Irene Némirovsky è una delle mie scrittrici preferite, la mia comfort zone per eccellenza. Diversi anni fa la casa editrice Adelphi pubblicò per l’Italia la sua opera incompiuta, SUITE FRANCESE, che riscosse un enorme successo in tutto il mondo (è stato tradotto in 38 lingue) e che fece conoscere l’autrice al grande pubblico, me compresa. Sono stata catturata subito dalla sua prosa, innamorandomi all’istante della suo stile di scrittura essenziale, intimo, profondo. Nell’idea originaria dell’ autrice il romanzo avrebbe dovuto comporsi di 5 parti, una specie di “poema sinfonico”, ma purtroppo la Némirovsky fu arrestata durante la sua stesura e deportata ad Auschwitz. Nonostante si fosse recentemente convertita al cattolicesimo, per le leggi razziali della Francia era considerata ancora un’ebrea, e come tale subì le conseguenze della Shoah.
Era il luglio del 1942. Morì l’anno dopo di tifo, lasciando Suite Francese neppure a metà. Nei suoi appunti, poco prima di essere arrestata, scrive:
“Il libro in sé deve dare l’impressione di essere semplicemente un episodio… com’è in realtà la nostra epoca, e indubbiamente tutte le epoche. La forma, dunque… ma dovrei dire piuttosto il ritmo: il ritmo in senso cinematografico… collegamenti delle parti fra loro. L’importante sono i rapporti fra le diverse parti dell’opera. Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall’altra dell’armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile”.
Grazie a questa sua struttura particolare, il romanzo è sopravvissuto a sé stesso: nonostante si componga solo di due delle cinque parti previste, non sembra affatto privo del suo centro. Il risultato è un romanzo corale di rara eleganza, in cui le piccole storie private dei protagonisti si mescolano con i grandi avvenimenti storici. La seconda guerra mondiale con il suo incomprensibile orrore è un’ ombra minacciosa che opprime continuamente, ma è sempre stemperato dalla bellezza di ciò che è vivo, e dalla purezza dei sentimenti che, nonostante tutto, nascono e si nutrono tra meraviglia e turbamento. I protagonisti della Némirovsky sono persone comuni, costrette ad affrontare la tragicità dei loro tempi ciascuno col proprio bagaglio di forza e di miseria, di speranza e di afflizione. La realtà ci viene raccontata senza risparmiarci nulla, togliendo quel velo di ipocrisia e di perbenismo con cui spesso vengono “abbellite” le storie di vita vissuta: a noi lettori le restituisce ripulite e vere e ce le fa amare così come sono, imperfette e difettose.
Chissà come sarebbe proseguito questo progetto se la Némirovsky avesse avuto la possibilità di terminarlo, chissà se la bellezza e la dolcezza della prima parte avrebbero perso terreno nel proseguimento della “sinfonia”, o se invece avrebbero continuato a fare da contraltare all’oscenità della guerra, come la colonna sonora di un film muto.


Lo leggerò sicuramente. Avevo anche nelle mire il film.
Il film incuriosisce molto anche me ma avendo amato moltissimo il libro ho paura di restare un po’ delusa….mi saprai dire!
Paola, ne avevo sentito parlare ma titubavo, ora le tue parole mi hanno convinto. Leggerò anche questo!!! 🙂 🙂 🙂
…Troppi libri da leggere ed una vita sola!!
Buon inizio settimana mia cara 😘
Qualcuno mi ha suggerito di fare un patto con la morte… non potrò seguirla finchè avrò da leggere dei libri! Che dici, ti piace come idea? 🙂
Mi piace moltissimo, praticamente io ho l’eternità garantita! 😂