Una giovane donna in cerca di riscatto, una piccola troupe di documentaristi improvvisata e un villaggio di minatori ai margini della Svezia, abbandonato da settant’anni. Questi sono gli ingredienti con cui Camilla Sten imbastisce un romanzo inquietante, in cui l’elemento sovrannaturale si mescola alla crudeltà di una storia orrorifica, spietatamente umana.
Alice Lindstedt, una promessa regista che si barcamena con lavori saltuari in attesa di svoltare la sua precaria carriera, finalmente riesce ad ottenere un finanziamento per il progetto che sogna di realizzare da tutta la vita. Perché Alice ha una storia da raccontare, un mistero che si annida tra le pieghe del suo passato che non le ha mai dato pace: nell’estate del 1959 l’intera popolazione di Silvertjärn svanisce improvvisamente nel nulla, come se fosse stata inghiottita da un’enorme voragine. Tra quelle persone scomparse c’è anche Elsa, la bisnonna materna di Alice, dispersa insieme al marito e alla figlia minore Aina. Nel paese fantasma è rimasto solo il cadavere di una donna lapidata nella piazza e lasciata legata ad un palo e una neonata abbandonata sui banchi della scuola, impaurita ed affamata. La polizia locale indaga e perlustra a tappeto la zona, ma le novecento anime di Silvertjärn sembrano evaporate senza lasciare nessuna traccia e del loro destino non si è più saputo nulla. Come se non fossero mai esistite. Solo le abitazioni erose dalle intemperie, con le porte spalancate e le finestre aperte come tanti occhi che scrutano il nulla, testimoniano silenziosamente ciò che è stato il loro passato, lasciando tante domande in sospeso e l’unica certezza di un omicidio efferato. Margareta, la figlia maggiore di Elsa che all’epoca dei fatti viveva a Stoccolma, ha custodito la fitta corrispondenza con la madre e con la sorella Aina, appena dodicenne; quelle lettere, ora in possesso di Alice, sono l’unica prova dell’esistenza di quella comunità di minatori svanita nel nulla, ma le parole delle sue antenate a posteriori risultano sconnesse, prive di centro. Desiderosa di risolvere il mistero della sua famiglia e consapevole di avere tra le mani una storia bomba che potrebbe portarla al successo, Alice decide di realizzare un documentario sulla storia di questo paese coinvolgendo una troupe amatoriale di amici : la sua ex amica Emmy, il finanziatore del progetto Max, Robert ed infine Tone, la nipote di quella bambina abbandonata nella scuola del villaggio.
Cinque persone, cinque giorni, un campeggio montato nel cuore di un villaggio spettrale in cui non esiste elettricità e i cellulari non hanno campo: in questo luogo cristallizzato dal tempo , in cui gli unici rumori sono il crepitio delle foglie sotto i passi della troupe e il frusciare del vento tra le fronde di alberi secolari, una strana inquietudine inizia a destabilizzare tutto il gruppo, minando le certezze di ognuno. Silvertjan, con le sue case fatiscenti in perenne attesa di un ritorno che non avverrà mai, diventa il protagonista assoluto di questo terrore strisciante. Sembra che il villaggio sussurri, respiri, si nutra di quei segreti che poco alla volta emergono grazie all’alternarsi di pagine che raccontano il tempo di “Allora” con pagine che seguono le vicende di Alice e della sua troupe. Uno scorrere parallelo tra i due lembi della storia che convergeranno negli ultimi capitoli per raccontarci un epilogo terribile, una tragedia che nulla ha a che vedere con il soprannaturale.
Eppure, leggendo, si ha le netta percezione che qualcosa di inquietante scorra oltre il racconto, oltre la soluzione di un mistero che trova la sua spiegazione nella banalità del male. Le case affacciate su un paesaggio innaturale, visitatori incauti che sembrano percepire ciò che non vediamo, l’incapacità di dare un nome ed un volto ad un pericolo che, però, si avverte costantemente : è questo che tiene avvinghiati al romanzo e rende la lettura intrigante più di una trama che, in fondo, non è altro che la risoluzione di un cold case in un contesto che è un perfetto cliché da film horror. Anche l’idea di spostare l’attenzione dai personaggi in carne ed ossa al villaggio teatro di un mistero inspiegabile, rendendolo il vero protagonista, non è un’idea originale (leggasi Shirley Jackson con il suo celeberrimo “l’Incubo di Hill House”), ma continua a funzionare anche tra gli adepti. L’abile penna dell’autrice fa prendere vita al Villaggio Perduto, il cui cuore pulsa tra le pagine e restituisce l’orrore a chi ha imbrattato le sue strade con il sangue di vittime innocenti.
Camilla Sten, giovane esordiente figlia d’arte, con questo romanzo di cui Netflix ha già acquistato i diritti per farne una serie TV, entra di diritto tra gli autori del brivido che vale assolutamente la pena leggere.


…non tanto il libro, piuttosto questo “… di cui Netflix ha già acquistato i diritti per farne una serie TV, ” questo mi spaventa 😀
😂😂In effetti!!! Netflix ha già fatto strage di ottimi romanzi thriller producendo autentiche schifezze ! Teniamo le dita incrociate 🤞
Già, tende ad “americanizzare” troppo tutto, del resto è comprensibile, presumo sia la maggior parte del suo pubblico…
Intrigante questo noir, mi piace l’ambientazione svedese, l’epoca dei fatti, la trama che corre tra passato misterioso e presente ( forse altrettanto misterioso).
Segnato, grazie
ml
Grazie a te per la visita e il commento! 😊
letto. nel complesso non mi ha deluso, nonostante qualche colpo di scena di troppo. scrittura molto visiva, “cinematografica”.
ml
Sono contenta che sia piaciuto. Considerato che questa autrice è un’esordiente, secondo me promette molto bene!