Avevo undici anni quando Bruce Springsteen è entrato nella mia vita.
Non sapevo ancora che sarebbe rimasto così a lungo.
Mio cugino lo adorava. Mio fratello anche. Ed io, come spesso succedeva allora, facevo tutto quello che faceva mio cugino.
Loro saltavano sul letto con una scopa in mano, trasformata all’occorrenza in una chitarra, e con quelle voci stridule da adolescenti cantavano a squarciagola:
BOOOOOORN IN THE U.S.A.
Io li guardavo divertita.
Il mio compito era fare il pubblico in delirio.
Poi arrivarono le riviste, le fotografie di Bruce con la bandana in fronte, i jeans stracciati, la maglietta sudata. Avevo undici anni e mi presi una cotta.
Fu facile, forse inevitabile.
Quell’estate, al bar del paese dove trascorrevamo le vacanze, mio cugino mi allungava sempre le cento lire per scegliere una canzone dal jukebox, ed io mettevo ogni giorno la stessa canzone:
Dancing in the Dark.
Non sapevo ancora che una canzone potesse diventare un ricordo.
Non sapevo che, molti anni dopo, avrei ricordato quelle cento lire, quel jukebox e quei pomeriggi con una precisione quasi intatta.
Tra quell’estate e i miei vent’anni passai attraverso una quantità imbarazzante di musica. Seguivo quello che arrivava dalla radio, l’onda del momento, senza avere ancora un’identità musicale che sentissi davvero mia.
Poi, a vent’anni, comprai il Greatest Hits di Bruce.
E al primo ascolto capii.
Quella musica mi era entrata nelle vene.
Da allora arrivarono gli album, i testi letti e riletti, i bootleg, i concerti, le discussioni interminabili. E soprattutto arrivò la sensazione di avere finalmente trovato qualcosa che mi apparteneva.
E’ questo che succede quando una musica diventa importante.
Non ti piace soltanto.
Ti riconosci.
E con Springsteen il riconoscimento, per me, è sempre passato anche dai concerti.
Perché è lì che quella musica smette di essere soltanto musica.
Diventa corpo.
Diventa sudore, voce, luce, attesa.
Diventa una folla che canta insieme.
Diventa qualcosa che non si può ascoltare da fuori.
E poi arrivò San Siro.
Era il 2003.
Avevo ventotto anni e davanti a me stava per accadere la cosa che tante volte avevo immaginato da bambina.
Quella sera era caldissima.
Alle prime note di The River, sopra lo stadio stracolmo si rovesciò il diluvio universale.
Dalle retrovie, nel fuggi fuggi generale, riuscii a risalire la corrente e ad arrivare quasi sotto il palco.
Eravamo tutti fradici.
Bruce continuava a cantare The River e io, a quel punto, non sapevo più se a bagnarmi la faccia fossero soltanto le secchiate d’acqua o anche le lacrime che trattenevo dentro da dieci anni, da quando avevo capito di amare quella musica.
Perché a trent’anni si stava avverando un mio sogno di quando ero piccola, e nella vita non accade spesso.
Poi Bruce uscì dal tendone che riparava il palco.
Si buttò sotto l’acqua scrosciante, si mise un cappello da cowboy e venne a bagnarsi con noi.
Cantava:
E aspetto, aspetto un giorno di sole…
guardando ironico quel cielo impietoso.
E io pensai:
ok.
Ora siamo un tutt’uno.
Siamo con te e tu con noi.
BLOOD BROTHERS ON A STORMY NIGHT
Eravamo un’orchestra di sessantamila concertisti.
Ci muovevamo e cantavamo all’unisono.
Ogni tanto mi voltavo verso gli spalti, con la sensazione di essere al centro di un immenso imbuto umano fatto di braccia alzate, bocche spalancate, corpi che si muovevano senza smettere un attimo.
Poi mi voltavo ancora verso il palco.
Bruce cominciava a seguire i nostri gesti, muovendo la chitarra.
Tutta la E Street Band sembrava accompagnare noi, e non il contrario.
Erano divertiti quanto noi.
Stupiti quanto noi di quello che stava accadendo ancora una volta, a distanza di tanti anni.
Per qualche minuto non esistevano più il palco e il pubblico.
Eravamo dentro la stessa canzone.
Blood brothers on a stormy night.
E forse è questo che fanno i concerti quando riescono davvero a raggiungerci.
Prendono qualcosa che ci appartiene soltanto — un ricordo, una ferita, un desiderio, una parte della nostra storia — e lo portano fuori.
Lo mettono in mezzo a migliaia di persone.
E improvvisamente scopriamo che non siamo gli unici ad averne bisogno.
Quella sera io non ero soltanto una donna di trent’anni che finalmente vedeva Bruce Springsteen dal vivo.
Ero anche la bambina che guardava due ragazzi saltare sul letto con una scopa in mano.
Ero quella ragazzina che metteva Dancing in the Dark al jukebox.
Ero la ventenne che aveva appena scoperto di avere una musica tutta sua.
Erano tutte lì.
Insieme a me.
E forse stavo piangendo anche per questo.
Per il tempo che era passato senza che me ne accorgessi.
Per le persone che ero stata.
Per quelle che ancora non sapevo che sarei diventata.
Allora non potevo saperlo, ma quella notte sarebbe rimasta con me molto più a lungo del concerto.
Perché le canzoni fanno una cosa strana.
Non invecchiano insieme a noi.
Invecchiano dentro di noi.
Le ascolti a vent’anni e significano una cosa.
Le ritrovi a trenta e ne significano un’altra.
Poi passa ancora tempo, la vita cambia, cambiamo noi, e quella stessa canzone torna a bussare alla porta.
E qualche volta ci riconsegna qualcuno che avevamo dimenticato.
Oggi No Surrender per me non è più soltanto Bruce Springsteen.
È una strada che parte da un jukebox e arriva fino a quella notte di pioggia.
È la memoria di un sogno che, per una volta, si è avverato.
È il ricordo di persone incontrate grazie alla musica e rimaste nella mia vita.
È quella sensazione irripetibile di essere una piccola parte di qualcosa di enorme.
E forse è anche il motivo per cui continuo ad amare i concerti.
Perché per qualche ora ci permettono di deporre tutto quello che portiamo addosso.
Le preoccupazioni.
Le solitudini.
Le cose che non sappiamo ancora come affrontare.
E cantare.
Ballare.
Piangere.
Stare in mezzo agli altri.
Come se, per una notte, fosse sufficiente questo per essere felici.
Riascoltando oggi No Surrender, mi piace pensare che quella ragazza di trent’anni sia ancora lì.
Sotto la pioggia.
Fradicia.
Felice.
Con le lacrime confuse all’acqua.
La bambina del jukebox accanto a lei.
La ragazza con il Greatest Hits tra le mani.
E tutte le donne che sono venute dopo.
Forse le canzoni che attraversano davvero la nostra vita fanno proprio questo.
Non ci lasciano indietro.
Ci aspettano.
E quando torniamo ad ascoltarle, dopo anni, per qualche minuto siamo di nuovo tutti lì.
Sotto lo stesso cielo.
Dentro la stessa canzone.
Blood brothers on a stormy night.
E mi piace pensare che, da qualche parte, quella bambina con le cento lire in mano mi guardi ancora.
E che io possa guardarla e dirle:
Hai visto?
Siamo ancora qui.

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