Non appartengo a questo posto

La puntina scende sul vinile e per un istante sembra quasi non succedere niente.

Poi arriva quella chitarra sporca, trattenuta, e una voce che non canta davvero: si espone. Vacilla. Si vergogna quasi di esistere.

I don’t belong here.

Ci sono canzoni che non entrano nella tua vita perché le ami.

Ci entrano perché ti riconoscono.

Per anni ho avuto la sensazione di non parlare la stessa lingua degli altri. Non nel senso romantico che si dà alla parola “diversa” quando si vuole sembrare speciali a tutti i costi. Diversa davvero. Disallineata. Come se il mondo funzionasse secondo un codice implicito che tutti sembravano comprendere perfettamente mentre io continuavo a perdermi qualcosa.

Il problema è che dall’esterno non si vedeva.

Anzi.

Ero alta più un metro e ottanta già da ragazzina. Il mondo, davanti a una ragazza così alta, sembra avere pochissima immaginazione: pallavolo, basket, passerelle, gambe lunghe, presenza scenica. Gli altri ti guardano e decidono immediatamente cosa dovresti diventare.

Mio padre avrebbe voluto vedermi sfondare nello sport.

Il resto del mondo mi chiedeva perché non facessi l’indossatrice.

Io, nel frattempo, cercavo solo di sopravvivere al rumore.

Perché dentro succedeva tutt’altro.

Assorbivo tutto. Atmosfere, tensioni, silenzi, parole dette male, stanze storte, malinconie improvvise. A volte bastava niente per mandarmi in frantumi: una voce troppo aggressiva, un litigio, certe energie che gli altri sembravano attraversare senza nemmeno accorgersene. Io invece le sentivo restarmi addosso per ore, a volte per giorni.

Solo molto più tardi avrei scoperto di essere una P.A.S., una persona altamente sensibile. Ma prima di dare un nome a tutto questo, ho passato anni a pensare di essere difettosa.

Troppo emotiva.
Troppo permeabile.
Troppo intensa.

Così provavo ad adattarmi.

Che è una cosa estenuante, quando la tua natura continua a tirarti da un’altra parte.

Ed è forse per questo che Creep dei Radiohead mi colpisce ancora oggi con la stessa violenza della prima volta.

Perché sotto quelle parole non ho mai sentito solo alienazione.

Ho sentito riconoscimento.

La sensazione precisa di stare in mezzo agli altri chiedendosi continuamente:

che cosa ci faccio qui?

Per anni ho creduto che il problema fosse diventare come gli altri. Più semplice. Più resistente. Più normale.

Poi lentamente ho capito una cosa che avrebbe cambiato tutto: non esiste un modo giusto di stare al mondo.

Esistono esseri umani che cercano disperatamente di assomigliarsi perché tutto ciò che sfugge alle categorie fa paura.

Fa paura chi sente troppo.

Chi devia dal percorso previsto.

Chi non usa il proprio corpo, il proprio carattere o la propria vita nel modo che gli altri avevano immaginato.

Eppure è proprio lì che comincia la parte più autentica di noi.

Nel punto esatto in cui smettiamo di chiedere il permesso di esistere come siamo.

La puntina continua a girare.

La voce di Thom Yorke si incrina ancora una volta nell’aria, la chitarra emette suoni distorti.

E improvvisamente penso che forse il vero problema non siano mai stati quelli che si sentivano diversi.

Forse il problema è un mondo che ha paura delle sfumature, e tenta continuamente di ridurre gli esseri umani a qualcosa di più semplice, più leggibile, più controllabile.

Ma noi non siamo fatti per essere addomesticati.

Siamo fatti per essere riconosciuti.

10 risposte a “Non appartengo a questo posto”

  1. Ti ripubblico, se me lo permetti.
    Sono giorni particolarmente intensi, per me, una di quelle punte di attività che spiccano su un tracciato già di per sé irto di picchi e cadute.
    Se su autismo e ADHD ancora non ho conferme specialistiche, sull’alta sensibilità (per altro non ancora riconosciuta ufficialmente!) non ho dubbi – mai avuti. Mancava solo la parola.
    E voglio gridarlo ogni volta che appena posso e trovo uno spiraglio, perché non solo assorbo tutto, ma altrettanto ho bisogno di esprimere e condividere, rimettere nel mondo ciò che dal mondo mi viene, oltre che dall’interno.

    1. Certo, ripubblica, all’ infinito. Bisogna dare voce a questa condizione (non voglio chiamarlo disturbo perché non lo è, è una caratteristica della persona). Il nostro mondo interiore è sconfinato ma compresso, dobbiamo buttarlo fuori e soprattutto smettere di sentirci inadeguati. Ti abbraccio forte 💗

      1. Ricambio, e ballo, e stimmo.
        Mi sale un “ti voglio bene” e non lo trattengo. So di te quel che basta.

        ‘Sconfinato ma compresso’ è più che esatto.
        Va rotta qualche contenzione ogni tanto, non tutte le dighe sono utili e sane.

      2. Mi prendo il bene e lo ricambio 💗💗

  2. Avatar di Domenico Mortellaro Domenico Mortellaro dice: Rispondi

    Uno spaccato densissimo di umanità.

  3. Ringrazio Celia per avermi fatto leggere questo post, che parla col cuore alla neurodivergenza e al problema della doppia-empatia.

  4. Grazie per esserti soffermato a leggere e per il commento. È molto importante per me

  5. Ci vogliono omologabili così da poter essere confusi nella massa, invece come dici tu siamo fatti per essere riconosciuti.

    1. ….e nelle nostre diversità siamo tutti una grande ricchezza 💗

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