ITALIANA – Quando la libertà ha il volto di una brigantessa

donna di spalle che cammina lungo un sentiero di montagna con la luce soffusa

Cosa significa essere italiani all’alba del 1861?

Il 17 marzo di quell’anno nasce ufficialmente il Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II, dopo le guerre d’indipendenza e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi.

Sui libri di scuola quella stagione viene raccontata come il compimento di un sogno.
Ma per molti, soprattutto nel Sud, le cose andarono diversamente.

È proprio dentro questa frattura tra sogno e realtà che prende forma la storia raccontata in Italiana di Giuseppe Catozzella, che ci porta nella Calabria dell’Ottocento per farci incontrare una figura quasi dimenticata dalla storia: Maria Oliverio, detta Ciccilla, considerata la prima brigantessa d’Italia.

Per capire davvero la sua storia bisogna tornare indietro, a quell’alba del 1861 in cui nasce ufficialmente il Regno d’Italia. Dopo le guerre d’indipendenza e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, il Sud viene annesso al nuovo stato sotto Vittorio Emanuele II.

Sui libri di scuola quella stagione appare come il compimento di un sogno.
Ma per molti, soprattutto nel Mezzogiorno, le cose andarono diversamente.

Il sistema dei latifondi rimase immutato, le promesse di redistribuzione delle terre non furono mantenute, e nelle campagne si diffuse un sentimento di tradimento che alimentò rivolte e sacche di resistenza. È in questo clima di tensione e disillusione che prende forma la storia di Ciccilla.

Maria nasce nel 1841 a Casole, un piccolo paese immerso nel cuore della Sila.
È una terra aspra e bellissima, fatta di boschi profondi e montagne che sembrano custodire segreti antichi.

Fin da bambina Maria sente un legame quasi viscerale con quei luoghi.
È tra quei sentieri che sperimenta per la prima volta una sensazione rara per una ragazza del suo tempo: la libertà.

La sua famiglia vive come la maggior parte dei contadini dell’epoca, lavorando le terre dei signori locali. La povertà è dura, ma il vero terremoto arriva con il ritorno della sorella maggiore Concetta, cresciuta lontano dal paese dopo essere stata adottata da una famiglia aristocratica napoletana.

La sua presenza sconvolge gli equilibri familiari e segna profondamente la vita di Maria.

È allora che la ragazza trova rifugio dalla zia soprannominata “Terremoto”, una donna solitaria che vive ai piedi del Monte Botte Donato. Con lei Maria impara a vivere nei boschi, a riconoscere i ritmi della natura e a sviluppare quella forza selvaggia che un giorno la renderà una figura leggendaria.

La svolta arriva con l’incontro con Pietro Monaco, giovane carbonaro animato dagli ideali di libertà che stanno attraversando l’Italia. Pietro partecipa alle imprese garibaldine, convinto che l’unità porterà giustizia e dignità anche al Sud.

Ma quando capisce che le promesse fatte al popolo non verranno mantenute, qualcosa in lui si spezza.

Deluso e furioso, abbandona tutto e si rifugia tra le montagne della Sila insieme ad altri ribelli. È l’inizio del brigantaggio.

Maria lo seguirà poco dopo, spinta da un destino che ormai sembra non lasciarle alternative.

Tra le grotte e i boschi della Sila Maria smette di essere soltanto Maria.
Diventa Ciccilla.

Una brigantessa fiera, temuta, bellissima, capace di guidare uomini e di sopravvivere in un mondo dominato dalla violenza. Le sue imprese attraverseranno l’Italia e arriveranno perfino in Francia, dove Alexandre Dumas ne racconterà le gesta sul giornale L’Indipendente.

Ma la forza di questo romanzo non sta solo nella dimensione storica.

Il vero cuore del libro è la voce di Maria.

Catozzella sceglie di raccontare la sua storia in prima persona, entrando con sorprendente sensibilità nel mondo interiore di una giovane donna divisa tra due identità: Maria, la ragazza che desidera una vita semplice, e Ciccilla, la guerriera che sceglie la libertà anche quando questa significa solitudine e violenza.

Attorno a lei ruota un universo femminile potente: la madre, la sorella, la zia Terremoto, la maestra. Perfino una lupa che la riconosce come capo branco diventa una presenza simbolica, quasi mitica.

E poi c’è la Sila. La Sila non è soltanto il luogo in cui Maria cresce, ma è qualcosa di più profondo. I boschi diventano il suo rifugio quando la casa smette di esserlo, il suo orizzonte quando la vita sembra chiuderle ogni strada. Tra quei sentieri impara a riconoscere i suoni della natura, a muoversi libera, a respirare lontano dalle regole e dalle ingiustizie degli uomini.

È lì che nasce il carattere di Ciccilla.
Prima ancora della brigantessa, prima ancora della leggenda.

Tra i momenti più intensi del romanzo c’è l’incontro con la lupa. Non è solo un animale selvatico che appare nei boschi della Sila. È un riflesso. Ciccilla si specchia nei suoi occhi gialli e vi riconosce qualcosa di familiare: la stessa diffidenza verso gli uomini, la stessa fame di libertà, la stessa ostinazione a restare viva in un mondo che prova continuamente a piegarti.

In quello sguardo non c’è paura, solo riconoscimento.
Come se la montagna stessa, attraverso quella creatura antica, avesse deciso di accoglierla tra i suoi figli.

Alla fine Italiana non è soltanto il racconto di una brigantessa.

È la storia di una donna che combatte per essere libera.
Ma è anche la storia di un paese appena nato, ferito e contraddittorio, unito sulla carta ma ancora in cerca di una vera identità.

Un paese che forse, ancora oggi, sta cercando di capire cosa significhi davvero essere italiani.

“Prima del fuoco” di Gaute Heivoll: il buio della mente

Un romanzo molto intenso e cupo, difficile da classificare. Giallo, Mistery, Romanzo psicologico? Siamo nella Norvegia degli anni 70, in un piccolo paese di campagna dove tutti si conoscono da sempre e il vicino di casa è considerato una persona di famiglia. Ci si fida l’uno dell’altro, ci si aiuta vicendevolmente, i giovani del posto sono tutti bravi ragazzi. Il male sembra non far parte di questo piccolo nucleo abitato, fino a quando qualcosa di terribile comincia ad alimentare il panico nel paese e la paura si insidia giorno dopo giorno nella tranquilla quotidianità dei suoi abitanti: un piromane sta devastando la campagna circostante dando fuoco alle fattorie nei dintorni, arrivando fino alle abitazioni del paese. Tutti conoscono le vittime, è impensabile che sia qualcuno della comunità. Il figlio del capo dei pompieri è sempre stato un ragazzo serio e diligente, ma la sua mente è preda di qualcosa di oscuro che nemmeno la madre riesce ad afferrare. Solo lei ha capito chi è il folle piromane, ma non riesce ad accettarlo. Perché ad un certo punto certe menti diventano criminali? Perché un bravo ragazzo di periferia con una solida famiglia alle spalle, che ha come esempio quotidiano due genitori onesti ed amorevoli piano piano viene attratto dalle tenebre? Anni dopo, un giovane scrittore che all’epoca dei fatti era appena venuto al mondo, cerca di trovare una risposta attraverso il racconto di ciò che accadde in quegli anni. Anche lui ha sperimentato la sofferenza interiore e quella sensazione di smarrimento ed inutilità che spesso accompagna il difficile percorso verso l’età adulta. Anche lui sa bene che esiste un lato oscuro in ognuno di noi: l’ha visto, l’ha toccato. Ma poi qualcosa l’ha tratto in salvo.

Forse la risposta è proprio questa: qualcuno, semplicemente, non riesce a salvarsi dalle proprie tenebre.

Fu allora che lo vide. Per lo spazio di due secondi, forse tre. Era in piedi come un’ombra nera proprio davanti alla finestra, al di là del mare di fiamme. Sembrava inchiodato al suolo. Come lei, del resto. Poi si riscosse e scomparve.

“Il VILLAGGIO PERDUTO” di Camilla Sten: un thriller inquietante che non riuscirai a posare

Una giovane donna in cerca di riscatto, una piccola troupe di documentaristi improvvisata e un villaggio di minatori ai margini della Svezia, abbandonato da settant’anni. Questi sono gli ingredienti con cui Camilla Sten imbastisce un romanzo inquietante, in cui l’elemento sovrannaturale si mescola alla crudeltà di una storia orrorifica, spietatamente umana.

Alice Lindstedt, una promessa regista che si barcamena con lavori saltuari in attesa di svoltare la sua precaria carriera, finalmente riesce ad ottenere un finanziamento per il progetto che sogna di realizzare da tutta la vita. Perché Alice ha una storia da raccontare, un mistero che si annida tra le pieghe del suo passato che non le ha mai dato pace: nell’estate del 1959 l’intera popolazione di Silvertjärn svanisce improvvisamente nel nulla, come se fosse stata inghiottita da un’enorme voragine. Tra quelle persone scomparse c’è anche Elsa, la bisnonna materna di Alice, dispersa insieme al marito e alla figlia minore Aina. Nel paese fantasma è rimasto solo il cadavere di una donna lapidata nella piazza e lasciata legata ad un palo e una neonata abbandonata sui banchi della scuola, impaurita ed affamata. La polizia locale indaga e perlustra a tappeto la zona, ma le novecento anime di Silvertjärn sembrano evaporate senza lasciare nessuna traccia e del loro destino non si è più saputo nulla. Come se non fossero mai esistite. Solo le abitazioni erose dalle intemperie, con le porte spalancate e le finestre aperte come tanti occhi che scrutano il nulla, testimoniano silenziosamente ciò che è stato il loro passato, lasciando tante domande in sospeso e l’unica certezza di un omicidio efferato. Margareta, la figlia maggiore di Elsa che all’epoca dei fatti viveva a Stoccolma, ha custodito la fitta corrispondenza con la madre e con la sorella Aina, appena dodicenne; quelle lettere, ora in possesso di Alice, sono l’unica prova dell’esistenza di quella comunità di minatori svanita nel nulla, ma le parole delle sue antenate a posteriori risultano sconnesse, prive di centro. Desiderosa di risolvere il mistero della sua famiglia e consapevole di avere tra le mani una storia bomba che potrebbe portarla al successo, Alice decide di realizzare un documentario sulla storia di questo paese coinvolgendo una troupe amatoriale di amici : la sua ex amica Emmy, il finanziatore del progetto Max, Robert ed infine Tone, la nipote di quella bambina abbandonata nella scuola del villaggio.

Cinque persone, cinque giorni, un campeggio montato nel cuore di un villaggio spettrale in cui non esiste elettricità e i cellulari non hanno campo: in questo luogo cristallizzato dal tempo , in cui gli unici rumori sono il crepitio delle foglie sotto i passi della troupe e il frusciare del vento tra le fronde di alberi secolari, una strana inquietudine inizia a destabilizzare tutto il gruppo, minando le certezze di ognuno. Silvertjan, con le sue case fatiscenti in perenne attesa di un ritorno che non avverrà mai, diventa il protagonista assoluto di questo terrore strisciante. Sembra che il villaggio sussurri, respiri, si nutra di quei segreti che poco alla volta emergono grazie all’alternarsi di pagine che raccontano il tempo di “Allora” con pagine che seguono le vicende di Alice e della sua troupe. Uno scorrere parallelo tra i due lembi della storia che convergeranno negli ultimi capitoli per raccontarci un epilogo terribile, una tragedia che nulla ha a che vedere con il soprannaturale.

Eppure, leggendo, si ha le netta percezione che qualcosa di inquietante scorra oltre il racconto, oltre la soluzione di un mistero che trova la sua spiegazione nella banalità del male. Le case affacciate su un paesaggio innaturale, visitatori incauti che sembrano percepire ciò che non vediamo, l’incapacità di dare un nome ed un volto ad un pericolo che, però, si avverte costantemente : è questo che tiene avvinghiati al romanzo e rende la lettura intrigante più di una trama che, in fondo, non è altro che la risoluzione di un cold case in un contesto che è un perfetto cliché da film horror. Anche l’idea di spostare l’attenzione dai personaggi in carne ed ossa al villaggio teatro di un mistero inspiegabile, rendendolo il vero protagonista, non è un’idea originale (leggasi Shirley Jackson con il suo celeberrimo “l’Incubo di Hill House”), ma continua a funzionare anche tra gli adepti. L’abile penna dell’autrice fa prendere vita al Villaggio Perduto, il cui cuore pulsa tra le pagine e restituisce l’orrore a chi ha imbrattato le sue strade con il sangue di vittime innocenti.

Camilla Sten, giovane esordiente figlia d’arte, con questo romanzo di cui Netflix ha già acquistato i diritti per farne una serie TV, entra di diritto tra gli autori del brivido che vale assolutamente la pena leggere.

“FINE TURNO”, di Stephen King: la resa dei conti

Questo thriller è il terzo volume di una trilogia che Stephen King ha dedicato al detective – ex poliziotto in pensione Hodge e a Brady Hartsfield, lo spietato assassino dalla Mercedes. E’ un po’ difficile cercare di spiegare di cosa parla questo appassionante “hard – boiled” a puntate, dal momento che ormai siamo giunti al capolinea della storia, ma cercherò comunque di fare il mio dovere dando le informazioni essenziali senza spoilerare nulla, con buona pace di tutti coloro che non hanno ancora avuto il piacere di avventurarsi in questa triplice lettura. La trilogia inizia con “Mr Mercedes” e prosegue con “Chi perde paga“, a mio avviso il meno appassionante, ma  solo perché a  tratti sembra po’ slegato dalle radici della storia iniziale: il detective Hogde entra in scena piuttosto tardi, ma i riferimenti con il passato non mancano ed il ritmo incalzante impedisce al lettore di mollare la presa. Sì perché Stephen King è geniale, inarrestabile e sempre generoso di sorprese verso i suoi devoti lettori: sono quarant’anni che quest’uomo sforna libri a ripetizione e, a parte qualche sosta forzata e un paio di libri senza troppo cuore, non mi ha mai delusa. Quando è al massimo della forma, leggere un suo libro è come fare un giro sulle giostre. Diverte,  emoziona, e nel mentre il tremito sottile di una paura dimenticata  si insidia  tra le pieghe del lenzuolo, che mentre leggiamo tiriamo sempre un po’ più sù, fino a coprire il naso:  non è una paura che lui ha inventato apposta per noi, ma qualcosa di oscuro ed  ancestrale che noi riviviamo attraverso le sue parole…lui gioca con le nostre paure infantili, quelle irrisolte che ci portiamo dietro ancora da adulti e quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare in faccia. Ed è questo che fa la differenza tra Stephen King ed il resto del mondo.

Questa volta King riprende esattamente da dove aveva lasciato con l’epilogo di Mr Mercedes: sono passati sei anni ormai da quando lo psicopatico Brady ha ammazzato otto persone servendosi di una vecchia Mercedes, tutti disoccupati in cerca di un lavoro, e tentato un’altra strage di ragazzine piazzando bombe all’interno di un Auditorium in cui si sarebbe dovuto tenere il concerto di una Boy Band. Non racconterò di cosa ne è stato di Brady, anche se trovate tutto nella sinossi. Non voglio togliervi il piacere di scoprire cosa è successo dopo. Quello che è certo, e che posso anticipare, è che si tratta di un incubo agghiacciante che prende forma poco alla volta. L’Assassino della Mercedes non ha terminato la sua opera, ma eravamo solo agli inizi del suo personalissimo show. I suoi deliri mentali non sono cessati, ma hanno assunto una nuova forma, ancora più inquietante e praticamente impossibile da arginare. I suoi istinti malati si sono amplificati e diffusi traendo forza da una sorta di ipnosi collettiva, la mente di Brady ora non è più solo sua, ma si sta propagando come se fosse  un virus infettivo….Le nuove tecnologie, i computer, gli aggeggi informatici di nuova e vecchia generazione, internet ed i social network: tutto contribuisce a potenziare la forza distruttiva di Brady.

Il detective Hodge ancora una volta si rimetterà a caccia, perché da anni non riesce a placare l’ossessione che nutre nei confronti dell’assassino della Mercedes. Tutto, ancora una volta, riconduce a lui. Non sembra possibile e nemmeno logico, ma è come se gli anni passati a dimenticare quello psicopatico non fossero serviti a nulla. Un tarlo invincibile, che scava nella sua mente e non gli da tregua. Insieme a lui ritroviamo ancora una volta i suoi improvvisati compagni di avventura, Jerome e Holly. Tra di loro ormai si è creato un forte legame, che va oltre il rapporto lavorativo in senso stretto: come le dita di una mano, sono sempre pronte ad aiutarsi l’un l’altro, parti integranti di una famiglia  costruita sui sentimenti e non sul sangue. Holly è ormai diventata socia a tutti gli effetti dalla “Finders Keepers”, la microscopica agenzia di cacciatori di taglie nata all’epoca della strage, che non ha permesso ad Hodge di godersi la sua pensione. La Finders Keepers, che Holly cura con instancabile solerzia e meticolosità, ha ributtato a capofitto il Det. Rip. nel lavoro, anche se a dire il vero  non ha  mai avuto una reale intenzione di ritirarsi: l’idea della sua nuova vita da pensionato lo stava letteralmente uccidendo, esattamente come aveva intuito Brady.

Per entrambi è giunto il momento di porre fine a questo lungo inseguimento.

Hodge e Brady rappresentano il bene ed il male che duellano fino all’ultimo decisivo scontro, simboli anomali di questo eterno conflitto, perché non   rispecchiano affatto l’immaginario collettivo: Hodge non è un supereroe e Brady non ha le sembianze di uno spietato serial killer. La linea di confine non è mai così netta. Il male che si insinua nella normalità delle nostre vite, trasformandole in autentici incubi ad occhi aperti, è un tema  caro all’autore ed in questo romanzo lo ritroviamo con una sorprendente forza espressiva, anche se il thriller è un genere che non gli appartiene. Dietro i personaggi che King mette in scena c’è sempre un’accurata indagine psicologica, un’analisi delle fragilità umane lucida ed attenta che subito mette in sintonia il lettore con la storia. Se l’autore ha un dono, è proprio questo. Non sa creare solo storie perfette, che tengono incollati alle pagine con un misto di ansia e di bramosia, ma riesce a toccare attraverso le parole la parte più nascosta di noi, scivolandoci sopra con decisione e dolcezza, proprio come un pianista che sta componendo una melodia. Ho perso il conto delle volte che mi sono commossa, leggendo una delle sue storie. O che mi sono indignata, arrabbiata, divertita. Ho provato tutte le emozioni del mondo da quando lo conosco, e è successo anche con il detective Hodge e la sua strampalata squadra. Ancora una volta King ha compiuto questa specie di prodigio letterario, e se pensate che io stia esagerando, beh…allora provate a leggere Il Miglio Verde, Stand by me, oppure It…e poi ne riparliamo. Molti suoi estimatori lo hanno criticato per i suoi ultimi lavori perché, probabilmente, i suoi personaggi hanno perso smalto. I “cattivi”, così dice qualcuno, sono meno convincenti rispetto ai bei vecchi tempi, quando tutti noi (nessuno escluso) avevamo una paura folle dei pagliacci e degli hotel fatiscenti. Forse è vero, probabilmente Brady Hartsfield non ci fa tremare le viscere quando lo incontriamo leggendo, ma per quanto mi riguarda  io baso il mio giudizio su altri parametri: la  scrittura, signori. Le sue parole sono come  un vortice,  mi hanno  risucchiata e  gettata nell’anima di una storia stupefacente, eppure così dannatamente legata alla realtà.
Cosa c’è di più importante?

Mr Mercedes di Stephen King: una partita a scacchi con l’assassino

“Caro detective Hodges,
secondo le mie ricerche ha risolto centinaia di casi. Se è vero, come credo lo sia, ormai avrà immaginato che sono uno dei pochi riusciti a sfuggirle. Infatti sono l’uomo che la stampa ha deciso di chiamare a) il Jolly, b) il Pagliaccio, c) l’Assassino della Mercedes, il mio preferito!”
Sinceramente suo,
L’Assassino della Mercedes

Adoro Stephen King, e leggo qualunque cosa egli proponga. Raramente sono rimasta delusa, anche se non ho letto tutto il suo repertorio (non so se basterebbero un paio di anni interamente dedicati a lui). Questo non è il suo prototipo di romanzo, anzi tutt’altro. Questa volta si cimenta in un thriller ad alta tensione di ottima fattura, degno dei migliori maestri del genere. In più, oltre alla suspence, troviamo altri ingredienti atipici della sfera kingiana (le indagini meticolose, il procedere macchinoso dei ragionamenti, la ricerca di prove) ma la sua penna è riconoscibile ad ogni tratto. Gli elementi cari all’autore sono comunque espressi alla massima potenza: c’è il male, celato dietro l’apparenza di una insospettabile normalità, un male subdolo, che è riuscito ad affondare le sue radici nell’infanzia fino ad esplodere al raggiungimento dell’età adulta. Un male che è terribile ed oscuro, che non si comprende e che è difficile anche da leggere nero su bianco. C’è la ricerca di redenzione e di riscatto da una vita avara, strafatta di solitudine. Una rivincita per cui spesso non c’è spazio, e che ha il sapore amaro dei premi di consolazione.

La contrapposizione tra bene e male viene interpretata da due personaggi memorabili: uno spietato killer, autore di un terribile massacro e rimasto impunito, ed un ex poliziotto in pensione che viene sfidato in una agghiacciante caccia all’uomo dall’omicida stesso. Brady, ragazzo solitario che ha un lavoro precario in un grande negozio di elettronica e che vive con la madre alcolizzata, è IL MALE. Il vecchio Hodges, che dopo il pensionamento conduce una vita tristemente vuota fatta di cibi precotti e di giornate interminabili trascorse a guardare idioti programmi televisivi, è IL BENE. Anziché darci la visione di due opposti, il re del male con l’aspetto di un orco e un supereroe giovane e muscoloso paladino della giustizia, King ci presenta entrambi come due anonimi sociopatici che impareranno presto a (ri)fare i conti con la realtà. E, assurdamente, avranno bisogno l’uno dell’altro per riuscire a farlo. Per Brady questa sfida rappresenta in un modo o nell’altro la possibilità di mettere fine ad un incubo che dura da tutta la vita, istigando il suo nemico contro se stesso. Mentre per Hodges segnerà l’inizio della parte migliore della sua esistenza. Hodges, per la sua tagliente ironia e il suo modo dolente di vivere, è stato paragonato dalla critica a Philp Marlowe, indimenticabile detective frutto della fantasia del padre del “noir” Raymond Chandler. Personalmente faccio fatica a compiere questo parallelismo…Marlowe è inarrivabile ma devo ammettere che come erede Hodges non è tanto male.
Spesso mi ritrovo a parlare del genio di King. Ogni volta che mi capita di leggere un suo libro ci sbatto dentro con violenza, eppure ancora oggi se dovessi definirlo non sarei in grado di farlo. So per certo che in questo thriller ce n’è una buona parte, ed è quel tocco in più che lo rende così diverso da tutti gli altri anche se la trama probabilmente non è delle più originali.

PS:

“Persino le stelle sono un miraggio. L’unica verità è il buio. E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.”

“Revival”, di Stephen King: oltre la fede, alla ricerca dell’immortalità

📖Siamo negli anni sessanta, Jamie sta giocando con i soldatini in un’assolata giornata estiva del New England quando un’ombra copre la sua visuale: è il giovane reverendo Charles Jacob, appena trasferitosi in paese con la famigliola. I due stringono subito amicizia e cominciano a provare simpatia e curiosità l’uno per l’altro. Jacob ha un hobby particolare ed affascinante: costruisce invenzioni che sfruttano l’elettricità. Il ragazzo è incuriosito da Jacob e dalla sua famiglia perfetta, composta da una bellissima moglie che sprizza sensualità nonostante le gonne lunghe fino alla caviglia ed un bambino adorabile soprannominato da tutti “Morrie la Mascotte”. La vita nella piccola comunità scorre tranquillamente fino a quando una terribile tragedia si abbatte sulla famiglia del Reverendo. In seguito egli perderà completamente la fede in Dio e verrà allontanato dalla comunità perché, nonostante l’umana pietas che tutti provano nei suoi confronti , non è più in grado di guidare il gregge di anime che gli era stato affidato. Jamie nel frattempo cresce, sperimenta quella che è la vita di un adolescente normale, (primo amore compreso) e trova la sua strada nella musica rock. Ma come spesso accade il male è dietro l’angolo, pronto ad irretire con i suoi tentacoli chiunque lo sfiori appena. La sua vita adulta scorre via inutilmente seguendo lungo le strade dell’America un numero imprecisato di band musicali, con il cervello ottenebrato da droghe di ogni tipo. Incapace di tenersi un qualsiasi ruolo nei vari gruppi perché sempre più strafatto, arriverà sull’orlo del baratro fino a quando la mano del Reverendo l’aiuterà a trarsi in salvo. Da qui in avanti Jacob sarà sempre più presente nella vita di Jamie fino all’ultimo, fatale incontro: Jamie, ormai completamente fuori dal gorgo della droga, verrà messo a conoscenza di un piano terribile e definitivo, l’esperimento massimo su cui Jacob studia e lavora da anni. Questo male strisciante, questa nube tossica che ammorba le vite di entrambi si manifesta in un crescendo continuo e non molla mai la presa, neppure nei momenti più soft in cui la vita di Jamie appare placida e tranquilla, seppur intrisa di rimpianti e malinconia. Un altro elemento cardine di questo romanzo infatti è proprio questo: un’invincibile nostalgia, un sentimento inespresso che resta sullo sfondo per tutto il tempo, un desiderio struggente di poter riavvolgere la bobina di quel film che giorno dopo giorno scorre sulla nostra pelle, troppe volte senza poter scegliere. Ed è così che, senza neanche rendersene conto, Jamie e Jacob si ritroveranno legati indissolubilmente nel tentativo di compiere un gesto estremo, folle, irreversibile. Perché la vita è bastarda. Perché si prende le persone che hai amato, i tuoi anni migliori, quello che avresti potuto essere… e non ti restituisce nulla. La morte è una porta chiusa oltre la quale non possiamo guardare, la linea di confine che non possiamo attraversare. Chi si può arrogare il diritto di chiedere indietro una vita, di restituire il respiro ad un morto se non dio in persona? Come si può varcare la soglia e tornare indietro senza impazzire? Ci sono forze sconosciute che governano il genere umano da milioni di anni che non devono essere sfidate, e domande che devono restare senza risposta.

💡Come sempre l’autore cela il male dietro un’apparente normalità: non c’è un orrore che sia visibile agli occhi, ma qualcosa di molto più subdolo, un’ombra che lentamente si allunga sulle vite dei protagonisti fino ad inghiottirle del tutto. Il buio dell’anima, le tenebre che avviluppano la mente: è questo il male più pericoloso, ed è questo che lui ci offre attraverso la storia di Jamie e Charles.

🖋️King strizza l’occhio alla letteratura horror del passato, omaggiandola attraverso le ambientazioni sinistre, notti buie e tempestose, fulmini e scariche di elettricità, esperimenti folli e citazioni che richiamano esplicitamente i suoi mentori. Ed è anche un omaggio alla musica, a quel rock che fa parte della vita dell’autore non meno che della mia (e di tanti suoi lettori). Quei brani leggendari, quel vagabondare “on the road” con la sola compagnia di una Stratocaster, la certezza di come una canzone possa restare legata per sempre ad un ricordo, rievocandolo ad ogni ascolto. C’è una musica in sottofondo che possiamo sentire nitidamente mentre leggiamo, come se fosse trasmessa da un’emittente radiofonica sintonizzata sul nostro passato….

“Weyward”, di Emilia Hart: un viaggio tra passato e magia femminile

“Weyward” è stato il folgorante esordio narrativo di una giovane e talentuosa autrice anglo australiana, Emilia Hart. Wayward, con la A, significa ribelle, strano, diverso. Weyward, con la E, era il nome delle tre sorelle streghe che nell’opera teatrale del Macbeth conducono il principe alla morte. Termine che, molto probabilmente, fu scelto da Shakespeare proprio perché compariva spesso nelle storie di stregoneria del folklore britannico, adattandosi perfettamente ai personaggi. E infatti la nostra storia in fondo è proprio questo: una storia di streghe, nell’accezione più antica e insieme più moderna che conosciamo. Weyward è Il racconto di tre donne fuori dal comune legate dal filo rosso della discendenza, che vivono in forte connessione spirituale con la madre terra in quel limbo sottile ed invisibile che separa la realtà dalla magia, custodi di un antico sapere a causa del quale saranno perseguitate ed emarginate.

Il romanzo si sviluppa su tre linee temporali differenti: ogni capitolo è dedicato ad una delle protagoniste e segue l’incedere degli avvenimenti alternando le storie di ognuna, un meccanismo che consente a noi lettori di sovrapporre poco alla volta le diverse esperienze e di comprenderne il significato più profondo.

🐦‍⬛ Altha vive nel 1619 ed è accusata di stregoneria. Racconta in prima persona la sua storia, mentre attende di essere processata nella prigione del suo villaggio, nella regione inglese della Cumbria. E’ una giovane donna che ha vissuto tutta la sua vita in un cottage al margini del paese insieme alla madre, esperta erborista che le ha tramandato tutto il suo sapere. La sua capacità di curare le malattie ed alleviare le sofferenze tuttavia fa sorgere nei suoi confronti una sorta di diffidenza mista a paura, un sentimento ostile esacerbato anche da una superstizione di massa che in quegli anni stava infestando il nord dell’Inghilterra e la Scozia. Qualche anno prima infatti, Re Giacomo I scrisse il famigerato “Daemonologie“, un trattato sulla stregoneria che scatenò una terribile persecuzione soprattutto nei confronti di quelle donne conosciute come “guaritrici”. Altha, vittima dell’ignoranza dei suoi compaesani, viene accusata di alcune morti ritenute inspiegabili: è da lei che tutto ha inizio, il perno su cui ruoteranno le vite delle altre due protagoniste.

🦋Nel 1942 incontriamo Violet, una ragazzina orfana di madre che vive con il padre e il fratello in una magione della Cumbria. Il padre di Violet appartiene alla nobiltà inglese e pertanto pretende per la figlia un’educazione consona al suo lignaggio, che la formi in vista del ruolo che dovrà ricoprire in società. Ma Violet è diversa, non le interessa imparare le buone maniere, lei ama le scienze naturali e vorrebbe avere la stessa opportunità di studiare al college di suo fratello Graham. Da sempre in profonda connessione con la natura e gli animali, nutre rispetto per ogni essere vivente e conserva un animo puro ed innocente, che la rende però del tutto impreparata alla vita. Un uomo orribile, travestito da cavaliere dalla scintillante armatura, la strapperà via da quel mondo incantato inferendole ferite profonde, nel corpo ma soprattutto nell’anima. Incapace di spiegare l’abominio che ha subito al padre, sarà costretta a nascondersi come una reietta nel cottage che apparteneva alla defunta madre, abbandonata e diseredata. Ma, incredibilmente, è proprio in quella casetta isolata e fatiscente che riuscirà a riprendere in mano le redini della sua vita e a realizzare i suoi sogni.

🐝 E poi c’è Kate, una giovane donna contemporanea vittima di una relazione tossica con un uomo violento. Kate ha una scarsa autostima ed ha molti problemi relazionali a causa di un trauma subito da bambina, che l’ha privata del padre e di cui si sente ingiustamente colpevole. Il suo attuale compagno, del quale all’inizio aveva subito l’indiscutibile fascino, si è trasformato nel peggiore degli aguzzini e la umilia in continuazione, sia psicologicamente che fisicamente. Quando, dopo l’ennesimo abuso sessuale, Kate scopre di essere rimasta incinta, in preda al terrore si rifugia nel cottage che la prozia Violet le ha lasciato in eredità e di cui ancora nessuno sa nulla. Lo stesso cottage ai margini del bosco in cui la sua antenata Altha preparava i tonici con le erbe medicali, al riparo dall’ignoranza dei compaesani. Lo stesso cottage in cui Violet viene abbandonata dal padre, con un po’ di cibo in scatola e poco altro. Anche Kate, che fino a quel momento aveva inconsapevolmente represso le sue percezioni e il suo forte legame con il mondo naturale, in questo piccolo rifugio comincia poco alla volta a riconciliarsi con la sua parte più autentica ma, soprattutto, ad amarsi e perdonarsi. Pagina dopo pagina le tre linee temporali che separano Altha, Violet e Kate si appianano e convergono, per farsi portavoce di un unico messaggio che arriva forte e chiaro, pieno di bellezza e di speranza. Il filo rosso che unisce queste tre donne non è solo una discendenza di sangue, ma è soprattutto un lascito morale fatto di resilienza e forza interiore, l’eredità di chi deve combattere ogni giorno contro un patriarcato che affonda le sue radici nella storia dell’umanità.

Weyward è un romanzo originale, appassionato, delicato e al tempo stesso profondo, che racconta la discriminazione di genere con coraggio e indignazione, con saggezza e senso della misura, aggiungendo quel pizzico di realismo magico che fa sognare e alleggerisce il cuore.

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✔️ Il realismo magico non ti disturba

“Tutta un’altra musica”: Nick Hornby e il Lato B dell’amore coniugale

Nick Hornby è tra i miei autori preferiti, di lui ho letto praticamente tutto. Il suo humor tipicamente inglese, l’ironia pungente e l’acume con cui osserva le fragilità umane fa di lui uno dei narratori più sinceri dei nostri tempi, che vale assolutamente la pena conoscere. Dopo averci raccontato di uomini nevrotici ed eterni Peter Pan, questa volta l’autore ci offre la sua personale visione del rapporto di coppia nella sua parte più scomoda, che nulla ha a che vedere con l’idillio amoroso che tanto si celebra. Perché a raccontare l’amore coniugale al suo culmine sono capaci tutti, ma per parlare del suo lento declino, della fragilità che mostra quando arranca per non precipitare, cogliendo tutte le complicate sfumature di un rapporto ormai stanco…beh, per quello ci vuole Nick Hornby. Ed ecco che, attraverso un inconsueto binomio di amore e musica, l’autore sbobina una vicenda umana profonda, che fa molto riflettere: quella di una coppia in crisi, per l’appunto. O meglio, di una coppia in perenne calma piatta, che attraversa la vita planandoci sopra, senza fare troppo rumore. Annie e Duncan vivono da quindici anni in una piccola cittadina della costa inglese condividendo una quotidianità ormai letargica, fatta di giornate sempre uguali e di una vita sociale piuttosto misera, con rare incursioni a Londra per assistere a concerti o alla prima di qualche film. Non hanno figli, forse all’inizio per scelta, ma col passare degli anni la loro pigrizia sessuale si è di fatto trasformata nel migliore degli anti concezionali. Da un po’ di tempo però Annie sente crescere dentro di sè un forte desiderio di maternità, mentre Duncan sembra rintanarsi sempre di più nel suo microcosmo fatto di musica di nicchia e amicizie internettiane. In particolare l’ ossessione che nutre nei confronti di Tucker Crowe, artista cult americano degli anni ottanta ritiratosi dalla scena musicale nel pieno del successo, arriva ad assorbirlo completamente, isolandolo dal resto del mondo e da Annie. Intorno a Tucker Crowe si è formata una piccola comunità virtuale i cui adepti, sparsi in tutto il mondo, interagiscono tra di loro scambiandosi ogni più piccolo dettaglio legato al cantautore, e Duncan sembra ormai vivere in funzione di queste condivisioni. Mentre Annie comincia a domandarsi seriamente se la loro unione abbia ancora un senso, ecco che un evento del tutto imprevisto fa irruzione nella loro noia matrimoniale, mandando in frantumi quella quiete inamovibile. Duncan riceve per posta un inedito del suo idolo, una versione intimistica dell’album più famoso dell’artista: da quel momento in poi si innescherà una reazione a catena di eventi inaspettati che capovolgeranno equilibri, certezze e ruoli di ognuno. Annie arriverà addirittura a conoscere Tucker in persona, vivendo lei stessa il sogno di una vita di Duncan. E Duncan?

La musica e a la passione/ossessione che Duncan nutre per il suo idolo rock fanno da sfondo a questa love story dei tempi moderni, in cui la coppia viene scandagliata in tutti i suoi aspetti più problematici e e veri. Strappa risate amare ed induce a  delicate riflessioni anche se tutto scivola sopra un’apparente  leggerezza, come nella migliore tradizione dell’autore. Annie e Duncan sono imperfetti, sentimentalmente falliti, ironici ma soprattutto umani. Sono la rappresentazione perfetta della coppia moderna, anti eroi nevrotici e vittime dei propri di sogni, alla continua ricerca di se stessi pur restando ancorati alla familiarità delle loro quattro mura. Anche il co-protagonista Tucker Crowe è un perfetto esempio di essere umano sentimentalmente irrisolto, succube della sua stessa creatività e del suo fluttuare, che lo condanna ad una crisi perenne. Il punto di vista dell’autore sul mondo della musica fa il paio con la sua versione dell’amore di lungo corso, una visione molto lontana dagli stereotipi che tendono ad idealizzare qualunque cosa riguardi le passioni umane.

Hornby ci racconta il lato B dell’amore coniugale così come del successo: la crisi dopo il boom, la discesa, ed infine l’oblio. E nel finale? Beh, in quello non c’è la soluzione al problema di Annie e Duncan, ma solo altri duemila punti di domanda. Tipico di Hornby, non darci mai una conclusione degna di questo nome: perché lui le storie le racconta, non le risolve.

Buona lettura!

Libri in pillole: “Come un fiore ribelle”, di Jamie Ford

Non fatevi ingannare dal titolo o dalla copertina…questa non è una banale storia d’amore. Jamie Ford è l’autore del più famoso “Il gusto proibito dello zenzero” (se vi interessa, trovate qui la mia recensione), romanzo stupendo che sia io che altri abbiamo recensito e consigliato  con entusiasmo, perché quest’uomo sa scrivere storie bellissime in modo perfetto. Questo suo ultimo lavoro forse non è all’altezza del precedente, ma a me è piaciuto veramente molto. Lo sfondo è ancora una volta la Seattle degli anni 30, con la sua chinatown dove il tempo e lo spazio sembrano essersi cristallizzati. Sembra di essere in Oriente, le tradizioni sono molto radicate e un maschilismo cieco domina la piccola comunità. Sono gli anni in cui una donna cinese, seppur nata in America e quindi in un paese che ha fatto della libertà individuale un baluardo, non ha scampo: il suo destino è già segnato dalla nascita. Se è fortunata, può adattarsi ad un matrimonio che viene già combinato durante l’infanzia. Ma se la vita le riserva altro, e suo malgrado non è più desiderabile come moglie perché impura e di dubbia reputazione, non è più nessuno. Non c’è lavoro per le ragazze così, sono tagliate fuori dalla comunità asiatica e al tempo stesso dal mondo occidentale, perché nella patria della Libertà di quegli anni un feroce razzismo condanna all’emarginazione chi appartiene alle diverse etnie. Liu Song, vittima di un destino crudele, non si rassegna. Prova in ogni modo ad emergere, grazie alla sua voce straordinaria che incanta i passanti che sostano davanti al negozio di musica per il quale ogni tanto lavora. E’ bellissima ed aggraziata, e sogna un futuro nel mondo dell’arte. E’ il periodo del boom cinematografico, il film muto e i cantanti dell’opera hanno fatto il loro tempo: forse, per la sfortunata Liu, c’è una flebile speranza di conquistare un piccolo posto nel mondo. Quando la incontriamo nel romanzo, è diventata una figura di spicco nel panorama holliwoodiano, con il nome di Willow Frost. La sua storia toccante, ma pregna di una bellezza che avvolge anche gli avvenimenti più drammatici, la apprendiamo grazie ad un bambino che vive da anni in un orfanotrofio della città. Quel bambino, durante un’uscita collettiva al cinema, riconosce nello sguardo e nella voce di Willow Frost sua madre. La cerca disperatamente, e la ritroverà: e proprio da qui comincerà il racconto di Liu Song.

Honoré De Balzac e il capitale umano: scoprire “Papà Goriot”

“Papà Goriot” è un grandissimo affresco della società parigina del 1830 e della sua varietà umana, popolato da personaggi surreali e grotteschi, eppure così  straordinariamente reali e moderni da non percepire la finzione letteraria, ad opera, tra l’altro, di un autore ottocentesco. Con poche ma incisive descrizioni e con l’aiuto di una scrittura fluida, priva dei fronzoli letterari tanto utilizzati a quei tempi, Balzac ci regala una caratterizzazione perfetta della borghesia parigina dei suoi tempi e dei suoi vivaci protagonisti, insieme a indimenticabili momenti di ilarità, riflessione, tristezza. Papà Goriot è un uomo schiavo dell’amore insensato che nutre per le sue figlie, egoiste e viziate, felice solo nella sua totale abnegazione, e ridotto per questo alla povertà e alla solitudine. Un amalgama perfetto di tragicità e comicità che non può non entusiasmare, divertire e al tempo stesso far riflettere il lettore, traendone amare considerazioni . Nonostante secoli di progresso i rapporti umani non si sono evoluti di pari passo, perché certe bassezze dell’animo riescono nonostante tutto a passare indenni attraverso il tempo, arrivando ai giorni nostri con la stessa drammatica verità con cui Balzac denunciava gli uomini del suo tempo. Papà Goriot è un genitore straordinariamente moderno vittima del suo stesso amore e dell’ingratitudine filiale, strabordante di sentimenti estremi, incapace di accettare lo squallore dei suoi legami familiari. Dietro ogni sorriso scaturito dal racconto si percepisce la profonda infelicità di quest’uomo, una condizione che vive suo malgrado poiché dettata dall’egoismo delle figlie che non si curano di lui e che con i loro capricci lo hanno ridotto sul lastrico, costringendolo, ormai anziano, a ritirarsi in solitudine in una squallida pensioncina di Parigi. Proprio qui paradossalmente troverà un minimo di affetto e di amicizia grazie un povero studente, anch’esso inquilino della stamberga, che sarà l’unico ad accompagnarlo durante il suo ultimo viaggio al cimitero di Pére Lachaise. L’amoralità ed il cinismo delle figlie lo porteranno infatti alla morte, dopo una delirante agonia nel corso della quale crederà di vedere al suo capezzale le  adorate figlie. Che sono, invece, ad un ballo. 

Pubblicato nel 1835, “Papà Goriot” è considerato il capolavoro di Honorè de Balzac e rientra nel complesso ed ambizioso progetto della Commedia umana, il grande “libro della giungla sociale”, un’opera monumentale grazie al quale diventò uno dei maggiori rappresentanti del romanzo realista, nonché il più grande ritrattista dalla società francese dei suoi tempi.

Un breve estratto:

Tutta la mia vita, per me, è nelle mie due figliole. Se loro si divertono, se sono felici, ben vestite, se camminano su dei tappeti, che importanza ha la stoffa che mi veste e il posto dove dormo? Non ho freddo se loro hanno caldo, non mi annoio mai se loro ridono. Le mie sole pene sono le loro. Quando sarà padre, quando si dirà, sentendo cinguettare i suoi bambini: “Sono io che li ho fatti”, e sentirà quelle creaturine legate a ogni goccia del suo sangue, di cui hanno rappresentato la miglior parte, perché è così!, si crederà attaccato alla loro pelle, mosso dai loro stessi passi. La loro voce mi risponde ovunque. Un loro sguardo, quando è triste, mi gela il sangue. Un giorno saprà che si è molto più felici della loro felicità che della propria. Non glielo so spiegare: sono moti interni che spandono serenità.

Titolo: Papà Goriot

Autore: Honoré de Balzac

Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli

Pagine: 311