“Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero coloni e di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre grigie e le terre rosso-scure cominciarono a sparire sotto una coltre verde.”
Furore di John Steinbeck comincia così: con la terra.
Una terra ferita, screpolata, esausta.
E forse è proprio questa la prima cosa che si avverte leggendo questo romanzo: la polvere. La senti entrare dappertutto. Tra i vestiti, nei polmoni, dentro le case divorate dal vento. Steinbeck non racconta soltanto la miseria della Grande Depressione americana; racconta cosa succede agli esseri umani quando il mondo sotto i loro piedi comincia a sgretolarsi.
Le fattorie dell’Oklahoma non producono più nulla. Le tempeste di polvere hanno divorato i campi. Le banche si prendono la terra. Intere famiglie sono costrette ad abbandonare tutto ciò che conoscono e a mettersi in viaggio lungo la Route 66 inseguendo una promessa fragile e lontana: la California.
Là, dicono, c’è lavoro.
Là gli alberi sono pieni di frutta.
Là si può ricominciare.
Ed è così che i Joad caricano la loro vita su un camion scassato e partono. Non hanno quasi niente, se non la speranza ostinata che da qualche parte esista ancora un posto per loro.
Quello che Steinbeck riesce a fare è straordinario perché non trasforma mai i suoi personaggi in simboli astratti della povertà. I Joad respirano, litigano, si arrabbiano, ridono, crollano e poi si rialzano. Anche nei momenti più disperati continuano a muoversi, a cucinare, a prendersi cura gli uni degli altri. Continuano, semplicemente, a vivere.
E in mezzo a loro emerge una figura che non ho mai dimenticato: la Mamma.
È lei il vero centro silenzioso del romanzo.
Mentre gli uomini cedono alla stanchezza o alla paura, lei continua ad andare avanti. Prepara il caffè all’alba, tiene insieme la famiglia, prova a impedire che tutto si sfaldi definitivamente. La sua forza non ha nulla di eroico o spettacolare. È una forza antica, concreta, fatta di gesti quotidiani. Di resistenza.
Forse è anche per questo che Furore continua a colpire così profondamente ancora oggi.
Perché parla della fame, della miseria e dello sfruttamento, certo. Ma soprattutto parla di esseri umani costretti a lasciare la propria casa inseguendo qualcosa che somiglia alla sopravvivenza.
E allora, leggendo queste pagine, è impossibile non pensare a tutte le persone che ancora oggi attraversano confini, deserti e mari portandosi dietro la stessa identica speranza: trovare un luogo in cui poter esistere con dignità.
Cambiano i tempi. Cambiano le strade.
Ma certe immagini restano uguali.
Uomini e donne stipati nei camion ieri. Uomini e donne stipati sui barconi oggi.
Persone che partono perché restare significa morire lentamente.
Quando il romanzo uscì, venne accusato di essere troppo politico, troppo arrabbiato, troppo schierato. Eppure oggi, a distanza di tanti anni, quello che resta non è il clamore che lo circondò.
Resta la sua umanità feroce.
Resta quella polvere che Steinbeck ti lascia addosso fino all’ultima pagina.
Resta il modo in cui guarda gli ultimi: senza pietà, senza retorica, ma con una compassione così profonda da trasformare il dolore in qualcosa che riguarda tutti noi.
E forse è proprio questo che fanno i grandi romanzi.
Ti costringono a guardare chi normalmente il mondo preferisce non vedere.

Bella recensione per un libro bello e terribile. Lo lessi anni fa e ne rimasi molto colpita. Non immaginavo che l’America avesse passato momenti così bui e terribili. Ma come sempre, sono le persone sconosciute, umili a dimostrare di quale pasta sia fatto il Paese. Sono la sua vera spina dorsale…
Oggi molti giovani che non riescono a inserirsi nel mondo del lavoro, hanno riscoperto la terra, la campagna. Speriamo che questo ritorno alle origini, faccia bene a tutto e a tutti.
Buon fine settimana carissima! <3
Ciao Vitty, esatto, hai racchiuso in due parole il senso del romanzo: bello e terribile al tempo stesso, uno di quei romanzi che scuote le coscienze, allora come oggi. Siamo abituati a vedere l’America con gli occhi sognanti, come la Terra Promessa, come il luogo dove tutto è possibile, dove tutti possono ricominciare da zero. Ma non è così, non lo è mai stato, e Steinbeck continuerà a presentarci l’altra faccia della medaglia fino a quando i suoi romanzi verranno letti.
questo romanzo mi ha letteralmente cambiato la vita (artistica): l’ho letto tre volte e sto cercando di leggerlo in lingua originale; la prima volta anni fa mi ha talmente colpito che ho cominciato a documentarmi sulle migrazioni interne agli USA durante la Great Depression. Il risultato è stato centinaia di quadri, disegni, studi che sono diventati la mostra itinerante “The Migrant Children” (il soggetto è soprattutto l’infanzia) patrocinato dal consolato americano e un video. Suggerisco di vedere le fotografie dei fotografi della Farm Security Administration. Grazie di aver parlato di questo capolavoro!
Ciao, che bella storia, sono curiosa di scoprirne di più. Come dicevo sopra a Vitty questo romanzo ha il potere di smuovere le nostre coscienze, mette in moto qualcosa di forte dentro di noi: insomma, è in grado di cambiare la vita e tu ne sei la dimostrazione! Grazie per il prezioso commento.
grazie a te! nel mio blog avevo tempo fa postato qualcosa, se sei curiosa…buona serata
Andrò subito a spulciare!
[…] via Storie della provincia americana: “Furore” — La stanza dei libri […]
Recensione perfettamente in linea col potere della storia!
Grazie! Ci si prova….
Un vero capolavoro che la tua recensione sa raccontare mettendone in luce tutto il valore.
Grazie! Credo sia il mio libro preferito, uno di quelli che porterei su un’ isola deserta
Un grande libro, una lettura indimenticabile