IL LUTTO PRIMA DEL LUTTO

Si può perdere una madre molto prima che muoia.

Io l’ho imparato il giorno in cui mi hai guardata senza riconoscermi. Ricordo ancora l’esatto istante in cui mi hai chiamata “mamma“: è stato come se un pugno invisibile mi accartocciasse lo stomaco.

Come posso spiegare quella sensazione?

Come posso spiegare quel sorriso smarrito in un corpo stanco, inconsapevole del mondo?

Quegli occhi spersi che mi guardavano con una dolcezza infantile, mentre a me si fermava il respiro?

Il dolore profondo, acuto, innaturale che ho provato quando la parola “figlia” era diventata, tutto ad un tratto, un suono privo di significato?

La verità è che non si può spiegare. Non si può razionalizzare.

Perché questo è l’inferno dei vivi.

Quando provo a raccontare cosa vuol dire aver vissuto un lutto anticipatorio durato anni, la maggior parte delle persone mi compatisce. Pensano che io, essendo emotiva e sensibile, non sia riuscita ad accettare l’inesorabile ciclo della vita. Dopo tutto, a ottant’anni un decadimento cognitivo è da mettere in conto, quasi una “fortuna” che non sia capitato prima. Come se il nostro essere madre e figlia avesse la data di scadenza di uno yogurt, superata la quale il dolore non ha più ragione di esistere. Come se, quella sofferenza, potesse paragonarsi ad un braccio rotto.

Il mio dolore non era l’incedere impietoso della tua vecchiaia, e non era la tua malattia. Non era la demenza che ti ha compromesso il cervello, non era il parkinsonismo che non ti consentiva più di camminare, e nemmeno il mieloma che ti ha corroso le ossa.

Magari fosse stato così, mamma. Sono cresciuta tra lutti precoci e malattie inguaribili: l’avrei sopportato.

Il mio dolore era un’invincibile solitudine. E quella no, non si può curare mettendo un cerotto sulla ferita.

Sentirsi soli non significa essere soli, o almeno questo non vale per tutti i tipi di solitudine. Nella mia vita non sono mai mancati amore e amicizia, sostegno materiale e abbracci, nemmeno in questo frangente, quando il mondo ci respingeva perché non voleva entrare in contatto con la nostra sofferenza. Io parlo di un sentimento diverso, sconosciuto e molto più complesso, una condizione alla quale non c’era rimedio: uno spazio vuoto in cui i ruoli si erano ribaltati in modo innaturale, irreversibile. Un luogo ostile che non sono mai riuscita ad abitare, dilaniata da sentimenti contrastanti.

I primi tempi, quando la malattia era ancora gestibile, cercavo di domare questa sensazione straniante occupandomi delle tue necessità. Era come avere tra le mani una bambola di cristallo, fragile e ai miei occhi preziosa. Ti aiutavo a lavarti, a vestirti, a pettinarti. Cucinavo per te il pranzo e la cena, mi assicuravo che prendessi le medicine, che tu fossi pulita ed in ordine. Io la madre, tu la figlia.

Ogni sabato, ogni domenica, ferma sulla soglia di casa tua, prima di infilare le chiavi nella toppa chiudevo gli occhi un istante e facevo un respiro profondo: avevo paura di quello che avrei trovato oltrepassando la porta. Come quella volta che avevi sbagliato il dosaggio delle medicine e ti ho trovata seduta per terra, sul pavimento freddo, intontita dai calmanti e con il cellulare distante, che suonava a vuoto. Stavo ferma per un attimo sullo zerbino con lo sguardo abbassato, raccogliendo dentro di me un coraggio che dovevo inventarmi. Chissà quale altra abitudine avevi disimparato oggi: a lavarti i denti, a prendere la biancheria pulita dal cassetto, a pigiare il pulsante del microonde?

Sono diventata, giorno dopo giorno, l’unica testimone di un legame che si andava dissolvendo, tra la nebbia di ricordi sempre più confusi, sempre più scarni. Il ritmo di giorni, mesi ed anni scandito dal progredire di una malattia che non dà scampo, a giocare una partita di cui si conosce già il risultato.

Poi il ricovero in ospedale, il sopraggiungere di complicazioni, l’invalidità totale. Le badanti h24, la necessità di cure mediche che non eravamo in grado di prestarti, il ricovero in una R.S.A: l’ultimo capitolo di un libro che non avrei mai voluto scrivere.

Quella sensazione straniante a cui non sapevo dare un nome si era trasformata in un buco nero che risucchiava ogni mia energia, sia fisica che mentale.

E’ questa la solitudine che non si può spiegare.

Era salutarti con un sorriso e un bacio sulla guancia, mentre ricacciavo indietro il groppone che mi risaliva in gola. Era guardarti costretta in carrozzina, persa in un anonimo salone, mentre sorridevi ai tuoi compagni di sventura che assomigliavano a tanti bambini seduti in passeggino. Era varcare la soglia di quel lungo corridoio e sentirti in lontananza, in preda alle allucinazioni. Era percorrere quelle stanze sforzandomi di mettere un piede davanti all’altro, quando ogni atomo del mio corpo avrebbe voluto dissolversi nel nulla.

Che cosa rimane di una madre, quando i ricordi scivolano via uno dopo l’altro, senza lasciare traccia? Quando di una famiglia che era il centro del proprio mondo non resta più neanche un’immagine sbiadita, una flebile eco?

Forse la risposta è una cosa semplice.

In quei lunghi mesi di ricovero in RSA, ho capito una cosa importante. Noi non siamo soltanto un reticolo di neuroni, un cervello che processa informazioni, una mente che razionalizza. Siamo fatti di cellule che rispondono a qualcosa di indecifrabile, di istintivo e primordiale. In queste mie mani che ti accarezzavano piano, che ti aiutavano a mangiare e a bere, in questo mio volto comunque familiare che ti guardava sorridendo nonostante tutto, c’era qualcosa che risuonava dentro di te, e che andava oltre la logica della memoria: era l’essenza di quello che siamo state. Una madre e una figlia. Un legame potente anche se imperfetto, denso di contraddizioni. Eterno.

Forse questo richiamo antico lo hai avvertito anche in quegli ultimi giorni, quando l’unica cosa presente in quella stanza era il tuo corpo che respirava piano. Erano giorni che ti assopivi continuamente, come se fossi stata vinta da una stanchezza atavica. Come se stessi riscrivendo tu, questa volta, l’epilogo della storia.

Né i medici, né i tuoi figli. Questa volta è stato come se avessi deciso tu.

Il giorno prima di andartene hai risposto al mio saluto. Mi hai guardata senza parlare, rivolgendomi un sorriso dolcissimo, pieno di tutte quelle cose che non riuscivi più a dire. Un istante di consapevolezza in cui tu hai percepito che ti ero vicina, ed io che te ne stavi andando.

Hai girato il viso dall’altra parte, e non ti sei più svegliata. Finalmente in pace.

Il lutto non finisce mai con il giorno del funerale. Il lutto è tutto quello che tra noi è accaduto prima, e tutto quello che arriva dopo. Il lutto sono quelle nuove abitudini che ho dovuto imparare ad accettare e di cui ora non so più che farmene. E’ la memoria di un tempo felice che non riesco più a ritrovare, perché la malattia ha inghiottito anche la mia parte di ricordi. Il lutto è quando ho cancellato il tuo numero di telefono dalla rubrica, insieme a quello di papà. E’ quando mi sono infilata la tua fede nuziale all’anulare destro: il cimelio degli orfani, quello che ci contraddistingue tutti.

Qualche giorno fa ho terminato di svuotare il tuo armadio, uno dei compiti più dolorosi che ho dovuto affrontare nel dopo. Niente ricorda un defunto più dei suoi abiti smessi appesi su una gruccia: toglierli e metterli nei sacchi per le donazioni è stato come sancire una fine in modo irreversibile. La fine di una vita, di una storia, di una famiglia intera. Ho lasciato nei cassetti solo i nostri completini di quando eravamo neonati, quelli che hai sempre tenuto per nipotini mai arrivati. E il tuo vestito da sposa, che hai voluto accomodare per farne un tubino quando hai capito che nessuno l’avrebbe più riutilizzato. Ad ogni abito che mi passava tra le mani i ricordi arrivavano frammentati, ma le immagini erano vivide. Ed ecco, che ti rivedevo nelle sere d’estate danzare ai balli campestri con papà, con quella gonna colorata che si apriva come una corolla ad ogni giro di mazurka. O nei tuoi abiti da casa seduta a sferruzzare davanti alla televisione, mentre noi bambini facevamo merenda. Sempre elegante e bellissima, di una grazia innata che nulla aveva a che fare con le tue origini di contadina della Bassa, e che non hai mai perso neanche nei giorni più crudeli.

Adesso, mamma, dobbiamo imparare a viverci in questa nuova fase dell’esistenza.
A stare ognuna nel proprio tempo, senza più corridoi da attraversare, senza più ruoli da invertire.

A volte percepisco la tua presenza. Non so se sia tu o se sia il mio cuore che ancora ti cerca, ma non importa. La sento in un soffio leggero che mi sfiora la pelle, in quei piccoli cuori che compaiono dove meno me lo aspetto, come se la materia si piegasse per ricordarmi che l’amore non scompare: cambia forma.

E allora non mi sento più una caregiver, né la madre di mia madre. Mi sento una figlia.
Una figlia che ha attraversato il dolore e ora sa che il legame non si spezza, si trasforma.

Se questa è la pace, la accolgo.
E ti lascio andare, finalmente, senza lasciarti davvero.

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