WHERE THE WILD ROSES GROW – NICK CAVE & KYLIE MINOGUE

C’è un fruscio leggero, quello del vinile che gira sul piatto e della puntina che scende a seguirne i solchi. La stanza è immersa nella penombra, fuori è notte fonda. Poi arriva una voce profonda, scura, quasi spettrale. È quella di Nick Cave, che sembra raccontare qualcosa accaduto molto tempo fa, in un luogo lontano. Poco dopo si aggiunge una voce femminile, limpida, cristallina, quasi ingenua. È Kylie Minogue. Le due voci si alternano, si rincorrono, si rispondono, come in un dialogo sospeso tra due mondi. La musica avanza con un’andatura lenta e ipnotica, a passo di valzer, accompagnando una storia destinata a diventare sempre più oscura.

Where the Wild Roses Grow, pubblicata nel 1996 nell’album Murder Ballads di Nick Cave and the Bad Seeds, recupera lo spirito delle antiche ballate popolari nordeuropee che tramandano storie di passioni, delitti e morti misteriose. Ne nasce una favola gotica, bella e crudele, nella quale amore e morte sembrano intrecciarsi fino a diventare inseparabili.

La protagonista è Elisa Day, una ragazza di straordinaria bellezza, paragonata a una rosa selvatica. «Sai dove crescono le rose selvatiche, così dolci, scarlatte e libere?». È una domanda che sembra appartenere a una fiaba. La rosa selvatica ha una bellezza spontanea, originaria, non modellata dalla mano dell’uomo. Cresce libera, appartiene alla natura, non conosce padroni. Forse è proprio questa sua bellezza indomita ad attirare l’uomo verso Elisa, e insieme a renderla qualcosa che non può davvero trattenere.

Lei lo accoglie, si lascia avvicinare, lo bacia. Ma la vicinanza non è possesso, e quella bellezza continua a essere libera, nonostante il suo amore.

L’uomo sembra non poterlo accettare. Se non può farla sua, può almeno spegnerne la luce, impedire che continui a brillare per qualcun altro. «All beauty must die»: tutta la bellezza deve morire. Una frase terribile, pronunciata con una naturalezza che rende ancora più inquietante il racconto. L’uomo prende una pietra, la uccide, e poi le depone una rosa scarlatta in bocca.

Il contrasto tra le voci di Cave e Minogue è parte essenziale della malìa della canzone. Lui, con il suo timbro cavernoso e teatrale, sembra conoscere già il destino della storia; lei, con quella delicatezza quasi disarmante, dà voce a Elisa come se abitasse ancora il mondo luminoso da cui tutto ha avuto inizio. Le loro voci si alternano, si cercano, si sovrappongono. Il valzer continua, elegante e sinistro, accompagnando i due protagonisti verso l’ultimo macabro abbraccio.

Ma le storie come questa non sempre finiscono con l’ultima nota. Secondo la leggenda che accompagna il racconto, il corpo di Elisa non venne mai ritrovato e il suo assassino rimase un mistero. Si racconta che il suo fantasma continui a fluttuare lungo la sponda di quel fiume, con la testa insanguinata e una rosa rossa fra i denti.

La notte scende sull’acqua, le rose selvatiche crescono lungo la riva. E forse, quando il vento attraversa i cespugli, Elisa appare di nuovo lì, nel suo greto di morte.

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