricordato quelle cento lire, quel jukebox e quei pomeriggi con una precisione quasi intatta.

    Tra quell’estate e i miei vent’anni passai attraverso una quantità imbarazzante di musica. Seguivo quello che arrivava dalla radio, l’onda del momento, senza avere ancora un’identità musicale che sentissi davvero mia.

    Poi, a vent’anni, comprai il Greatest Hits di Bruce.

    E al primo ascolto capii.

    Quella musica mi era entrata nelle vene.

    Da allora arrivarono gli album, i testi letti e riletti, i bootleg, i concerti, le discussioni interminabili. E soprattutto arrivò la sensazione di avere finalmente trovato qualcosa che mi apparteneva.

    E’ questo che succede quando una musica diventa importante.

    Non ti piace soltanto.

    Ti riconosci.

    E con Springsteen il riconoscimento, per me, è sempre passato anche dai concerti.

    Perché è lì che quella musica smette di essere soltanto musica.

    Diventa corpo.

    Diventa sudore, voce, luce, attesa.

    Diventa una folla che canta insieme.

    Diventa qualcosa che non si può ascoltare da fuori.

    E poi arrivò San Siro.

    Era il 2003.

    Avevo ventotto anni e davanti a me stava per accadere la cosa che tante volte avevo immaginato da bambina.

    Quella sera era caldissima.

    Alle prime note di The River, sopra lo stadio stracolmo si rovesciò il diluvio universale.

    Dalle retrovie, nel fuggi fuggi generale, riuscii a risalire la corrente e ad arrivare quasi sotto il palco.

    Eravamo tutti fradici.

    Bruce continuava a cantare The River e io, a quel punto, non sapevo più se a bagnarmi la faccia fossero soltanto le secchiate d’acqua o anche le lacrime che trattenevo dentro da dieci anni, da quando avevo capito di amare quella musica.

    Perché a trent’anni si stava avverando un mio sogno di quando ero piccola, e nella vita non accade spesso.

    Poi Bruce uscì dal tendone che riparava il palco.

    Si buttò sotto l’acqua scrosciante, si mise un cappello da cowboy e venne a bagnarsi con noi.

    Cantava:

    E aspetto, aspetto un giorno di sole…

    guardando ironico quel cielo impietoso.

    E io pensai:

    ok.

    Ora siamo un tutt’uno.

    Siamo con te e tu con noi.

    BLOOD BROTHERS ON A STORMY NIGHT

    Eravamo un’orchestra di sessantamila concertisti.

    Ci muovevamo e cantavamo all’unisono.

    Ogni tanto mi voltavo verso gli spalti, con la sensazione di essere al centro di un immenso imbuto umano fatto di braccia alzate, bocche spalancate, corpi che si muovevano senza smettere un attimo.

    Poi mi voltavo ancora verso il palco.

    Bruce cominciava a seguire i nostri gesti, muovendo la chitarra.

    Tutta la E Street Band sembrava accompagnare noi, e non il contrario.

    Erano divertiti quanto noi.

    Stupiti quanto noi di quello che stava accadendo ancora una volta, a distanza di tanti anni.

    Per qualche minuto non esistevano più il palco e il pubblico.

    Eravamo dentro la stessa canzone.

    Blood brothers on a stormy night.

    E forse è questo che fanno i concerti quando riescono davvero a raggiungerci.

    Prendono qualcosa che ci appartiene soltanto — un ricordo, una ferita, un desiderio, una parte della nostra storia — e lo portano fuori.

    Lo mettono in mezzo a migliaia di persone.

    E improvvisamente scopriamo che non siamo gli unici ad averne bisogno.

    Quella sera io non ero soltanto una donna di trent’anni che finalmente vedeva Bruce Springsteen dal vivo.

    Ero anche la bambina che guardava due ragazzi saltare sul letto con una scopa in mano.

    Ero quella ragazzina che metteva Dancing in the Dark al jukebox.

    Ero la ventenne che aveva appena scoperto di avere una musica tutta sua.

    Erano tutte lì.

    Insieme a me.

    E forse stavo piangendo anche per questo.

    Per il tempo che era passato senza che me ne accorgessi.

    Per le persone che ero stata.

    Per quelle che ancora non sapevo che sarei diventata.

    Allora non potevo saperlo, ma quella notte sarebbe rimasta con me molto più a lungo del concerto.

    Perché le canzoni fanno una cosa strana.

    Non invecchiano insieme a noi.

    Invecchiano dentro di noi.

    Le ascolti a vent’anni e significano una cosa.

    Le ritrovi a trenta e ne significano un’altra.

    Poi passa ancora tempo, la vita cambia, cambiamo noi, e quella stessa canzone torna a bussare alla porta.

    E qualche volta ci riconsegna qualcuno che avevamo dimenticato.

    Oggi No Surrender per me non è più soltanto Bruce Springsteen.

    È una strada che parte da un jukebox e arriva fino a quella notte di pioggia.

    È la memoria di un sogno che, per una volta, si è avverato.

    È il ricordo di persone incontrate grazie alla musica e rimaste nella mia vita.

    È quella sensazione irripetibile di essere una piccola parte di qualcosa di enorme.

    E forse è anche il motivo per cui continuo ad amare i concerti.

    Perché per qualche ora ci permettono di deporre tutto quello che portiamo addosso.

    Le preoccupazioni.

    Le solitudini.

    Le cose che non sappiamo ancora come affrontare.

    E cantare.

    Ballare.

    Piangere.

    Stare in mezzo agli altri.

    Come se, per una notte, fosse sufficiente questo per essere felici.

    Riascoltando oggi No Surrender, mi piace pensare che quella ragazza di trent’anni sia ancora lì.

    Sotto la pioggia.

    Fradicia.

    Felice.

    Con le lacrime confuse all’acqua.

    La bambina del jukebox accanto a lei.

    La ragazza con il Greatest Hits tra le mani.

    E tutte le donne che sono venute dopo.

    Forse le canzoni che attraversano davvero la nostra vita fanno proprio questo.

    Non ci lasciano indietro.

    Ci aspettano.

    E quando torniamo ad ascoltarle, dopo anni, per qualche minuto siamo di nuovo tutti lì.

    Sotto lo stesso cielo.

    Dentro la stessa canzone.

    Blood brothers on a stormy night.

    E mi piace pensare che, da qualche parte, quella bambina con le cento lire in mano mi guardi ancora.

    E che io possa guardarla e dirle:

    Hai visto?

    Siamo ancora qui.

  • CIRCE. QUANDO SMETTERE DI APPARTENERE DIVENTA UNA FORMA DI LIBERTA’

    Prima ancora di incontrare il romanzo di Madeline Miller, conoscevo già Circe.

    La maga dell’isola di Eea. La donna che trasformava gli uomini in maiali. Una delle figure più ambigue e inquietanti della mitologia greca, rimasta per secoli soprattutto dalla parte sbagliata della storia: quella degli eroi.

    Miller prende quella donna e fa qualcosa di radicale nella sua semplicità: le restituisce una voce.

    E quando Circe comincia a parlare, il mostro arretra.

    Al suo posto compare una ragazza che non sa ancora chi essere.

    Figlia di Elios, il dio del Sole, e della ninfa Perseide, Circe cresce nell’Olimpo ma senza sentirsi davvero parte di quel mondo. Non possiede la bellezza e il carisma che gli dèi sembrano considerare naturali. È insicura, impacciata, diversa. E soprattutto è incapace di diventare ciò che la sua famiglia si aspetta da lei.

    È una creatura fuori posto molto prima di essere una donna in esilio.

    Quando scopre di possedere la magia, quella diversità diventa ancora più evidente. All’inizio non sa che cosa farne. La magia è un potere che non comprende, qualcosa che la rende ancora più lontana dagli altri, ma che lentamente comincia a diventare anche il primo strumento attraverso il quale riesce a conoscersi.

    Ed è qui che, secondo me, comincia la vera storia di Circe.

    Non quando viene esiliata sull’isola di Eea.

    Molto prima.

    Comincia nel momento in cui intuisce che quella cosa che la rende diversa potrebbe non essere una condanna.

    Potrebbe essere sua.

    L’esilio, allora, cambia lentamente significato.

    Eea è una punizione, certo. Ma è anche il primo luogo in cui Circe può smettere di vivere sotto lo sguardo degli altri.

    Lontana dagli dèi, dalla famiglia, dalle gerarchie dell’Olimpo e da tutto ciò che le aveva continuamente ricordato ciò che non era, è costretta a stare sola con sé stessa.

    E non è una solitudine facile.

    Circe sbaglia. Si innamora. Viene respinta. Ha paura. Si lascia ingannare. Subisce violenza. Conosce il desiderio, la maternità, il dolore e il bisogno di proteggere ciò che ama. Incontra uomini che vogliono possederla e uomini che la temono proprio perché non riescono a farlo.

    Ogni volta qualcosa si spezza.

    Ogni volta qualcosa si ricompone.

    La magia, intanto, smette di essere soltanto un’arma. Diventa un linguaggio. Un modo per capire dove finiscono gli altri e dove comincia lei.

    È questo che mi ha colpito maggiormente nel romanzo di Miller: Circe non diventa forte perché smette di avere paura. Diventa forte quando smette di considerare la propria diversità qualcosa da correggere.

    La sua trasformazione non è improvvisa e nemmeno lineare. È fatta di errori, di solitudine, di scelte spesso dolorose. Ed è proprio per questo che appare così umana.

    Tutta la narrazione diventa un viaggio intimo attraverso la sua evoluzione, dalle insicurezze della ragazza reietta alla consapevolezza della donna che, finalmente, decide di scegliere il proprio destino.

    Non abbastanza dea per Titani e Olimpi, non abbastanza umana per aspirare alla caducità di una vita terrena, ma una creatura unica, coraggiosa e libera.

    È in questo spazio sospeso che Circe diventa davvero interessante.

    Miller non la trasforma in un’eroina perfetta. Non le toglie le contraddizioni, la paura, la fragilità e nemmeno gli errori. Le permette di essere, contemporaneamente, forte e vulnerabile, capace di amare e di distruggere, di desiderare e di difendersi.

    La maga reinterpretata da Miller riesce così a tenere insieme due mondi che normalmente sembrano inconciliabili: quello fantastico del mito e quello molto concreto di una donna che cerca di capire chi è e quale forma dare alla propria vita.

    E forse è proprio qui che la riscrittura del mito diventa contemporanea.

    Perché dietro gli dèi, i mostri e gli eroi riconosciamo qualcosa di molto umano: il bisogno di appartenere, la paura di essere esclusi, il desiderio di essere visti per quello che siamo e la tentazione, continua, di diventare ciò che gli altri si aspettano da noi.

    Circe passa gran parte della sua vita dentro questa contraddizione.

    Essere abbastanza per qualcuno.

    Abbastanza donna.

    Abbastanza dea.

    Abbastanza desiderabile.

    Abbastanza forte da non essere calpestata, ma non abbastanza forte da diventare minacciosa.

    Finché smette di giocare quella partita.

    E forse è proprio questa la sua vera metamorfosi.

    Non diventare più simile agli altri.
    Smettere di volerlo.

    La scrittura di Madeline Miller è raffinata, lirica, spesso molto evocativa. In alcuni passaggi rallenta parecchio e la narrazione può perdere un po’ di ritmo, soprattutto quando prevale la dimensione contemplativa. Ma quella lentezza, allo stesso tempo, lascia spazio alla parte più interessante del romanzo: il cambiamento interiore di Circe, che ha bisogno di tempo per sedimentare.

    Il mito resta, con le sue figure familiari e le sue storie che conosciamo da secoli, ma cambia il punto di vista.

    E quando cambia il punto di vista, cambiano anche le domande.

    Non guardiamo più Circe attraverso gli occhi di Odisseo, degli dèi o degli uomini che hanno raccontato la sua storia prima di Miller.

    La guardiamo da dentro.

    E allora scopriamo che forse il mostro non era mai stato il centro della storia.

    Lo era una donna che non aveva ancora trovato il modo di diventare sé stessa.

    Forse è per questo che, mentre leggevo Circe, mi è capitato più volte di avere la sensazione di guardare uno specchio.

    Non perché la sua storia fosse la mia. Non lo era.

    Ma perché conoscevo quella domanda: dove posso stare, se non assomiglio a ciò che gli altri si aspettano da me?

    Ci ho messo tempo a capire che forse non sempre dobbiamo trovare un posto nel mondo. A volte dobbiamo smettere di cercare di entrare in una forma che non ci appartiene e imparare ad abitare la nostra.

    Circe, alla fine, non diventa qualcun’altra.

    Diventa sé stessa.

    Il suo viaggio mi ha lasciato una convinzione: la diversità, quando smettiamo di viverla come una colpa, può diventare una forma di libertà.

    È ciò che amo di certi libri: raccontano una donna che non ci assomiglia affatto e, proprio per questo, riescono a mostrarci qualcosa di noi.

    Non sempre dobbiamo trovare il nostro posto nel mondo.
    A volte dobbiamo avere il coraggio di costruircene uno.
    A nostra misura.

    E magari, mentre guardi Circe, troverai anche tu il tuo riflesso in uno degli angoli dello specchio.

  • CON I PIEDI PER TERRA E LA TESTA OLTRE LE NUVOLE

    La prima immagine che mi viene in mente è un peluche.

    Melman, la giraffa di Madagascar.

    Me lo regalò la mia amica del cuore, sostenendo che fossi io sputata. E quando me lo mise tra le mani pensai subito a un’altra giraffa, molto più vecchia, e a due righe scritte sulla mia Smemoranda.

    Me le aveva dedicate un’ amica , grafomane e lettrice compulsiva come me. Dicevano:

    «La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri.
    Si è innamorata ieri e ancora non lo sa.»

    Sotto, soltanto:

    «Questa sei tu!»

    Avevo quindici o sedici anni e, a quanto pare, qualcuno aveva già capito qualcosa di me che io avrei impiegato molto più tempo a comprendere.

    Da ragazzina mi chiamavano giraffa anche perché ero alta e magrissima, ma la metafora mi è sempre sembrata azzeccata per un altro motivo: ho sempre avuto i piedi abbastanza piantati per terra e la testa molto più in alto.

    Solo che per molto tempo non ho saputo che cosa farmene di questa cosa.

    A scuola ero brava sia in italiano che in matematica. Una combinazione che, nella mia famiglia, venne interpretata in modo molto pragmatico: mio padre era ragioniere, mio fratello frequentava già quella scuola, i libri si potevano condividere e negli anni Novanta un diploma di ragioneria sembrava ancora un buon lasciapassare per il mondo del lavoro.

    E così sono diventata ragioniera.

    Non l’ho scelto come si scelgono le passioni, ma non l’ho nemmeno vissuto come un’imposizione. I numeri mi piacevano. Mi piaceva che le cose tornassero, che ogni conto avesse una sua logica, che alla fine ci fosse un ordine possibile.

    E ancora oggi mi piace.

    Forse perché dentro di me, nel frattempo, continuava a vivere indisturbato tutto il resto.

    Libri, musica, pensieri che si inseguono, emozioni che scavano, connessioni improbabili tra una cosa e l’altra. Per molto tempo ho pensato che queste due parti fossero una contraddizione da risolvere, quasi che prima o poi avrei dovuto scegliere quale delle due fosse davvero me.

    Ho perfino pensato, qualche volta, che per essere felice avrei dovuto lasciare il mio lavoro e cercarne uno più vicino alle mie passioni. Una libreria, per esempio.

    Oggi penso che sarebbe stato un errore.

    Perché amo leggere anche per questo: perché posso sottrarre quei minuti alla quotidianità fatta di doveri, scadenze e cose che devono essere fatte. Un libro non mi chiede niente. Non devo trasformarlo in un lavoro, non devo produrre qualcosa, non devo essere efficiente.

    Posso semplicemente entrarci.

    E forse è proprio per questo che continua a salvarmi.

    Perché sì, io crollo.

    Eccome se crollo.

    Nella mia vita ho conosciuto la sofferenza e la solitudine precocemente, ho conosciuto la paura, il dolore, le malattie che arrivano troppo presto e portano via persone che ami, e ho imparato che a volte la vita può diventare pesante fino quasi a toglierti l’aria.

    Non sono più forte degli altri e non penso di esserlo mai stata.

    Semplicemente, ho imparato a conoscere la sofferenza. A starci dentro. Ad abitarla senza avere necessariamente paura di quello che può farmi.

    E ho anche imparato che, quando il mondo diventa troppo stretto, posso aprire una porta.

    Un libro.

    Un disco.

    La musica.

    Le mie gatte che fanno le fusa mentre si accoccolano addosso a me.

    Sono cose piccole, apparentemente, ma per me hanno avuto e continuano ad avere un ruolo enorme.

    A volte mi capita persino di pensare: ma come fate voi che non leggete? Come fate senza la musica? Come fate a non conoscere quella cosa incredibile che è il calore di un animale che si fida di voi?

    Non lo dico con superiorità.

    Lo dico con stupore.

    Perché io ho la fortuna di avere un altro mondo oltre questo.

    Un mondo in cui posso entrare quando ho bisogno di respirare.

    E forse è proprio qui che ho finalmente capito che cosa significano quelle due parti di me.

    Non devo scegliere tra i numeri e le nuvole.

    Non devo diventare una persona diversa per sentirmi finalmente coerente.

    Faccio bene entrambe le cose.

    E ho bisogno di entrambe.

    Ho bisogno della ragioniera che mette ordine, dei numeri che tornano, delle cose concrete e prevedibili.

    E ho bisogno della donna che guarda oltre le nuvole, che si perde nelle pagine di un libro, che ascolta una canzone e ci trova dentro un pezzo della propria vita.

    Forse ho bisogno anche delle mie zavorre.

    Delle persone molto più concrete di me, capaci di riportarmi sulla terra quando io comincio a perdere quota, di rimettere in fila le cose quando nella mia testa diventano troppe.

    Per molto tempo ho pensato che non capissero il mio mondo.

    Oggi penso che sia proprio la loro diversità a renderle così preziose.

    Non devono vedere le mie stesse nuvole.

    Devono solo esserci quando torno giù.

    E io, in fondo, non ho bisogno di smettere di volare.

    Ho solo bisogno di sapere dove posso tornare.

    Forse è questo che significa, per me, avere i piedi per terra e la testa oltre le nuvole.
    Non significa vivere sempre lassù, lontano da quello che accade. Significa sapere che, anche quando la vita porta una tempesta, esiste sempre una finestra che posso aprire.

    E forse è per questo che Here Comes the Sun è una delle canzoni che amo di più.
    Per me è proprio questo: una finestra che si spalanca dopo il temporale, i battenti aperti, la luce che entra e quell’aria nuova, pulita, quasi frizzante, che ti fa respirare più profondamente.

    Non cancella quello che c’è stato.

    Non finge che il temporale non sia mai esistito.

    Semplicemente, annuncia che è finito.

    E allora la puntina scende.

    Il vinile comincia a girare.

    E per qualche minuto la ragioniera può mettere da parte i conti, la giraffa può alzare ancora un po’ la testa e io posso ricordarmi che, oltre le nuvole, c’è sempre un posto in cui tornare.

    La luce.

    L’aria.

    Il sole.

    E una ragazzina con un collo lunghissimo che, a quanto pare, aveva già capito tutto.

  • AMATISSIMA. L’orrore che aspetta sulla soglia della libertà

    Lessi Amatissima di Toni Morrison alcuni anni fa e ne scrissi una recensione che, ancora oggi, sento profondamente mia.

    Non l’ho voluta correggere, ma ho preferito scriverne un’altra.

    Perché non è cambiato il romanzo, ma è cambiata la strada che ho percorso da allora.

    E forse è questo il privilegio più bello della lettura: poter tornare nello stesso luogo con occhi diversi, senza che gli occhi di ieri smettano di avere valore.

    (Se vuoi leggere la recensione che scrissi anni fa, la trovi qui.)

    Le cicatrici di Sethe assomigliano a un albero.

    Non a una ferita.

    Non a una mutilazione.

    A un albero.

    Rami in rilievo che attraversano la sua schiena e si protendono verso il cielo come in una silenziosa supplica.

    È una delle immagini più potenti che abbia mai incontrato in un romanzo.

    Perché in quell’albero c’è già tutto Amatissima.

    Per molto tempo ho pensato che questo fosse un grande romanzo sulla schiavitù. Lo è, naturalmente. Ma ridurlo a questo significherebbe privarlo della sua verità più profonda.

    Toni Morrison non racconta soltanto ciò che la violenza infligge ai corpi.

    Racconta quello che continua a fare alle persone molto tempo dopo.

    La sofferenza psichica segna l’esistenza di Sethe molto più dei colpi di frusta che le hanno disegnato sulla schiena quell’albero di dolore e memoria con cui ormai si identifica. Quei rami non le consentono di dimenticare mai, nemmeno nei giorni più sereni della sua vita di donna libera.

    Perché il passato non sempre rimane alle nostre spalle.

    A volte attraversa il confine insieme a noi.

    Quando Sethe riesce finalmente a fuggire dalla piantagione di Sweet Home e raggiunge Cincinnati, dovrebbe essere salva. Ha conquistato la libertà. Ha ritrovato una casa. Ha una figlia.

    Eppure l’orrore dal quale era fuggita non se n’era mai andato.

    Era dentro di lei.

    La stava già aspettando sulla soglia della libertà.

    La casa al 124 di Bluestone Road è infestata dal fantasma di una bambina. Un’entità inquieta, piena di rancore, che costringe tutti a fare i conti con una presenza impossibile da ignorare.

    Ma leggendo ci accorgiamo presto che quello non è il vero spettro del romanzo.

    Il vero fantasma è il trauma.

    È tutto ciò che continua a vivere dentro una persona quando il mondo pensa che sia ormai salva.

    La storia che Toni Morrison racconta non è lineare. Non esiste un inizio, un centro e una conclusione secondo l’ordine a cui siamo abituati.

    Poco alla volta emergono frammenti di memoria che una scrittura immaginifica e potentissima ricompone come tessere di un mosaico.

    L’elemento razionale lascia spesso il posto all’intuizione.

    I fatti più crudeli quasi mai vengono descritti nei loro particolari.

    Vengono fatti sentire.

    Riusciamo ad avvertire il dolore di Sethe non attraverso la cronaca delle frustate o della violenza, ma come una nube nera che incombe su ogni pagina. Lo intravediamo nei suoi ricordi che lentamente, quasi strisciando, risalgono dall’abisso in cui lei stessa li aveva ricacciati per continuare a respirare, per riuscire ad alzarsi ogni mattina, andare a lavorare e badare all’unica figlia che le era rimasta.

    Bisogna concedersi del tempo e lasciarsi trasportare dalla scrittura della Morrison.

    Non perché sia difficile seguirla — lei ci tende sempre la mano quando stiamo per perderci — ma perché ogni parola possiede un peso specifico, e chiede di essere abitata.

    Il ritmo della narrazione ha la dolcezza malinconica dei sogni.

    Ci avvolge e quasi ci protegge mentre, in punta di piedi, entriamo dentro l’orrore di un infanticidio e delle sue devastanti conseguenze.

    Un gesto estremo compiuto per disperazione.

    Per troppo amore.

    Per difendere la parte migliore di sé da un destino fatto di frustate, stupri, impiccagioni e umiliazioni.

    Ed è qui che Toni Morrison compie qualcosa di straordinario.

    Ci conduce davanti al gesto più inconcepibile che una madre possa compiere senza permetterci, nemmeno per un istante, di giudicare.

    Non ci chiede di assolvere Sethe.

    Ci chiede qualcosa di molto più difficile.

    Comprenderne l’abisso.

    Perché prima ancora di essere una madre, Sethe è stata una donna privata della libertà, del proprio corpo, della dignità e perfino della possibilità di immaginare un futuro diverso per i suoi figli.

    L’orrore cambia forma.

    Avvelena i pensieri.

    Si intreccia all’amore materno fino a diventarne una parte inseparabile.

    È questo che rende Amatissima un romanzo immenso.

    Non racconta soltanto la schiavitù.

    Racconta ciò che la violenza lascia nell’anima quando la violenza è finita.

    Forse è questo il motivo per cui continua a sembrarmi un libro necessario.

    Perché tutti, in forme diverse, conviviamo con qualcosa che ci ha attraversati.

    La differenza non sta nell’aver sofferto oppure no.

    Sta in ciò che scegliamo di fare con quella ferita.

    Lasciarle decidere chi siamo.

    Oppure guardarla abbastanza a lungo da restituirle finalmente un nome.

    Il giorno del funerale Sethe non aveva abbastanza denaro per far incidere sulla lapide il nome completo della figlia.

    Poté permettersi una sola parola.

    Amatissima.

    Da quel momento quell’epitaffio incompiuto smise di appartenere soltanto a una bambina.

    Diventò il simbolo di un popolo intero.

    Di uomini e donne cancellati dalla Storia.

    Di vite senza nome.

    Di ricordi che qualcuno aveva provato a seppellire.

    Forse è proprio questo che fanno i grandi romanzi: non cancellano le ferite, ma le guardano abbastanza a lungo da restituire loro una voce.

    Oggi so perché questo romanzo mi è rimasto dentro così profondamente. Non era soltanto la storia di Sethe. Era la certezza, ancora confusa ma già presente, che le ferite non chiedono di essere dimenticate. Chiedono di essere guardate.

  • Ho ascoltato la stessa canzone. Ma era cambiata la donna che l’ascoltava.

    Alcune canzoni sembrano aspettarci.

    Le ascolti una prima volta e ti piacciono.

    Le rimetti anni dopo e ti accorgi che, nel frattempo, hanno imparato a parlare un’altra lingua.

    O forse siamo noi ad averla finalmente imparata.

    Con Both Sides, Now di Joni Mitchell mi è successo proprio questo.

    L’ho sempre amata nella sua versione originale: quella voce di cristallo, quella chitarra essenziale, la leggerezza apparente di una ragazza di venticinque anni che scrive parole incredibilmente più grandi della sua età.

    Per anni l’ho ascoltata così.

    Come si ascolta una bellissima canzone.

    Poi è successo qualcosa.

    Sono cambiata io.

    Negli ultimi anni ho scoperto che la vita non procede in linea retta.

    Non è una strada già tracciata da percorrere senza deviazioni.

    È un movimento continuo.

    Un’evoluzione.

    Ogni esperienza cambia il punto da cui guardiamo il mondo.

    E così, senza accorgercene, cambiano anche le storie che ci hanno accompagnato.

    C’è un verso che questa sera mi è rimasto addosso più di tutti.

    “Now old friends are acting strange… They shake their heads, they say I’ve changed.”

    “I vecchi amici mi guardano in modo strano. Scuotono la testa e dicono che sono cambiata.”

    È una frase che potrebbe sembrare malinconica.

    Io, invece, ho trovato in quelle parole una forma di libertà.

    Per molto tempo ho pensato che cambiare fosse quasi un tradimento.

    Delle persone.

    Delle abitudini.

    Perfino della versione di me che gli altri conoscevano.

    Oggi credo il contrario.

    Se non cambiamo, continuiamo a osservare la vita sempre dalla stessa angolazione.

    E allora non cresciamo davvero.

    Ripetiamo.

    Difendiamo.

    Confermiamo ciò che già sappiamo.

    Il cambiamento, invece, ci costringe a rimettere tutto in discussione.

    Perfino noi stessi.

    Forse è per questo che amo così tanto il ritornello.

    Joni Mitchell dice di aver guardato le nuvole da entrambe le parti.

    L’amore da entrambe le parti.

    La vita da entrambe le parti.

    E poi conclude con una sincerità disarmante: di nuvole, amore e vita… in fondo non sa ancora niente.

    Più vive, meno pretende di possedere la verità.

    E trovo che ci sia qualcosa di profondamente rassicurante in questa confessione.

    Perché ci ricorda che maturare non significa avere tutte le risposte.

    Significa imparare a fare domande sempre nuove.

    C’è anche un altro verso che oggi mi emoziona più di quando avevo vent’anni.

    “Don’t give yourself away.”

    Non consegnare tutta te stessa.

    Non perderti nel tentativo di essere amata.

    Non smettere di appartenerti.

    Quando le nostre vite raggiungono questi brani, ci accorgiamo che non stavano raccontando il mondo.

    Stavano raccontando noi.

    Stanotte, sul giradischi, gira Both Sides, Now.

    E mentre la puntina scende sul vinile, penso che forse il senso più profondo del vivere non sia arrivare da qualche parte.

    Ma continuare a cambiare abbastanza da poter guardare la stessa vita con occhi sempre nuovi.

    Io vedo ancora orizzonti dove tu disegni confini.

  • Ho cambiato idea sulla felicità

    Ci ho messo più di quarant’anni a capire che non siamo obbligati a continuare ad amare ciò che ci rendeva felici a vent’anni.

    Per molto tempo ho creduto che cambiare fosse una forma di tradimento.

    Come se rinunciare a un’abitudine, a una stagione, perfino a un modo di stare al mondo significasse perdere una parte di me.

    Poi ho scoperto che stava accadendo il contrario.

    Stavo finalmente diventando me stessa.


    Da ragazza aspettavo l’estate come si aspetta una promessa.

    La immaginavo per mesi.

    Aveva il sapore della libertà, delle giornate interminabili, della pelle salata, dei tuffi improvvisi in un mare che sembrava capace di lavare via ogni pensiero.

    L’estate era la stagione in cui tutto sembrava possibile.

    Poi qualcosa è cambiato.

    E, come accade per le trasformazioni più profonde, non saprei dire quando.

    Non esiste un giorno preciso in cui smettiamo di riconoscerci in ciò che siamo stati.

    Succede lentamente.

    La vita ci attraversa in silenzio.


    Oggi il caldo mi stanca prima ancora del corpo.

    Rallenta i pensieri.

    Mi rende faticose perfino le cose che amo.

    Ci sono sere in cui torno dal lavoro e l’unico desiderio è accendere il condizionatore e lasciarmi cadere sul divano.

    A volte non riesco nemmeno a leggere.

    E per una persona che ha sempre trovato nei libri il luogo in cui respirare, questa è forse la stanchezza che pesa di più.

    Per molto tempo ho pensato che fosse colpa dell’estate.

    Poi ho capito che non era cambiata lei.

    Ero cambiata io.


    Qualche giorno fa ho accettato l’invito della mia amica del cuore.

    Sono tornata nella spiaggia attrezzata dove ho trascorso gran parte della mia adolescenza.

    Gli stessi ombrelloni.

    Le cabine.

    Il bar.

    Le docce.

    Le tavolate apparecchiate.

    La stessa allegria rumorosa che, un tempo, mi sembrava il ritratto perfetto delle vacanze.

    Eppure io non c’ero più.

    Non provavo fastidio.

    Non provavo nostalgia.

    Provavo soltanto la strana sensazione di essere diventata una persona diversa.

    Osservavo quella folla e mi rendevo conto che non desideravo più nessuna di quelle comodità.

    Non mi mancavano.

    Semplicemente, non mi somigliavano più.


    La mia estate oggi comincia molto presto.

    Quando il sole non ha ancora deciso di essere feroce.

    Quando sugli scogli ci sono solo il mare, il vento e qualche cormorano che apre lentamente le ali per asciugarle.

    Mi immergo nell’acqua fredda.

    Poi mi siedo.

    Lascio asciugare la pelle all’aria.

    Apro un libro.

    Guardo i gabbiani attraversare il cielo e il mare respirare davanti a me.

    E, senza sapere bene perché, torno a respirare anch’io.

    Ho capito che non era il mare che cercavo.

    Era il silenzio.

    La possibilità di sentirmi parte di qualcosa che non aveva bisogno di intrattenermi.


    Ho iniziato il percorso più importante della mia vita dieci anni fa.

    Avevo già quarant’anni.

    All’inizio pensavo di essere in ritardo.

    Oggi penso che il cambiamento non abbia un’età.

    Ha soltanto il coraggio che siamo disposti a concedergli.

    Per anni ho immaginato il cambiamento come un traguardo.

    Un punto d’arrivo.

    Adesso lo vedo in un altro modo.

    È un fiume.

    Può scorrerti accanto per anni senza che tu decida di entrarci.

    Oppure, un giorno, trovi il coraggio di lasciarti trasportare.

    Ed è allora che scopri una cosa bellissima.

    Non stai diventando qualcun altro.

    Stai semplicemente lasciando andare tutto ciò che non ti appartiene più.


    Molti anni fa qualcuno mi chiese di descrivere il luogo in cui mi sentivo davvero in pace.

    Senza pensarci, parlai del mare all’alba.

    Dei gabbiani.

    Dei cormorani.

    Dell’acqua che mi accoglieva senza chiedermi niente.

    Solo oggi mi accorgo che, senza saperlo, stavo descrivendo la persona che sarei diventata.

    Oggi scelgo ciò che, allora, era soltanto un’immagine. Non sapevo ancora che stavo immaginando la mia casa.

    Scelgo il silenzio degli scogli invece del rumore.

    Il vento invece dell’afa.

    Un libro aperto sulle ginocchia.

    Il mare quando è ancora mezzo addormentato.

    Per anni ho creduto che crescere significasse aggiungere.

    Più cose.

    Più persone.

    Più programmi.

    Più aspettative.

    Oggi so che, molto spesso, crescere significa togliere.

    Togliere tutto ciò che non ci somiglia più.

    Forse non ho cambiato idea sull’estate.

    Ho cambiato idea sulla felicità.

  • Io vedo ancora orizzonti

    Ci sono canzoni che ci accompagnano per anni senza che ce ne accorgiamo davvero.

    Restano lì, sullo sfondo di un film amato, di un ricordo lontano, di una scena che conosciamo quasi a memoria. Le ascoltiamo decine di volte e pensiamo di averle comprese.

    Poi un giorno accade qualcosa.

    La vita compie uno dei suoi giri inattesi e quelle stesse note ci raggiungono in un punto diverso del cammino.

    E improvvisamente parlano di noi.

    Per molto tempo, per me, Moon River è stata la voce delicata di Audrey Hepburn affacciata alla finestra di un appartamento newyorkese. Una chitarra tra le mani, lo sguardo perso tra i tetti e quella grazia fragile che ha reso Holly Golightly uno dei personaggi più indimenticabili della letteratura e del cinema.

    Era una canzone bellissima.

    Ma non avevo ancora capito cosa stesse raccontando.

    Con il tempo ho iniziato ad ascoltare le parole oltre la melodia.

    E ho scoperto che Moon River non parla soltanto d’amore.

    Parla di viaggio.

    Di ricerca.

    Di quel desiderio ostinato di continuare a guardare oltre la linea che separa ciò che conosciamo da ciò che ancora non sappiamo.

    Forse è per questo che oggi mi emoziona così tanto.

    Perché c’è una frase che da anni mi accompagna e che, in qualche modo, sento profondamente legata a questa canzone:

    Io vedo ancora orizzonti dove tu disegni confini.

    Non so se esista una definizione più precisa del modo in cui provo a stare al mondo.

    Da bambina trasformavo il dolore in immagini che mi davano pace.

    Da adulta ho impiegato molto tempo per capire che non ero sbagliata soltanto perché non riuscivo ad adattarmi a forme che non mi appartenevano.

    I libri, la musica, la scrittura e perfino le crepe che la vita lascia dietro di sé mi hanno insegnato la stessa cosa: esiste sempre un altro modo di guardare.

    Un’altra strada.

    Un altro orizzonte.

    Forse è questo che Holly Golightly continua a cercare per tutto il film.

    Non una casa.

    Non una persona.

    Ma un luogo dell’anima in cui sentirsi finalmente libera.

    E forse è ciò che cerchiamo un po’ tutti, anche quando non sappiamo dargli un nome.

    Viviamo in un tempo che ama i confini.

    Le etichette.

    Le definizioni.

    Le appartenenze.

    Mi è sempre sembrato che Moon River raccontasse l’esatto contrario.

    Parla di due viaggiatori che continuano a camminare.

    Di una corrente da seguire.

    Di un altrove che forse non raggiungeremo mai del tutto, ma che vale comunque la pena inseguire.

    Perché smettere di guardare l’orizzonte significa rinunciare alla possibilità di stupirsi.

    E forse anche a una parte di noi stessi.

    Sul giradischi, stanotte: Moon River – Audrey Hepburn
    🎙️ Colazione da Tiffany (1961)

    La puntina si solleva lentamente dal vinile.

    Fuori dalla finestra la notte continua il suo viaggio.

    Da qualche parte, oltre il fiume, c’è ancora un orizzonte.

    E io, ostinatamente, continuo a cercarlo.

    Ora tutto è calmo.

    Tutto è pace.

  • PRIMA DEL CROLLO

    PRIMA DEL CROLLO

    La vita di Lambert si spezza in una curva, sotto la pioggia battente.

    Ma non è lì che comincia la sua caduta.

    Quando l’autobus carico di scolari in gita precipita nella scarpata e le fiamme divorano il buio, qualcosa dentro di lui è già rotto da molto tempo. L’incidente non fa che portarlo alla luce.

    È questo che rende I complici uno dei romanzi più inquieti di Georges Simenon.

    Non il dramma.

    Non la colpa.

    Ma la sensazione che certe esistenze possano incrinarsi lentamente per anni, in silenzio, continuando ad apparire perfettamente normali.

    Ho sempre amato Simenon per la sua capacità di raccontare uomini e donne in bilico. Personaggi che dall’esterno sembrano integrati alla perfezione nel loro mondo e che invece, dentro, combattono una battaglia silenziosa contro sé stessi.

    I loro nemici raramente sono gli altri.

    Molto più spesso sono i desideri che hanno soffocato, le rinunce che hanno accettato, le vite che hanno imparato a sopportare.

    Siamo negli anni Cinquanta, un’epoca che faceva delle apparenze una virtù.

    I villini ordinati.

    I matrimoni rispettabili.

    Le famiglie irreprensibili.

    La polvere accuratamente nascosta sotto eleganti tappeti.

    Una quieta sottomissione era preferibile a qualsiasi forma di rivolta. Poco importava se, nel proprio intimo, una rabbia sorda continuava a corrodere la quotidianità fino a renderla insopportabile.

    Lambert appartiene a quel mondo.

    È un uomo stimato, un imprenditore affermato, un cittadino rispettabile.

    Eppure, pagina dopo pagina, scopriamo che sotto quella superficie non c’è quasi nulla che funzioni davvero.

    Il matrimonio è un guscio vuoto.

    I rapporti familiari sono logori.

    La sua stessa esistenza sembra aver perso qualsiasi significato.

    L’unico elemento capace di scuoterlo dall’apatia è Edmonde, la segretaria dell’azienda.

    Tra loro nasce un legame ambiguo, fatto di desiderio, dipendenza e complicità. Un rapporto che non assomiglia all’amore e nemmeno alla passione romantica. Somiglia piuttosto a una fuga.

    Una porta socchiusa verso un mondo diverso.

    Un luogo dove, almeno per qualche istante, Lambert può dimenticare le regole, le convenzioni e il ruolo che gli è stato assegnato.

    Forse è proprio questo il significato del titolo.

    Non la complicità nel delitto.

    Ma la complicità nel tentativo disperato di sottrarsi a una vita che non si riesce più ad abitare.

    Quando avviene l’incidente, Lambert compie una scelta che lo condanna.

    Non si ferma.

    Non guarda indietro.

    Fugge.

    Ma ciò che mi ha colpita rileggendo questo romanzo non è stata tanto la gravità del gesto.

    È il modo in cui lui stesso sembra accoglierne le conseguenze.

    Come se quella colpa fosse soltanto il volto visibile di qualcosa che esisteva già.

    Come se da anni aspettasse inconsciamente il momento in cui smettere di fingere.

    Simenon è straordinario nel raccontare questo tipo di inquietudine.

    Sa scavare nelle zone più scomode dell’animo umano senza cercare giustificazioni e senza offrire consolazioni.

    I suoi protagonisti sono spesso relitti, superstiti, esseri fragili e imperfetti nei quali, nonostante tutto, riesco quasi sempre a trovare qualcosa che mi avvicina a loro.

    Con Lambert ed Edmonde, invece, è successo qualcosa di diverso.

    Sono rimasta sulla soglia.

    Ho osservato il loro squallore, la loro miseria morale, la loro incapacità di amare davvero, senza riuscire a provare quella forma di compassione che di solito Simenon riesce a suscitare in me.

    Eppure il romanzo ha continuato a lavorarmi dentro.

    Forse proprio per questo.

    Perché ci sono crepe nelle quali riconosciamo qualcosa di noi.

    E altre che ci inquietano perché ci mostrano ciò che potremmo diventare quando smettiamo di ascoltare la parte più autentica di noi stessi.

    I complici appartiene a questa seconda categoria.

    Non consola.

    Non assolve.

    Non offre redenzioni.

    Si limita a puntare una luce impietosa sulle fratture che attraversano una vita.

    E a ricordarci che il crollo raramente comincia nel momento in cui tutto si rompe.

    Molto più spesso comincia anni prima.

    Nel silenzio.

  • IL DISCO CHE CUSTODIVA IL TEMPO

    Ci sono oggetti che attraversano il tempo.

    Restano in silenzio per anni, nascosti in una scatola, dimenticati in una soffitta, sepolti sotto la polvere.

    Poi un giorno riemergono.

    E all’improvviso non sono più soltanto oggetti.

    Diventano porte.

    “Il gusto proibito dello zenzero” di Jamie Ford è una storia che comincia proprio così: con il ritrovamento di un vecchio disco jazz e di alcuni oggetti appartenuti a un passato che sembrava perduto per sempre.

    Da quel momento il tempo si incrina.

    Seattle, anni Quaranta.

    La guerra infuria dall’altra parte del mondo e l’America, ferita dall’attacco di Pearl Harbor, cerca nemici ovunque. Henry Lee è figlio di immigrati cinesi. Keiko Okabe è una ragazza americana di origine giapponese. Frequentano la stessa scuola, condividono la stessa solitudine e scoprono presto di appartenere a quella categoria di persone che il mondo osserva sempre attraverso le differenze.

    Ma loro vedono altro.

    Vedono la stessa fame di essere accettati.

    La stessa malinconia.

    La stessa voglia di trovare un posto in cui sentirsi finalmente a casa.

    Erano molto diversi, ma non importava. Erano differenze che non si notavano. Erano simili e felici. Era difficile capire dove finisse uno e cominciasse l’altra.

    Poi arriva la Storia.

    Quella con la S maiuscola.

    Quella che non chiede permesso.

    Dopo Pearl Harbor, migliaia di cittadini americani di origine giapponese vengono deportati nei campi di internamento. Famiglie intere perdono le loro case, i loro beni, le loro vite. Tra loro c’è anche Keiko.

    Ed è qui che il romanzo avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesima storia d’amore spezzata dalla guerra.

    Invece sceglie una strada diversa.

    Parla della memoria.

    Di ciò che continua a vivere dentro di noi quando tutto il resto è stato portato via.

    E poi c’è il jazz.

    Forse la cosa che più ho amato di questo romanzo.

    I locali fumosi di Seattle diventano una specie di territorio neutrale, un piccolo universo parallelo dove il mondo smette per qualche ora di dividersi in razze, nazioni e appartenenze.

    Fuori ci sono la paura, il sospetto, la propaganda.

    Dentro ci sono soltanto persone.

    Persone che ascoltano musica.

    Che ridono.

    Che si innamorano.

    Che cercano di dimenticare la guerra almeno per una sera.

    Mi ha sempre colpito questa immagine.

    Perché il jazz e il blues hanno sempre rappresentato anche per me qualcosa di simile.

    Un rifugio.

    Un luogo dell’anima.

    La prova che la bellezza può continuare a esistere persino nei periodi più bui.

    Forse è per questo che il vecchio disco che attraversa il romanzo mi emoziona ancora oggi.

    Perché non è soltanto un disco.

    È una scatola del tempo.

    Contiene una voce, una stagione della vita, una promessa, una perdita.

    Contiene tutto ciò che credevamo di aver lasciato indietro.

    E forse è proprio questo che Jamie Ford racconta con maggiore delicatezza: il fatto che alcune cose non finiscono davvero.

    Cambiano forma.

    Diventano ricordo.

    Diventano nostalgia.

    Diventano una canzone che riaffiora all’improvviso dopo quarant’anni.

    Ci sono ferite che non si chiudono mai completamente.

    Ma ci sono anche affetti che continuano a vivere in modi misteriosi, silenziosi, ostinati.

    Come un vecchio 78 giri impolverato che aspetta soltanto qualcuno disposto ad ascoltarlo ancora.

    Perché a volte resistere significa proprio questo.

    Custodire ciò che il tempo non è riuscito a portarci via.