Alcune canzoni sono così iconiche che hanno travalicato tutti i confini di genere, diventando nel tempo un simbolo assoluto della musica contemporanea.
“Wish you were here” dei Pink Floyd è una di queste. E questa è la sua storia.
E’ il 1975 e i Pink Floyd, dopo l’enorme successo ottenuto con il loro ottavo album in studio The Dark Side of The moon , pubblicato un paio di anni prima, sono ormai entrati nell’olimpo del Rock. La formazione della band però non è più la stessa delle origini: Syd Barrett, chitarrista e fondatore del gruppo insieme a Roger Waters, era stato allontanato anni prima dagli altri membri della band a causa di problemi psichiatrici che rendevano impossibili le performance sul palco.
L’addio di Syd Barret
Tra il 1965 e il 1966, durante i primi concerti nei club di Londra, Barrett trascinò i Pink Floyd nella sperimentazione musicale con il suo stile eclettico fatto di dissonanze e distorsioni, creando suoni sovrannaturali che ipnotizzavano letteralmente il pubblico. Ricorda Pete Brown: «Syd Barrett faceva un incredibile lavoro sul palco. Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita nei “light shows”: una creatura dell’immaginazione. I suoi movimenti parevano orchestrati per armonizzarsi con le luci e sembrava un’estensione naturale, l’elemento umano, di quelle immagini liquide.»
Fu un genio assoluto il cui stile ebbe un forte impatto sui musicisti delle generazioni a venire ed influenzò in modo indelebile le correnti di rock alternativo. Purtroppo però un estro straordinario non bastò a salvarlo dai suoi demoni: la sua parabola discendente fu rapida ed impietosa. Il 26 gennaio del 1968 i Pink Floyd, esasperati dai comportamenti di un Barrett sempre più ottenebrato dall’abuso di LSD e altre droghe pesanti, decidono di non passare a prenderlo prima di partire per un concerto a Southampton: da quel momento in poi verrà sostituito da David Gilmour, con cui la band entrerà definitivamente nella leggenda.
Barrett però non se ne andò mai veramente: tutta la produzione successiva al suo allontanamento trasse ispirazione da lui, dalle sue visioni psichedeliche, dalla sua ecletticità, come se fosse un fantasma che avvolgeva ogni nota, ogni giro di chitarra. Come affermò in seguito Waters, Syd Barrett era il cuore pulsante del progetto Pink Floyd: doverci rinunciare fu molto complicato, anche da un punto di vista emotivo.
La genesi
Il periodo di Barrett fu contrassegnato da sonorità molto all’avanguardia, che accostarono la band al filone del rock psichedelico, di cui si può dire furono i pionieri; successivamente, con l’ingresso di David Gilmour alla chitarra, gli equilibri del gruppo cambiano. Waters, rimasto unico leader della band, compie scelte decisamente più pop e si accosta al rock progressivo, pur continuando a sperimentare e a fondere insieme elementi di generi musicali diversi.
Torniamo nel vivo della nostra storia: Waters e compagni entrano agli Abby Road Studios di Londra per registrare il nono album della loro carriera, con in mano un pugno di canzoni scritte durante il loro ultimo tour, l’ennesimo senza Syd. E’ un concept album che esplora gli aspetti amari dell’esistenza, come il cinismo del mercato discografico che non rispetta l’ideale artistico dei musicisti, e ne calpesta il valore. Ma soprattutto l’album parla del senso di perdita, di mancanze, di quei legami che la vita spezza impietosamente. Il tema centrale è l’assenza di Barrett, a cui viene esplicitamente dedicato il pezzo che apre il disco “Shine On You Crazy Diamond“.
Mentre la band stava proprio incidendo quel brano , nello studio di registrazione entrò un uomo in sovrappeso, con in mano una busta della spesa, i capelli e le sopracciglia rasati. In un primo momento nessuno riconobbe quell’uomo dallo sguardo smarrito: poi Gilmour capì che si trattava di Syd Barrett. Barrett non reagì in modo particolare alle domande e ai tentativi di conversazione, e nemmeno sembrò cogliere il senso di quel pezzo che stavano incidendo sul vinile. Sembrava provenire da un altro mondo, come se il fantasma che aleggiava da anni tra di loro avesse improvvisamente preso le sembianze dell’amico di sempre, ormai alienato. Nessuno di loro lo rivedrà mai più fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 2006.
Dopo quell’episodio il senso di colpa e la nostalgia nei confronti di Barrett si acuiscono e si sublimano in quello che diventerà uno dei brani più iconici di tutti i tempi: Gilmour con una chitarra acustica a 12 corde compone un riff lento, dalle note blues, su cui Waters scrive un testo malinconico e denso di significato, che ancora una volta parla di assenza e senso di perdita.
Ancora una volta, dedicato a Syd.
I versi ci invitano a riflettere sulla nostra esistenza, a saper scegliere una vita autentica e libera da una di facciata in cui stiamo per abitudine che ci intrappola e ci rende infelici, recitano di un paradiso indistinguibile dall’inferno, di eroi scambiati per fantasmi. Un immaginario che è entrato nella cultura pop della nostra epoca, in cui è difficile forse intravedere e comprendere l’amarezza che ha spinto Gilmour e Waters a scrivere un testo così intenso e disilluso, in un momento in cui la band è invece all’apice del successo.
“Wish You Were Here” – Vorrei che tu fossi qui: significa che sei in un posto meraviglioso, che stai vivendo il tuo sogno. Ma significa anche se sei incredibilmente solo.
🎧Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica
Ascolta il brano su Spotifty:

Sì, conoscevo anche io la storia della registrazione di Crazy… e delle buste della spesa. Anche se esistono più versioni di essa…
In ogni caso è certo che Syd cambiò a causa dell’uso di droghe. Da un giorno all’altro non fu più lo stesso. Si incupì, divenne paranoico e violento. E i suoi occhi assunsero un aspetto paurosamente vuoto. Anzi svuotato.
E’ vero , quello di Syd è un aneddoto che viene raccontato con particolari diversi, ma nel tempo tutti i membri della band hanno raccontato di quella strana visione durante le registrazioni del pezzo. Purtroppo è come se un interruttore si fosse spento nel cervello di Syd…è una storia tristissima e al tempo stesso inquietante.
Bellissima canzone, e grandissimi Pink Floyd!
Rosso Floyd di Michele Mare – Einaudi