• Maigret e l’omicidio sull’isola: un’indagine diversa

    La forza dei romanzi dedicati al Commissario Maigret risiede in due punti fondamentali: l’ambientazione, sempre particolarmente suggestiva, e lo spessore psicologico dei protagonisti. La trama e l’intreccio giallistico passano in secondo piano, perchè l’attenzione si sposta sempre verso l’aspetto umano più che su quello metodologico delle indagini. Simenon è stato l’autore che, negli anni trenta, ha rivoluzionato il genere del romanzo poliziesco: lo schema del giallo classico, tutto improntato sulla ricerca meticolosa del colpevole e sull’analisi minuziosa della scena del crimine,  viene abbandonato in favore di ambientazioni popolari e piccolo borhgesi, microcosmi proletari in cui sono gli esseri umani con i loro turbamenti ad essere scandagliati ed osservati, per arrivare infine a comprendre le motivazioni del delitto più che il movente in sè. Anche questa volta ritroviamo gli stessi elementi, amalgamati però in modo differente dal solito: il vero protagonista diventa il paesaggio isolano, che cattura i suoi avventori in un vortice di emozioni a cui nemmeno Maigret può sottrarsi. L’intreccio psicologico quasi non esiste, la trama è lineare e semplice, al punto che spesso durante la lettura non ci accorgiamo nemmeno che il commissario stia in realtà svolgendo un’indagine per omicidio: i colloqui sono scarni, rari, gli interrogatori rapidi e sembrano non portare a nulla, ancora più  del solito. I personaggi che incontriamo, seppur variegati, li abbiamo tutti più o meno già incontrati nella galleria umana di Simenon, ma questa volta anzichè sfuggire tra dimenticati bistrot della periferia parigina o lungo le strade della campagna francese sono tutti prigionieri della malìa dell’isola, che avvinghia e fa ammalare di “porquerollite”, come affermano gli abitanti stessi.

    Maigret viene chiamato nel cuore del mediterraneo perché è stato assassinato un uomo, tale Marcelline, un malvivente da quattro soldi che la sera prima del delitto aveva dichiarato di essere amico del famoso commissario parigino. Maigret è ormai diventato un personaggio di spicco, uno che compare sui giornali nazionali e che fa molto parlare di sè per la brillante risoluzione di casi difficili. Addirittura la sua notorietà ha attraversato La Manica, destando curiosità persino tra i colleghi di Scotland Yard, che proprio nei giorni dell’assassinio decidono di spedire in visita al  Quai des Orfèvres il pari- grado commissario Pyke. Pyke viene accolto con sollecitudine dai colleghi francesi e messo alle costole di Maigret, affinché possa vedere con i suoi occhi in cosa consiste il suo tanto decantato metodo, che poi metodo non è.

    Una volta approdato sull’isola Maigret si lascia completamente trasportare, vittima inconsapevole di quella strana malattia che gli abitanti del posto conoscono così bene. Il porticciolo con le sue imbarcazioni turistiche, le barche tirate in secca dai pescatori che quando c’è il Mistral stanno tutto il giorno a cucire le reti, la piazzetta su cui si affaccia l’unico ritrovo del posto, “L’Arche de Noe”: con poche sapienti pennellate Simenon descrive un paesaggio che sembra sbucato fuori da un quadro impressionista, regalando al lettore intense suggestioni. Il Mistral se n’è andato lo stesso giorno in cui Maigret è sbarcato in quel luogo incantato, in cui il tempo  sembra avere  un respiro differente rispetto a quello che scorre a Parigi. Il tempo qui si dilata fino a farti dimenticare di vestirti per uscire dalla tua stanza d’albergo, ritrovandoti in ciabatte e veste da camera ad osservare il via vai del porto. E poi l’odore della domenica, un profumo di caffè e nostalgia che Maigret riconoscerebbe ovunque e che qui sull’isola è così amplificato da sconfiggerlo inesorabilmente, un sentimento languido a cui vorrebbe potersi abbandonare. Eppure,  tra quelle viuzze bianche investite da colori e profumi mediterranei, è stato commesso un efferato omicidio. Ed il colpevole non se ne è mai andao. Si  aggira noncurante insieme agli altri abitanti dell’isola, trascorrendo oziose giornate al sole caldo della primavera provenzale, tra un bianchino consumato all’Arche de Noè ed una partita a petanque. Tocca quindi investigare, e quel che è peggio è che lo deve fare in presenza di Pyke, il quale forse si aspettava qualcosa di più da quel viaggio e invece gli tocca fare il turista. Perchè quando Maigret si mette all’opera non prende penna e taccuino e non scandaglia la scena del crimine come un radar, ma comincia ad osservare: scruta la varietà umana che per un motivo o per l’altro popola l’isola – ognuno con un buon motivo per restare ed altrettanti per andarsene – si immerge nelle atmosfere che lo circondano e si lascia guidare dalle sensazioni che gli arrivano fino a quando, finalmente, tutto gli sarà chiaro. Come si può spiegare all’inglese Pyke cosa è l’intuizione, e come arriva? ” Questo è il mio metodo”, gli spiega Maigret.  E noi, una volta di più, abbiamo la certezza che nulla come l’empatia verso i nostri simili sia la chiave per comprendere la complessità delle vicende umane.

    Se avete voglia di leggere un altro giallo in cui il nostro commissario Maigret si ritrova in situazioni anomale, potete cliccare qui

  • “Amatissima” di Toni Morrison: storia di una madre

    Non è facile parlare di questo romanzo, per tanti motivi. In parte perché, essendo molto conosciuto, trovare qualcosa di originale con cui commentarlo è davvero impossibile; ma la vera difficoltà sta nel provare a trascrivere il vortice di emozioni che questa lettura ha sollevato in me, lasciando tracce indelebili. Oltre ad essere un importante romanzo di denuncia sociale, che affronta un tema di portata colossale come la schiavitù negli Stati Uniti D’America prima della guerra di secessione, è anche (e forse soprattutto) una finestra spalancata sui suoi aspetti più intimi, sulle sue ripercussioni psicologiche, su quei patimenti interiori che non furono meno dolorosi e traumatici di quelli fisici. In donne come Sethe, la protagonista, la sofferenza psichica segnò l’ esistenza molto più dei colpi di frusta che le disegnarono sulla schiena un albero di cicatrici, solchi di dolore e memoria con cui lei ormai si identificava. Quei rami in rilievo sul dorso, protesi al cielo come in una supplica, non le consentivano di dimenticare mai, anche nei giorni più sereni della sua vita di donna libera. Come quando al 124 di Bluestone Road si presentò Paul D., un ex schiavo che condivise con Sethe la giovinezza nei campi di cotone, con il quale instaura un legame affettivo. Paul D., con le sue promesse d’amore ed il suo intenso desiderio di vivere, manda in frantumi il precario equilibrio psichico di Sethe, costringendola a fare i conti con un passato che inconsciamente aveva rimosso, solo per potere sopravvivere.

    La vita nella piantagione di Sweet Home, seppur in condizioni di schiavitù, era tutto sommato tollerabile. I padroni, una coppia benestante molto vicina agli ambienti abolizionisti, erano contrari alle percosse e consentivano ai loro schiavi di sposarsi con rito religioso, di crearsi una famiglia e di allevare i propri figli nella cristianità. Sethe ed Halle si innamorano e mettono al mondo tre bambini, due maschi e una femmina. Poco dopo la nascita della bimba però, in seguito alla morte del padrone e alla malattia della padrona, le loro condizioni di vita cambiano drasticamente; sarà il sorvegliante, un uomo maligno e becero, a prendere in mando le redini della piantagione e con lui inizierà un periodo di terrore, fatto di violenza e soprusi. L’orrore dei linciaggi, diventato banale quotidianità, spinge Sethe ed Halle a pianificare la fuga: l’idea di crescere i loro figli sapendo già che sarebbero finiti impiccati o stuprati era qualcosa di intollerabile, contrario ad ogni sentimento umano. Il racconto comincia diciotto anni dopo quel disperato viaggio verso la salvezza, e Sethe ormai è completamente integrata nella piccola comunità di Cincinnati, nell’ Ohio libero. Dopo essersi ricongiunta con la suocera Baby Suggs, affrancata dal figlio Halle anni prima, cominciò a lavorare come cameriera in un ristorante della città ed in seguito alla morte dell’anziana donna continuò a vivere al “124” insieme alla figlia Denver, in un clima di apparente tranquillità. Si percepisce subito infatti che la loro non è una quiete domestica bensì una immobilità innaturale, una staticità mantenuta integra per nascondere un male oscuro, negato, sottaciuto. Dal giorno in cui Sethe arrivò in Bluestone Road una presenza malefica cominciò a manifestarsi tra le mura di casa, dando il tormento ai suoi familiari: il fantasma di una bambina. Un’entità ostile piena di rancore, in cerca di vendetta, dalla quale i due figli più grandi scappano appena possibile e con la quale Baby Suggs non vuole lottare. Solo Sethe pare ignorare il fatto che si tratti di sua figlia, la bimba di pochi mesi che riuscì ad affidare insieme ai due maschi a schiavi fuggitivi, con l’idea di raggiungerli appena possibile, insieme al marito. Halle però non riuscì mai a raggiungere l’Ohio e lei fu costretta a fuggire a piedi attraversando due stati incinta dell’ultimo genita Denver; partorì sulle rive del fiume, tra le assi di una barca a remi, ad un passo dalla casa della suocera. Baby Suggs viveva presso una ex stazione della “Ferrovia Sotterranea”, la rete clandestina che aiutava gli schiavi a raggiungere i paesi abolizionisti, ed era diventata negli anni un vero e proprio punto di riferimento per l’intera comunità nera di Cincinnati, una specie di santona che predicava amore e fratellanza e che accoglieva tutti con grande generosità. Prese con sè i tre nipotini e poi, diversi mesi dopo, accolse Sethe con la neonata Denver. La ritrovata unione familiare durò quanto un temporale estivo, perché l’orrore dal quale Sethe era fuggita non se ne era mai andato via, era dentro di lei e la stava già aspettando sulla soglia della libertà. Non si rese conto della sua presenza, e di quanto le stava divorando il cuore: cambiò forma, avvelenò i suoi pensieri e diventò tutt’uno col suo amore di madre.

    La storia che Toni Morrison ci racconta non è lineare, non esiste una trama con un suo inizio, un centro ed una conclusione in ordine logico. Poco alla volta emergono frammenti di memoria che una scrittura immaginifica e potente rimette insieme, dando vita a pagine di poesia pura, anche se intrise di un dolore inimmaginabile. L’elemento razionale, così come siamo abituati a trovarlo in un romanzo classico, è poco presente. I fatti più cruenti quasi mai vengono descritti nei loro particolari, ma vengono fatti intuire, percepire attraverso gli altri sensi. Riusciamo a sentire il dolore di Sethe sulla nostra pelle non perché lo leggiamo attraverso le frustate che il sorvegliante, ormai senza più nessun tipo di controllo, le infligge dopo averle adagiato il grembo in una fossa per non nuocere al bambino, riservandole una premura quasi grottesca. O durante lo stupro di gruppo al quale sempre lui acconsente per punirla, quando fu scoperta rientrare alla piantagione dopo aver messo in salvo i tre figli. Lo avvertiamo come una nube nera che incombe, lo intravvediamo nei suoi ricordi che lentamente, quasi strisciando, risalgono dall’abisso in cui lei stessa li aveva ricacciati per poter continuare a respirare, per potersi alzare al mattino, andare a lavorare e badare all’unica figlia che le era rimasta. La mente di Sethe era volata altrove, oltre il suo passato inconfessabile, in un limbo in cui la realtà arriva sconnessa, priva di consapevolezza. I due ragazzi più grandi se ne erano andati via da tempo, vinti da quella forza oscura che impestava la loro casa, che pure sapevano essere la sorellina uccisa anni prima dalla loro mamma. Baby Suggs si lasciò morire poco dopo, senza più la forza di predicare un bel niente dopo quello che aveva visto fare a Sethe, avvelenata irrimediabilmente dall’uomo bianco. La sola, vera ed unica disgrazia che esisteva nel loro mondo di negri. Bisogna prendersi del tempo e farsi trasportare dalla scrittura della Morrison, non perché sia facile perdersi tra i numerosi salti temporali, perché lei ci tende sempre la mano e ci riaggancia quando stiamo per perderci, ma perché ogni parola ha il suo peso ed il suo significato, che va digerito, compreso e collocato al suo posto. Il ritmo della narrazione ha la dolcezza malinconica dei sogni, che ci avvolge e ci protegge mentre in punta di piedi entriamo dentro l’orrore di un infanticidio e delle sue devastanti conseguenze. Un gesto estremo compiuto per disperazione, per troppo amore, per difendere la parte migliore di sé dallo scempio di un corpo che sarebbe stato martoriato senza pietà, ucciso per una risata di troppo, impiccato per una salsiccia rubata, stuprato per togliersi le voglie. E lo fa con doveroso rispetto, senza permetterci mai, nemmeno per un solo istante, di giudicare. Un romanzo grandioso, pieno di suggestioni e di metafore sulla condizione umana, un inno all’amore materno che diventa il simbolo della vita stessa, un canto antico che racchiude tutto lo strazio di un popolo morto dimenticato, senza nome, senza ricordi, senza nulla.

    Il giorno del funerale Sethe non aveva abbastanza denaro per far incidere la lapide con il nome di battesimo di sua figlia, e da quel giorno l’epitaffio incompiuto “Mia Amatissima” si trasformò nel nome di una bambina mai diventata grande, senza passato e senza futuro. Il simbolo di un intero popolo.

    Negli anni questo romanzo ha continuato a lavorare dentro di me. Ho scritto un nuovo articolo che racconta ciò che oggi vedo in queste pagine. Lo puoi trovare qui

  • Scopriamo i nuovi romanzi di Alice Basso: intrighi nella Torino fascista degli Anni ’30, tra ironia e storia

    Doverosa premessa: io adoro Alice Basso. L’ho conosciuta per caso ad una presentazione in libreria qualche anno fa ma i suoi romanzi con protagonista Vani Sarca, la ghost writer detective per caso, li ho letti solo tra il 2019 e il 2020 (sono cinque e li ho acquistati tutti in blocco, poi li ho centellinati). La adoro perché scrive benissimo, è molto colta, ha una passione sfrenata per la musica rock, gli hard boiled americani degli anni trenta e possiede una tagliente ironia ed un acume spiccato che riesce a trasferire ai suoi protagonisti con grande abilità. Leggere i suoi libri equivale per me ad un vero e proprio spasso, anche se non mancano gli spunti di riflessione e i momenti più seri ed introspettivi. In ogni romanzo traspare il suo grande amore per la letteratura, in ogni sua forma. Secondo Alice i libri ci salvano, non in senso fisico ovviamente, ma in senso metaforico, perché il più delle volte ci salvano da noi stessi e dalla nostre piccole miserie quotidiane. Illuminano le nostre vite e la rendono migliore, infinitamente più ricca, allargano l’orizzonte della nostra scarsa visuale e spesso spalancano porte che non sapevamo nemmeno di aver chiuso. Dopo la conclusione della saga di Vani Sarca credevo che non fosse più possibile per l’autrice replicare creando un nuovo personaggio altrettanto originale e coinvolgente, con la stessa combinazione di leggerezza e sagacia. Ed invece mi sbagliavo, perché la nuova protagonista femminile di Alice Basso è, se possibile, ancora meglio. Anche con l’ambientazione ha fatto un passo avanti, perché il racconto è ambientato nella Torino degli anni trenta, precisamente nel 1936, e tutti noi sappiamo quanto cimentarsi in un romanzo storico sia decisamente più ostico per un autore.

    In quegli anni l’Italia ancora non aveva capito bene se c’era o no da fidarsi di Mussolini, che i torinesi segretamente chiamavano “il Cerutti”, beffeggiandolo come se fosse stato un semplice governante del momento, come tanti ce n’erano stati prima di lui e tanti ce ne sarebbero stati dopo. Era l’Italia in cui il fascismo “ha fatto anche cose buone”, come le bonifiche e l’ammodernamento delle città, decorate con svettanti Torri Littorie che parevano grandi simboli fallici, trionfanti baluardi della virilità del perfetto patriota. Era l’Italia che ancora aleggiava sospesa in quella specie di limbo in cui “i fascisti ci hanno anche aiutato, cosa dovevamo fare…” , in cui “la rivoluzionaria” idea di società e famiglia, che premiava chi sfornava figli da gettare in pasto al neo proclamato Impero Fascista, era considerata giusta e perfettamente in linea con i precetti religiosi che volevano le donne sottomesse al marito, con l’unico scopo di allevare una prole numerosa ed educarla con rigore marziano. Lavoravano solo le ragazze nubili di umili origini che dovevano aiutare le famiglie in difficoltà e le vedove della grande guerra: nessun marito sano di mente avrebbe mai concesso alla propria moglie la libertà di lavorare, perché il lavoro creava indipendenza economica, e da lì a quella mentale il passo era breve. Troppo breve per un buon fascista. Questa è l’atmosfera che gravita intorno ad Anita Bo, una ragazza di ventun anni figlia di un commerciante locale, che in vita sua non ha mai fatto altro che essere bella. Ma non carina, proprio bella da mozzare il fiato, di quelle clessidre viventi con i capelli neri e lucidi, gli occhi enormi e una bocca a cuore fintamente truccata. E’ stata allevata con la convinzione che, essendo così sfacciatamente bella, poteva anche sfangarsi dalle fatiche scolastiche e restare irrimediabilmente ignorante e stupida, ché tanto per trovare un buon marito l’intelligenza e la cultura non erano doti necessarie. Il problema è che Anita stupida non lo è per niente, anzi. Diciamo che nessuno (tanto meno lei stessa) si è mai preso la briga di coltivare il suo atrofizzato cervellino, che tutto è fuorché un terreno arido. Solo la sua migliore amica e la sua ex insegnante di dattilografia hanno intuito che dietro l’aspetto da bambolina di Anita si nasconde qualcos’altro, un territorio inesplorato che a tratti si palesa con inaspettati colpi di astuzia ed intuizioni argute. E’ per questo che Anita, nonostante non conosca nemmeno la metà dei riferimenti culturali che comunemente utilizzano le sue amiche, è un’ottima compagnia per due donne così moderne e anticonformiste come Clara e Candida. Clara, ex compagna di classe di Anita, è bruttina ma estremamente intelligente e curiosa, e per mantenersi ed aiutare la famiglia lavora come dattilografa alla Reale Mutua. A Clara piace il suo lavoro, ama la sua indipendenza che le consente di non essere costretta a ripiegare su un uomo per vivere e ancora di più adora leggere, soprattutto quei libri così interessanti che le passa Candida la domenica pomeriggio. Candida, professoressa di dattilografia alla scuola per segretarie di San Donato, è una cinquantenne nubile fieramente contraria al regime, che fuma come una ciminiera e che nasconde in una cassapanca col doppio fondo i libri censurati dal Duce.

    Anita, appena chiesta in moglie dall’aitante Corrado, che pare sbucato fuori da un collegio della gioventù Hitleriana, presa dal panico a sentire i suoi discorsi sulla quantità di figli che intende mettere al mondo insieme a lei, prende tempo e risponde all’ esterrefatto fidanzato che sì, il matrimonio va bene, però prima vorrebbe provare a lavorare per un po’ di tempo. Ed è così che Anita, imbranata com’è in qualsiasi cosa pratica della vita, riesce ad intortare Corrado (lui sì che è bello ma un po’ tonto) e a farsi assumere in una piccola casa editrice come dattilografa. Sbaragliata l’esigua concorrenza con un trucco da oscar comincia a lavorare alla rivista Saturnalia, che traduce e pubblica i racconti hard boiled direttamente provenienti dagli Stati Uniti. Un genere nuovo, che il pubblico italiano dimostra di apprezzare molto, seppur con le correzioni imposte della censura del regime. Anita comincia così a sondare il mondo della parola scritta, subendone il fascino e scoprendone il potere, fino ad appassionarsi realmente a quei gialli americani tutto fumo, whisky e piombo. Lei, che non ha mai letto un giallo prima d’ora, comincerà ad addentrarsi nelle menti dei detective in impermeabile che fanno ogni giorno a pugni con la vita, fino a quando si ritroverà a dover risolvere lei stessa un caso di omicidio. Non racconto di più perché non voglio spoilerare nulla, posso solo concludere rinnovando il mio plauso ad Alice Basso, che con grande dovizia di particolari ha ricostruito perfettamente un’epoca storica difficile, rievocandone le atmosfere, gli usi e i costumi in modo così verosimile che più volte mi sono stupita ritrovandomi ai piedi le sneakers anziché il mezzo tacco con la fibbietta, e i capelli come una massa informe anziché solcati da una perfetta ondina ricoperta di lacca.

  • Un viaggio nell’isola di Guernsey del dopoguerra : storia e lettura di un romanzo imperdibile

    “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey”, a dispetto del titolo curiosamente buffo, è un romanzo profondo e commovente che ho avuto la fortuna di leggere grazie al mio club del libro, con il quale affrontiamo letture mensili scambiandoci impressioni, sorrisi e tazze di tè.

    Questo è uno di quei romanzi che, una volta terminati, ti fanno venire voglia di preparare i bagagli e di partire immediatamente verso la minuscola Isola di Guernsey, nel canale della Manica. Prima di leggere il libro (e di aver visto il film, di cui però ho vaghissimi ricordi) non sapevo nemmeno cosa fosse e dove fosse Guernsey, figurarsi poi se ero al corrente della sua incredibile storia. Google alla mano, leggo che “il Baliato di Guernsey è uno stato autonomo di fronte alla costa della Normandia ma dipendenza della corona britannica, dove si parla inglese, il guernese (variante del normanno francese) e altre lingue delle isole del canale”. Queste informazioni  mi sono state di aiuto per contestualizzare la storia narrata, a cui l’autrice ha voluto dare voce dopo essere soggiornata a Guernsey nel 1980. Mary Ann Shaffern, libraia, bibliotecaria ed editor, parlando con gli abitanti del posto decide di compiere alcune ricerche più approfondite sulle vicende storiche dell’isola durante l’occupazione nazista, rimanendone affascinata al punto da voler scrivere un libro a riguardo. La sua protagonista Juliet rappresenta quindi una specie di alter ego, alla quale viene affidato il compito di riconsegnare alla memoria collettiva un pezzo di storia europea completamente dimenticata: quella dell’unico lembo di terra che Hitler riuscì a strappare alla Corona Inglese, con l’intento di trasformarlo in un avamposto militare per il controllo della Manica. Siamo nel 1946 e l’isola risente ancora dei pesanti strascichi dell’occupazione nazista. Juliet Ashton, giovane ed intraprendente giornalista londinese alla ricerca dell’ispirazione giusta per confezionare il suo nuovo romanzo, comincia per una mera casualità del destino una fitta corrispondenza con alcuni abitanti dell’isola. Spinta dalla curiosità di conoscere di persona i suoi amici di penna e desiderosa di lavorare alla sua nuova idea, deciderà di raggiungere Guernsey lei stessa, con disappunto del fidanzato e il benestare del suo editore. La vita sull’isola in pochi giorni la cattura e l’avvolge con la piacevolezza di una coperta calda, restituendole col suo tepore un’essenza vitale che pareva perduta per sempre tra le macerie di Londra. La vita di Juliet è apparentemente perfetta: è una ragazza carina e solare, con una vita piena e soddisfacente, un lavoro interessante che le ha conferito una certa popolarità ed un corteggiatore che pare sbucato fuori da un libro delle fiabe, desideroso di impalmarla al più presto. Eppure, dopo le prime missive scambiate col timido Darwsey, sente un irresistibile richiamo che la allontana lettera dopo lettera dalla sua vita londinese con le sue promesse di rinascita.

    E’ stata una lettura semplicemente perfetta, a cui la forma epistolare ha aggiunto quel “quid” in più, rendendola scorrevole e molto piacevole. Mary Ann Shaffer è morta prima di riuscire a terminare il romanzo, è per questo che in copertina figura un doppio nome tra gli autori: è stata infatti la nipote Annie Barrows a portare a termine il suo lavoro, mantenendo intatto il senso e lo stile della zia. A mio sindacabilissimo giudizio l’autrice è riuscita a coniugare con grande abilità lo spessore storico degli eventi narrati all’ironia e alla leggerezza liberatoria dei protagonisti che in prima persona raccontano le loro terribili esperienze, alcune non ancora concluse. E’ la voce di chi è riuscito con fatica a tenere testa a all’orrore, dando respiro a quella voglia di vivere che a dispetto di tutto è rimasta incollata addosso anche in mezzo alle tragedie, come una seconda pelle. Sono persone impaurite e mutilate nell’anima, eppure non c’è traccia di commiserazione in loro, tutt’altro. Nella disperazione di quei lunghi mesi riescono a trovare qualcosa di straordinario che li salva e li unisce: “Leggemmo di libri, parlammo di libri, discutemmo di libri, e diventammo sempre più vicini gli uni agli altri… e le nostre serate insieme divennero momenti vivaci e luminosi – potevamo quasi dimenticare, adesso e allora, l’oscurità all’esterno.” Sì, è stato proprio questo a tenerli vivi: un improbabile gruppo di lettura nato nel pieno dell’occupazione, tra coprifuoco e privazioni di ogni genere. Il senso di comunione degli isolani protagonisti, e la forza straordinaria che ne scaturisce, è come un balsamo che allevia il dolore, che cura le ferite più profonde, e che miracolosamente fa stare meglio anche noi mentre leggiamo. Perché il contorno sarà anche finzione a scopo narrativo, ma la storia non lo è affatto. La paura, la fame, le deportazioni, i lavori forzati, le bombe, le macerie, l’isolamento dal resto del mondo, l’assenza di notizie, i bambini allontanati nelle campagne inglesi, gli aiuti umanitari della Croce Rossa arrivati dalla neutrale Svizzera, quando ormai stavano tutti morendo di stenti nell’indifferenza del quartier generale britannico preoccupato di non far intercettare i viveri ai nemici più che della sopravvivenza degli isolani. Questo è reale, lo sarà sempre e noi abbiamo il dovere di ricordare fino a che ne saremo capaci. Ho sorriso lo stesso numero di volte in cui mi sono commossa, in un perfetto equilibrio, ed ho desiderato che le pagine fossero almeno il doppio, perché non volevo lasciare Guernsey. Non la volevo lasciare non solo perché ho amato pazzamente tutti i personaggi, l’ambientazione storica e geografica, o perché mi ha aiutato a conoscere un pezzo di storia che colpevolmente ignoravo. Ho amato Guernsey soprattutto perché è portatrice di un messaggio importante che condivido pienamente, di cui anche tutti noi in fondo siamo un po’ testimoni: che i libri ci salvano sempre, ed i legami che essi creano sono qualcosa di indissolubile, un richiamo fortissimo alla vita che ci arricchisce e ci fa crescere continuamente.

    P.S.

    Dal romanzo è stato tratto anche un film, uscito per Netflix qualche anno fa. Delizioso, ma il libro ha decisamente una marcia in più!

  • Ribaltare i Cliché nei Romanzi d’Amore con l’ultimo romanzo di Elvia Grazi

    Le mie perplessità, di fronte ad una storia d’amore, sono sempre le stesse: temo di imbattermi nei soliti ridondanti cliché da romanzo rosa e di farmi venire la carie a forza di leggere frasi zuccherose. Ma, più tutte queste cose messe insieme, temo le scene di sesso. Ormai anche la più zitella del reame sbadiglia leggendo le scene di sesso dei romanzi d’amore, peggio ci sono solo le orrorifiche sfumature di Anastasia Steel detta Ana e Mr Grey. Per carità, non ho niente in contrario alla questione in sè, ma detesto quando vengono buttate  nel racconto a caso, solo per dare pepe ad una storia che non decolla, in stallo perenne. Le storie d’amore si somigliano tutte, e mi annoiano a morte. Non mi fanno sognare, perché trovo che l’amore delle nostre realtà quotidiane, quello in senso lato e non necessariamente riferibile ad una coppia di amanti, sia decisamente più interessante di quello patinato. Questo in linea generale, perché poi naturalmente ci sono le eccezioni. Ci sono  amori che sono storie molto più complesse di un apostrofo rosa, che coinvolgono un mondo intero e non solo quello fatto dai sentimenti. Abbracciano un’intera vita e ne compiono il senso profondo, segnano la direzione da prendere, tracciano il nostro cammino facendoci scoprire orizzonti nuovi, inesplorati. Ci ricongiungono con la parte più intima di noi stessi, quella con cui a volte non vogliamo confrontarci perché abbiamo paura che la scoperta ci destabilizzi. Ci regalano la libertà di essere noi stessi senza privarci di nulla, e la capacità di vedere dove prima era solo buio. Capita poche volte nella vita, e quando capita, se siamo così tanto fortunati, allora ha davvero ragione la signora Grazi: vale la pena dargli voce, ad un amore così. Bianca è la protagonista di questa storia, ed è una donna vera. E’ esistita veramente, così  come è esistito Walter. Quando si tratta di storie vere non abbiamo il diritto di giudicare, ma in ogni caso il racconto non si presta a questo tipo di reazione: l’ultima cosa che viene voglia di fare, una volta terminato il romanzo, è esprimere giudizi di qualsiasi tipo. Bianca, che inizialmente mal sopportavo per la sua apparente abnegazione nei confronti di un uomo orribile, mi ha impartito una grande lezione di vita. “Scegli di essere felice, datti il tempo di fermarti, scendi un attimo da quella corsa folle che hai intrapreso da quando sei nata, chiudi gli occhi e respira. Può darsi che sentirai qualche specie di richiamo, un’immagine, un profumo, un ricordo lontano: ingredienti di un desiderio che prende forma. Lasciati accarezzare dalla bellezza di quell’idea, e poi affidati a lei con il coraggio e l’incoscienza di quando avevi dieci anni… “Questo mi ha ispirato la storia di Bianca.

    La incontriamo all’inizio del romanzo fresca di divorzio, un avvocata in carriera della Milano da bere degli anni 90. Ha solo 37 anni ma si sente come una donna vecchia a cui hanno rubato la vita: si ammazza di lavoro durante il giorno per arrivare a sera sfinita e sola nel suo appartamento, che puntualmente inonda di lacrime, tra una cena consumata fredda e la televisione che le riempie la testa di  parole e suoni. Ma non è questo il peggio che offre Bianca ai lettori: il peggio arriva quando finalmente per distrarsi decide di partire da sola per le vacanze di Natale, e si imbatte nel classico maestro di sci piacione e sciupafemmine. Nemmeno a dirlo, ci finisce a letto nel giro di un paio di sere. E se ne innamora, con la cocciutaggine e l’incoscienza di una quindicenne. Ecco, da qui in avanti il mio desiderio di prendere a schiaffi Bianca diventa incontenibile. Walter, abituato a vivere alla giornata, la saluta senza nessuna promessa, se non quella vaga e arcinota con cui solitamente questo tipo di uomo lascia la sua ultima conquista: “ci sentiamo, baby. Forse ti telefono. Sayonara”. Detestabile! Maschio Alfa, uomo che non deve chiedere mai, bello e inafferrabile. Volevo chiudere il romanzo e lasciar perdere, tanto più scontato di così…qui abbiamo l’intero regno dei Clichè amorosi! Ma per fortuna è bastato leggere un passo decisivo (a mio avviso) per capire che mi sbagliavo di brutto. Ricordo la scena: Bianca e Walter sono a Porto Venere, perché lui, che ha il mare che gli scorre nelle vene, vive su un’imbarcazione ancorata lì tutto l’anno, come un moderno bohemienne. Più che il mare Walter ha dentro di sè il significato profondo della parola libertà, che per lui si identifica con Tabata, la sua barca. Ha scelto chi essere, cosa essere, sa cosa lo rende felice e non ha paura di vivere assecondando i suoi desideri, rifiutando qualsiasi schema mentale. Non ha mai giurato fedeltà a Bianca, e questo lo redime un po’. Durante una delle splendide serate estive che trascorrono insieme, nel pieno del suo innamoramento, Bianca ha una visione profetica di quello che succederà nella sua vita. Lei non attribuisce a quell’immagine un significato particolare, anche se dentro di se si sente scombussolata. Qualcosa di ancestrale l’ha toccata nel profondo, e lei inconsapevolmente  risponde. In quell’istante ho capito come si sarebbe conclusa la loro storia, facendomi ricredere su tutto. Non c’era niente di scontato in quei due, non poteva esserci nulla di prevedibile sotto quel cielo fulgido d’agosto, in una barca che è la propria casa, e in un mare che è la propria linfa vitale. Una donna matura e sensata, specialmente dopo la delusione di un matrimonio finito male, sarebbe scappata via a gambe levate da una situazione così. Un avvocato giovane e di successo, con uno studio nel centro di Milano e vestiti griffati sempre nuovi ad attenderla nella cabina armadio avrebbe salutato Walter, magari dopo un’estate d’amore, ma l’avrebbe fatto. Avrebbe scelto la sua vita ordinata, la carriera, l’ufficio. Dalle nove alla cinque in tailleur e poi aperitivi, cene fuori, vernissage e concerti. Avrebbe continuato la strada che aveva tracciato con fatica e sudore fin da ragazza, perché l’età matura prevede radici e scelte definitive. Ma Bianca, a contatto con Walter, si lascia sedurre dal fascino della felicità vera. Non quella che può regalare un uomo, effimera e a scadenza, ma quella che arriva da dentro, dalla parte più profonda di noi.

    Come dicevo all’inizio del post, spesso abbiamo paura di scoprire quanto e come possiamo essere veramente felici. Per questo continuiamo a vivere seguendo i nostri soliti binari, sicuri e solidi. Ma a volte capita di incontrare qualcuno che è in grado di aiutarci a compiere questo atto di coraggio, perché lui ha già fatto quel salto nel vuoto e sa quanto può essere emozionante la vertigine che ci coglierà. Walter  è così per Bianca: la luce di un faro. Ha illuminato il suo essere donna, il suo percorso su questa terra, l’amore per lui è marginale, o meglio è parte di un insieme. Uniti come mai pensavano di diventare, decidono di affrontare l’avventura che Walter sogna da sempre, diventata in poco tempo anche quella di Bianca. Il mondo contro, il vento a favore, le stelle a tracciare la rotta. Le pagine del romanzo, composto come un diario di bordo, si avviano alla loro conclusione quando capita ancora una volta l’imprevedibile. Ma ormai entrambi hanno capito che la vita non si può pianificare, e che l’unica cosa che possiamo fare è viverla, con pienezza e con un po’ di sana follia. Accettarla e lasciarsi trasportare da quello che ci da gioia, come Tabata quando viene cullata dalla risacca: è questo  il segreto, il messaggio nascosto che portiamo con noi fin dalla nascita. Per Bianca e Walter è stato così. E per noi? Cosa ci rende davvero felici? Abbiamo la follia necessaria per seguire il nostro sogno? Ce l’avremo mai un giorno, prima che sia troppo tardi?

  • La Figlia del Boia di Oliver Potzsch: Un Romanzo Storico Indimenticabile

    “La figlia del boia” è un romanzo storico affascinante, dalla scrittura potente ed evocativa. Oliver Potzsch centra l’obiettivo e ci regala un affresco della Baviera del XVII secolo che difficilmente potremmo dimenticare. Il protagonista, a dispetto del titolo, è il boia della città di Schongau. La figlia del boia infatti (lo dico per quelli che come me pensavano di incappare in una figura femminile) resta marginale alla storia, al punto che sono ancora qui a chiedermi per quale motivo il romanzo si intitola in questo modo. Comunque, torniamo a noi. Il boia del paese, si diceva, è l’uomo attorno al quale ruota tutto il romanzo. Chi di noi ha mai pensato che il boia potesse essere una figura così importante per una comunità? Chi di noi se l’è mai immaginato come un essere umano normale, sotto quel cappuccio nero e quelle braccia nerborute fatte per tagliare teste? Un uomo con sentimenti, opinioni politiche, con una moglie e dei figli che ama? Direi nessuno. L’originalità del romanzo sta proprio in questo, nell’aver messo in luce le caratteristiche di un mestiere completamente ignorato dalla storia. Quello del boia all’ epoca era un mestiere esclusivo. Era ereditario, veniva portato in dono da una sorte malevola a cui nessuno si poteva sottrarre: il figlio di un boia avrebbe fatto il boia a sua volta, come suo padre prima di lui e come i figli a venire. Non c’era modo di ribellarsi, essere nati in una famiglia di boia significava avere il petto macchiato da un’onta terribile che nessun altro avrebbe mai portato per propria scelta. Era al tempo stesso un uomo temuto ma non rispettato: il popolo aveva paura di lui perché era la personificazione della morte, al suo passaggio c’era chi si faceva il segno della croce e chi abbassava lo sguardo. Ma era comunque un lavoro, e andava fatto. Così era la vita anche per Jakob Kuisl, il boia di Schongau, fino a quando la levatrice del paese viene arrestata con l’accusa di aver commesso l’omicidio di due bambini.

    Il 12 ottobre era un buon giorno per uccidere. Aveva piovuto tutta la settimana, ma quel venerdì, dopo la festa parrocchiale, il buon Dio ci aveva ripensato. Nonostante fosse autunno, il sole splendeva tiepido in basso sul Pfaffenwinkel e dalla città in alto provenivano schiamazzi e risate. Si udivano rulli di tamburo, tintinnio di campanelle, note di violino. L’aroma di frittelle e carne arrosto si insinuava fino al maleodorante Gerberviertel, il rione dei conciatori. Sarebbe stata una bella esecuzione.”

    Il periodo della caccia alle streghe è finito da poco ma in tutta la Baviera, così come nel resto dell’Europa, è ancora profondamente radicata la convinzione che alcune donne siano emissari del diavolo, sue amanti e complici. Le levatrici, a causa del loro mestiere, erano profonde conoscitrici delle erbe e del loro potere curativo e le usavano in grande quantità per alleviare i dolori del parto o per curare semplici problemi femminili. Tanto bastava per destare il sospetto. Martha viene immediatamente additata come strega e in quanto tale considerata colpevole delle barbare uccisioni. Viene affidata al boia il quale deve estorcerle regolare confessione affinché possa essere messa al rogo. Ma il nostro boia è un uomo molto diverso da quello che sembra e soprattutto non crede nella sua colpevolezza. E’ un uomo giusto e buono, che lotta contro i pregiudizi e che aiuterà Martha con tutti i mezzi a sua disposizione per lasciarla in vita fino a quando il vero colpevole non verrà trovato. In paese il boia non è il solo a credere all’innocenza della levatrice: sua figlia, una bella ragazza testarda e anticonformista e un giovane medico affascinato dalle conoscenze del boia e dalla sensualità giovane, inizieranno ad indagare per proprio conto per arrivare alla verità. La loro sarà una lotta contro il tempo per ribaltare una sentenza di morte già scritta solo per coprire persone per bene, per motivazioni politiche, per nascondere verità inconfessabili. L’accuratezza della ricostruzione storica e la stupefacente figura del boia, uomo erudito, esperto erborista e assai più lungimirante dei personaggi che governano il paese, rende questo romanzo storico un piccolo capolavoro da leggere senza indugi, se come me siete affascinati dalla storia nei suoi molteplici e spesso sconosciuti risvolti.

  • Scelte Cruciali: Cosa Può Invertire la rotta della Nostra Vita? Ce lo racconta Charlotte Link nel suo ultimo thriller

    La nostra vita è fatta di scelte continue. Un incessante susseguirsi di bivi quotidiani traccia il percorso della nostra esistenza, ma nella maggior parte dei casi non ce ne rendiamo conto. Cosa succede però quando una delle tante decisioni che prendiamo quotidianamente, per una rocambolesca casualità del destino, diventa  fondamentale al punto da invertire drasticamente la rotta della nostra vita? La risposta è semplice ma destabilizzante: possiamo fatalmente ritrovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato,  proprio come capita a Simon, il protagonista di questo nuovo, entusiasmante thriller psicologico firmato Charlotte Link.

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    Questa volta abbiamo di fronte un surplus di protagonisti, tra i quali ne spiccano essenzialmente due: Simon,   che  come accennavo all’inizio a causa di una scelta sbagliata resta imbrigliato in una terribile vicenda, e Nathalie, una giovane ragazza in fuga che suo malgrado lo trascinerà in un incubo ad occhi aperti. Simon vive ad Amburgo, ha quarant’anni e si guadagna da vivere come traduttore free lance; ha una compagna, Kristina, una ex moglie che pare si diverta a mettergli continuamente il bastone tra le ruote e due figli con i quali, dopo il divorzio, non riesce più a relazionarsi. Proprio con loro avrebbe dovuto trascorrere le settimane antecedenti il Natale nella casa di famglia in Provenza, un programma a cui Simon teneva molto anche se – come sempre – la vacanza non avrebbe previsto la compagnia di Kristina, che i figli ancora non conoscono.   Poco prima della partenza, quando ormai Simon si trova già in Francia, i ragazzi cambiano idea e decidono di trascorrere il Natale con la madre ed il nuovo compagno, lasciandolo solo. Ormai è troppo tardi per ripiegare su Kristina, la quale non sta vivendo affatto bene la situazione di fidanzata part time, e nemmeno ha il coraggio di tornare ad Amburgo perchè significherebbe ammettere  l’ennesimo fallimento.  Abbattuto e in crisi profonda Simon si aggira sul lungomare quando si imbatte in Nathalie: la ragazza sta avendo un alterco con altri due uomini e Simon, istintivamente, cerca di aiutarla. Nathalie ha vent’anni, è spaventosamente magra ed infreddolita, non ha un posto in cui ripararsi dalla pioggia battente e soprattutto appare tremendamente spaventata. E’ così che Simon lancia la sua monetina, e prende la decisione che gli stravolgerà completamente la vita: decide di aiutarla.  Da questo momento in avanti Simon verrà trascinato in una spirale di orrore e violenza, in cui tutti coloro che hanno a che fare con la ragazza vengono uccisi barbaramente da killer spietati. Anche Nathalie è il pezzo di un domino, l’anello di una catena rosso sangue che unisce Parigi a Metz, Amburgo alla Provenza, per finire in Bulgaria, dove tutto ha inizio. A Sofia, nonostante l’ingresso in Europa, il progresso economico è ancora un miraggio per la maggior parte della popolazione. L’indigenza per alcune famiglie è tale che molti genitori sono costretti a vendere letteralmente le proprie figlie adolescenti (anche bambine, nel peggiore dei casi)  al mercato del sesso, illudendosi di dare loro un futuro migliore. Potenti organizzazioni criminali gestiscono un traffico spaventoso di esseri umani, facendo leva sulla disperazione di chi non ha più nulla, nemmeno gli occhi per vedere cosa si cela in realtà dietro fantomatiche agenzie di modelle: un subdolo  specchietto per allodole che fa presa sui più miserabili.

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    Lo spettro dei recenti attentati terroristici aleggia su tutta l’Europa, rendendo l’angoscia ancora più palpabile, più pressante, più dannatamente reale. Non c’è un attimo di respiro mentre seguiamo la corsa  di Nathalie e Simon, che poco alla volta riescono ad apprendere la verità.  Forse la Link, a livello di trama, ha scritto cose migliori e più originali, ma questo thriller ha molti punti di forza che lo rendono una validissima lettura. L’intreccio che l’autrice ha saputo creare è da dieci e lode: i capitoli si alternano di volta in volta seguendo due diversi centri di narrazione, uno che fa capo agli avvenimenti francesi ed un altro che segue le vicende di Selina e Ninka, due ragazze di Sofia cadute nella rete della prostituzione. L’incedere così incalzante, che all’ inizio lascia disorientati per l’apparente mancanza di collegamenti tra le due vicende, viene di tanto in tanto inframmezzato da alcune pagine  del diario di Nathalie. Questo si rivelerà fondamentale per capire come mai, ad un certo punto, la ragazza si ritrova  in una piccola località della costa francese completamente sola, senza un soldo in tasca e così terribilmente magra e spaventata. Ammaliante, come sempre, la descrizione dei paesaggi da cui trapela la desolazione dei sobborghi di Sofia e la solitudine del mare d’inverno, quando la pioggia ed il vento sferzano la costa. Infine l’autrice ci fa riflettere come sempre sulle fragilità umane, che mai come in questo romanzo appaiono la vera causa di ogni male, di ogni sbaglio, di ogni sofferenza inflitta o subita.

    🔖TE LO CONSIGLIO SE:

    • I thriller psicologici sono la tua zona di comfort
    • ricerchi gialli di qualità
    • Lo splatter non fa per te

  • La Commedia Umana di Andrea Vitali: Peccati e Personaggi dell’ Italia fascista

    Questo è uno di quei romanzi che si legge velocemente, un volumetto da compagnia senza tante pretese che ha consolidato l’idea che mi ero fatta su Andrea Vitali. A costo di tirarmi dietro le ire di migliaia di lettori e critici letterari, ammetto di non amare molto questo scrittore, seppur abbia voluto riservargli una seconda chance dopo il celeberrimo “Olive comprese”. Non si tratta di snobismo nei confronti della  produzione italiana da classifica e nemmeno credo si tratti solo di gusti personali: la sua prosa, infatti, il più delle volte mi stanca e non riesce a strapparmi sorrisi come invece pare succeda a tanti. Uno stile frizzante ma che alla lunga annoia, anche se si trattasse di un solo lettore, meriterebbe un approfondimento, perché quando uno scrittore tecnicamente è bravo chi ama leggere lo apprezza a prescindere. Tutto il resto è opinabile, ma non questo. Partiamo però dai punti di forza di Vitali, che accomunano tutta la sua prolifica bibliografia: l’ambientazione e la rievocazione storica dell’Italia all’ alba dell’Impero fascista. Le storie di Vitali sono tutte ambientate a Bellano, sul lago di Como, un piccolo paese che oggi conta circa 3000 abitanti che è anche il luogo natìo dello scrittore. In questo piccolo borgo si muovono i suoi protagonisti, che ad oggi ammontano ad una cifra incalcolabile, i quali con le loro vicende  quotidiane movimentano il paese dando vita a situazioni esilaranti (insomma), a sottintesi e malintesi, a fraintendimenti di ogni tipo. Perché i peccati della gente per bene di Bellano non si devono sapere: sono lo specchio dell’italia sul finire degli anni 30, quando tutto quello che importava faceva capo alla Casa del fascio,  alla Chiesa e alla Caserma dei Carabinieri. Vitali non racconta mai storie straordinarie, perché punta tutto sulle vicende personali di quel piccolo microcosmo, spesso assai più fantasiose e divertenti. Leggere un suo romanzo è come guardare alla tv un vecchio film di Peppone e Don Camillo, in cui le divertenti diatribe tra il sindaco e il parroco portavano scompiglio giù nella Bassa. Questa è una delle critiche che mi sento di muovere all’autore, perché quello di cui parla in fondo non è che una rivisitazione dell’idea che Giovannino Guareschi ebbe molto tempo prima di lui. Certo, a Brescello c’era il Partito Comunista a dirigere la vita del paesino, e la seconda guerra mondiale si era già conclusa. Però l’idea di fondo, quella di dare voce ad  una Italia dimenticata, che rischiava di perdersi nella memoria dei nostri nonni, è la medesima.Anche “Le belle Cece” è una storia semplice, che di più non si potrebbe, perchè porta alla luce peccati che esistono dalla notte dei tempi: quelli di infedeltà. Si parla di corna e questo lo si intuisce perfettamente sin dalle prime pagine, quando incontriamo Verzetta ed Orbella Cece, madre e figlia con certi pruriti che non esitano a soddisfare. La trama però non è così lineare, anzi! Si parte con la geniale trovata di Fausto Semola, segretario del fascio locale, che per festeggiare la campagna d’Etiopia decide di organizzare un concerto di campane a cui avrebbero dovuto partecipare tutte le chiese del paese e zone limitrofe. La sera in cui Mussolini proclama la nascita dell’Impero Fascista, il 9 maggio del 1936, la sinfonia di campane non è però l’unica cosa ad animare la gente di Bellano. Partiamo quindi con un improbabile concerto  per arrivare ad un furto di mutande da signora, con le iniziali ricamate sopra ad indicare senza ombra di dubbio il nome della proprietaria. In questo veloce procedere di eventi, la storia del Semola si confonde con quella di un burbero ispettore di cotonificio, elemento di spicco nel paese, e la sua consorte Verzetta. Poi si arriva alla suocera, la signora Orbella, ma passando attraverso la storia dell’effemminato Dolcineo, da sempre vittima di terribili scherzi, e del suo amico di colore direttamente importato dalla campagna d’Africa. A dirimere il traffico di vicende, il già noto maresciallo dei Carabinieri Maccadò. Un vero guazzabuglio, un inizio che prometteva bene ed una fine che sembra tirata col mattarello, allungata fino allo sfinimento con  dialoghi che non aggiugono nulla alla trama. Trenta pagine a parlare di mutande! Era molto più interessante se Vitali avesse riservato i pruriti delle signore Cece ad un altro romanzo, concentrandosi invece per questa volta solo sul Semola e sulle sue astute idee per dare lustro alla sezione locale del Partito.

    Ci sono tanti modi diversi di amare un libro, non è solo questione di come è scritto: c’è chi scrive talmente bene che è in grado di ammaliare anche quando la trama è inesistente, c’è chi è in grado di imbastire storie che tengono incollati alle pagine anche se dialoghi e sintassi lasciano a desiderare, c’è chi ha una scrittura emozionale che punta sulla rievocazione di ricordi e immagini del nostro passato, e  c’è chi, come Andrea  Vitali,   cerca di raccontare con ironia e leggerezza un’ Italia che non c’è più, calcando la mano su personaggi irreali e bizzarri, dai nomi improbabili, che però spesso sono talmente distanti dalla realtà  che il sorriso rimane una smorfia strascicata. Anche questo lo posso affermare con certezza, perché io provengo dalla Bassa, e laggiù ai tempi dei miei nonni di personaggi strampalati ce n’erano a bizzeffe, con nomi anche più assurdi di quelli che si inventa Vitali. Ma le loro storie  erano proprio un’altra cosa.

  • Gigi Paoli: Il nuovo avvincente romanzo in una Firenze tutta da scoprire

    Gigi Paoli, bravo giornalista toscano e neo scrittore, con la sua opera prima – “Il rumore della pioggia” – mi ha letteralmente conquistata. I motivi per cui questo autore è entrato di prepotenza nella schiera dei miei preferiti sono diversi: prima di tutto, la qualità della scrittura. La sua penna scorre fluida, sobria, ma al tempo stesso è di forte impatto e tiene saldamente la presa sul lettore. Ha saputo attingere dalla sua ventennale esperienza di cronista senza ingessare la storia in un  resoconto giornalistico, uno scivolone in cui poteva facilmente incappare data la sua professione. Paoli ha aggirato l’ostacolo confezionando nuovamente un romanzo di genere perfetto, che incalza pagina dopo pagina senza la minima caduta di stile. L’altro elemento vincente è la scelta, assai azzeccata, del protagonista: Carlo Alberto Marchi, giornalista di cronaca giudiziaria al ”Nuovo” di Firenze e padre single di Donata, una dodicenne alle prese con le sue prime paturnie adolescenziali. Uomo positivo e concreto, abituato a compiere quotidianamente slalom giganti per non trascurare la figlia, Marchi altro non è che l’alter ego romanzesco dell’autore, con il quale ha in comune carriera, vita familiare, città e taglio di capelli. E’ un giornalista vecchio stampo sopravvissuto all’ era tecnologica e all’ avvento di internet, ancora animato dal sacro fuoco di una  professione antica e nobile, in nome della quale è disposto a macinare orari impossibili ed a sacrificare giorni liberi ed interi week end. Per lui andare a caccia di una buona notizia non significa “googlare” alla scrivania annoiati e stanchi, ma esattamente l’opposto: significa alzare le chiappe anche quando vorrebbe solo svenire sul divano di casa sua, aggirarsi lungo i corridoi  del Palazzo di Giustizia ad orari improbabili affrontando lunghe attese ed inscenando appostamenti degni di uno stalker, che spesso si concludono con  porte sbattute in faccia senza pietà. Perché quello che lui ha simpaticamente ribattezzato “Gotham” (in onore dell’ avveniristica architettura che tanto lo fa assomigliare alla città di Batman) è un mondo a parte ed ha le sue regole inamovibili. Una di queste è che per i giornalisti rompiscatole come Marchi non è sempre aria, ma un’altra è che altrettanto spesso all ’interno dell’arido edificio si riescono ad instaurare buoni rapporti personali di fiducia e collaborazione reciproca, che alcune volte si trasformano in amicizie vere e proprie. Sono queste le fonti predilette di Marchi, altro che  smanettamenti internettiani: nessuno più di lui sa che un buon informatore necessita quasi sempre di un caffè alle prime luci dell’alba o di una cena a notte fonda in qualche bettola della città.

    Una Firenze oscura e segreta, al riparo dagli occhi curiosi dei turisti, fa da contorno ancora una volta alle sue indagini giornalistiche, e non potrebbe essere altrimenti: alla “giudiziaria” non c’è spazio per le storie  da cartolina. La prima volta che siamo arrivati in città insieme a Marchi era novembre, ed una pioggia  incessante e fredda strapazzava ogni vicolo, rendendolo buio ed inospitale. Questa volta invece  la ritroviamo soffocata dall’ afa di luglio, ancora una volta sfuggente e misteriosa. Paoli non ci presenta mai Firenze quando la sua straordinaria bellezza è al culmine, e nemmeno ci fa girare estasiati tra le sue strade millenarie, così ricche di storia e di fascino. No, lui preferisce condurci negli angoli dimenticati di una città che ogni giorno dell’anno è assalita da turisti provenienti da tutto il mondo, luoghi  che solo i fiorentini conoscono e dove non troveremo mai frotte di giapponesi che sventolano felici bastoni per selfie. Questo lato oscuro, esacerbato da un clima  inospitale, crea un contrasto stridente con la magnificenza dei suoi palazzi, delle sue chiese, dei suoi monumenti, dei suoi giardini: il risultato è un innamoramento ancora più forte per chi, come me, porta Firenze nel cuore da quando l’ha vista la prima volta ed una curiosità che cresce ad ogni capitolo.

    Quale fatto di cronaca dovrà seguire questa volta il nostro giornalista d’assalto? Tutto ha inizio quando in redazione affidano a Marchi un pezzo sulle numerosi morti per overdose che da qualche tempo affliggono la città, fino a quando un incidente apparentemente casuale stuzzica il suo fiuto da segugio: nella notte appena trascorsa un ciclista di nazionalità americana, dirigente di una importante casa farmaceutica, viene travolto e ucciso da un’autovettura. Pirateria stradale? Marchi non ne è affatto convinto e come al solito decide di seguire di sua iniziativa una pista non richiesta.  

    Arguto, ficcanaso ed irriverente riuscirà ad interagire con le forze dell’ordine e con la magistratura affinché si faccia luce sulla vicenda, sfruttando tutte le conoscenze acquisite in anni di onorato servizio. Poco alla volta le tessere dei due puzzle convergeranno ed andranno al loro posto, portando alla luce una storia davvero incredibile. E dannatamente reale.

    Quando un’opera prima fa centro così come è stato per “Il rumore della pioggia”, replicare per l’autore non è cosa semplice. Deve riprendere le fila del discorso cercando però di non banalizzare la storia né stereotipare i protagonisti, perché noi lettori a volte siamo  dei gran rompiballe: abbiamo bisogno di essere sempre stuzzicati con qualcosa di nuovo, altrimenti i romanzi “seriali” ci annoiano.  Gigi Paoli riesce di fatto a superare sé stesso, e lo fa con classe. Il valore aggiunto, a parte una storia che ho trovato più intrigante e meglio sviluppata della precedente, sta nell’ averci fatto entrare un po’ di più nell’ intimo del suo protagonista, rivelando tutta la fragilità di un padre single che ogni giorno cerca disperatamente di incastrare i suoi mille impegni con le esigenze di una figlia ancora piccola, che al mondo ha soltanto lui, soffocando rimpianti e sensi di colpa come meglio può.

    Facevo il giornalista, sì. Facevo il babbo, anche e soprattutto. Ma il tempo che mi restava per fare Carlo Alberto Marchi era davvero poco, pochissimo. E forse un giorno l’avrei rimpianto.

    Classificazione: 4 su 5.

  • “Il rumore della pioggia” di Gigi Paoli: Una report-story tutta italiana

     “IL RUMORE DELLA PIOGGIA” di Gigi Paoli, un giornalista toscano che da anni lavora nell’ambiente giudiziario come cronista, è stata una autentica rivelazione. Il  mio istinto di giallista non ha sbagliato quando lo ha selezionato senza esitare dagli scaffali dei nuovi arrivi nella mia libreria di riferimento, regalandomi una lettura coinvolgente da cui non sono riuscita a staccarmi quasi mai. Tre giorni et voilà, l’ho spazzolato via e già riposto sullo scaffale della mia libreria, pronta per il suo seguito.

    Il protagonista del giallo è l’alter ego del suo autore. Carlo Alberto Marchi è un giornalista che si occupa di cronaca giudiziaria nella redazione del “Nuovo” di Firenze, sulla quarantina, divorziato, vive con la figlia pre-adolescente ed una gatta nera in un piccolo appartamento da scapolo, ed ha un rapporto difficile con le donne. Per la prima volta da quando leggo gialli italiani mi sono trovata di fronte ad un protagonista che non è afflitto, non è tormentato, non è dolente. Alleluja. Il nostro Carlo ha solo una vita complicata ed una marea di casini da gestire, in quanto padre single con lo spirito da giornalista d’assalto. Questo significa che incastrare le esigenze di una figlia undicenne con la sua perenne “caccia all’ articolo” è un problema piuttosto ostico che spesso non riesce a risolvere. Risultato? La figlia si incazza, lui si sente in colpa e le notizie buone sono da rincorrere, letteralmente. Il nostro giornalista è quindi un uomo problematico ma positivo e concreto, che ama la sua vita, adora la figlia ma soprattutto ha una vera e propria dedizione per il proprio lavoro.

     
     
     
    Volevo essere “Tutti gli uomini del presidente” ed ero finito a fare “Mrs. Doubtfire”. Bella prova. Pensavo a questo, abbruttendomi assai, mentre quella mattina di novembre stavo compìto e contrito, già in camicia blu e cravatta, nel ruolo che ultimamente mi si addiceva in modo magnifico. La lavastoviglie.”
     
     

    Carlo Alberto Marchi svolge ancora la sua professione con quello spirito così particolare che oggi molti suoi colleghi hanno perso. Non si è mai adagiato su una scrivania per  redigere articoli a comando, buttando l’occhio di tanto in tanto all’ orario  impaziente ed annoiato come un dipendente qualsiasi: lui ha ancora una passione bruciante che lo anima, mette il cuore in quello che scrive, ha il fiuto da segugio e quando gli si presenta tra le mani una buona storia da raccontare va  in fibrillazione. Per lui il giornalismo è una missione per la quale è disposto a macinare orari impossibili, sacrificando giornate libere e week end interi. La  sua toscanità poi è la ciliegina sulla torta, perché dona al tutto un’ ironia irresistibile e dissacrante che strappa sorrisi e buonumore, rendendo l’empatia  facile ed immediata. Un protagonista azzeccatissimo insomma, come altrettanto azzeccati sono i personaggi che gli gravitano attorno: l’amico giornalista, quelli del palazzo di giustizia (simpaticamente ribattezzato Gotham perché la sua particolare struttura ricorda la città di Batman) e poi la figlia Donata, che sta combattendo le sue prime battaglie di indipendenza verso l’unico genitore che le è rimasto.  L’ambientazione scelta non poteva che essere la città toscana per eccellenza, ovvero Firenze. Questa volta però non siamo di fronte alla capitale dell’arte  per antonomasia, con i suoi monumenti e la sua opulente bellezza, che richiama frotte di turisti provenienti da ogni parte del mondo e ad ogni pagina del calendario. Questa volta l’autore ci mette in contatto con la parte più intima e riservata della città, quella che solo i fiorentini conoscono, ma non per questo meno suggestiva e affascinante, anzi. Gli angoli nascosti in cui Carlo ci conduce sono ancora più attraenti di quelli che conosco così bene, perché Firenze è una città che mi ha rapita il cuore e ci torno ogni volta che posso.

    I personaggi che Gigi Paoli mette in scena si muovono all’ interno di questi angoli sconosciuti alla maggior parte di noi, rendendoci curiosi e complici di una storia buia ed opprimente come il clima novembrino in cui tutto ha inizio. Una pioggia battente sta tormentando la città da diversi giorni, Carlo è alle prese con un pezzo che dovrà scrivere sull’ arrivo imminente  del Presidente israeliano quando un collega del Nuovo lo informa di un terribile delitto accaduto poco prima nella via degli antiquari. Inizia così una  caccia all’ uomo (e all’ articolo) che Carlo conduce da vero segugio, guidato da un istinto giornalistico che lo tiene costantemente in allerta, con le antenne ben drizzate e pronte a captare il minimo segnale. L’omicidio è efferato e le piste che si aprono indagando sull’ accaduto sembrano tante – troppe a dire il vero – per essere valide. Dietro all’ uccisione di un anziano commesso di un negozio di antichità religiose paiono annidarsi segreti inconfessabili, mentre le ombre dell’ omosessualità, della Chiesa e della Massoneria si allungano come tentacoli. Ad ogni nuovo approfondimento di questa indagine a triplo binario si aprono nuovi scenari, in un susseguirsi di verità svelate e di colpi di scena che tengono avvinghiati alle pagine, come nella migliore tradizione giallista. La triplice pista è però seguita solo da Marchi, perchè per la procura di Firenze il caso è già stato praticamente risolto. Ovviamente il nostro cronista d’assalto  non ha nessun titolo per condurre l’inchiesta, perchè come gli ricordano spesso a Gotham lui è un giornalista, ed è meglio che smetta di giocare a fare l’investigatore. Marchi però non molla l’osso e continua ad indagare, aiutato da  amicizie e vecchie conoscenze coltivate in anni di appostamenti tra le stanze del palazzo di Giustizia, oltre ad una buona dose di sfrontatezza. Come nelle migliori report-story.

     

    I segreti che ogni vita porta con sè sono molteplici, spesso sono pesanti fardelli, altrettanto spesso sono circondati da sensi di colpa e da sentimenti disgraziati che ci preoccupiamo di nascondere con cura. La verità invece è sempre a senso unico, ed il più delle volte è  semplice e disarmante.