La vita di Lambert si spezza in una curva, sotto la pioggia battente.
Ma non è lì che comincia la sua caduta.
Quando l’autobus carico di scolari in gita precipita nella scarpata e le fiamme divorano il buio, qualcosa dentro di lui è già rotto da molto tempo. L’incidente non fa che portarlo alla luce.
È questo che rende I complici uno dei romanzi più inquieti di Georges Simenon.
Non il dramma.
Non la colpa.
Ma la sensazione che certe esistenze possano incrinarsi lentamente per anni, in silenzio, continuando ad apparire perfettamente normali.
Ho sempre amato Simenon per la sua capacità di raccontare uomini e donne in bilico. Personaggi che dall’esterno sembrano integrati alla perfezione nel loro mondo e che invece, dentro, combattono una battaglia silenziosa contro sé stessi.
I loro nemici raramente sono gli altri.
Molto più spesso sono i desideri che hanno soffocato, le rinunce che hanno accettato, le vite che hanno imparato a sopportare.
Siamo negli anni Cinquanta, un’epoca che faceva delle apparenze una virtù.
I villini ordinati.
I matrimoni rispettabili.
Le famiglie irreprensibili.
La polvere accuratamente nascosta sotto eleganti tappeti.
Una quieta sottomissione era preferibile a qualsiasi forma di rivolta. Poco importava se, nel proprio intimo, una rabbia sorda continuava a corrodere la quotidianità fino a renderla insopportabile.
Lambert appartiene a quel mondo.
È un uomo stimato, un imprenditore affermato, un cittadino rispettabile.
Eppure, pagina dopo pagina, scopriamo che sotto quella superficie non c’è quasi nulla che funzioni davvero.
Il matrimonio è un guscio vuoto.
I rapporti familiari sono logori.
La sua stessa esistenza sembra aver perso qualsiasi significato.
L’unico elemento capace di scuoterlo dall’apatia è Edmonde, la segretaria dell’azienda.
Tra loro nasce un legame ambiguo, fatto di desiderio, dipendenza e complicità. Un rapporto che non assomiglia all’amore e nemmeno alla passione romantica. Somiglia piuttosto a una fuga.
Una porta socchiusa verso un mondo diverso.
Un luogo dove, almeno per qualche istante, Lambert può dimenticare le regole, le convenzioni e il ruolo che gli è stato assegnato.
Forse è proprio questo il significato del titolo.
Non la complicità nel delitto.
Ma la complicità nel tentativo disperato di sottrarsi a una vita che non si riesce più ad abitare.
Quando avviene l’incidente, Lambert compie una scelta che lo condanna.
Non si ferma.
Non guarda indietro.
Fugge.
Ma ciò che mi ha colpita rileggendo questo romanzo non è stata tanto la gravità del gesto.
È il modo in cui lui stesso sembra accoglierne le conseguenze.
Come se quella colpa fosse soltanto il volto visibile di qualcosa che esisteva già.
Come se da anni aspettasse inconsciamente il momento in cui smettere di fingere.
Simenon è straordinario nel raccontare questo tipo di inquietudine.
Sa scavare nelle zone più scomode dell’animo umano senza cercare giustificazioni e senza offrire consolazioni.
I suoi protagonisti sono spesso relitti, superstiti, esseri fragili e imperfetti nei quali, nonostante tutto, riesco quasi sempre a trovare qualcosa che mi avvicina a loro.
Con Lambert ed Edmonde, invece, è successo qualcosa di diverso.
Sono rimasta sulla soglia.
Ho osservato il loro squallore, la loro miseria morale, la loro incapacità di amare davvero, senza riuscire a provare quella forma di compassione che di solito Simenon riesce a suscitare in me.
Eppure il romanzo ha continuato a lavorarmi dentro.
Forse proprio per questo.
Perché ci sono crepe nelle quali riconosciamo qualcosa di noi.
E altre che ci inquietano perché ci mostrano ciò che potremmo diventare quando smettiamo di ascoltare la parte più autentica di noi stessi.
I complici appartiene a questa seconda categoria.
Non consola.
Non assolve.
Non offre redenzioni.
Si limita a puntare una luce impietosa sulle fratture che attraversano una vita.
E a ricordarci che il crollo raramente comincia nel momento in cui tutto si rompe.
Restano in silenzio per anni, nascosti in una scatola, dimenticati in una soffitta, sepolti sotto la polvere.
Poi un giorno riemergono.
E all’improvviso non sono più soltanto oggetti.
Diventano porte.
“Il gusto proibito dello zenzero” di Jamie Ford è una storia che comincia proprio così: con il ritrovamento di un vecchio disco jazz e di alcuni oggetti appartenuti a un passato che sembrava perduto per sempre.
Da quel momento il tempo si incrina.
Seattle, anni Quaranta.
La guerra infuria dall’altra parte del mondo e l’America, ferita dall’attacco di Pearl Harbor, cerca nemici ovunque. Henry Lee è figlio di immigrati cinesi. Keiko Okabe è una ragazza americana di origine giapponese. Frequentano la stessa scuola, condividono la stessa solitudine e scoprono presto di appartenere a quella categoria di persone che il mondo osserva sempre attraverso le differenze.
Ma loro vedono altro.
Vedono la stessa fame di essere accettati.
La stessa malinconia.
La stessa voglia di trovare un posto in cui sentirsi finalmente a casa.
Erano molto diversi, ma non importava. Erano differenze che non si notavano. Erano simili e felici. Era difficile capire dove finisse uno e cominciasse l’altra.
Poi arriva la Storia.
Quella con la S maiuscola.
Quella che non chiede permesso.
Dopo Pearl Harbor, migliaia di cittadini americani di origine giapponese vengono deportati nei campi di internamento. Famiglie intere perdono le loro case, i loro beni, le loro vite. Tra loro c’è anche Keiko.
Ed è qui che il romanzo avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesima storia d’amore spezzata dalla guerra.
Invece sceglie una strada diversa.
Parla della memoria.
Di ciò che continua a vivere dentro di noi quando tutto il resto è stato portato via.
E poi c’è il jazz.
Forse la cosa che più ho amato di questo romanzo.
I locali fumosi di Seattle diventano una specie di territorio neutrale, un piccolo universo parallelo dove il mondo smette per qualche ora di dividersi in razze, nazioni e appartenenze.
Fuori ci sono la paura, il sospetto, la propaganda.
Dentro ci sono soltanto persone.
Persone che ascoltano musica.
Che ridono.
Che si innamorano.
Che cercano di dimenticare la guerra almeno per una sera.
Mi ha sempre colpito questa immagine.
Perché il jazz e il blues hanno sempre rappresentato anche per me qualcosa di simile.
Un rifugio.
Un luogo dell’anima.
La prova che la bellezza può continuare a esistere persino nei periodi più bui.
Forse è per questo che il vecchio disco che attraversa il romanzo mi emoziona ancora oggi.
Perché non è soltanto un disco.
È una scatola del tempo.
Contiene una voce, una stagione della vita, una promessa, una perdita.
Contiene tutto ciò che credevamo di aver lasciato indietro.
E forse è proprio questo che Jamie Ford racconta con maggiore delicatezza: il fatto che alcune cose non finiscono davvero.
Cambiano forma.
Diventano ricordo.
Diventano nostalgia.
Diventano una canzone che riaffiora all’improvviso dopo quarant’anni.
Ci sono ferite che non si chiudono mai completamente.
Ma ci sono anche affetti che continuano a vivere in modi misteriosi, silenziosi, ostinati.
Come un vecchio 78 giri impolverato che aspetta soltanto qualcuno disposto ad ascoltarlo ancora.
Perché a volte resistere significa proprio questo.
Custodire ciò che il tempo non è riuscito a portarci via.
Ci sono giorni in cui il mondo sembra troppo. Troppo rumore. Troppa rabbia. Troppa crudeltà infilata ovunque: nelle notizie, nelle parole, perfino nei rapporti umani. E allora mi succede una cosa molto semplice: cerco rifugio nella musica. Non quella che distrae. Quella che rimette in ordine il cuore. What a Wonderful World di Louis Armstrong, per me, ha sempre fatto questo. Non è soltanto una canzone. È una tregua. Ogni volta che la ascolto mi ricorda che, nonostante tutto, esiste ancora una forma di bellezza che resiste. Silenziosa, fragile, ostinata. La voce di Armstrong non ha nulla di perfetto. È roca, consumata, profondamente umana. Sembra la voce di qualcuno che il dolore lo conosce bene e che, proprio per questo, riesce ancora a stupirsi davanti alle cose più semplici. Gli alberi verdi. Le rose rosse. Il cielo. Gli esseri umani che si stringono la mano. I bambini che cresceranno e sapranno più di noi. Non c’è ingenuità in questo brano, come qualcuno ha sempre pensato. Anzi. What a Wonderful World uscì nel 1967, in un’epoca attraversata dalla guerra, dalla violenza e dalle tensioni sociali. Eppure Armstrong sceglie di cantare la meraviglia. Non perché il dolore non esista, ma perché forse diventa ancora più necessario ricordarsi ciò che vale la pena salvare. Credo che sia questo il motivo per cui questa canzone continua a commuovermi così tanto. Perché io quella bellezza la cerco continuamente. Nei dettagli piccoli. Nelle creature indifese. Negli alberi che ancora resistono nelle città soffocate dal cemento. Negli animali. Negli occhi buoni delle persone. In certi tramonti che riescono ancora a fermarmi mentre il mondo corre troppo veloce. E forse essere così sensibili significa anche questo: sentire più forte l’orrore, sì. Ma proprio per questo avere ancora più bisogno della gentilezza. Per anni ho pensato che questa mia fragilità fosse un difetto. Oggi invece credo che riuscire a emozionarsi ancora davanti alla bellezza sia una forma di resistenza. Forse persino di salvezza. Ci sono canzoni che parlano d’amore. Altre che parlano di dolore. E poi ce ne sono alcune rarissime che riescono semplicemente a ricordarti perché vale ancora la pena restare qui. What a Wonderful World, per me, è una di quelle. La puntina si solleva lentamente dal vinile. Fuori il mondo continua a fare rumore. Ma qui, per un momento, è tutto calmo. Tutto è pace.
Ci sono persone che passano la vita a cercare sé stesse.
E poi ce ne sono altre che passano la vita a cercare di sembrare normali.
La ragazza del convenience store di Sayaka Murata racconta proprio questo scarto invisibile. Quello che separa ciò che siamo da ciò che il mondo si aspetta da noi.
Keiko Furukura ha trentasei anni e lavora part-time nello stesso konbini da quasi vent’anni. Il konbini — quei piccoli convenience store giapponesi aperti giorno e notte — è un luogo ordinato, perfetto, scandito da rituali immutabili. Gli scaffali vengono sistemati secondo le stagioni, i sorrisi devono avere la giusta inclinazione, le frasi rivolte ai clienti sono sempre le stesse, identiche, ripetute all’infinito come un copione imparato a memoria.
Per Keiko quel posto non è soltanto un lavoro.
È un rifugio.
Forse perfino l’unico luogo in cui riesce davvero a esistere senza sentirsi sbagliata.
Fin da bambina, infatti, ha sempre percepito una distanza tra sé e gli altri. Una frattura sottile ma costante, qualcosa che la rende incapace di reagire nel modo “giusto” alle cose. Crescendo ha imparato a osservare attentamente chi la circondava, imitandone gesti, espressioni, inflessioni della voce. Ha studiato il comportamento umano come si studia una lingua straniera.
E il konbini, con le sue regole rigide e rassicuranti, diventa la sua forma di mimetizzazione perfetta.
Lì dentro nessuno le chiede di essere spontanea. Deve soltanto funzionare bene.
La cosa più disturbante del romanzo, però, non è la stranezza di Keiko. È la normalità degli altri.
Familiari, colleghi e amiche non riescono ad accettare che una donna di trentasei anni possa sentirsi completa senza desiderare un marito, dei figli o una carriera più rispettabile. Ogni conversazione con lei sembra ruotare attorno alla stessa domanda implicita: che cosa c’è di sbagliato in te?
Ed è qui che il romanzo di Sayaka Murata diventa feroce.
Perché Keiko non ha traumi da superare, né particolari tragedie da raccontare. Non è nemmeno infelice, almeno non nel modo in cui gli altri si aspettano. Semplicemente, guarda la vita da un’altra angolazione.
Ma il mondo tollera la diversità solo finché resta invisibile.
Quando nel konbini arriva un uomo problematico, incapace di adattarsi a qualsiasi lavoro e pieno di rancore verso le donne e la società, Keiko finisce casualmente per costruire con lui una specie di relazione. Ed è a quel punto che accade qualcosa di paradossale: improvvisamente tutti si tranquillizzano.
Keiko ha finalmente un fidanzato.
Non importa che quell’uomo sia violento, misogino, disturbato. Agli occhi degli altri la sua presenza basta a restituirle una parvenza di normalità.
Ed è impossibile non sentirsi a disagio davanti a questo meccanismo così crudele e familiare.
Perché in fondo il romanzo parla anche di questo: della stanchezza di dover continuamente interpretare una parte per essere considerati accettabili. Soprattutto se sei una donna.
C’è qualcosa di profondamente triste nel modo in cui Keiko cerca di adattarsi al mondo. Ma allo stesso tempo c’è anche una forma stranissima di lucidità. Come se fosse lei, alla fine, a vedere più chiaramente degli altri quanto siano fragili e artificiali le regole sociali dentro cui ci muoviamo ogni giorno.
In poche pagine, Sayaka Murata riesce a costruire un romanzo ironico, spiazzante e sottilmente doloroso, che mette in discussione il nostro modo di guardare gli altri e perfino noi stessi.
Perché forse la normalità non è altro che una lunga recita collettiva.
E chi smette di interpretarla fa paura.
Forse è anche per questo che questo romanzo mi è rimasto addosso così tanto.
Perché, in modi diversi, conosco bene quella sensazione di essere fuori posto. Di non aderire completamente all’idea di donna che il mondo si aspetta di vedere.
Non ho mai desiderato alcune delle cose considerate “naturali”, inevitabili. E per molto tempo ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Ogni tentativo di forzarmi dentro una forma che non mi apparteneva finiva per trasformarsi in una guerra silenziosa contro me stessa.
Solo molto più tardi ho capito che quella parte che continuava a ribellarsi non era il problema.
Era la mia voce.
Ed è forse per questo che Keiko fa così male. Perché dietro la sua apparente stranezza c’è una domanda che riguarda molti di noi:
quanto dolore siamo disposti a sopportare pur di sembrare normali?
C’è sempre un istante di silenzio prima che il disco cominci a girare.
La puntina scende lenta sul vinile, poi all’improvviso torna il mare, come un richiamo antico.
Ci sono canzoni che non assomigliano semplicemente a un luogo. Sono quel luogo.
Crêuza de mä di Fabrizio De André per me è questo.
Non riesco ad ascoltarla senza sentire addosso la mia Liguria: i caruggi stretti che all’improvviso si aprono sul mare, l’odore del sale nelle sere d’inverno, le persiane socchiuse, i muri consumati dal vento, quella luce difficile da spiegare che qui cambia continuamente ma non sparisce mai davvero.
Sono nata in una cittadina di mare, e vivo qui da sempre. Eppure ci sono momenti in cui questa terra riesce ancora a sorprendermi come se la vedessi per la prima volta. Succede soprattutto col mare.
Non quello estivo, pieno di voci e ombrelloni. Non il mare da cartolina.
Ma il mare che racconta De André.
Quello delle giornate fredde e luminose, dei porti quasi silenziosi, del vento che attraversa i vicoli, delle passeggiate d’inverno quando sembra che tutto rallenti e il mare continui semplicemente a respirare accanto a te.
In Liguria non esiste mai un inverno vero fino in fondo. Anche nei mesi più freddi il mare conserva qualcosa di tiepido, una specie di calore nascosto che ti resta sulla pelle. È una sensazione difficilissima da spiegare a chi non è cresciuto qui.
Per me l’acqua è sempre stata questo: un elemento naturale ma anche interiore. Ci sono luoghi in cui riesco a stare bene, poi c’è il mare. Il mare invece mi rimette in ordine, mi appartiene.
E Crêuza de mä riesce a fare qualcosa di rarissimo: trasformare tutto questo in suono.
Non è soltanto una canzone. È vento, pietra, sale, notte. È una lingua che sembra nascere direttamente dai vicoli e dalle onde che si infrangono sulla battigia fatta di sassi. È il Mediterraneo quando smette di essere paesaggio e diventa memoria.
Ogni volta che l’ascolto ho la sensazione che De André non stia raccontando soltanto la sua terra, ma un modo preciso di appartenere ai luoghi. Quello che ti resta dentro anche quando non lo nomini più.
Forse è per questo che certe canzoni continuano a orbitare dentro così a lungo.
Perché non parlano semplicemente di casa. In qualche modo, lo diventano.
Poi la puntina si solleva lentamente. La canzone finisce. Ma fuori il mare continua a respirare nel buio.
Francis Scott Fitzgerald diceva che nelle notti più belle c’è sempre qualcosa di fragile. E Tenera è la nottesembra costruito esattamente attorno a questa sensazione.
All’inizio tutto scintilla: il mare della Costa Azzurra, le terrazze bianche immerse nella luce, i bicchieri pieni nelle sere d’estate, il jazz che attraversa le notti, la giovinezza elegante e inquieta di Dick e Nicole Diver.
Fitzgerald ci lascia entrare in quel mondo dorato quasi senza fare rumore. E per qualche pagina crediamo davvero che la bellezza possa bastare a salvare qualcuno.
Poi lentamente la luce cambia.
A poco a poco entriamo nella vita di Dick e Nicole — bellissimi, affascinanti, apparentemente inseparabili — e scopriamo che tra loro non esiste soltanto un legame d’amore.
Dick è uno psichiatra. Nicole è stata sua paziente.
Tra i due si crea un rapporto profondissimo e ambiguo, fatto di cura, dipendenza, bisogno reciproco e fragilità nascoste. Un equilibrio delicato che pagina dopo pagina comincia lentamente a consumarsi.
Attorno a loro orbitano altri personaggi inquieti ed eccentrici, anime irrisolte che sembrano continuare a danzare anche mentre tutto, silenziosamente, si sta spegnendo.
Ed è forse questo che rende il romanzo così doloroso.
In Tenera è la notte le persone non crollano all’improvviso: si sbiadiscono. Fitzgerald racconta il disfacimento con una grazia quasi crudele, lasciando che la malinconia filtri lentamente attraverso le feste, le conversazioni leggere, i viaggi, le estati sul mare.
Ci sono pagine in cui sembra di sentire davvero il caldo sulla pelle, la musica arrivare da una finestra aperta, le risate troppo rumorose, i lunghi discorsi inconcludenti fatti per riempire il silenzio.
E sotto tutto questo continua a scorrere una tristezza sottile, mai melodrammatica. Una tristezza elegante, stanca, che sembra appartenere non solo ai personaggi ma a un’intera epoca destinata a spegnersi.
Nicole, poi, porta dentro di sé qualcosa che va oltre la finzione narrativa. È impossibile non intravedere tra le sue crepe la figura di Zelda Fitzgerald: brillante, inquieta, tragica. Come se Scott, scrivendo questo romanzo, stesse tentando di trattenere sulla pagina qualcosa che nella vita reale gli stava già sfuggendo.
Ho chiuso il libro e l’ho rimesso accanto a Il grande Gatsby. Ma alcuni romanzi non tornano davvero al loro posto.
Restano aperti dentro di noi, come certe notti d’estate che continuano a brillare anche dopo essere finite.
La stanza è immersa in quella quiete fragile che esiste solo in certi sabati sera. Una lampada accesa a metà. Le ombre morbide sui muri. Il mondo fuori che continua a fare rumore da qualche parte, ma lontano, come se non ci appartenesse più davvero.
La puntina scende lenta sul vinile.
Per un istante c’è soltanto il crepitio elettrico del disco, quel suono minuscolo che assomiglia sempre a qualcosa di vivo che sta per accadere.
Poi arriva la voce di Etta James.
E ogni volta è come aprire una porta che avevamo cercato di lasciare chiusa.
I’d Rather Go Blind non è una canzone che entra in sottofondo. Pretende presenza. Pretende verità.
Ci sono brani che ascoltiamo distrattamente mentre facciamo altro. E poi esistono canzoni come questa, che ci costringono a fermarci perché sembrano sapere qualcosa di noi.
Ogni volta che la ascolto ho la sensazione di andare in frantumi. Non in modo violento. Piuttosto come accade a certe cose molto fragili quando finalmente smettono di trattenersi.
“I’d rather go blind than to see you walk away from me.”
Avrei preferito essere cieca che vederti andare via.
Letta così, sulla carta, sembra quasi una frase semplice. Forse persino troppo. Ma ci sono voci che prendono parole comuni e le trasformano in carne viva.
È il modo in cui Etta James resta sospesa dentro ogni sillaba. Il modo in cui la voce sembra incrinarsi senza spezzarsi mai del tutto. Quella fragilità trattenuta che rende il dolore ancora più reale.
E allora capisci che non è soltanto il testo a devastarti. È tutto quello che lei ci riversa dentro.
Perché Etta James non canta il dolore per renderlo bello. Lo canta per sopravvivere.
E dentro la sua voce si sente tutto: l’abbandono, la fame d’amore, la rabbia, la solitudine di chi è stato ferito troppo presto. Una madre adolescente. L’infanzia spezzata dagli affidamenti. La violenza attraversata come si attraversa una tempesta troppo a lungo.
Alcune persone imparano a nascondere le proprie crepe. Lei invece le ha trasformate in suono.
Ed è questo che rende la sua voce così difficile da spiegare. Perché graffia, sì. Ma nello stesso tempo consola.
Come una mano che asciuga le lacrime senza chiederti di smettere di piangere. Come un abbraccio silenzioso tra i singulti.
Il soul, forse, nasce proprio lì: nel momento in cui il dolore smette di voler apparire dignitoso. Quando non cerca più di impressionare nessuno. Quando diventa umano.
Etta James canta come chi conosce la notte. Ma anche come chi, dentro quella notte, ha continuato ostinatamente a cercare un po’ di luce.
Per questo, quando ascolto I’d Rather Go Blind, dopo tutta quella malinconia, dopo tutta quella ferita lasciata aperta, ciò che resta non è disperazione.
E poi ce ne sono altri che sembrano strapparti qualcosa da dentro mentre li leggi.
L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio appartiene a questa seconda categoria.
La protagonista non ha un nome. O meglio: il suo nome diventa un destino.
In dialetto abruzzese “Arminuta” significa “la ritornata”. Ed è così che tutti cominciano a chiamarla quando, a tredici anni, viene restituita alla famiglia biologica dopo essere cresciuta altrove, in una casa più agiata, dentro una vita che credeva sua.
L’estate del 1975 comincia con una valigia stretta in mano e un sacco pieno di scarpe. Dall’altra parte della porta c’è una famiglia di sconosciuti che la guarda senza sapere cosa dire. Una madre dai gesti duri. Un padre consumato dalla miseria. Fratelli mai conosciuti. E Adriana, la sorella più piccola, sporca, spettinata, selvatica, che sarà l’unica a farle spazio davvero dentro quella nuova vita.
Da quel momento il mondo dell’Arminuta si spezza.
Non perde soltanto una casa. Perde la lingua, le abitudini, i riferimenti. Perde perfino l’idea stessa di maternità.
L’impatto con quella nuova esistenza è violento. La casa è piena di corpi, di fame, di silenzi. Le parole vengono pronunciate in un dialetto che l’Arminuta fatica persino a comprendere. I gesti sono bruschi, sbrigativi, e l’affetto sembra non trovare mai il modo giusto per manifestarsi. Perfino le cose più semplici — lavarsi, studiare, avere cura di sé — improvvisamente appaiono inutili, quasi ridicole, come vezzi appartenenti a una vita che lì dentro nessuno può permettersi.
Eppure il dolore più grande non è la povertà.
È il senso di essere stata restituita.
Di non appartenere più a nessuno.
L’Arminuta continua a cercare spiegazioni nel silenzio ostinato degli adulti, in quella rete di omissioni e mezze frasi che sembra voler cancellare il trauma invece di nominarlo. Per molto tempo si aggrappa all’idea che la madre adottiva sia malata, lontana per necessità. Perché alcune verità sono troppo dolorose per essere accettate tutte insieme.
Poi lentamente capisce.
Capisce che esistono abbandoni che non hanno una forma precisa contro cui ribellarsi. E che certi vuoti restano tali anche quando proviamo a riempirli di parole.
“Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre.”
Dentro questa frase c’è tutto il romanzo di Donatella Di Pietrantonio. E forse anche qualcosa che appartiene a molti di noi: il bisogno disperato di sentirsi scelti, riconosciuti, tenuti stretti da qualcuno senza condizioni.
L’Arminuta però resiste.
Resiste come può una ragazzina costretta a diventare grande troppo in fretta. Trae forza dalla sua stessa solitudine, come una piantina selvatica che germoglia lontano sui cigli dei muri, impollinata dal vento.
Ed è proprio nel luogo in cui si sente più estranea che finisce per trovare ciò che non si aspettava più: una forma imperfetta di amore.
La trova in Vincenzo, inquieto e rabbioso, l’unico abbastanza lucido da non accettare la miseria come destino. La trova nel piccolo Giuseppe, abbandonato a sé stesso, ultimo figlio dimenticato di una famiglia esausta. Ma soprattutto la trova in Adriana.
Nelle notti condivise dentro un letto troppo stretto. Nel corpo caldo di quella sorella selvatica che si rannicchia accanto a lei cercando protezione. Nella complicità muta di due bambine lasciate sole troppo presto.
Ed è forse proprio qui che il romanzo diventa qualcosa di ancora più profondo di una storia sull’abbandono.
Perché L’Arminuta non parla soltanto di madri perdute. Parla delle persone che ci salvano senza sapere come fare. Di quei legami fragili, storti, imperfetti, che però riescono comunque a tenerci vivi quando tutto il resto crolla.
Io l’ho imparato il giorno in cui mi hai guardata senza riconoscermi. Ricordo ancora l’esatto istante in cui mi hai chiamata “mamma“: è stato come se un pugno invisibile mi accartocciasse lo stomaco.
Come posso spiegare quella sensazione?
Come posso spiegare quel sorriso smarrito in un corpo stanco, inconsapevole del mondo?
Quegli occhi spersi che mi guardavano con una dolcezza infantile, mentre a me si fermava il respiro?
Il dolore profondo, acuto, innaturale che ho provato quando la parola “figlia” era diventata, tutto ad un tratto, un suono privo di significato?
La verità è che non si può spiegare. Non si può razionalizzare.
Perché questo è l’inferno dei vivi.
Quando provo a raccontare cosa vuol dire aver vissuto un lutto anticipatorio durato anni, la maggior parte delle persone mi compatisce. Pensano che io, essendo emotiva e sensibile, non sia riuscita ad accettare l’inesorabile ciclo della vita. Dopo tutto, a ottant’anni un decadimento cognitivo è da mettere in conto, quasi una “fortuna” che non sia capitato prima. Come se il nostro essere madre e figlia avesse la data di scadenza di uno yogurt, superata la quale il dolore non ha più ragione di esistere. Come se, quella sofferenza, potesse paragonarsi ad un braccio rotto.
Il mio dolore non era l’incedere impietoso della tua vecchiaia, e non era la tua malattia. Non era la demenza che ti ha compromesso il cervello, non era il parkinsonismo che non ti consentiva più di camminare, e nemmeno il mieloma che ti ha corroso le ossa.
Magari fosse stato così, mamma. Sono cresciuta tra lutti precoci e malattie inguaribili: l’avrei sopportato.
Il mio dolore era un’invincibile solitudine. E quella no, non si può curare mettendo un cerotto sulla ferita.
Sentirsi soli non significa essere soli, o almeno questo non vale per tutti i tipi di solitudine. Nella mia vita non sono mai mancati amore e amicizia, sostegno materiale e abbracci, nemmeno in questo frangente, quando il mondo ci respingeva perché non voleva entrare in contatto con la nostra sofferenza. Io parlo di un sentimento diverso, sconosciuto e molto più complesso, una condizione alla quale non c’era rimedio: uno spazio vuoto in cui i ruoli si erano ribaltati in modo innaturale, irreversibile. Un luogo ostile che non sono mai riuscita ad abitare, dilaniata da sentimenti contrastanti.
I primi tempi, quando la malattia era ancora gestibile, cercavo di domare questa sensazione straniante occupandomi delle tue necessità. Era come avere tra le mani una bambola di cristallo, fragile e ai miei occhi preziosa. Ti aiutavo a lavarti, a vestirti, a pettinarti. Cucinavo per te il pranzo e la cena, mi assicuravo che prendessi le medicine, che tu fossi pulita ed in ordine. Io la madre, tu la figlia.
Ogni sabato, ogni domenica, ferma sulla soglia di casa tua, prima di infilare le chiavi nella toppa chiudevo gli occhi un istante e facevo un respiro profondo: avevo paura di quello che avrei trovato oltrepassando la porta. Come quella volta che avevi sbagliato il dosaggio delle medicine e ti ho trovata seduta per terra, sul pavimento freddo, intontita dai calmanti e con il cellulare distante, che suonava a vuoto. Stavo ferma per un attimo sullo zerbino con lo sguardo abbassato, raccogliendo dentro di me un coraggio che dovevo inventarmi. Chissà quale altra abitudine avevi disimparato oggi: a lavarti i denti, a prendere la biancheria pulita dal cassetto, a pigiare il pulsante del microonde?
Sono diventata, giorno dopo giorno, l’unica testimone di un legame che si andava dissolvendo, tra la nebbia di ricordi sempre più confusi, sempre più scarni. Il ritmo di giorni, mesi ed anni scandito dal progredire di una malattia che non dà scampo, a giocare una partita di cui si conosce già il risultato.
Poi il ricovero in ospedale, il sopraggiungere di complicazioni, l’invalidità totale. Le badanti h24, la necessità di cure mediche che non eravamo in grado di prestarti, il ricovero in una R.S.A: l’ultimo capitolo di un libro che non avrei mai voluto scrivere.
Quella sensazione straniante a cui non sapevo dare un nome si era trasformata in un buco nero che risucchiava ogni mia energia, sia fisica che mentale.
E’ questa la solitudine che non si può spiegare.
Era salutarti con un sorriso e un bacio sulla guancia, mentre ricacciavo indietro il groppone che mi risaliva in gola. Era guardarti costretta in carrozzina, persa in un anonimo salone, mentre sorridevi ai tuoi compagni di sventura che assomigliavano a tanti bambini seduti in passeggino. Era varcare la soglia di quel lungo corridoio e sentirti in lontananza, in preda alle allucinazioni. Era percorrere quelle stanze sforzandomi di mettere un piede davanti all’altro, quando ogni atomo del mio corpo avrebbe voluto dissolversi nel nulla.
Che cosa rimane di una madre, quando i ricordi scivolano via uno dopo l’altro, senza lasciare traccia? Quando di una famiglia che era il centro del proprio mondo non resta più neanche un’immagine sbiadita, una flebile eco?
Forse la risposta è una cosa semplice.
In quei lunghi mesi di ricovero in RSA, ho capito una cosa importante. Noi non siamo soltanto un reticolo di neuroni, un cervello che processa informazioni, una mente che razionalizza. Siamo fatti di cellule che rispondono a qualcosa di indecifrabile, di istintivo e primordiale. In queste mie mani che ti accarezzavano piano, che ti aiutavano a mangiare e a bere, in questo mio volto comunque familiare che ti guardava sorridendo nonostante tutto, c’era qualcosa che risuonava dentro di te, e che andava oltre la logica della memoria: era l’essenza di quello che siamo state. Una madre e una figlia. Un legame potente anche se imperfetto, denso di contraddizioni. Eterno.
Forse questo richiamo antico lo hai avvertito anche in quegli ultimi giorni, quando l’unica cosa presente in quella stanza era il tuo corpo che respirava piano. Erano giorni che ti assopivi continuamente, come se fossi stata vinta da una stanchezza atavica. Come se stessi riscrivendo tu, questa volta, l’epilogo della storia.
Né i medici, né i tuoi figli. Questa volta è stato come se avessi deciso tu.
Il giorno prima di andartene hai risposto al mio saluto. Mi hai guardata senza parlare, rivolgendomi un sorriso dolcissimo, pieno di tutte quelle cose che non riuscivi più a dire. Un istante di consapevolezza in cui tu hai percepito che ti ero vicina, ed io che te ne stavi andando.
Hai girato il viso dall’altra parte, e non ti sei più svegliata. Finalmente in pace.
Il lutto non finisce mai con il giorno del funerale. Il lutto è tutto quello che tra noi è accaduto prima, e tutto quello che arriva dopo. Il lutto sono quelle nuove abitudini che ho dovuto imparare ad accettare e di cui ora non so più che farmene. E’ la memoria di un tempo felice che non riesco più a ritrovare, perché la malattia ha inghiottito anche la mia parte di ricordi. Il lutto è quando ho cancellato il tuo numero di telefono dalla rubrica, insieme a quello di papà. E’ quando mi sono infilata la tua fede nuziale all’anulare destro: il cimelio degli orfani, quello che ci contraddistingue tutti.
Qualche giorno fa ho terminato di svuotare il tuo armadio, uno dei compiti più dolorosi che ho dovuto affrontare nel dopo. Niente ricorda un defunto più dei suoi abiti smessi appesi su una gruccia: toglierli e metterli nei sacchi per le donazioni è stato come sancire una fine in modo irreversibile. La fine di una vita, di una storia, di una famiglia intera. Ho lasciato nei cassetti solo i nostri completini di quando eravamo neonati, quelli che hai sempre tenuto per nipotini mai arrivati. E il tuo vestito da sposa, che hai voluto accomodare per farne un tubino quando hai capito che nessuno l’avrebbe più riutilizzato. Ad ogni abito che mi passava tra le mani i ricordi arrivavano frammentati, ma le immagini erano vivide. Ed ecco, che ti rivedevo nelle sere d’estate danzare ai balli campestri con papà, con quella gonna colorata che si apriva come una corolla ad ogni giro di mazurka. O nei tuoi abiti da casa seduta a sferruzzare davanti alla televisione, mentre noi bambini facevamo merenda. Sempre elegante e bellissima, di una grazia innata che nulla aveva a che fare con le tue origini di contadina della Bassa, e che non hai mai perso neanche nei giorni più crudeli.
Adesso, mamma, dobbiamo imparare a viverci in questa nuova fase dell’esistenza. A stare ognuna nel proprio tempo, senza più corridoi da attraversare, senza più ruoli da invertire.
A volte percepisco la tua presenza. Non so se sia tu o se sia il mio cuore che ancora ti cerca, ma non importa. La sento in un soffio leggero che mi sfiora la pelle, in quei piccoli cuori che compaiono dove meno me lo aspetto, come se la materia si piegasse per ricordarmi che l’amore non scompare: cambia forma.
E allora non mi sento più una caregiver, né la madre di mia madre. Mi sento una figlia. Una figlia che ha attraversato il dolore e ora sa che il legame non si spezza, si trasforma.
Se questa è la pace, la accolgo. E ti lascio andare, finalmente, senza lasciarti davvero.
La sera in cui ascoltai per la prima volta Pictures of You dei The Cure avevo vent’anni e pensavo ancora che certi amori potessero spostare l’asse del mondo.
Forse perché a quell’età succede davvero.
Ci innamoriamo senza misura, senza difese. Come se l’altra persona potesse improvvisamente aprire una porta segreta dentro di noi. E in effetti, a volte, accade.
Lui arrivò nella mia vita in un momento complicato. Era più grande di me, aveva addosso un’ombra che percepivo chiaramente, una situazione personale difficile che all’inizio mi fece arretrare. Cercavo di restare lucida, di non lasciarmi coinvolgere troppo. Ma da alcuni occhi non sai difenderti. I suoi avevano il colore del carbone ardente, e io capitolai lentamente, senza nemmeno accorgermene.
Fu lui a farmi conoscere i Cure.
Ricordo ancora quella sensazione stranissima: non era soltanto musica. Era come se stessi entrando nel suo paesaggio interiore. Ogni canzone mi sembrava una traduzione emotiva di ciò che non riusciva a dire apertamente. E io me ne innamorai con la stessa intensità con cui mi stavo innamorando di lui.
Succede spesso, credo. Alcune persone non ci lasciano soltanto ricordi: ci lasciano uno sguardo nuovo sul mondo. Da quel momento in poi certe canzoni, certi libri, perfino certi silenzi non saranno mai più separabili da loro.
Poi naturalmente arrivò la fine.
E a vent’anni la fine di un amore non sembra una semplice separazione. Sembra una frattura definitiva dentro qualcosa che credevi eterno. Ricordo il vuoto improvviso delle giornate, il tentativo inutile di continuare normalmente mentre dentro tutto continuava a crollare piano.
Ed è lì che Pictures of You cambiò forma.
Non era più la nostra canzone. Diventò il luogo in cui andavo a rifugiarmi quando il dolore diventava troppo rumoroso. Mi cullava senza cercare di consolarmi davvero. Perché quella canzone non promette guarigione. Parla del ricordo quando il ricordo è ormai tutto ciò che resta.
Ci sono brani che aiutano a dimenticare.
E poi ce ne sono altri che fanno qualcosa di molto più umano: restano accanto alla ferita finché smette di far paura.
Forse è per questo che ancora oggi, quando la puntina scende sul vinile e le prime note di Pictures of Youriempiono la stanza, sento tornare qualcosa che non riguarda soltanto lui. Riguarda la ragazza che ero allora. Quella capacità di amare, di precipitare dentro le emozioni senza proteggersi, di credere che certe persone sarebbero rimaste per sempre. E poi c’era il modo in cui quella canzone suonava. Le chitarre liquide e malinconiche, dilatate come certi ricordi che continuano a occupare spazio dentro di noi anche dopo anni. E sopra tutto la voce di Robert Smith, teatrale e fragile insieme, capace di trascinare dentro ogni parola un dolore trattenuto, mai davvero esploso.
Pictures of You non cerca di proteggerti dalla nostalgia. Ti ci lascia dentro, lentamente. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, continua a fare così male.
La verità è che non restano le persone.
Restano le tracce che hanno lasciato dentro di noi.