Ogni venerdì una puntina scende su un vinile.
E da lì comincia una storia.
Quella di oggi è la storia di una canzone che ha impiegato anni per trovare la sua forma.
Negli anni Ottanta Leonard Cohen lavorava a un brano che sembrava continuare a sfuggirgli. Scriveva versi, li cancellava, li riscriveva da capo. Si racconta che passasse ore seduto sul pavimento di una stanza d’albergo, circondato da fogli pieni di parole. Alla fine le strofe diventano decine. Forse ottanta, forse addirittura di più.
Dentro quelle pagine c’è di tutto: storie d’amore, richiami biblici, desiderio, disincanto, spiritualità e carne. Una sola parola ritorna continuamente, come un ritornello ostinato:
hallelujah. Alleluia.
Quando la canzone esce nel 1984 nell’album Various Positions succede però qualcosa di curioso: quasi nessuno se ne accorge. La canzone resta lì, silenziosa, come se stesse aspettando il momento giusto per essere ascoltata davvero.
Quel momento arriverà qualche anno dopo, quando un giovane musicista americano, Jeff Buckley, decide di cantarla a modo suo. Nel suo album, Grace, la canzone cambia pelle.
Non è più soltanto una composizione di Cohen. Diventa qualcosa di più fragile, più umano, quasi sospeso.
Il vinile gira lento.
Prima arriva quel leggero fruscio che anticipa sempre la musica, poi la chitarra entra piano.
E quando la voce di Jeff Buckley comincia a cantare, la stanza sembra fermarsi per un attimo. Non succede nulla di spettacolare, solo una voce che sale e scende, tra luce e malinconia, seguendo le armonie del brano, senza interpretarlo. Semplicemente, lo attraversa.
Hallelujah non è una canzone sulla perfezione, non glorifica nulla.
E’ una canzone che celebra la vita, con tutte le sue contraddizioni. Dentro ci sono il desiderio e la fede, la luce e l’ombra, l’amore e la perdita. Tutto quello che rende umana un’esistenza.
Cohen lo suggerisce in uno dei versi più famosi: esiste un hallelujah sacro… e uno spezzato.
Ed è proprio qui che ogni volta mi fermo ad ascoltare davvero.
Perché il testo di Leonard Cohen è di una complessità sorprendente, una preghiera laica in cui convivono mille anime diverse. Ogni volta che la ascolto ho quasi la sensazione di non riuscire ad afferrarla del tutto, come se la canzone fosse sempre un passo più avanti rispetto a chi la ascolta.
Forse è proprio questo il suo segreto. Hallelujah non è una canzone che si lascia spiegare una volta per tutte. È una canzone che cambia con chi la ascolta, un dialogo continuo tra autore e ascoltatore in cui ognuno finisce per trovare il proprio significato.
Il vinile smette di girare.
Ma la storia resta lì, da qualche parte dentro di noi.

Adoro la versione di Buckley. Da tanti anni l’ho pure scelta come suoneria del telefono, per accompagnarmi nelle mie giornate come una dolce carezza.
Anche io la adoro. Non me ne voglia Cohen, ma per me Hallelujah è Jeff Buckley che con la sua chitarra attraversa il brano e ti ricorda che, semplicemente, la vita è perfetta così com’è.
Non credo che Cohen te ne vorrebbe, in un’intervista aveva dichiarato con grande stile che la versione di Buckley era migliore della sua.
Non lo sapevo! In effetti… è proprio così