Le fotografie che non smettiamo di guardare

La sera in cui ascoltai per la prima volta Pictures of You dei The Cure avevo vent’anni e pensavo ancora che certi amori potessero spostare l’asse del mondo.

Forse perché a quell’età succede davvero.

Ci innamoriamo senza misura, senza difese. Come se l’altra persona potesse improvvisamente aprire una porta segreta dentro di noi. E in effetti, a volte, accade.

Lui arrivò nella mia vita in un momento complicato. Era più grande di me, aveva addosso un’ombra che percepivo chiaramente, una situazione personale difficile che all’inizio mi fece arretrare. Cercavo di restare lucida, di non lasciarmi coinvolgere troppo. Ma da alcuni occhi non sai difenderti. I suoi avevano il colore del carbone ardente, e io capitolai lentamente, senza nemmeno accorgermene.

Fu lui a farmi conoscere i Cure.

Ricordo ancora quella sensazione stranissima: non era soltanto musica. Era come se stessi entrando nel suo paesaggio interiore. Ogni canzone mi sembrava una traduzione emotiva di ciò che non riusciva a dire apertamente. E io me ne innamorai con la stessa intensità con cui mi stavo innamorando di lui.

Succede spesso, credo. Alcune persone non ci lasciano soltanto ricordi: ci lasciano uno sguardo nuovo sul mondo. Da quel momento in poi certe canzoni, certi libri, perfino certi silenzi non saranno mai più separabili da loro.

Poi naturalmente arrivò la fine.

E a vent’anni la fine di un amore non sembra una semplice separazione. Sembra una frattura definitiva dentro qualcosa che credevi eterno. Ricordo il vuoto improvviso delle giornate, il tentativo inutile di continuare normalmente mentre dentro tutto continuava a crollare piano.

Ed è lì che Pictures of You cambiò forma.

Non era più la nostra canzone. Diventò il luogo in cui andavo a rifugiarmi quando il dolore diventava troppo rumoroso. Mi cullava senza cercare di consolarmi davvero. Perché quella canzone non promette guarigione. Parla del ricordo quando il ricordo è ormai tutto ciò che resta.

Ci sono brani che aiutano a dimenticare.

E poi ce ne sono altri che fanno qualcosa di molto più umano: restano accanto alla ferita finché smette di far paura.

Forse è per questo che ancora oggi, quando la puntina scende sul vinile e le prime note di Pictures of You riempiono la stanza, sento tornare qualcosa che non riguarda soltanto lui. Riguarda la ragazza che ero allora. Quella capacità di amare, di precipitare dentro le emozioni senza proteggersi, di credere che certe persone sarebbero rimaste per sempre.
E poi c’era il modo in cui quella canzone suonava. Le chitarre liquide e malinconiche, dilatate come certi ricordi che continuano a occupare spazio dentro di noi anche dopo anni. E sopra tutto la voce di Robert Smith, teatrale e fragile insieme, capace di trascinare dentro ogni parola un dolore trattenuto, mai davvero esploso.


Pictures of You non cerca di proteggerti dalla nostalgia. Ti ci lascia dentro, lentamente. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, continua a fare così male.

La verità è che non restano le persone.

Restano le tracce che hanno lasciato dentro di noi.

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