Crêuza de mä e quel mare che mi appartiene

C’è sempre un istante di silenzio prima che il disco cominci a girare.

La puntina scende lenta sul vinile, poi all’improvviso torna il mare, come un richiamo antico.

Ci sono canzoni che non assomigliano semplicemente a un luogo.
Sono quel luogo.

Crêuza de mä di Fabrizio De André per me è questo.

Non riesco ad ascoltarla senza sentire addosso la mia Liguria: i caruggi stretti che all’improvviso si aprono sul mare, l’odore del sale nelle sere d’inverno, le persiane socchiuse, i muri consumati dal vento, quella luce difficile da spiegare che qui cambia continuamente ma non sparisce mai davvero.

Sono nata in una cittadina di mare, e vivo qui da sempre.
Eppure ci sono momenti in cui questa terra riesce ancora a sorprendermi come se la vedessi per la prima volta. Succede soprattutto col mare.

Non quello estivo, pieno di voci e ombrelloni.
Non il mare da cartolina.

Ma il mare che racconta De André.

Quello delle giornate fredde e luminose, dei porti quasi silenziosi, del vento che attraversa i vicoli, delle passeggiate d’inverno quando sembra che tutto rallenti e il mare continui semplicemente a respirare accanto a te.

In Liguria non esiste mai un inverno vero fino in fondo.
Anche nei mesi più freddi il mare conserva qualcosa di tiepido, una specie di calore nascosto che ti resta sulla pelle. È una sensazione difficilissima da spiegare a chi non è cresciuto qui.

Per me l’acqua è sempre stata questo: un elemento naturale ma anche interiore.
Ci sono luoghi in cui riesco a stare bene, poi c’è il mare.
Il mare invece mi rimette in ordine, mi appartiene.

E Crêuza de mä riesce a fare qualcosa di rarissimo: trasformare tutto questo in suono.

Non è soltanto una canzone.
È vento, pietra, sale, notte.
È una lingua che sembra nascere direttamente dai vicoli e dalle onde che si infrangono sulla battigia fatta di sassi.
È il Mediterraneo quando smette di essere paesaggio e diventa memoria.

Ogni volta che l’ascolto ho la sensazione che De André non stia raccontando soltanto la sua terra, ma un modo preciso di appartenere ai luoghi. Quello che ti resta dentro anche quando non lo nomini più.

Forse è per questo che certe canzoni continuano a orbitare dentro così a lungo.

Perché non parlano semplicemente di casa.
In qualche modo, lo diventano.

Poi la puntina si solleva lentamente. La canzone finisce.
Ma fuori il mare continua a respirare nel buio.

Una risposta a “Crêuza de mä e quel mare che mi appartiene”

  1. Un disco meraviglioso…

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