L’età dell’innocenza di Edith Wharton
Avevo questo libro da anni.
Una vecchia edizione economica Feltrinelli, rimasta pazientemente ad aspettarmi nella libreria. Ogni tanto la vedevo e pensavo: prima o poi lo leggerò. Ma nella mia testa L’età dell’innocenza apparteneva alla categoria dei grandi classici da affrontare con una certa disciplina.
Insomma: pensavo fosse un mattone.
E invece mi sono ritrovata dentro una storia che mi ha sorpresa per la sua intelligenza, la sua ironia e soprattutto per una scrittura capace di non sprecare nulla.
Edith Wharton non ha bisogno di spiegare.
Non sottolinea, non insiste.
Nei suoi dialoghi, spesso, le parole sono pochissime e quello che accade tra una frase e l’altra è enorme.
Ci sono conversazioni in cui apparentemente non succede quasi niente e, sotto la superficie, si stanno decidendo destini interi.
Ho cominciato a guardare Ellen.
Poi Newland.
E tra loro ho visto qualcosa che mi è sembrato molto più interessante di una semplice storia sentimentale: una breccia.
Uno strappo nel tessuto perfettamente ordinato di un mondo che, per non cambiare, ha imparato a non guardarsi troppo da vicino.
Ellen, la donna che vuole appartenersi
Ellen Olenska entra in quel mondo come una presenza scomoda.
Non perché abbia deciso di combatterlo, ma perché non sembra più disposta a recitare la parte che quel mondo ha scritto per lei.
Vuole essere libera.
E la cosa più sorprendente è che non cerca semplicemente di sostituire un vincolo con un altro. Non sembra aver bisogno di appartenere a qualcuno per sentirsi finalmente libera.
Vuole appartenere a se stessa.
È un desiderio semplicissimo, e proprio per questo rivoluzionario in una società che non riesce nemmeno a concepire che una donna possa desiderare la propria libertà senza che dietro ci sia necessariamente un altro uomo.
Ellen non è però una creatura idealizzata.
È imperfetta, inquieta, contraddittoria. Ha desideri e debolezze, e non ha paura di lasciare intravedere ciò che le abita dentro.
Non vuole essere una donna perfetta. Vuole essere una donna intera.
La sua ribellione non è rumorosa, è una ribellione silente, ed è proprio per questo che è così potente.
Ellen entra in una stanza e, senza fare quasi nulla, costringe gli altri a guardarsi.
Quando gli altri vedono lo scandalo
C’è un momento, nel romanzo, in cui questa sua diversità mi è sembrata ancora più evidente.
Quando qualcuno viene espulso dal cerchio della rispettabilità e improvvisamente tutti sembrano dimenticare di averlo conosciuto, Ellen non si adegua.
Lei vede ancora una persona.
È un dettaglio, ma è nei dettagli che Wharton costruisce il carattere dei suoi personaggi.
Gli altri vedono lo scandalo, la reputazione, il giudizio sociale.
Ellen vede ciò che rimane quando tutto questo viene tolto. Non perché sia migliore degli altri, ma perché non ha ancora imparato — o non vuole imparare — a smettere di vedere l’essere umano quando il mondo decide che non è più degno di essere guardato.
Newland, l’uomo diviso
Newland Archer è molto più difficile da giudicare.
Non è un ribelle, ma non è nemmeno un conformista inconsapevole.
Conosce perfettamente il mondo nel quale vive. Ne comprende le regole, ne riconosce le ipocrisie, ne vede le assurdità.
Il problema è che quelle regole sono entrate così profondamente dentro di lui da essere diventate quasi indistinguibili dalla sua stessa identità.
È abbastanza libero da accorgersi della propria prigione, ma non abbastanza da uscirne.
Ellen lo costringe a guardare ciò che prima poteva permettersi di ignorare.
Non gli offre semplicemente la possibilità di un amore diverso, ma gli fa intravedere un’altra versione di sé: un uomo capace di vivere senza misurare continuamente ciò che desidera con ciò che gli è consentito desiderare.
Ed è proprio questo che lo destabilizza più di tutto, perché Newland non è privo di consapevolezza. Al contrario. Lui sa perfettamente cosa prova. Sa cosa c’è di falso intorno a lui, sa che esiste una distanza tra la vita che conduce e quella che potrebbe vivere.
Ma comprendere qualcosa e riuscire a sostenerne le conseguenze sono due cose molto diverse. Per questo non riesco a considerarlo semplicemente un uomo senza coraggio.
È un uomo diviso tra due forme di verità: quella che gli è stata insegnata e quella che ha cominciato a scoprire da solo.
Due persone ai lati della stessa frattura
Ed è qui che Ellen e Newland diventano, per me, un vero ritratto specchio.
Non sono uguali, e probabilmente è proprio per questo che si riconoscono.
Ellen vede in Newland qualcosa che potrebbe essere diverso. Newland, guardando Ellen, intravede per la prima volta la possibilità di essere diverso da ciò che il suo mondo gli ha insegnato a essere.
Si guardano attraverso una frattura, come dentro uno specchio che restituisce il volto dell’altro e, insieme, quello che ciascuno avrebbe potuto essere.
Lei ha trovato il modo di difendere una parte di sé.
Lui ha appena cominciato a capire quanto gli costi non averlo fatto prima.
E per questo la loro distanza non è soltanto quella tra due persone che si desiderano e non possono aversi, ma tra due modi diversi di stare al mondo.
Da una parte chi prova a vivere secondo ciò che sente.
Dall’altra chi ha imparato talmente bene le regole del proprio mondo da non riuscire più a separarle da se stesso.
La breccia è lì.
E loro si vedono.
Tre parole e ottomila silenzi
Ci sono scene in cui un romanzo sembra fermarsi.
Non accade quasi nulla, le parole sono poche, eppure il lettore ha la sensazione che stia accadendo tutto.
Quella sul traghetto è una di queste.
Non voglio raccontarla, perché sarebbe quasi un peccato spiegare una scena costruita proprio sul non detto.
Poche parole. Ottomila silenzi.
E dentro quei silenzi ci sono il desiderio, la paura, la responsabilità, la possibilità.
Ci sono momenti in cui due persone si sono già dette tutto senza averlo davvero pronunciato.
Wharton non ha bisogno di grandi dichiarazioni, bastano una frase, una pausa, una risposta che non arriva, e improvvisamente il lettore sente tutto il peso di ciò che potrebbe accadere.
È una delle scene in cui ho amato di più la scrittura della Wharton, perché sembra quasi che le parole siano soltanto la superficie.
Il vero dialogo avviene sotto.
Quello che resta del sogno
Molti anni passano.
Le vite cambiano, le persone cambiano, eppure alcune presenze continuano ad abitare la memoria con una nitidezza che il tempo non riesce a cancellare.
Non voglio raccontare ciò che accade.
Voglio lasciare intatta quella sensazione che mi ha accompagnata nelle ultime pagine: quella di trovarmi davanti a qualcosa che Wharton mi ha costretto a guardare in modo diverso, con una delicatezza struggente, quasi crudele.
C’è Newland, su una panchina, con tutta la vita alle spalle e dentro di sé tutto ciò che è stato, tutto ciò che avrebbe potuto essere, tutto ciò che ancora non ha smesso di interrogarlo.
Ed è qui che il romanzo mi ha commossa profondamente. Non soltanto per la nostalgia, ma per il peso delle vite possibili.
Quelle che abbiamo vissuto e quelle che, per ragioni che forse nemmeno noi sappiamo spiegare, sono rimaste per sempre nella nostra memoria.
Il resto lo lascio a Edith Wharton.
Il finale è suo.
E suo deve rimanere.
La domanda
Forse è per questo che Newland mi è rimasto così addosso. Perché non è soltanto un uomo di un altro secolo, prigioniero di convenzioni che oggi ci sembrano assurde.
È un uomo.
E tutti, prima o poi, abbiamo conosciuto la distanza tra ciò che desideriamo e ciò che riusciamo a fare della nostra vita.
Questo è ciò che Edith Wharton ci lascia in eredità: non una risposta, ma una domanda.
Quanto coraggio serve per trasformare una possibilità in una vita?
Io, per questa volta, lascio Newland sulla sua panchina.
E mi porto a casa la domanda.


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