Janis Joplin: sepolta viva nel blues

JANIS JOPLIN è, senza dubbio, la più grande interprete  della musica rock di tutti i tempi. Appassionata e devastante, graffiante e dolce, malinconica e furiosa, è stata un’artista unica, una voce inimitabile che riusciva a fondere in modo sublime due generi complementari ma fondamentalmente diversi (per intenti, per espressione, per background) come il rock e il blues. Un’ esistenza bruciata troppo rapidamente, una fusione totale tra vita e arte, tra voce e anima, in cui la musica fu al tempo stesso redenzione e autodistruzione. Morì a soli 27 anni, neanche un mese dopo Jimi Hendrix: stesso anno, il 1970. Stessa età. Questa sfortunata coincidenza le valse l’accesso a quello che in seguito fu ribattezzato dalla stampa come “Il club dei 27”, una triste congrega di artisti morti tutti all’età di 27 anni, prevalentemente cantanti rock: Robert Johnson, Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Basquiat, Kurt Cobain, Amy Winehouse. A nominarli tutti insieme c’è da rabbrividire. Più volte in questi anni varie teorie complottiste hanno cercato di giustificare le incredibili coincidenze del club dei 27 tirando in ballo i servizi segreti, accusati di avere eliminato gli artisti a causa dell’ influenza sovversiva che esercitavano sulle grandi masse: anche Janis infatti era diventata il simbolo delle ribellioni giovanili dei primi anni sessanta, un’ istigatrice alla trasgressione pericolosa per il mantenimento dell’ordine sociale. Se, invece, guardiamo tutto da una prospettiva più mistica, potremmo quasi convincerci che forse dietro a queste morti tragiche c’ era davvero qualcosa di maledetto, una sorta di predestinazione che contribuì a spezzare la vita di questi ragazzi più di quanto non abbiano fatto gli eccessi ai quali si abbandonavano senza freni, in cerca di requie. Janis Joplin morì per un’ overdose di eroina nella stanza di un motel di Los Angeles, ma fu una morte accidentale. Pare infatti che, nelle sue intenzioni, quella dovesse essere l’ultima dose. Pare anche che quella che si iniettò in vena fosse una droga molto più pura del solito, tagliata male dal suo spacciatore di fiducia che in quei giorni era troppo indaffarato a soddisfare le molteplici richieste dei suoi clienti. Era la notte del 3 ottobre del 1970: si spegneva così la più grande cantante blues bianca.

La breve vita di Joplin fu scalfita da un inesorabile male di vivere. Durante gli anni del liceo e quelli universitari fu ripetutamente oggetto di atti di bullismo, sia a causa del suo aspetto poco attraente, sia a causa della mentalità molto aperta che sosteneva, tra le altre cose, l’uguaglianza tra bianchi e neri. In un paese ferocemente razzista e conservatore come il Texas, dove nacque e visse prima di intraprendere la carriera musicale, i suoi ideali erano decisamente mal visti. Inoltre, come se ciò non bastasse, era apertamente bisessuale. Le continue vessazioni subite e lo scarso sostegno dei genitori le provocarono ferite indelebili che furono la causa principale del suo spasmodico bisogno di accettazione e di riscatto nonché, come in ogni favola maledetta che si rispetti, l’origine delle sue dipendenze di alcol e droga. L’unico conforto dalle proprie angosce lo trova nel blues: il suo mito era Bessi Smith e quel genere musicale così pregno di malinconia e di rabbia diventano per lei un rifugio sicuro, quella che oggi chiameremmo la sua “Comfort zone”.

Il suo capolavoro, “PEARL” (Pearl era anche il soprannome con cui la chiamavano gli amici) uscì postumo e uno degli ultimi pezzi che scrisse per il disco, “Buried alive in the blues” (sepolta viva nel blues) ha il sapore amaro e macabro di una morte annunciata. Bruciata dalla sua stessa musica, quella musica in cui riversava tutta se stessa. Joplin ha una voce unica, che modula un pò per dono di natura e un pò per maestria,  una voce che ora è graffiante, struggente, drammatica,  passionale, che poi improvvisamente si placa e riesce a farsi perfino dolce, sempre di più, e quando sembra sul punto di annientarsi  ritorna con furiosa passione, per urlare  ancora una volta al mondo intero quel dolore che le macera dentro e che accompagna i suoi vocalizzi sempre, anche quando le note si trasformano in miele. CRY BABY, la sua canzone simbolo, o in ogni caso la più famosa, racchiude perfettamente questa sua duplicità, sembra una preghiera piena di rabbia, pare aggredire la vita e al tempo stesso chiedere perdono per ogni peccato. C’è tutta la sua disperazione, il suo smarrimento, la solitudine, la paura, la furia ceca: tutto rigorosamente in ordine sparso. “A woman left lonely“, “My Baby“, “Trust me” seguono lo stesso schema vocale: la sua voce sembra quasi possederla e uscire dal corpo fisico, diventa strumento, si fonde con gli assoli strumentali della band e poi ritorna melliflua, sussurrata, seducente, per esplodere ancora in graffianti acuti.

La sua influenza nel panorama musicale è enorme, a lei si sono ispirate Patti Smith, PJ Harvey, Skin, e altri ancora. Lei fu la prima, vera frontwoman ad esibirsi sostenendo performance eccessive, incendiarie, cariche di passione e sensualità:  “SALGO SUL PALCO E FACCIO L’AMORE CON 20.000 PERSONE, POI TORNO A CASA E MI RITROVO DA SOLA“. Un frase che racchiude il dramma di una vita intera.

Pearl, Janis Joplin – 1971

Comments

Una risposta a “Janis Joplin: sepolta viva nel blues”

  1. Avatar vittynablog

    Si può essere tanto grandi e tanto soli!!!! Buonanotte Paola!!!🌹

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