La vita di Lambert si spezza in una curva, sotto la pioggia battente.
Ma non è lì che comincia la sua caduta.
Quando l’autobus carico di scolari in gita precipita nella scarpata e le fiamme divorano il buio, qualcosa dentro di lui è già rotto da molto tempo. L’incidente non fa che portarlo alla luce.
È questo che rende I complici uno dei romanzi più inquieti di Georges Simenon.
Non il dramma.
Non la colpa.
Ma la sensazione che certe esistenze possano incrinarsi lentamente per anni, in silenzio, continuando ad apparire perfettamente normali.
Ho sempre amato Simenon per la sua capacità di raccontare uomini e donne in bilico. Personaggi che dall’esterno sembrano integrati alla perfezione nel loro mondo e che invece, dentro, combattono una battaglia silenziosa contro sé stessi.
I loro nemici raramente sono gli altri.
Molto più spesso sono i desideri che hanno soffocato, le rinunce che hanno accettato, le vite che hanno imparato a sopportare.
Siamo negli anni Cinquanta, un’epoca che faceva delle apparenze una virtù.
I villini ordinati.
I matrimoni rispettabili.
Le famiglie irreprensibili.
La polvere accuratamente nascosta sotto eleganti tappeti.
Una quieta sottomissione era preferibile a qualsiasi forma di rivolta. Poco importava se, nel proprio intimo, una rabbia sorda continuava a corrodere la quotidianità fino a renderla insopportabile.
Lambert appartiene a quel mondo.
È un uomo stimato, un imprenditore affermato, un cittadino rispettabile.
Eppure, pagina dopo pagina, scopriamo che sotto quella superficie non c’è quasi nulla che funzioni davvero.
Il matrimonio è un guscio vuoto.
I rapporti familiari sono logori.
La sua stessa esistenza sembra aver perso qualsiasi significato.
L’unico elemento capace di scuoterlo dall’apatia è Edmonde, la segretaria dell’azienda.
Tra loro nasce un legame ambiguo, fatto di desiderio, dipendenza e complicità. Un rapporto che non assomiglia all’amore e nemmeno alla passione romantica. Somiglia piuttosto a una fuga.
Una porta socchiusa verso un mondo diverso.
Un luogo dove, almeno per qualche istante, Lambert può dimenticare le regole, le convenzioni e il ruolo che gli è stato assegnato.
Forse è proprio questo il significato del titolo.
Non la complicità nel delitto.
Ma la complicità nel tentativo disperato di sottrarsi a una vita che non si riesce più ad abitare.
Quando avviene l’incidente, Lambert compie una scelta che lo condanna.
Non si ferma.
Non guarda indietro.
Fugge.
Ma ciò che mi ha colpita rileggendo questo romanzo non è stata tanto la gravità del gesto.
È il modo in cui lui stesso sembra accoglierne le conseguenze.
Come se quella colpa fosse soltanto il volto visibile di qualcosa che esisteva già.
Come se da anni aspettasse inconsciamente il momento in cui smettere di fingere.
Simenon è straordinario nel raccontare questo tipo di inquietudine.
Sa scavare nelle zone più scomode dell’animo umano senza cercare giustificazioni e senza offrire consolazioni.
I suoi protagonisti sono spesso relitti, superstiti, esseri fragili e imperfetti nei quali, nonostante tutto, riesco quasi sempre a trovare qualcosa che mi avvicina a loro.
Con Lambert ed Edmonde, invece, è successo qualcosa di diverso.
Sono rimasta sulla soglia.
Ho osservato il loro squallore, la loro miseria morale, la loro incapacità di amare davvero, senza riuscire a provare quella forma di compassione che di solito Simenon riesce a suscitare in me.
Eppure il romanzo ha continuato a lavorarmi dentro.
Forse proprio per questo.
Perché ci sono crepe nelle quali riconosciamo qualcosa di noi.
E altre che ci inquietano perché ci mostrano ciò che potremmo diventare quando smettiamo di ascoltare la parte più autentica di noi stessi.
I complici appartiene a questa seconda categoria.
Non consola.
Non assolve.
Non offre redenzioni.
Si limita a puntare una luce impietosa sulle fratture che attraversano una vita.
E a ricordarci che il crollo raramente comincia nel momento in cui tutto si rompe.
Molto più spesso comincia anni prima.
Nel silenzio.

Deve essere stato davvero inquietante entrare nell’animo di questi personaggi! Simenon ti ha fatto scendere talmente bene nel loro animo, da farti restare quasi disgustata dal loro comportamento!
Forse è proprio questo che voleva ottenere il bravo Simenon.
Ciao Paola! 🙂
Esattamente Vitty! La bravura di uno scrittore sta tutta in questa rara capacità di creare empatia con i suoi persomaggi, nel bene e nel male…Adoro Simenon anche per questo.
Una saluto anche a te!