• 🌌 Costellazioni narrative

    Quello che resta quando l’illusione si rompe

    Storie che si sfiorano, si incrinano,

    e continuano a parlarci anche dopo

    Ci sono sere d’inverno in cui il cielo è così limpido che sembra impossibile distogliere lo sguardo.

    Le stelle appaiono una a una, lontanissime, isolate…eppure, ad un certo punto, qualcosa cambia.

    Non è il cielo.
    Siamo noi.

    Cominciamo a tracciare linee invisibili, a collegare quei punti dispersi fino a riconoscere una forma, una figura, un senso.

    Anche le storie funzionano così.

    Restano lì, per un po’, separate: un’isola, una ragazza, una voce che canta.

    Poi, senza accorgercene, iniziano a chiamarsi.

    E allora capiamo che non stavamo leggendo storie diverse.
    Stavamo attraversando lo stesso territorio.

    C’è un momento, in molte di queste storie, in cui qualcosa si incrina.

    Un’illusione cade, un amore si deforma. Un’identità si spezza.

    Arturo scopre che il mondo che aveva costruito non regge il peso della realtà.

    I ragazzi di Hampden, in Dio di illusioni, si perdono dentro un’idea di perfezione che finisce per distruggerli.

    Le donne che abitano altre pagine — così diverse tra loro — conoscono tutte, in modi differenti, la stessa frattura.

    Come Eleanor Oliphant, che ha imparato a sopravvivere costruendo una distanza tra sé e il mondo, finché quella distanza non diventa insostenibile.

    O come Sayuri, che attraversa la propria vita indossando un’identità che non le appartiene del tutto, e proprio per questo impara a resistere, a trasformarsi, a restare.

    C’è chi subisce.
    Chi resiste.
    Chi si trasforma.

    Chi sopravvive.

    E poi ci sono le canzoni.

    Arrivano quando le parole non bastano più, quando il dolore ha bisogno di un’altra lingua.

    Le voci si incrinano, si sovrappongono alle storie, le attraversano.

    Jeff Buckley canta una preghiera che è anche una resa.
    I Pink Floyd trasformano l’assenza in eco.
    I Joy Division raccontano un amore che non salva.

    E in tutte, in modi diversi, ritorna la stessa domanda:

    cosa resta, quando ciò che credevamo vero smette di esserlo?


    Forse non esiste una risposta.

    O forse la risposta è proprio questa linea invisibile che continua a unire ciò che si è spezzato.

    Non torniamo mai davvero interi.

    Ma impariamo a riconoscerci nelle crepe, nelle mancanze, nelle trasformazioni.

    Come le stelle.

    Solitarie, lontane, irraggiungibili.

    Eppure, quando alziamo gli occhi nel modo giusto, diventano disegno, diventano orientamento.

    Diventano, in qualche modo, casa.

    ✨

    Questa è la prima di una serie di mappe narrative.
    Il prossimo punto della costellazione è già in costruzione.

  • 🗺️Geografie interiori

    L’isola dove finisce l’infanzia

    L’isola di Arturo, di Elsa Morante

    Qualche tempo fa sono stata a Procida.
    E, forse, non sono più veramente tornata.

    Ci sono luoghi che non sono semplicemente un paesaggio al di fuori di noi, ma si insinuano piano, fino a diventare parte di ciò che siamo stati.

    Procida, per Arturo, non è un’isola, ma un mondo intero. Un universo chiuso, perfetto, in cui tutto ha un senso preciso: il mare, le stagioni, le attese. E soprattutto, l’assenza.

    Arturo cresce senza una madre, e con un padre che è più un’idea che una presenza.
    Wilhelm non è un uomo: è un racconto. Un eroe lontano, un marinaio, un viaggiatore, qualcuno da immaginare, più che da amare. E allora Arturo riempie quel vuoto come può:
    con i libri, con le storie dei grandi Condottieri, con le mappe tracciate sull’atlante.

    E con il mare.

    Allora, i miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto… …mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!

    Il mare, a Procida, per Arturo è una promessa. Una voce che chiama, che illude, che consola. Un compagno silenzioso che sembra sapere tutto, e che tutto può mantenere. Perché l’infanzia è anche questo: credere che ciò che manca possa essere colmato dall’immaginazione.

    Arturo non si sente infelice, non davvero. Ma porta dentro di sé qualcosa che non sa nominare: la malinconia di un bambino che non sa dare un nome alla sua fame d’amore.

    Gli incantesimi, però, non durano per sempre. E anche Procida, che fino a quel momento aveva protetto Arturo come una boccia di cristallo, a un certo punto si incrina.

    Non succede nulla di eclatante, eppure cambia tutto.

    Il padre torna sull’isola, e con lui arriva Nunziata.
    Giovanissima. Estranea. Una presenza nuova in un mondo che fino a quel momento era rimasto immobile.

    Arturo non sa cosa prova. Sa solo che qualcosa dentro di lui si rompe.

    Il rifiuto, il disprezzo, la distanza: tutto in lui reagisce a quella figura che invade il suo spazio, il suo equilibrio, la sua idea di mondo.

    Ma sotto, più in profondità, si muove altro.

    Qualcosa di confuso, di indecifrabile, che non ha ancora un nome.
    Da quel momento, Procida cambia.

    Non è più il luogo delle corse spensierate, dei sogni eroici, delle attese felici.
    Diventa un luogo abitato da presenze reali, da desideri, da colpe.

    Arturo cresce. E crescere, qui, non è un passaggio dolce, ma uno strappo. I suoi tormenti non sono più immaginari, ma sono dentro la casa, nei silenzi e negli sguardi mancati.

    Ma, soprattutto, sono dentro di lui.

    La vera frattura, però, non riguarda la scoperta destabilizzante dell’amore, ma riguarda suo padre. Quella figura eroica che Arturo aveva costruito negli anni, alimentato dalla distanza e dall’immaginazione, si incrina fino a spezzarsi completamente.
    E quando accade, non resta nulla a cui può aggrapparsi. È una ferita definitiva, quella che separa per sempre ciò che siamo stati da ciò che diventiamo.

    La scrittura raggiunge livelli altissimi, mentre l’isola di Procida sfuma nei suoi contorni.
    Non è più solo un paesaggio, ma si confonde e si completa con l’anima di Arturo. La delusione e la sofferenza del ragazzo non trovano pace, ma in quel disincanto c’è una poesia di rara bellezza. Riusciamo a percepire l’intensità del suo dolore e, allo stesso tempo,
    non possiamo sottrarci al fascino di Procida, che continua ad abitare il cuore del giovane anche quando è spezzato dagli eventi.

    Indimenticabili le ultime righe, quando Arturo dice addio, a suo modo, all’isola: abitata dall’amore e dall’odio nella stessa misura, ma pur sempre parte di sé.

    L’isola è il simbolo della fanciullezza spensierata e dolce, in cui l’innocenza sembra eterna
    e la realtà è solo un’eco lontana che non ci sfiora mai. Ma quando la vita, inevitabilmente, irrompe con le sue dure leggi, anche Procida cambia volto: diventa desiderio di fuga, dispiacere, dolore.

    …Preferisco fingere che non sia esistita…
    …L’isola non si vedeva più.”

    L’isola scompare, ma solo alla vista.

    Resta come restano tutte le cose che ci hanno formato: mescolata all’amore, alla rabbia, alla nostalgia. Procida è l’infanzia, è l’illusione che possa durare per sempre. Ed è anche il momento esatto in cui capiamo che non è così. Perché crescere significa esattamente questo: imparare a distinguere la realtà dalla fantasia e scoprire, troppo tardi, le menzogne che ci siamo raccontati per poter restare.

    È un passaggio necessario, ma raramente indolore.

    E da certi luoghi, anche quando ce ne andiamo, non torniamo mai per davvero.

  • THE MAN WHO SOLD THE WORLD

    La puntina scende sul vinile e per un istante non succede niente. C’è quel piccolo spazio sospeso prima della musica, il fruscio appena percettibile del disco, poi la chitarra entra e con lei la voce di David Bowie.

    We passed upon the stair…

    Due uomini si incontrano su una scala. Si fermano, si parlano, ma fin dalle prime parole c’è qualcosa che non torna, perché quell’uomo non dovrebbe essere lì. È come incontrare qualcuno che appartiene a un tempo che credevi chiuso, una persona che avevi lasciato da qualche parte nella memoria e che improvvisamente ricompare davanti a te.

    Bowie non spiega chi siano quei due uomini, né che cosa stia realmente accadendo. La canzone resta sospesa tra un incontro reale, un ricordo, un’allucinazione, qualcosa che appartiene a una dimensione che non ha bisogno di essere decifrata. E più le parole vanno avanti, più quell’altro comincia a sembrarmi meno un estraneo e più una possibilità inquietante: che sia una parte di noi.

    Quella che abbiamo lasciato indietro mentre diventavamo qualcun altro.

    Non necessariamente in un momento preciso. A volte succede lentamente, quasi senza accorgercene: scegliamo una strada e ne abbandoniamo un’altra, impariamo ad adattarci, smettiamo di coltivare qualcosa che ci apparteneva, diventiamo la persona che pensiamo di dover essere. Continuiamo a vivere e non ci chiediamo nemmeno che cosa sia rimasto dall’altra parte.

    È qui che il titolo della canzone diventa per me molto più oscuro di quanto sembri. The Man Who Sold the World: l’uomo che ha venduto il mondo. Ma che cosa ha dato in cambio di ciò che è diventato?

    Bowie conosceva bene il tema della trasformazione. La sua carriera è stata una successione di identità, personaggi, metamorfosi. Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Thin White Duke: ogni volta qualcosa nasceva e qualcosa veniva lasciato andare. Cambiare pelle può essere una forma di libertà, ma ogni trasformazione porta con sé una perdita, anche quando quella perdita è necessaria.

    Forse è per questo che la canzone non ha bisogno di rabbia né di rimpianto. C’è piuttosto uno straniamento, la sensazione di guardare qualcuno che conosciamo intimamente e di non essere più certi di riconoscerlo.

    Anche la musica procede nello stesso modo.

    Quel giro di chitarra iniziale è ostinato, ipnotico, quasi trattenuto. Ti porta avanti senza spiegarti dove stai andando, mentre il dialogo sulla scala diventa sempre più difficile da collocare. Poi arriva l’assolo e qualcosa cambia davvero: la musica si apre, si deforma, perde per un momento i suoi contorni. È come se il terreno sotto quella conversazione cominciasse a cedere.

    E mentre la chitarra si allarga, si allarga anche il significato della canzone. Non stiamo più soltanto guardando quei due uomini sulla scala. Stiamo pensando alle persone che siamo stati, alle cose che abbiamo lasciato per strada, alle trasformazioni che ci sono accadute addosso mentre eravamo troppo occupati a vivere per accorgercene.

    Quando la voce torna, siamo rientrati nella canzone ma non esattamente nello stesso punto.

    È questo che mi affascina di The Man Who Sold the World: non racconta semplicemente la paura di perdersi. Racconta il momento in cui potresti incontrare ciò che hai perduto e scoprire che, dopo tutto questo tempo, non sai più se chiamarlo “altro” oppure “te stesso”.

    La puntina continua a girare mentre la canzone finisce e per qualche secondo rimane soltanto il fruscio del vinile.

    E penso a quella scala, a quei due uomini che si incontrano andando forse in direzioni opposte, e alla domanda che la canzone lascia lì, senza risolverla: se un giorno incontrassimo davvero una versione di noi che abbiamo lasciato indietro, sapremmo ancora riconoscerla?

    O forse sarebbe lei a riconoscere noi.

  • DIO DI ILLUSIONI. Il lato oscuro della bellezza

    Ci sono libri che arrivano accompagnati da un rumore enorme.
    E poi, quando li apri, quel rumore resta fuori.

    “Dio di illusioni” è uno di questi.

    Sono passati più di vent’anni dalla sua pubblicazione, eppure continua a essere un caso editoriale, un romanzo che divide, che accende discussioni infinite. Un esordio folgorante — cosa rara — che ha consacrato Donna Tartt come una voce impossibile da ignorare. Da allora ha scritto poco, pochissimo: Dio di illusioni, Il piccolo amico e Il cardellino, con cui ha vinto il Pulitzer.

    Io l’ho scoperta proprio da lì, dal clamore attorno a Il cardellino.
    E poi sono tornata indietro. All’inizio.

    E così ho preso in mano Dio di illusioni, con aspettative alte. Forse troppo.

    Perché quando tutti parlano di un libro come di qualcosa che deve scuoterti, stravolgerti, lasciarti addosso un segno — tu inizi ad aspettare quel momento. Lo cerchi.

    E io ho aspettato, per seicento pagine, senza trovarlo davvero.

    La scrittura di Donna Tartt mi ha messa alla prova.
    Io che amo la sobrietà, l’essenziale, mi sono ritrovata immersa in una prosa densa, a tratti ostica, fatta di pensieri lunghissimi, di digressioni, di lentezza.

    Eppure — ed è qui che il libro mi ha vinta — non sono mai riuscita a staccarmi.

    Perché ogni volta che chiudevo il libro, restavano delle immagini. Sempre le stesse.
    Il Vermont.
    La neve.
    Il silenzio rarefatto di un college isolato dal mondo.

    E Bunny.

    La storia si muove dentro le mura di un college elitario del Vermont, dove Richard arriva quasi per caso. Non appartiene a quel mondo — viene dalla provincia californiana, da una famiglia distratta, lontana anni luce da quell’idea di cultura aristocratica e raffinata.

    Eppure entra.

    E una volta dentro, scopre che Hampton non è solo prestigio e bellezza.
    Sotto la superficie si muove qualcosa di corrotto, febbrile, pericoloso.

    Un piccolo gruppo di studenti — cinque ragazzi e un professore — vive ai margini del college stesso. Studiano greco antico, ma in realtà studiano qualcos’altro: la possibilità di vivere fuori dal tempo.

    Julian, il loro mentore, è affascinante, ambiguo, quasi irreale. È lui a instillare l’idea che il mondo moderno sia volgare, incapace di comprendere la vera bellezza. Che i Greci, invece, avessero accesso a qualcosa di più profondo, più autentico.

    Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare.

    E allora i ragazzi decidono di spingersi oltre.

    Di provare a sentire davvero.
    Di evocare Dioniso.

    Il baccanale è il punto di rottura. Un esperimento, un gioco, una sfida.
    E poi qualcosa sfugge.

    L’estasi si trasforma in violenza, il rito in tragedia.

    Un uomo muore, e da quel momento tutto si incrina.

    Quella che sembrava una ricerca di bellezza assoluta si rivela per ciò che è: un’illusione costruita su un senso di superiorità fragile, pericoloso. Il gruppo si sgretola lentamente, sotto il peso del senso di colpa, della paura, della follia.

    Nessuna rivelazione, nessuna armonia.

    Solo conseguenze.

    Ci troviamo di fronte a un capovolgimento assoluto dei ruoli: il gruppo degli eletti diventa poco alla volta un manipolo di disperati, in balia degli eventi.

    Questo scambio attraversa tutto il romanzo, dall’inizio alla fine: assistiamo a una sorta di partita in cui i ruoli si invertono continuamente, le maschere si scambiano, vengono gettate, se ne indossano altre — come in una tragedia teatrale.

    Richard è l’outsider. Quello che guarda. Quello che desidera appartenere.
    Mente, si adatta, si trasforma pur di restare.

    All’inizio anche noi vediamo attraverso i suoi occhi: Henry è brillante, gli altri sono affascinanti. Bunny è fuori posto.

    Sbagliato.

    Ma Donna Tartt ci conduce esattamente dove vuole lei: ci fa credere, ci fa aderire, ci fa sbagliare.

    E poi ribalta tutto.

    Perché Bunny — volgare, fastidioso, imperfetto — diventa l’agnello sacrificale.
    E gli altri, i raffinati, i colti, gli eletti… diventano altro.

    Qualcosa di molto più oscuro.

    “Dio di illusioni” non mi ha cambiato la vita.

    Forse perché certi libri arrivano nel momento giusto, e questo non è stato quel momento. Forse perché i romanzi di formazione, oggi, mi attraversano in modo diverso.

    Ma mi ha lasciato qualcosa.

    Un’inquietudine sottile.
    Una riflessione sul male — su come si insinua, su quanto sia facile confonderlo con altro: con la bellezza, con il desiderio, con l’ambizione.

    Vale la pena leggerlo?

    Sì.

    Vale la pena attraversare questo fiume lento, denso, a tratti faticoso.

    Perché, anche quando sembra non succedere nulla, qualcosa si deposita.
    E resta.

    Il romanzo si apre con una scena che, in realtà, è la sua conclusione.
    Un’immagine che — come accennato all’inizio — porterò davanti agli occhi fino all’ultima pagina, esattamente come succede a Richard: Bunny, il corpo abbandonato in una posizione innaturale, morto da settimane.

    Ben prima che arrivi il disgelo.
    Ben prima che la neve, sciogliendosi, riveli l’orrore.

    Un segreto marcio, violento, crudele.

    Quel ragazzo giudicato sbagliato — privo di fede, incapace di comprendere l’ideale classico — diventa la vittima di giovani fanatici, incapaci di distinguere la realtà dal mondo che si sono costruiti.

    Follia omicida.
    Apoteosi del male.

    Un male che sa plasmare i deboli, che si insinua nelle abitudini malsane, che si camuffa nelle vite ordinarie di persone apparentemente perbene.
    Nella svogliatezza.
    Nella noia.
    Nell’apatia.

    E persino nell’eccesso: in quella ricchezza che solleva dalle preoccupazioni quotidiane, ma che può anche deformare lo sguardo, alimentando un senso di superiorità tanto seducente quanto pericoloso.

    E forse è proprio questo, il vero inganno.

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  • OUT. Le invisibili di Tokyo

    Tokyo di notte non dorme mai davvero.
    Ma nei capannoni di una fabbrica di colazioni preconfezionate il tempo sembra fermarsi.
    È lì che quattro donne, stanche e silenziose, iniziano senza saperlo una storia che nessuna di loro avrebbe mai immaginato.

    Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino, si presenta con un titolo che, bisogna dirlo, tradisce in parte l’originale. In Giappone il romanzo si chiama Out: una parola secca, essenziale, che contiene già tutto il senso della storia.

    In Italia invece il titolo scelto dall’editore Neri Pozza sembra promettere tutt’altro. Potrebbe far pensare a una versione giapponese delle “casalinghe disperate”.

    Ma questo libro è tutto fuorché una storia leggera.

    È un romanzo cupo, disturbante, che racconta la vita di quattro donne che lavorano nel turno di notte in una fabbrica dove si producono colazioni preconfezionate.

    Masako, Yayoi, Yoshie e Kuniko.

    Quattro vite molto diverse, unite da un’amicizia fragile nata tra i corridoi della fabbrica e la stanchezza delle notti passate a lavorare.

    Masako è la più lucida. La più intelligente.
    È anche la più sola: in casa sua ognuno vive come se gli altri non esistessero, in un silenzio che ha il peso dell’indifferenza.

    Yayoi è dolce e paziente. Troppo paziente.
    Suo marito ha dilapidato i suoi guadagni tra prostitute e gioco d’azzardo, lasciandola intrappolata in una vita fatta di umiliazioni taciute.

    Yoshie ha il corpo pesante e il volto segnato dalla fatica.
    Lavora di notte e di giorno accudisce una suocera gravemente invalida che la divora lentamente.

    E poi c’è Kuniko, la più giovane.
    Vive inseguendo un’idea di lusso che non può permettersi e per questo si è indebitata con diverse finanziarie. I soldi non bastano mai.

    Sono donne stanche.
    Donne invisibili.

    È in questo scenario che accade l’irreparabile.

    Un giorno la pazienza di Yayoi si spezza.

    Davanti all’ingresso di casa si sfila la cintura e la stringe intorno al collo del marito.
    Quando l’uomo muore, nel panico chiama l’unica persona che può aiutarla: Masako.

    Da quel momento il romanzo precipita in una spirale oscura.

    L’orrore attraversa ogni pagina.

    Sta nella lucidità con cui Masako seziona il corpo di Kenji nella vasca da bagno di casa propria. Sta nella ricompensa che Yayoi promette alle altre due donne in cambio del loro aiuto per far sparire le buste di plastica che contengono i resti del marito.

    E loro accettano.

    Perché il denaro è l’unica via di fuga che riescono a immaginare.

    Masako arriva a pensare che fare a pezzi il corpo di un uomo che non ha mai amato non sia poi così diverso dal gettare la spazzatura.

    Ed è forse questo il momento più disturbante del romanzo.

    Ma la vera mostruosità, nel mondo raccontato da Kirino, non è l’omicidio.

    È ciò che lo rende possibile.

    Sono le relazioni tossiche, i matrimoni svuotati, le vite consumate dal lavoro e dalla solitudine.

    Le donne di questo romanzo sono emarginate.
    Creature invisibili che la gigantesca Tokyo produttiva inghiotte senza accorgersene.

    E la loro solitudine, in mezzo a quel formicaio di persone sempre in movimento, diventa ancora più spaventosa.

    Perché è proprio lì, dentro quella solitudine, che può nascere l’orrore.

     

  • HALLELUJAH

    HALLELUJAH

    Ogni venerdì una puntina scende su un vinile.
    E da lì comincia una storia.

    Quella di oggi è la storia di una canzone che ha impiegato anni per trovare la sua forma.

    Negli anni Ottanta Leonard Cohen lavorava a un brano che sembrava continuare a sfuggirgli. Scriveva versi, li cancellava, li riscriveva da capo. Si racconta che passasse ore seduto sul pavimento di una stanza d’albergo, circondato da fogli pieni di parole. Alla fine le strofe diventano decine. Forse ottanta, forse addirittura di più.

    Dentro quelle pagine c’è di tutto: storie d’amore, richiami biblici, desiderio, disincanto, spiritualità e carne. Una sola parola ritorna continuamente, come un ritornello ostinato:
    hallelujah. Alleluia.

    Quando la canzone esce nel 1984 nell’album Various Positions succede però qualcosa di curioso: quasi nessuno se ne accorge. La canzone resta lì, silenziosa, come se stesse aspettando il momento giusto per essere ascoltata davvero.

    Quel momento arriverà qualche anno dopo, quando un giovane musicista americano, Jeff Buckley, decide di cantarla a modo suo. Nel suo album, Grace, la canzone cambia pelle.

    Non è più soltanto una composizione di Cohen. Diventa qualcosa di più fragile, più umano, quasi sospeso.

    Il vinile gira lento.

    Prima arriva quel leggero fruscio che anticipa sempre la musica, poi la chitarra entra piano.

    E quando la voce di Jeff Buckley comincia a cantare, la stanza sembra fermarsi per un attimo. Non succede nulla di spettacolare, solo una voce che sale e scende, tra luce e malinconia, seguendo le armonie del brano, senza interpretarlo. Semplicemente, lo attraversa.

    Hallelujah non è una canzone sulla perfezione, non glorifica nulla.

    E’ una canzone che celebra la vita, con tutte le sue contraddizioni. Dentro ci sono il desiderio e la fede, la luce e l’ombra, l’amore e la perdita. Tutto quello che rende umana un’esistenza.

    Cohen lo suggerisce in uno dei versi più famosi: esiste un hallelujah sacro… e uno spezzato.

    Ed è proprio qui che ogni volta mi fermo ad ascoltare davvero.

    Perché il testo di Leonard Cohen è di una complessità sorprendente, una preghiera laica in cui convivono mille anime diverse. Ogni volta che la ascolto ho quasi la sensazione di non riuscire ad afferrarla del tutto, come se la canzone fosse sempre un passo più avanti rispetto a chi la ascolta.

    Forse è proprio questo il suo segreto. Hallelujah non è una canzone che si lascia spiegare una volta per tutte. È una canzone che cambia con chi la ascolta, un dialogo continuo tra autore e ascoltatore in cui ognuno finisce per trovare il proprio significato.

    Il vinile smette di girare.

    Ma la storia resta lì, da qualche parte dentro di noi.

  • ITALIANA. Quando la libertà ha il volto di una brigantessa

    Cosa significa essere italiani all’alba del 1861?

    Il 17 marzo di quell’anno nasce ufficialmente il Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II, dopo le guerre d’indipendenza e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi.

    Sui libri di scuola quella stagione viene raccontata come il compimento di un sogno.
    Ma per molti, soprattutto nel Sud, le cose andarono diversamente.

    È proprio dentro questa frattura tra sogno e realtà che prende forma la storia raccontata in Italiana di Giuseppe Catozzella, che ci porta nella Calabria dell’Ottocento per farci incontrare una figura quasi dimenticata dalla storia: Maria Oliverio, detta Ciccilla, considerata la prima brigantessa d’Italia.

    Per capire davvero la sua storia bisogna tornare indietro, a quell’alba del 1861 in cui nasce ufficialmente il Regno d’Italia. Dopo le guerre d’indipendenza e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, il Sud viene annesso al nuovo stato sotto Vittorio Emanuele II.

    Sui libri di scuola quella stagione appare come il compimento di un sogno.
    Ma per molti, soprattutto nel Mezzogiorno, le cose andarono diversamente.

    Il sistema dei latifondi rimase immutato, le promesse di redistribuzione delle terre non furono mantenute, e nelle campagne si diffuse un sentimento di tradimento che alimentò rivolte e sacche di resistenza. È in questo clima di tensione e disillusione che prende forma la storia di Ciccilla.

    Maria nasce nel 1841 a Casole, un piccolo paese immerso nel cuore della Sila.
    È una terra aspra e bellissima, fatta di boschi profondi e montagne che sembrano custodire segreti antichi.

    Fin da bambina Maria sente un legame quasi viscerale con quei luoghi.
    È tra quei sentieri che sperimenta per la prima volta una sensazione rara per una ragazza del suo tempo: la libertà.

    La sua famiglia vive come la maggior parte dei contadini dell’epoca, lavorando le terre dei signori locali. La povertà è dura, ma il vero terremoto arriva con il ritorno della sorella maggiore Concetta, cresciuta lontano dal paese dopo essere stata adottata da una famiglia aristocratica napoletana.

    La sua presenza sconvolge gli equilibri familiari e segna profondamente la vita di Maria.

    È allora che la ragazza trova rifugio dalla zia soprannominata “Terremoto”, una donna solitaria che vive ai piedi del Monte Botte Donato. Con lei Maria impara a vivere nei boschi, a riconoscere i ritmi della natura e a sviluppare quella forza selvaggia che un giorno la renderà una figura leggendaria.

    La svolta arriva con l’incontro con Pietro Monaco, giovane carbonaro animato dagli ideali di libertà che stanno attraversando l’Italia. Pietro partecipa alle imprese garibaldine, convinto che l’unità porterà giustizia e dignità anche al Sud.

    Ma quando capisce che le promesse fatte al popolo non verranno mantenute, qualcosa in lui si spezza.

    Deluso e furioso, abbandona tutto e si rifugia tra le montagne della Sila insieme ad altri ribelli. È l’inizio del brigantaggio.

    Maria lo seguirà poco dopo, spinta da un destino che ormai sembra non lasciarle alternative.

    Tra le grotte e i boschi della Sila Maria smette di essere soltanto Maria.
    Diventa Ciccilla.

    Una brigantessa fiera, temuta, bellissima, capace di guidare uomini e di sopravvivere in un mondo dominato dalla violenza. Le sue imprese attraverseranno l’Italia e arriveranno perfino in Francia, dove Alexandre Dumas ne racconterà le gesta sul giornale L’Indipendente.

    Ma la forza di questo romanzo non sta solo nella dimensione storica.

    Il vero cuore del libro è la voce di Maria.

    Catozzella sceglie di raccontare la sua storia in prima persona, entrando con sorprendente sensibilità nel mondo interiore di una giovane donna divisa tra due identità: Maria, la ragazza che desidera una vita semplice, e Ciccilla, la guerriera che sceglie la libertà anche quando questa significa solitudine e violenza.

    Attorno a lei ruota un universo femminile potente: la madre, la sorella, la zia Terremoto, la maestra. Perfino una lupa che la riconosce come capo branco diventa una presenza simbolica, quasi mitica.

    E poi c’è la Sila. La Sila non è soltanto il luogo in cui Maria cresce, ma è qualcosa di più profondo. I boschi diventano il suo rifugio quando la casa smette di esserlo, il suo orizzonte quando la vita sembra chiuderle ogni strada. Tra quei sentieri impara a riconoscere i suoni della natura, a muoversi libera, a respirare lontano dalle regole e dalle ingiustizie degli uomini.

    È lì che nasce il carattere di Ciccilla.
    Prima ancora della brigantessa, prima ancora della leggenda.

    Tra i momenti più intensi del romanzo c’è l’incontro con la lupa. Non è solo un animale selvatico che appare nei boschi della Sila. È un riflesso. Ciccilla si specchia nei suoi occhi gialli e vi riconosce qualcosa di familiare: la stessa diffidenza verso gli uomini, la stessa fame di libertà, la stessa ostinazione a restare viva in un mondo che prova continuamente a piegarti.

    In quello sguardo non c’è paura, solo riconoscimento.
    Come se la montagna stessa, attraverso quella creatura antica, avesse deciso di accoglierla tra i suoi figli.

    Alla fine Italiana non è soltanto il racconto di una brigantessa.

    È la storia di una donna che combatte per essere libera.
    Ma è anche la storia di un paese appena nato, ferito e contraddittorio, unito sulla carta ma ancora in cerca di una vera identità.

    Un paese che forse, ancora oggi, sta cercando di capire cosa significhi davvero essere italiani.

  • PEOPLE HAVE THE POWER

    Ogni venerdì una puntina scende su un vinile.
    E da lì comincia una storia.

    People Have the Power nasce alla fine degli anni ’80, quando Patti Smith torna alla musica dopo alcuni anni di silenzio. La canzone viene scritta insieme al marito, Fred “Sonic” Smith, ed è ispirata a un sogno: persone comuni che si rendono conto, all’improvviso, di avere la forza di cambiare il mondo. Non un gesto eroico, non un atto spettacolare. Solo una presa di coscienza collettiva.
    Quando il brano esce nel 1988, nell’album Dream of Life, è già qualcosa di più di una canzone. È quasi una dichiarazione.

    Eppure la prima cosa che colpisce non è la rabbia.
    È l’energia.

    People Have the Power non è una canzone cupa o disperata. Non parla di ciò che manca, ma di ciò che potrebbe esistere. È un pezzo che cresce lentamente, come se prendesse fiato, fino a quel ritornello che sembra spalancare una porta: the people have the power.

    Ogni volta che la ascolto ho la sensazione che parli di qualcosa di molto semplice e molto difficile allo stesso tempo: ricordarsi che non siamo solo spettatori della nostra vita.

    Non è necessario pensare in grande, perché il potere di cui parla questa canzone è minuscolo. È la decisione di restare umani. Di non diventare cinici. Di continuare a credere che i gesti delle persone — anche i più piccoli — possano cambiare qualcosa.

    Ascoltarla su vinile rende tutto più fisico.
    La puntina scende, il suono ha una grana quasi ruvida, e quando il ritornello arriva sembra riempire la stanza. Non è una canzone da ascoltare in sottofondo: è una di quelle che ti fa alzare lo sguardo, come se qualcuno avesse acceso una luce.

    Forse è per questo che, dopo tante canzoni malinconiche o notturne, oggi avevo bisogno proprio di questa.
    Di qualcosa che non neghi la fatica del mondo, ma che continui a ricordare che dentro quella fatica esiste ancora uno spazio di possibilità.

    E che a volte basta una voce — e una canzone — per ricordarcelo.

    Il vinile smette di girare.
    Ma la storia resta lì, da qualche parte dentro di noi.

  • ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO – Restare nel mondo, nonostante tutto

    Alcune donne non fanno rumore. Non alzano la voce, non chiedono aiuto, non sembrano avere bisogno di niente. Semplicemente funzionano, o almeno è quello che vogliono far credere.

    Eleanor Oliphant ha trent’anni, un lavoro stabile, una casa ordinata e abitudini rigorose che scandiscono le sue settimane con una precisione quasi matematica. Mangia sempre le stesse cose, veste in modo pratico, trascorre i fine settimana da sola e sembra perfettamente in grado di occuparsi di sé. Se le chiedi come sta, risponde sempre allo stesso modo: “Sto benissimo.”

    Quando ho iniziato Eleanor Oliphant sta benissimo ero diffidente. C’era stato troppo clamore intorno a questo romanzo, troppe recensioni entusiaste, e lo ammetto: all’inizio Eleanor mi irritava. Era rigida, socialmente inadeguata, incapace di cogliere quelle sfumature delle relazioni umane che per la maggior parte di noi sono quasi automatiche. Più di una volta ho pensato di chiudere il libro.

    Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.

    Gail Honeyman mi ha fatto entrare nella vita di Eleanor senza forzature, attraverso piccoli dettagli che all’inizio sembrano soltanto eccentricità e che poco alla volta assumono un significato diverso: una frase pronunciata nel momento sbagliato, un silenzio che dura più del necessario, la ripetizione ostinata di gesti e abitudini, un fine settimana che si allunga fino a diventare difficile da attraversare. È in queste piccole crepe che cominciamo a intuire che quel “benissimo” non è una condizione, ma una difesa costruita con cura.

    Non voglio raccontare troppo della trama. Nella vita di Eleanor entrano lentamente alcune presenze — un collega gentile, un incontro inatteso, un gesto di cura — e quello che sembrava un isolamento perfettamente organizzato comincia a incrinarsi. Da quelle crepe entra aria, ma entra anche qualcosa di più difficile da gestire: la possibilità di lasciarsi vedere dagli altri.

    La parola che più spesso è stata associata a questo romanzo è resilienza, un termine che ormai rischia di essere usato così tanto da aver perso parte della sua forza. Eppure, nel caso di Eleanor, torna ad avere un significato concreto, perché non c’è niente di eroico nel modo in cui prova a stare meglio. Non c’è ottimismo forzato e nemmeno la retorica del “volere è potere”. Ci sono la fatica, l’imbarazzo, la paura e la difficoltà di accettare che per cambiare sia necessario anche lasciarsi aiutare.

    Eleanor non si salva da sola, almeno non nel senso in cui siamo abituati a pensare alle storie di emancipazione. Le persone che entrano nella sua vita hanno un ruolo importante, e alcune di loro le offrono qualcosa che fino a quel momento le era mancato: una presenza, un gesto di gentilezza, la possibilità di sentirsi parte del mondo. Ma l’aiuto degli altri non può fare al posto suo il lavoro più difficile, quello di guardare ciò che è successo e decidere che non dovrà definire per sempre la persona che è.

    È questo che me la fa sentire una figura femminile così potente. Non perché sia forte nel senso tradizionale del termine, ma perché la sua trasformazione non passa attraverso un’improvvisa rivelazione o un gesto spettacolare. Avviene lentamente, quasi in sordina, mentre impara a riconoscere le proprie ferite e a capire che può esistere anche al di fuori di esse.

    Alla fine del romanzo, quel “sto benissimo” non ha più lo stesso suono. Non è diventato improvvisamente vero, e proprio per questo mi piace: dentro quelle parole c’è la possibilità di stare meglio, di avere ancora qualcosa da costruire, di non essere più soltanto la somma delle cose che ci sono accadute.

    Eleanor non ha combattuto una battaglia eclatante, ma ad a un certo punto ha cominciato a fare una cosa molto più semplice e nello stesso tempo molto più difficile: è rimasta nel mondo abbastanza a lungo da permettere al mondo di raggiungerla.

    E forse è proprio questa, per lei, la forma più concreta di libertà.

     

  • FIX YOU

    FIX YOU

    Ci sono canzoni che arrivano nella nostra vita prima ancora che sappiamo di averne bisogno. Le ascoltiamo, ci piacciono, magari ci commuovono, ma rimangono ancora un po’ fuori da noi, come qualcosa che riconosciamo senza sentire davvero che ci appartenga. Poi succede qualcosa e, quando le riascolti, ti accorgi che stavano semplicemente aspettando il momento giusto.

    Fix You dei Coldplay è una di quelle canzoni.

    All’inizio degli anni Duemila Chris Martin si trovò davanti a un dolore che non era il suo, ma che gli stava accanto ogni giorno: quello di Gwyneth Paltrow, che aveva appena perso il padre, a cui era profondamente legata. Lei gli parlò di quel senso di smarrimento che segue certe perdite, di quel vuoto che sembra inghiottire tutto il resto e lasciare la vita improvvisamente senza punti di riferimento. Martin, davanti al dolore della persona che amava, fece quello che sapeva fare: scrisse. Le parole arrivarono quasi subito, semplici e dirette: “When you try your best but you don’t succeed“.

    La musica, invece, non arrivava.

    Aveva in testa un suono che ricordasse un organo, qualcosa capace di stare accanto al dolore senza sovrastarlo, ma per qualche tempo quel suono rimase soltanto nella sua testa. Poi, tra gli oggetti del padre di Gwyneth, Martin trovò una tastiera nuova, ancora intonsa, mai utilizzata. La accese quasi per caso e si trovò davanti proprio a quel suono che stava cercando. Una di quelle coincidenze che sembrano avere bisogno di una storia intorno per poter essere credute: una tastiera rimasta inutilizzata tra le cose di un uomo che non c’era più e, dall’altra parte, qualcuno che cercava una musica per stare accanto al dolore di sua figlia. Le parole trovarono finalmente la loro casa e nacque Fix You.

    Per anni l’ho ascoltata come si ascolta una canzone intensa, oggettivamente bella. Mi emozionava, certo, ma non mi apparteneva del tutto. Poi, diciassette anni fa, ho perso anch’io mio padre e improvvisamente quelle parole hanno trovato un posto preciso dentro di me. Oggi avrebbe compiuto 88 anni e faccio fatica persino a immaginarlo così anziano, perché per me il suo volto è rimasto fermo a quell’ultimo tempo che abbiamo condiviso e, in un certo senso, è rimasta lì anche una parte di me.

    Ricordo soprattutto lo smarrimento del dopo. Non soltanto la tristezza, ma quella sensazione per cui il mondo continua a muoversi mentre tu non riesci più a capire bene dove mettere i piedi, come se il terreno sotto di te avesse perso consistenza. Mi sembrava di vivere dentro una gigantesca bolla, separata dal resto delle persone, dalle loro giornate normali, dalle cose che continuavano ad accadere mentre per me era successo qualcosa di irreversibile che aveva cambiato la forma stessa del mondo.

    È stato allora che Fix You ha smesso di essere soltanto una bella canzone ed è diventata un luogo in cui riconoscermi.

    All lights will guide you home.

    Quella frase arrivava esattamente nel punto in cui ne avevo bisogno, perché in quel momento non cercavo qualcuno che mi spiegasse come stare meglio e nemmeno una soluzione a qualcosa che soluzione non poteva avere. Cercavo una luce, un punto da seguire quando tutto intorno era diventato indistinto, qualcosa che mi permettesse almeno di immaginare una strada per tornare a casa.

    Ed è questo che ancora oggi mi colpisce della canzone. Il titolo potrebbe far pensare alla promessa di aggiustare ciò che si è rotto, ma il dolore non funziona così e una perdita non è qualcosa che possa essere riparato. La musica lo sa. Parte quasi in punta di piedi, con quelle prime note d’organo che sembrano arrivare da molto lontano, poi lentamente cresce, si allarga, prende spazio fino al crescendo finale. Quando la ascoltavo allora non sentivo di avere finalmente tra le mani la soluzione ai miei guai. Sentivo piuttosto la possibilità di resistere, di restare in piedi abbastanza a lungo da attraversare quel momento.

    Oggi quello smarrimento non è più il peso che era allora, perché è qualcosa che ho attraversato e che mi ha trasformata profondamente, senza riuscire a distruggermi. Ci sono dolori che con il tempo non fanno necessariamente meno male: cambiano il posto che occupano dentro di noi. Quello che una volta era una ferita aperta può diventare una memoria viva, qualcosa che non sanguina più ma che continua ad avere una consistenza, un odore, una temperatura. A volte basta una canzone per riportarlo vicino.

    Ogni volta che la puntina scende sul vinile e partono quelle prime note d’organo, sento ancora qualcosa di quella ragazza che si trovava dall’altra parte della perdita, ma insieme a lei c’è anche la donna che sono diventata. La nostalgia non mi chiede più di tornare indietro: posso guardare quel tempo senza esserne travolta, accettando anche ciò che avrei voluto diverso e che tuttavia ha contribuito a portarmi fin qui. La canzone non ha riportato mio padre indietro e non ha cancellato il dolore di averlo perso, ma allora mi ha offerto qualcosa che forse era tutto ciò di cui avevo bisogno: una presenza mentre imparavo a stare dentro la sua assenza.

    La canzone è rimasta la stessa. Sono cambiata io.

    E quando arriva quel crescendo e la voce di Chris Martin si alza insieme alla musica, oggi non penso più a qualcosa che deve essere aggiustato. Penso a tutto quello che, nonostante il dolore, è riuscito a rimanere in piedi.