ITALIANA – Quando la libertà ha il volto di una brigantessa

donna di spalle che cammina lungo un sentiero di montagna con la luce soffusa

Cosa significa essere italiani all’alba del 1861?

Il 17 marzo di quell’anno nasce ufficialmente il Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II, dopo le guerre d’indipendenza e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi.

Sui libri di scuola quella stagione viene raccontata come il compimento di un sogno.
Ma per molti, soprattutto nel Sud, le cose andarono diversamente.

È proprio dentro questa frattura tra sogno e realtà che prende forma la storia raccontata in Italiana di Giuseppe Catozzella, che ci porta nella Calabria dell’Ottocento per farci incontrare una figura quasi dimenticata dalla storia: Maria Oliverio, detta Ciccilla, considerata la prima brigantessa d’Italia.

Per capire davvero la sua storia bisogna tornare indietro, a quell’alba del 1861 in cui nasce ufficialmente il Regno d’Italia. Dopo le guerre d’indipendenza e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, il Sud viene annesso al nuovo stato sotto Vittorio Emanuele II.

Sui libri di scuola quella stagione appare come il compimento di un sogno.
Ma per molti, soprattutto nel Mezzogiorno, le cose andarono diversamente.

Il sistema dei latifondi rimase immutato, le promesse di redistribuzione delle terre non furono mantenute, e nelle campagne si diffuse un sentimento di tradimento che alimentò rivolte e sacche di resistenza. È in questo clima di tensione e disillusione che prende forma la storia di Ciccilla.

Maria nasce nel 1841 a Casole, un piccolo paese immerso nel cuore della Sila.
È una terra aspra e bellissima, fatta di boschi profondi e montagne che sembrano custodire segreti antichi.

Fin da bambina Maria sente un legame quasi viscerale con quei luoghi.
È tra quei sentieri che sperimenta per la prima volta una sensazione rara per una ragazza del suo tempo: la libertà.

La sua famiglia vive come la maggior parte dei contadini dell’epoca, lavorando le terre dei signori locali. La povertà è dura, ma il vero terremoto arriva con il ritorno della sorella maggiore Concetta, cresciuta lontano dal paese dopo essere stata adottata da una famiglia aristocratica napoletana.

La sua presenza sconvolge gli equilibri familiari e segna profondamente la vita di Maria.

È allora che la ragazza trova rifugio dalla zia soprannominata “Terremoto”, una donna solitaria che vive ai piedi del Monte Botte Donato. Con lei Maria impara a vivere nei boschi, a riconoscere i ritmi della natura e a sviluppare quella forza selvaggia che un giorno la renderà una figura leggendaria.

La svolta arriva con l’incontro con Pietro Monaco, giovane carbonaro animato dagli ideali di libertà che stanno attraversando l’Italia. Pietro partecipa alle imprese garibaldine, convinto che l’unità porterà giustizia e dignità anche al Sud.

Ma quando capisce che le promesse fatte al popolo non verranno mantenute, qualcosa in lui si spezza.

Deluso e furioso, abbandona tutto e si rifugia tra le montagne della Sila insieme ad altri ribelli. È l’inizio del brigantaggio.

Maria lo seguirà poco dopo, spinta da un destino che ormai sembra non lasciarle alternative.

Tra le grotte e i boschi della Sila Maria smette di essere soltanto Maria.
Diventa Ciccilla.

Una brigantessa fiera, temuta, bellissima, capace di guidare uomini e di sopravvivere in un mondo dominato dalla violenza. Le sue imprese attraverseranno l’Italia e arriveranno perfino in Francia, dove Alexandre Dumas ne racconterà le gesta sul giornale L’Indipendente.

Ma la forza di questo romanzo non sta solo nella dimensione storica.

Il vero cuore del libro è la voce di Maria.

Catozzella sceglie di raccontare la sua storia in prima persona, entrando con sorprendente sensibilità nel mondo interiore di una giovane donna divisa tra due identità: Maria, la ragazza che desidera una vita semplice, e Ciccilla, la guerriera che sceglie la libertà anche quando questa significa solitudine e violenza.

Attorno a lei ruota un universo femminile potente: la madre, la sorella, la zia Terremoto, la maestra. Perfino una lupa che la riconosce come capo branco diventa una presenza simbolica, quasi mitica.

E poi c’è la Sila. La Sila non è soltanto il luogo in cui Maria cresce, ma è qualcosa di più profondo. I boschi diventano il suo rifugio quando la casa smette di esserlo, il suo orizzonte quando la vita sembra chiuderle ogni strada. Tra quei sentieri impara a riconoscere i suoni della natura, a muoversi libera, a respirare lontano dalle regole e dalle ingiustizie degli uomini.

È lì che nasce il carattere di Ciccilla.
Prima ancora della brigantessa, prima ancora della leggenda.

Tra i momenti più intensi del romanzo c’è l’incontro con la lupa. Non è solo un animale selvatico che appare nei boschi della Sila. È un riflesso. Ciccilla si specchia nei suoi occhi gialli e vi riconosce qualcosa di familiare: la stessa diffidenza verso gli uomini, la stessa fame di libertà, la stessa ostinazione a restare viva in un mondo che prova continuamente a piegarti.

In quello sguardo non c’è paura, solo riconoscimento.
Come se la montagna stessa, attraverso quella creatura antica, avesse deciso di accoglierla tra i suoi figli.

Alla fine Italiana non è soltanto il racconto di una brigantessa.

È la storia di una donna che combatte per essere libera.
Ma è anche la storia di un paese appena nato, ferito e contraddittorio, unito sulla carta ma ancora in cerca di una vera identità.

Un paese che forse, ancora oggi, sta cercando di capire cosa significhi davvero essere italiani.

“Weyward”, di Emilia Hart: un viaggio tra passato e magia femminile

“Weyward” è stato il folgorante esordio narrativo di una giovane e talentuosa autrice anglo australiana, Emilia Hart. Wayward, con la A, significa ribelle, strano, diverso. Weyward, con la E, era il nome delle tre sorelle streghe che nell’opera teatrale del Macbeth conducono il principe alla morte. Termine che, molto probabilmente, fu scelto da Shakespeare proprio perché compariva spesso nelle storie di stregoneria del folklore britannico, adattandosi perfettamente ai personaggi. E infatti la nostra storia in fondo è proprio questo: una storia di streghe, nell’accezione più antica e insieme più moderna che conosciamo. Weyward è Il racconto di tre donne fuori dal comune legate dal filo rosso della discendenza, che vivono in forte connessione spirituale con la madre terra in quel limbo sottile ed invisibile che separa la realtà dalla magia, custodi di un antico sapere a causa del quale saranno perseguitate ed emarginate.

Il romanzo si sviluppa su tre linee temporali differenti: ogni capitolo è dedicato ad una delle protagoniste e segue l’incedere degli avvenimenti alternando le storie di ognuna, un meccanismo che consente a noi lettori di sovrapporre poco alla volta le diverse esperienze e di comprenderne il significato più profondo.

🐦‍⬛ Altha vive nel 1619 ed è accusata di stregoneria. Racconta in prima persona la sua storia, mentre attende di essere processata nella prigione del suo villaggio, nella regione inglese della Cumbria. E’ una giovane donna che ha vissuto tutta la sua vita in un cottage al margini del paese insieme alla madre, esperta erborista che le ha tramandato tutto il suo sapere. La sua capacità di curare le malattie ed alleviare le sofferenze tuttavia fa sorgere nei suoi confronti una sorta di diffidenza mista a paura, un sentimento ostile esacerbato anche da una superstizione di massa che in quegli anni stava infestando il nord dell’Inghilterra e la Scozia. Qualche anno prima infatti, Re Giacomo I scrisse il famigerato “Daemonologie“, un trattato sulla stregoneria che scatenò una terribile persecuzione soprattutto nei confronti di quelle donne conosciute come “guaritrici”. Altha, vittima dell’ignoranza dei suoi compaesani, viene accusata di alcune morti ritenute inspiegabili: è da lei che tutto ha inizio, il perno su cui ruoteranno le vite delle altre due protagoniste.

🦋Nel 1942 incontriamo Violet, una ragazzina orfana di madre che vive con il padre e il fratello in una magione della Cumbria. Il padre di Violet appartiene alla nobiltà inglese e pertanto pretende per la figlia un’educazione consona al suo lignaggio, che la formi in vista del ruolo che dovrà ricoprire in società. Ma Violet è diversa, non le interessa imparare le buone maniere, lei ama le scienze naturali e vorrebbe avere la stessa opportunità di studiare al college di suo fratello Graham. Da sempre in profonda connessione con la natura e gli animali, nutre rispetto per ogni essere vivente e conserva un animo puro ed innocente, che la rende però del tutto impreparata alla vita. Un uomo orribile, travestito da cavaliere dalla scintillante armatura, la strapperà via da quel mondo incantato inferendole ferite profonde, nel corpo ma soprattutto nell’anima. Incapace di spiegare l’abominio che ha subito al padre, sarà costretta a nascondersi come una reietta nel cottage che apparteneva alla defunta madre, abbandonata e diseredata. Ma, incredibilmente, è proprio in quella casetta isolata e fatiscente che riuscirà a riprendere in mano le redini della sua vita e a realizzare i suoi sogni.

🐝 E poi c’è Kate, una giovane donna contemporanea vittima di una relazione tossica con un uomo violento. Kate ha una scarsa autostima ed ha molti problemi relazionali a causa di un trauma subito da bambina, che l’ha privata del padre e di cui si sente ingiustamente colpevole. Il suo attuale compagno, del quale all’inizio aveva subito l’indiscutibile fascino, si è trasformato nel peggiore degli aguzzini e la umilia in continuazione, sia psicologicamente che fisicamente. Quando, dopo l’ennesimo abuso sessuale, Kate scopre di essere rimasta incinta, in preda al terrore si rifugia nel cottage che la prozia Violet le ha lasciato in eredità e di cui ancora nessuno sa nulla. Lo stesso cottage ai margini del bosco in cui la sua antenata Altha preparava i tonici con le erbe medicali, al riparo dall’ignoranza dei compaesani. Lo stesso cottage in cui Violet viene abbandonata dal padre, con un po’ di cibo in scatola e poco altro. Anche Kate, che fino a quel momento aveva inconsapevolmente represso le sue percezioni e il suo forte legame con il mondo naturale, in questo piccolo rifugio comincia poco alla volta a riconciliarsi con la sua parte più autentica ma, soprattutto, ad amarsi e perdonarsi. Pagina dopo pagina le tre linee temporali che separano Altha, Violet e Kate si appianano e convergono, per farsi portavoce di un unico messaggio che arriva forte e chiaro, pieno di bellezza e di speranza. Il filo rosso che unisce queste tre donne non è solo una discendenza di sangue, ma è soprattutto un lascito morale fatto di resilienza e forza interiore, l’eredità di chi deve combattere ogni giorno contro un patriarcato che affonda le sue radici nella storia dell’umanità.

Weyward è un romanzo originale, appassionato, delicato e al tempo stesso profondo, che racconta la discriminazione di genere con coraggio e indignazione, con saggezza e senso della misura, aggiungendo quel pizzico di realismo magico che fa sognare e alleggerisce il cuore.

TE LO CONSIGLIO SE:

✔️ Ami le storie declinate al femminile

✔️ La resilienza è il tuo super potere

✔️ Il realismo magico non ti disturba

Conoscere il Medio Oriente

IL CACCIATORE DI AQUILONI, di Khaled Hosseini 🪁

Sono trascorsi diversi anni da quando lessi questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2003. Erano anni in cui in tutto il mondo si sentiva ancora tremendamente l’eco degli attacchi alle Torri Gemelle, una strage irreversibile destinata a cambiare per sempre la storia dell’umanità. Il comune sentire di noi occidentali era dominato da un feroce risentimento nei confronti dei terroristi afghani autori dell’attentato e si guardava al popolo islamico come ad una fucina di orrori, patria di un assolutismo religioso e politico per noi inconcepibile. In questo clima così teso e adombrato d’odio “Il Cacciatore di aquiloni” fa il suo ingresso e rimescola le carte, pronto a far conoscere a noi occidentali la storia dimenticata dell’ Afghanistan attraverso il racconto di un’amicizia nata a Kabul nel 1970. Amir, di etnia sunnita, è il figlio di un uomo benestante che si è fatto strada nella vita mentre Hassan, di etnia sciita, lavora come domestico insieme a suo padre nella casa del ricco Baba, il padre di Amir. Tra i due ragazzini si instaura subito un forte legame, destinato però a incrinarsi a causa di un tragico avvenimento, proprio durante la tradizionale gara di aquiloni che i due bambini riescono a vincere grazie al loro straordinario affiatamento. Sullo sfondo di un Paese martoriato da guerre intestine, si snoda una vicenda umana complessa ed emozionante che arriva a toccare tutti i sentimenti più profondi che albergano nel cuore di ogni essere umano: amicizia, colpa, vergona, rimpianto, perdono, espiazione. Accostare questi temi universali a una realtà così distante dalla nostra aiuta noi lettori ad empatizzare con i protagonisti e, di conseguenza, a guardare al mondo islamico con occhi nuovi, privi di pregiudizi. Hosseini ha il grande merito di aver fatto conoscere a noi occidentali la storia nascosta di un paese diviso da anni di fanatismi religiosi, guerre, occupazioni straniere, attraverso la nostalgia e il dolore di uomini che quel paese lo hanno amato profondamente, come una patria amorevole e generosa. Come ho scritto all’inizio, per me, come credo per tanti altri, l’Afghanistan è sempre stato solo sinonimo di terrore e inciviltà, un luogo dove l’essere umano non è più tale, un paese senza infanzia, senza diritti, senza passato. Hosseini ha restituito al popolo Afghano radici e dignità e anche solo per questo varrebbe la pena di leggere il suo romanzo. Per cui, se durante i vostri giri in libreria vi imbattete in questo volumetto, non esitate a comprarlo: vi aprirà gli occhi su una realtà sconosciuta, ed impareremo a comprendere meglio  un Paese e un popolo che è stato letteralmente annullato nella sua identità da vicende storiche violente e dolorose.

LEGGERE LOLITA A TEHERAN, di Azar Nafisi 📖

Leggere Lolita a Teheran” è un romanzo di Azar Nafisi, professoressa di letteratura anglosassone presso l’università di Theran, pubblicato nel 2004. Il testo è strutturato  in quattro parti,  ognuna delle quali prende il nome dei romanzi che la professoressa, più di ogni altro, amava insegnare ai suoi studenti: Lolita, Gatsby, Daisy Miller e Orgoglio e Pregiudizio. Questi titoli rappresentano il simbolo  del legame che lei e le sue studentesse  ebbero con la letteratura in quegli anni  terribili, un’ancora di salvezza  alla quale  rimasero aggrappate per non venire inghiotte dal buio della repressione e restare umane, vive, consapevoli. L’Iran è un paese con una storia millenaria affascinante, culla di antiche e nobili civiltà, ma  purtroppo la mia generazione ha imparato a conoscerlo solo dopo la rivoluzione islamica degli anni settanta, quando l’ estremismo religioso e politico dell’Ayatollah Khomeini lo trasformò in un acerrimo nemico dell’ Occidente. Il romanzo è sostanzialmente la storia della professoressa Nafisi, figlia di un ex sindaco di Theran, che a tredici anni viene mandata a studiare in America, dove si formerà culturalmente. Dopo la laurea torna in Iran per intraprendere la  carriera di insegnante universitaria, ma il suo non fu un ritorno in patria, bensì l’inizio di una nuova vita in un paese radicalmente cambiato, ormai straniero. L’estremismo religioso imponeva divieti al limite del surreale, che di fatto rendevano impossibile una normale formazione, soprattutto per le ragazze. In un clima così apertamente ostile alla cultura, la letteratura rappresentava per queste giovani un mezzo per evadere da un contesto familiare e sociale opprimente ed una concreta possibilità  di riappropriarsi di sé stesse e della  propria libertà di pensiero, quando tutto il resto veniva negato. “Leggere Lolita a Teheran” è una contraddizione in termini nell’Iran di Khomeini, è l’espressione individuale  contro un regime che omologa e che invade ogni spazio privato, è il potere della letteratura che arricchisce di nuove prospettive contrapposto alla censura cieca  del totalitarismo, è la libertà di raccontare una storia qualunque contro il perfetto, irreale eroismo dei martiri religiosi. Nonostante le atrocità che è costretta a vedere e a non contestare mai, pena la propria sopravvivenza, si percepisce l’ amore profondo di Nafisi per le sue origini, per il suo paese martoriato dal fanatismo religioso e da anni di guerra con l’Iraq, per quell’antica Persia che la rivoluzione avrebbe dovuto restituire al popolo e che invece, come tutti gli atti violenti ed estremi, tradì i suoi ideali ed ebbe conseguenze nefaste.

OGNI MATTINA A JENIN, di Susan Abulhawa ☀️

Questo romanzo, pubblicato nel 2006, si è rivelato fondamentale per comprendere meglio l’annosa crisi medio orientale che, soprattutto in questo ultimo periodo, si è riacutizzata in modo allarmante. Sento parlare di “questione palestinese” da quando sono piccola, eppure niente come questo libro è riuscito a chiarirmi le idee o comunque a gettare luce su un pezzo di storia contemporanea che colpevolmente ignoravo. Abulhawa racconta, attraverso la voce di Amal, nipote del patriarca della famiglia Abulheja, sessant’anni di storia palestinese, dal 1948 fino ai giorni nostri. Viviamo così il drammatico esodo della famiglia Abulhawa, costretta a rifugiarsi nel campo profughi di Jenin dopo che Israele si impadronì con la forza delle loro terre, perpetrando violenze inaudite e massacri sulla popolazione inerme. Amal assiste impotente a quegli orrori che disintegrano poco alla volta tutti i suoi affetti, che uccidono suo nonno e il suo amatissimo padre, che fanno impazzire di dolore sua madre, che porteranno i suoi fratelli a crescere l’uno come palestinese e l’altro come israeliano, nemici inconsapevoli della propria identità. Attraverso gli occhi di una bambina che si trasforma in donna assistiamo a terribili eccidi, lotte per la supremazia che trascendono i confini religiosi, vergognose ingerenze delle potenze occidentali, rappresaglie spietate e continue in nome di un dio che ormai chiunque ha dimenticato. Nonostante queste necessarie ricostruzioni storiche vi sono pagine pregne di bellezza e tenerezza, quella legata ai ricordi della famiglia Abulhawa, alle placide scene di vita quotidiana, all’amore che Amal e i suoi antenati hanno sempre riversato in quella terra prima che venisse loro rubata, negata e fatta a pezzi insieme alla loro identità di palestinesi. E’ un libro che racconta un’altra verità, quella del popolo arabo, quella che nelle cronache dell’epoca non troveremo mai. Quella che vede Israele come l’usurpatore, che costruisce uno stato sulle macerie di un altro, appoggiato dall’occidente che pur di esportare il suo ideale di democrazia chiude gli occhi e, in silenzio, avalla anni di genocidi. Dopo tutte le ingerenze, le ritorsioni e le violenze reciproche non è possibile stabilire a posteriori chi siano i giusti, e questo romanzo non ne ha la pretesa. L’unico intento dell’autrice è quello di dare voce ad un popolo senza più patria nè identità, affinché la storia non identifichi più il mondo islamico solo con l’aberrazione morale e la follia dei kamikaze.

Libri in pillole: “Come un fiore ribelle”, di Jamie Ford

Non fatevi ingannare dal titolo o dalla copertina…questa non è una banale storia d’amore. Jamie Ford è l’autore del più famoso “Il gusto proibito dello zenzero” (se vi interessa, trovate qui la mia recensione), romanzo stupendo che sia io che altri abbiamo recensito e consigliato  con entusiasmo, perché quest’uomo sa scrivere storie bellissime in modo perfetto. Questo suo ultimo lavoro forse non è all’altezza del precedente, ma a me è piaciuto veramente molto. Lo sfondo è ancora una volta la Seattle degli anni 30, con la sua chinatown dove il tempo e lo spazio sembrano essersi cristallizzati. Sembra di essere in Oriente, le tradizioni sono molto radicate e un maschilismo cieco domina la piccola comunità. Sono gli anni in cui una donna cinese, seppur nata in America e quindi in un paese che ha fatto della libertà individuale un baluardo, non ha scampo: il suo destino è già segnato dalla nascita. Se è fortunata, può adattarsi ad un matrimonio che viene già combinato durante l’infanzia. Ma se la vita le riserva altro, e suo malgrado non è più desiderabile come moglie perché impura e di dubbia reputazione, non è più nessuno. Non c’è lavoro per le ragazze così, sono tagliate fuori dalla comunità asiatica e al tempo stesso dal mondo occidentale, perché nella patria della Libertà di quegli anni un feroce razzismo condanna all’emarginazione chi appartiene alle diverse etnie. Liu Song, vittima di un destino crudele, non si rassegna. Prova in ogni modo ad emergere, grazie alla sua voce straordinaria che incanta i passanti che sostano davanti al negozio di musica per il quale ogni tanto lavora. E’ bellissima ed aggraziata, e sogna un futuro nel mondo dell’arte. E’ il periodo del boom cinematografico, il film muto e i cantanti dell’opera hanno fatto il loro tempo: forse, per la sfortunata Liu, c’è una flebile speranza di conquistare un piccolo posto nel mondo. Quando la incontriamo nel romanzo, è diventata una figura di spicco nel panorama holliwoodiano, con il nome di Willow Frost. La sua storia toccante, ma pregna di una bellezza che avvolge anche gli avvenimenti più drammatici, la apprendiamo grazie ad un bambino che vive da anni in un orfanotrofio della città. Quel bambino, durante un’uscita collettiva al cinema, riconosce nello sguardo e nella voce di Willow Frost sua madre. La cerca disperatamente, e la ritroverà: e proprio da qui comincerà il racconto di Liu Song.

Celebrare il 25 Aprile

IL PARTIGIANO JOHNNY, di Beppe Fenoglio

“Il partigiano Johnny” è un romanzo autobiografico di Beppe Fenoglio rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1968, ideale prosecuzione del precedente “Primavera di bellezza”. Johnny, soprannominato così a causa della sua passione per la letteratura inglese, è un giovane ex ufficiale dell’esercito italiano che, in seguito all’armistizio firmato dal maresciallo Badoglio l’ 8 settembre 1943, approfittando del caos che tale decisione provocò all’interno delle forze armate, decide di disertare e di fare ritorno al paese natìo, dove per qualche tempo conduce una vita da imboscato sulle colline di Alba, nascosto dalla famiglia. Poco dopo però, insofferente a quella vita monotona e codarda, si arruola nel primo gruppo di partigiani che incontra in zona, di estrazione comunista, pur non approvandone né l’ideologia né la disorganizzazione con la quale affrontano la guerriglia. Proprio a causa di alcuni terribili errori di strategia  il suo gruppo fu portato al massacro;  Johnny, tra i pochi superstiti dell’ eccidio, cambierà definitivamente fazione passando ai partigiani badogliani, più moderati e più in linea con le sue idee militari. Potrebbe sembrare uno dei tanti romanzi antifascisti che omaggiano la storia della resistenza, invece è molto più di questo: fin dalla prime pagine intuiamo che la storia di Johnny ha un respiro differente, più profondo ed esistenziale. La grandiosità di questo romanzo sta infatti nella visione anti eroica con cui Fenoglio racconta la resistenza italiana, ponendo invece l’attenzione sul dramma umano, sulla crudeltà della guerra civile e sulla sua insensatezza. Ciò che lo distingue dalla letteratura di genere e che lo inserisce di diritto tra i più importanti romanzi del novecento è la profonda dimensione esistenziale che si astrae dal contesto e che rende universale le vicende umane di Johnny. La lettura di questo romanzo è, inoltre, un’ esperienza linguistica affascinante: la scrittura è pregna di invenzioni lessicali, inglesismi mescolati a retaggi dialettali e spesso i pensieri di Johnny vengono espressi con termini inglesi arbitrari ed adattati alla prosa. Un’ autentica avventura che all’inizio può sembrare un po’ ostica ma, se riusciamo ad accoglierla e abbandonarci ai suoi manierismi,  ci appagherà in maniera totalizzante.

L’ AGNESE VA A MORIRE, di Renata Viganò

“L’ Agnese va a morire” è un romanzo dal titolo emblematico, che ci svela fin da subito quale sarà il tragico epilogo della storia raccontata da Renata Viganò. Agnese è una lavandaia di mezza età che vive nelle valli di Comacchio con il marito Palita, un uomo molto debole di costituzione che, impossibilitato a svolgere lavori di fatica, si dedica anima e corpo alla politica. A causa delle sue posizioni antifasciste  Palita viene catturato e ucciso dai tedeschi, lasciando Agnese in balìa della disperazione e di un odio feroce che comincia a montarle dentro giorno dopo giorno, fino a culminare nell’omicidio di un soldato tedesco che per divertimento uccide l’amatissima gatta del marito. In seguito a quel gesto Agnese deciderà di rifugiarsi presso un gruppo di partigiani, con i quali comincia a vivere in clandestinità. Quell’ istintiva ribellione alla brutalità dell’ occupazione nemica fa maturare in lei, donna priva di cultura e di coscienza politica, una nuova consapevolezza che la porterà a diventare un’attivista della lotta partigiana. “Mamma Agnese” , questo il suo nome di battaglia, avrà un ruolo fondamentale nella guerriglia, meno militaresco e più umano, in cui si occupava dei militanti sfamandoli e sostenendoli, svolgendo lavori di logistica e di vivandiera. Pedalando con la sua bicicletta attraverso le Valli di Comacchio traporta cibo, munizioni e informazioni sfidando la sorte ogni giorno come staffetta, sempre al fianco dei suoi ragazzi, sempre fedele al suo battaglione, fino all’ultimo estremo sacrificio. Un romanzo anch’esso autobiografico, una testimonianza quasi in presa diretta degli accadimenti di quegli anni che non vengono mai edulcorati, ma raccontati con crudele realismo e struggente bellezza. E non è vero, come si legge nella chiosa, che di lei “resterà solo un mucchio di stracci nella neve sporca“: Mamma Agnese sarà per sempre un simbolo di forza, di fede, di speranza, di coraggio, il sacrificio di chi lotta senza remore, senza imposizioni e senza ideali altisonanti, ma  solo perché è giusto.

IL CORAGGIO DI CION, di Daniele La Corte

“Il coraggio di Cion” racconta la storia vera del partigiano Silvio Bonfante, nome di battaglia Cìon, che in dialetto del ponente ligure significa “chiodo”. Nato ad Oneglia (oggi Imperia) nel 1921, durante gli anni della resistenza come molti altri suoi coetanei si arruola nelle truppe partigiane dell’entroterra ponentino. Grazie alle sue doti di stratega diventa prima comandante di una banda, poi vice comandante della divisione “volante“, preposta alle più rischiose operazioni d’ assalto. La breve vita di Cion è una storia autentica che l’autore ha cercato di rendere ancora più vera ponendo l’accento sull’uomo nella sua complessità oltre che sul guerrigliero, un ragazzo di soli 23 anni con i suoi sogni, le sue paure e debolezze, i suoi affetti. Trascorre la sua esperienza da partigiano senza mai dimenticarsi della famiglia, soprattutto della sorella Anna, a cui è profondamente legato e che cerca di proteggere in ogni modo. Anche quando la lotta si farà dura e disperatamente incerta, su quelle montagne scenari di terribili e feroci scontri, la vita continua a pulsargli nelle vene e pretende di essere ascoltata: arriva l’amore e ha gli occhi di Fiammetta, una giovane staffetta che riuscirà a mettere a nudo la tenerezza di quel comandante così duro e deciso, svelandone l’aspetto più intimo e riservato. La battaglia di Monte Grande, tragicamente famosa per l’eroismo dimostrato da quel manipolo di partigiani che riuscì a mettere in fuga le truppe tedesche ben più numerose e meglio organizzate, trasforma Cion in un eroe leggendario. Un’impresa epica, ardita e quasi folle, che ancora oggi viene festeggiata ogni anno, la domenica più prossima a quell’indimenticabile 5 settembre 1944.

Come ogni eroe che si rispetti, anche Cion morirà sul campo di battaglia, a Briga Alta (CN), il 17 ottobre 1944. Un ultimo atto di coraggio e di sacrificio estremo che gli valse, nel 1946, la Medaglia d’oro al valore, con questa motivazione: “In nove mesi di continua lotta contro i nazifascisti creava intorno a sé, con le sue epiche gesta, un’aureola di eroica leggenda. Trascinatore entusiasta e combattente valorosissimo, ebbe largo seguito di giovani che, animati dal suo valore, accorrevano ad impugnare le armi per la redenzione della Patria. Ferito durante un cruento combattimento e raccolto in un ospedale da campo che veniva circondato da SS. tedesche, visto cadere al suo fianco il medico che lo curava e preclusa ogni via di scampo, per non fare trucidare i porta feriti e non cadere vivo nelle mani del nemico, si uccideva, concludendo la sua vita col volontario supremo sacrificio. Fulgido esempio di valore e di sublime altruismo”.

Memorie di una geisha: la storia di Sayuri e la forza silenziosa di una donna

Ci sono libri che desideri leggere a lungo, come se sapessi che ti chiederanno qualcosa in cambio. Memorie di una geisha è stato uno di questi. Entrare nella storia di Sayuri significa varcare una soglia: muoversi in punta di piedi in un mondo dove la grazia convive con la crudeltà, e ogni gesto ha un prezzo. Arthur Golden ci accompagna dentro una realtà lontanissima dalla nostra cultura, e proprio per questo capace di affascinare e ferire allo stesso tempo. Quella di Sayuri non è una favola, anche se a tratti lo sembra: è una storia di perdita, disciplina e desiderio, avvolta da un’aura sospesa che rende il dolore quasi sopportabile.

Quando facciamo la sua conoscenza, Sayuri – allora Chiyo – è una bambina di appena nove anni che vive con la sorella maggiore e i genitori in un piccolo villaggio di pescatori. Alla morte della madre, gravemente malata, il padre, ridotto all’indigenza, decide di vendere le figlie a un trafficante di prostitute. È l’inizio di una frattura insanabile: giunte a Kyoto, davanti alla vecchia tenutaria di un bordello nel quartiere a luci rosse, le due sorelle vengono separate. Sayuri, più bella e promettente, viene ritenuta adatta alla Casa delle geishe, dove il piacere non è brutalizzato e soprattutto non è un obbligo, ma una forma raffinata di intrattenimento.

Nel quartiere di Gion, infatti, la sessualità sfuma in una compagnia colta e artistica, fatta di danza, musica e conversazione. All’inizio Sayuri lavora come domestica in cambio di vitto e alloggio, ma dopo anni durissimi inizia la sua formazione: un apprendistato estenuante che la prepara a diventare ciò che il mondo maschile desidera. A distinguerla dalle altre ragazze ci sono due elementi destinati a segnarne il destino: un’innata grazia e il colore degli occhi, un azzurro rarissimo che esercita un’attrazione quasi ipnotica.

Essere una geisha, però, è molto più di un kimono di seta o di un volto di porcellana perfettamente truccato. Dietro quell’apparenza quasi divina si nascondono sacrifici estremi, obbedienza assoluta, privazioni affettive, silenzi imposti. Sayuri tenta più volte di sottrarsi a quel destino, ma comprende presto che per ottenere ciò che desidera – e forse per sopravvivere – deve assecondarlo. È una scelta irreversibile, che la condurrà a diventare la geisha più famosa e desiderata del Giappone.

“Non diventiamo geishe perché desideriamo una vita felice, ma perché non abbiamo altra scelta.”

È questo l’insegnamento che la grande geisha Mameha impartisce a Sayuri bambina, racchiudendo in una sola frase l’essenza di quel mondo.

Un romanzo avvincente e toccante, che offre un ritratto intenso e impietoso della cultura giapponese del Novecento, destinata a sgretolarsi dopo la Seconda guerra mondiale sotto l’impatto del mondo occidentale. Ma soprattutto è la storia di una donna costretta a trasformare la grazia in una forma di resistenza, il silenzio in sopravvivenza. Ed è per questo che Sayuri resta addosso: non per ciò che rappresenta, ma per ciò che è stata costretta a diventare.

Lei si dipinge il viso per nasconder il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è silenzio.

Questo articolo fa parte del progetto “Ritratti di donne indimenticabili”.
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Berlino 1934: Un Ambasciatore Americano al Tempo di Hitler

“Il giardino delle bestie” è un riuscitissimo amalgama tra cronaca e romanzo storico, anche se non ha la pesantezza e la freddezza di questi generi. Il protagonista, William Dodd, è infatti realmente esistito e Larson racconta la sua esperienza di ambasciatore americano nella culla del terzo Reich. Tutto si svolge nell’anno 1934, periodo cruciale che cambiò per sempre il volto di Berlino e della Germania intera: è questo l’anno della rivoluzione dei giovani nazisti e dell’ascesa al potere di Hitler. L’originalità del romanzo è il punto di vista con cui questo enorme cambiamento viene raccontato, che è quello di uno uomo politico straniero che con la sua famiglia si trasferisce in Germania per intraprendere la carriera diplomatica. Dodds Arriva a Berlino con l’entusiasmo di chi, come lui, conobbe la Germania agli albori del 1900, quando studiò a Lipsia e tutto era un brulicare di vita, di cultura, di benessere: ben presto però si rende conto di quanto il suo ricordo fosse fuorviante e non più aderente ad una realtà profondamente trasformata. Dodds era un intellettuale del partito democratico, sostenitore di Franklin D. Roosevelt eletto alla Casa Bianca nel novembre 1932; era indubbiamente attratto dalla vita pubblica ma non possedeva le finezze di una mente politica, e l’unico motivo per il quale fu scelto da Roosevelt per rivestire l’importante ruolo diplomatico era la sua familiarità con il mondo tedesco, seppur limitata al solo aspetto accademico. Il neo ambasciatore era un uomo integerrimo distante anni luce dai giochi di potere della politica, fermamente convinto che il suo dovere più importante fosse portare come esempio i suoi principi egualitari e l’ideale jeffersoniano di democrazia liberale. A causa di questa sua impostazione, più da docente (qual in effetti era) che da scaltro rappresentante USA in terra straniera, ben presto verrà giudicato un inetto dai suoi connazionali e diventerà una facile pedina degli uomini di Hitler. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno vedremo lui e la sua famiglia scivolare in un terribile incubo da cui ne usciranno tutti irrimediabilmente distrutti. Dodds con la sua ingenuità e la figlia Martha con la sua spudoratezza sentimentale vivono a loro modo l’ orrida ascesa nazista, di cui si renderanno pienamente conto solo alla fine, quando saranno costretti a spalancare increduli gli occhi di fronte al primo tremendo atto di follia: la Grande Purga compiuta da Hitler contro i presunti oppositori del regime, il 30 giugno del 1934, passata alla storia come “la notte dei lunghi coltelli”.

La Lotta di Francie Nolan tra Povertà e Speranza: recensione di “Un albero cresce a Brooklyn”

Ambientato nel quartiere popolare di Brooklyn nei primi anni del 1900, il romanzo ha per protagonista Francie Nolan e la sua famiglia di immigrati irlandesi, costretta a combattere ogni giorno contro le durissime condizioni di vita dovute alla crisi economica in cui versa l’intero paese, e la conseguente mancanza di lavoro. La madre, una donna dolce ma determinata, per sbarcare il lunario lava i pavimenti dei palazzi vicini; il papà invece, che Francie adora, ha problemi di alcolismo e nonostante ami molto la sua famiglia purtroppo non riesce a contribuire concretamente al suo sostentamento. Nel cortile della vecchia e consunta palizzata in cui abitano i Nolan troneggia un albero dalla folta e rigogliosa chioma che in quell’estate assolata del 1912, anno in cui comincia la nostra storia, offre ombra e riparo alla famiglia e riempie di meraviglia i curiosi occhi di Francie. Sono in molti a chiamarlo “l’Albero del Paradiso” perché è l’unica pianta che riesce a germogliare tra il cemento dei quartieri popolari, come un dono di Dio in mezzo alle disgrazie degli uomini. Francie Nolan è come quell’ albero, che resiste alla mancanza di luce ed acqua, che invece di morire di stenti sembra combattere una lotta disperata per continuare a protendere i suoi rami verso il cielo. Francie Nolan è la povertà vista attraverso gli occhi di una ragazzina che usa l’immaginazione, il suo spirito di osservazione e l’amore sconfinato per i libri per riscattarsi da un mondo che sembra non avere un posto per lei. La sua determinazione e il suo desiderio infinito di imparare, dai libri come dalla vita, la porteranno in alto, come fosse il prolungamento di quell’albero ostinato che cresce solitario tra il cemento del suo quartiere.

Nonostante la vita dei Nolan sia oggettivamente amara e terribilmente difficile noi lettori non proveremo mai sentimenti di commiserazione o compassione, perché tutti gli accadimenti, le lotte disperate e le privazioni che subiscono sono filtrate dall’intensa gioia di vivere di Francie e dall’amore della sua disgregata famiglia.

“Nominato dalla New York Public Library come uno dei grandi libri del secolo appena trascorso, “Un albero cresce a Brooklyn” è una magnifica storia di miseria e riscatto, di sofferenza ed emancipazione di bruciante attualità.”

Buona lettura!

Suite Francese: alla scoperta di Irene Némirovsky

Irene Némirovsky è una delle mie scrittrici preferite, la mia comfort zone per eccellenza. Diversi anni fa la casa editrice Adelphi pubblicò per l’Italia la sua opera incompiuta, SUITE FRANCESE, che riscosse un enorme successo in tutto il mondo (è stato tradotto in 38 lingue) e che fece conoscere l’autrice al grande pubblico, me compresa. Sono stata catturata subito dalla sua prosa, innamorandomi all’istante della suo stile di scrittura essenziale, intimo, profondo. Nell’idea originaria dell’ autrice il romanzo avrebbe dovuto comporsi di 5 parti, una specie di “poema sinfonico”, ma purtroppo la Némirovsky fu arrestata durante la sua stesura e deportata ad Auschwitz. Nonostante si fosse recentemente convertita al cattolicesimo, per le leggi razziali della Francia era considerata ancora un’ebrea, e come tale subì le conseguenze della Shoah.

Era il luglio del 1942. Morì l’anno dopo di tifo, lasciando Suite Francese neppure a metà. Nei suoi appunti, poco prima di essere arrestata, scrive: 

Il libro in sé deve dare l’impressione di essere semplicemente un episodio… com’è in realtà la nostra epoca, e indubbiamente tutte le epoche. La forma, dunque… ma dovrei dire piuttosto il ritmo: il ritmo in senso cinematografico… collegamenti delle parti fra loro. L’importante sono i rapporti fra le diverse parti dell’opera. Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall’altra dell’armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile”.

Grazie a questa sua struttura particolare, il romanzo è sopravvissuto a sé stesso: nonostante si componga solo di due delle cinque parti previste, non sembra affatto privo del suo centro. Il risultato è un romanzo corale di rara eleganza, in cui le piccole storie private dei protagonisti si mescolano con i grandi avvenimenti storici. La seconda guerra mondiale con il suo incomprensibile orrore è un’ ombra minacciosa che opprime continuamente, ma è sempre stemperato dalla bellezza di ciò che è vivo, e dalla purezza dei sentimenti che, nonostante tutto, nascono e si nutrono tra meraviglia e turbamento. I protagonisti della Némirovsky sono persone comuni, costrette ad affrontare la tragicità dei loro tempi ciascuno col proprio bagaglio di forza e di miseria, di speranza e di afflizione. La realtà ci viene raccontata senza risparmiarci nulla, togliendo quel velo di ipocrisia e di perbenismo con cui spesso vengono “abbellite” le storie di vita vissuta: a noi lettori le restituisce ripulite e vere e ce le fa amare così come sono, imperfette e difettose.

Chissà come sarebbe proseguito questo progetto se la Némirovsky avesse avuto la possibilità di terminarlo, chissà se la bellezza e la dolcezza della prima parte avrebbero perso terreno nel proseguimento della “sinfonia”, o se invece avrebbero continuato a fare da contraltare all’oscenità della guerra, come la colonna sonora di un film muto.

I segreti della famiglia England: un inquietante omaggio al romanzo gotico

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La protagonista di questo romanzo, nonché l’io narrante, è Ruby May, una giovane bambinaia diplomata al prestigioso Norland Institute di Londra che, rimasta senza lavoro dopo aver rifiutato di trasferirsi in America al seguito della famiglia per cui lavorava, accetta senza indugio un nuovo incarico presso la famiglia England, nello Yorkshire. Ruby sa per esperienza che nessuna famiglia è perfetta, ma gli England sembrano incarnare magnificamente l’ideale edoardiano: un marito solido ed affasciante proprietario di una filanda, una moglie e una madre discreta, quattro bambini adorabili, una villa di campagna elegante con una nursery dislocata dal resto della casa. Ruby, appena arrivata col treno da Londra, pensa di aver trovato il luogo ideale in cui esercitare il proprio lavoro, anche se l’immagine della signora England che la osserva sulla soglia di casa le trasmette un’ inquietudine impossibile da decifrare. Non è solo la signora England a trasmettere sensazioni angoscianti, anche la lussuosa dimora che a prima vista sembrava sbucata fuori da una fiaba comincia a rivelarsi per quello che è, ovvero un guscio freddo, vuoto, immobile come una tomba. Giorno dopo giorno Ruby si troverà coinvolta nelle le pieghe di un matrimonio infelice, doloroso, in cui Mr England, uomo d’affari intraprendente e sicuro di sè, sembra incarnare la figura del marito e del padre esemplare, che offre protezione e cura alla prole e ad una moglie psicologicamente instabile. La famiglia England però non è la sola a custodire misteri e segreti inconfessabili : anche Ruby infatti serba nel cuore ricordi dolorosi che non ha mai rivelato a nessuno, dai quali fugge continuamente. In un crescendo di tensione e inquietudine, accompagnati dalle suggestioni di paesaggi brontiani magnificamente descritti, scardineremo il perbenismo di facciata degli England scoprendone miserie e debolezze, ed aiuteremo Ruby a liberarsi dall’ombra del passato.

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Un po’ “Cime tempestose”, un po’ “Rebecca la prima moglie”, quest’ultimo romanzo di Stacey Halls strizza l’occhio al romanzo gotico attingendo a piene mani dalle atmosfere della brughiera inglese di inizio 1900, foriera di suggestioni ed inquietudini come nella migliore tradizione di genere. L ‘autrice ha voluto rendere omaggio a capisaldi della letteratura di tutti i tempi cercando di ridare lustro ad un genere che in realtà non è mai sparito del tutto, anche se si colloca in un momento specifico della storia della narrativa. In questo contesto tipicamente “brontiano” la storia della famiglia England offre a noi lettori un accurato affresco della società edoardiana d’inizio secolo, un mondo ancora fortemente ancorato al passato in cui le differenze di classe erano nette ed invalicabili , così come i ruoli all’interno della famiglia.

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il Norland College, istituto in cui si è diplomata Ruby, esiste realmente ed è una prestigiosa istituzione fondata da Emily Ward a Londra nel 1892. Nel romanzo si parla molto della scuola, che ancora oggi sforna tra le migliori tate in circolazione, alcune delle quali sono state addirittura al servizio dei Royal babies. I particolari che emergono nel romanzo sono frutto di ricostruzioni molto fedeli di quello che rappresentava allora l’istituto, a cominciare dalla sua organizzazione interna fino ad arrivare agli aspetti più formali. Più volte durante il racconto la preparazione di Ruby si è rivelata fondamentale per aiutare i bambini nei momenti di difficoltà ancor più dei medici di famiglia, vecchi tromboni che guardavano queste giovani intraprendenti dall’alto in basso della loro supponenza. Un altro frammento della società di quei tempi che, disperatamente aggrappata alle sue tradizioni e ai suoi privilegi, è costretta a confrontarsi suo malgrado con le prime incursioni di modernità.

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 TE LO CONSIGLIO SE:

  • Cerchi una lettura che ti incolli alle pagine
  • Ami la brughiera e la vita bucolica
  • Ti diverti a dipanare i misteri

LEGENDA: 

📖= Uno sguardo alla trama (ma senza spoiler)

🔍= Il focus

💡= l’idea in più