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Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho e una bottiglia di rum!
Chi non si ricorda di questa canzoncina alzi la mano!
Nella finzione narrativa di Larsson è lo stesso Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola de “l’Isola del Tesoro” (R. Louis Stevenson, 1883) a scrivere in prima persona le sue memorie durante i suoi ultimi giorni di vita. E’ il 1792 e Silver è un uomo ormai vecchio che da tempo vive ritirato sulle coste del Madagascar. Stevenson alla fine del suo romanzo lo fece letteralmente svanire nel nulla: durante la traversata di ritorno in direzione dell’Inghilterra riesce a fuggire con una parte del tesoro dall’Hispaniola, a bordo di un canotto, per paura di essere arrestato e fatto impiccare una volta rientrato in patria. Larsson si aggancia a questo finale aperto per imbastire una storia mozzafiato che è al contempo memoria e avventura, che racconta il mondo dei pirati spogliandolo da quella patina di fascinazione sempre presente nell’immaginario collettivo. Silver racconta senza fare sconti a nessuno, nemmeno a se stesso, le efferatezze compiute e le ingiustizie contro le quali la gente come lui combatteva, ligia soltanto al proprio codice morale, denunciando al tempo stesso anche tutte le nefandezze che facevano capo al commercio ufficiale: il contrabbando, la tratta degli schiavi, gli accordi sottobanco con i governi, le condizioni atroci in cui versavano gli equipaggi e il nonnismo dei capitani. Per tutti questi motivi lo possiamo certamente considerare anche un romanzo storico di ottima fattura, che offre una ricostruzione precisa e avvincente di quello che fu il periodo coloniale in Europa.
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Sono rimasta incantata dalla bravura di Larsson, che riesce a calarsi perfettamente nei panni del pirata cattivo rielaborandone il personaggio, o meglio, arricchendo le sfumature della sua complessa personalità pur mantenendo intatto quello che lo ha reso un antieroe sui generis: la sua sofisticata ambiguità, che da ragazzi spesso ci ha fatto patteggiare per lui . Dai, confessiamolo: a chi non stava simpatico, in fondo, Long John Silver? L’introspezione psicologica che nel romanzo di Stevenson era appena accennata qui viene eviscerata e mostrata fin dalle sue origini e ne seguiamo l’evoluzione fino all’ultimo, intenso capitolo, che mette la parola fine alla sua incredibile esistenza. Larsson raffigura il pirata come l’emblema della libertà assoluta, fisica e mentale, perché il solo significato che per lui ha la vita è l’attaccamento alla vita stessa e l’intenso desiderio di godere di ogni giorno come se fosse l’ultimo, guidato da un senso di giustizia esclusivo ed una morale propria che nulla hanno a che vedere con le leggi degli uomini, frutto della loro natura maligna e fatte per essere raggirate.
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Alcune volte, lo ammetto, l’autore si incaglia un po’ nelle descrizioni e nei lirismi, e in quelle pagine spesso mi sono arenata esattamente come farebbe un vascello pirata sulla spiaggia dei Caraibi…ma poi ho capito che dovevo godermi la sosta e basta. Perché Larsson cambia registro dall’avventura alla poesia con una rapidità che spiazza, pertanto anche i ritmi di lettura inevitabilmente seguono questa altalena stilistica. L’abilità con cui l’autore trasforma Long John Silver da anti eroe fanciullesco per eccellenza ad eroe per chi ragazzo non lo è più da un po’ è davvero sorprendente: non possiamo che restare ammirati di fronte all’ironia filosofica con cui il pirata affronta le disgrazie della vita, e da quel suo piglio indomito e fiero che non gli consente di scendere mai a patti con il buonsenso.
Perché peggio di finire sulla forca c’è solo vivere come se si fosse già morti a un pezzo.
Che io sia dannata, se non è così!
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TE LO CONSIGLIO SE:
- Subisci il fascino dei personaggi ambigui;
- Non vuoi dimenticarti del tuo bambino interiore;
- Non hai mai letto “L’Isola del Tesoro” : cosa aspetti a conoscere Long John Silver?


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