IL DISCO CHE CUSTODIVA IL TEMPO

Ci sono oggetti che attraversano il tempo.

Restano in silenzio per anni, nascosti in una scatola, dimenticati in una soffitta, sepolti sotto la polvere.

Poi un giorno riemergono.

E all’improvviso non sono più soltanto oggetti.

Diventano porte.

“Il gusto proibito dello zenzero” di Jamie Ford è una storia che comincia proprio così: con il ritrovamento di un vecchio disco jazz e di alcuni oggetti appartenuti a un passato che sembrava perduto per sempre.

Da quel momento il tempo si incrina.

Seattle, anni Quaranta.

La guerra infuria dall’altra parte del mondo e l’America, ferita dall’attacco di Pearl Harbor, cerca nemici ovunque. Henry Lee è figlio di immigrati cinesi. Keiko Okabe è una ragazza americana di origine giapponese. Frequentano la stessa scuola, condividono la stessa solitudine e scoprono presto di appartenere a quella categoria di persone che il mondo osserva sempre attraverso le differenze.

Ma loro vedono altro.

Vedono la stessa fame di essere accettati.

La stessa malinconia.

La stessa voglia di trovare un posto in cui sentirsi finalmente a casa.

Erano molto diversi, ma non importava. Erano differenze che non si notavano. Erano simili e felici. Era difficile capire dove finisse uno e cominciasse l’altra.

Poi arriva la Storia.

Quella con la S maiuscola.

Quella che non chiede permesso.

Dopo Pearl Harbor, migliaia di cittadini americani di origine giapponese vengono deportati nei campi di internamento. Famiglie intere perdono le loro case, i loro beni, le loro vite. Tra loro c’è anche Keiko.

Ed è qui che il romanzo avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesima storia d’amore spezzata dalla guerra.

Invece sceglie una strada diversa.

Parla della memoria.

Di ciò che continua a vivere dentro di noi quando tutto il resto è stato portato via.

E poi c’è il jazz.

Forse la cosa che più ho amato di questo romanzo.

I locali fumosi di Seattle diventano una specie di territorio neutrale, un piccolo universo parallelo dove il mondo smette per qualche ora di dividersi in razze, nazioni e appartenenze.

Fuori ci sono la paura, il sospetto, la propaganda.

Dentro ci sono soltanto persone.

Persone che ascoltano musica.

Che ridono.

Che si innamorano.

Che cercano di dimenticare la guerra almeno per una sera.

Mi ha sempre colpito questa immagine.

Perché il jazz e il blues hanno sempre rappresentato anche per me qualcosa di simile.

Un rifugio.

Un luogo dell’anima.

La prova che la bellezza può continuare a esistere persino nei periodi più bui.

Forse è per questo che il vecchio disco che attraversa il romanzo mi emoziona ancora oggi.

Perché non è soltanto un disco.

È una scatola del tempo.

Contiene una voce, una stagione della vita, una promessa, una perdita.

Contiene tutto ciò che credevamo di aver lasciato indietro.

E forse è proprio questo che Jamie Ford racconta con maggiore delicatezza: il fatto che alcune cose non finiscono davvero.

Cambiano forma.

Diventano ricordo.

Diventano nostalgia.

Diventano una canzone che riaffiora all’improvviso dopo quarant’anni.

Ci sono ferite che non si chiudono mai completamente.

Ma ci sono anche affetti che continuano a vivere in modi misteriosi, silenziosi, ostinati.

Come un vecchio 78 giri impolverato che aspetta soltanto qualcuno disposto ad ascoltarlo ancora.

Perché a volte resistere significa proprio questo.

Custodire ciò che il tempo non è riuscito a portarci via.

5 risposte a “IL DISCO CHE CUSTODIVA IL TEMPO”

  1. Una bellissima storia ❤

    1. Meravigliosa, da leggere!

  2. Questa deve essere davvero una bella storia! <3

  3. Assolutamente sì, leggerla è un regalo per l’anima.

  4. […] Ford è l’autore del più famoso “Il gusto proibito dello zenzero” (se vi interessa, trovate qui la mia recensione), romanzo stupendo che sia io che altri abbiamo recensito e consigliato  con […]

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