Ci sono persone che passano la vita a cercare sé stesse.
E poi ce ne sono altre che passano la vita a cercare di sembrare normali.
La ragazza del convenience store di Sayaka Murata racconta proprio questo scarto invisibile. Quello che separa ciò che siamo da ciò che il mondo si aspetta da noi.
Keiko Furukura ha trentasei anni e lavora part-time nello stesso konbini da quasi vent’anni.
Il konbini — quei piccoli convenience store giapponesi aperti giorno e notte — è un luogo ordinato, perfetto, scandito da rituali immutabili. Gli scaffali vengono sistemati secondo le stagioni, i sorrisi devono avere la giusta inclinazione, le frasi rivolte ai clienti sono sempre le stesse, identiche, ripetute all’infinito come un copione imparato a memoria.
Per Keiko quel posto non è soltanto un lavoro.
È un rifugio.
Forse perfino l’unico luogo in cui riesce davvero a esistere senza sentirsi sbagliata.
Fin da bambina, infatti, ha sempre percepito una distanza tra sé e gli altri. Una frattura sottile ma costante, qualcosa che la rende incapace di reagire nel modo “giusto” alle cose. Crescendo ha imparato a osservare attentamente chi la circondava, imitandone gesti, espressioni, inflessioni della voce. Ha studiato il comportamento umano come si studia una lingua straniera.
E il konbini, con le sue regole rigide e rassicuranti, diventa la sua forma di mimetizzazione perfetta.
Lì dentro nessuno le chiede di essere spontanea.
Deve soltanto funzionare bene.
La cosa più disturbante del romanzo, però, non è la stranezza di Keiko.
È la normalità degli altri.
Familiari, colleghi e amiche non riescono ad accettare che una donna di trentasei anni possa sentirsi completa senza desiderare un marito, dei figli o una carriera più rispettabile. Ogni conversazione con lei sembra ruotare attorno alla stessa domanda implicita: che cosa c’è di sbagliato in te?
Ed è qui che il romanzo di Sayaka Murata diventa feroce.
Perché Keiko non ha traumi da superare, né particolari tragedie da raccontare. Non è nemmeno infelice, almeno non nel modo in cui gli altri si aspettano. Semplicemente, guarda la vita da un’altra angolazione.
Ma il mondo tollera la diversità solo finché resta invisibile.
Quando nel konbini arriva un uomo problematico, incapace di adattarsi a qualsiasi lavoro e pieno di rancore verso le donne e la società, Keiko finisce casualmente per costruire con lui una specie di relazione. Ed è a quel punto che accade qualcosa di paradossale: improvvisamente tutti si tranquillizzano.
Keiko ha finalmente un fidanzato.
Non importa che quell’uomo sia violento, misogino, disturbato. Agli occhi degli altri la sua presenza basta a restituirle una parvenza di normalità.
Ed è impossibile non sentirsi a disagio davanti a questo meccanismo così crudele e familiare.
Perché in fondo il romanzo parla anche di questo: della stanchezza di dover continuamente interpretare una parte per essere considerati accettabili. Soprattutto se sei una donna.
C’è qualcosa di profondamente triste nel modo in cui Keiko cerca di adattarsi al mondo. Ma allo stesso tempo c’è anche una forma stranissima di lucidità. Come se fosse lei, alla fine, a vedere più chiaramente degli altri quanto siano fragili e artificiali le regole sociali dentro cui ci muoviamo ogni giorno.
In poche pagine, Sayaka Murata riesce a costruire un romanzo ironico, spiazzante e sottilmente doloroso, che mette in discussione il nostro modo di guardare gli altri e perfino noi stessi.
Perché forse la normalità non è altro che una lunga recita collettiva.
E chi smette di interpretarla fa paura.
Forse è anche per questo che questo romanzo mi è rimasto addosso così tanto.
Perché, in modi diversi, conosco bene quella sensazione di essere fuori posto. Di non aderire completamente all’idea di donna che il mondo si aspetta di vedere.
Non ho mai desiderato alcune delle cose considerate “naturali”, inevitabili. E per molto tempo ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Ogni tentativo di forzarmi dentro una forma che non mi apparteneva finiva per trasformarsi in una guerra silenziosa contro me stessa.
Solo molto più tardi ho capito che quella parte che continuava a ribellarsi non era il problema.
Era la mia voce.
Ed è forse per questo che Keiko fa così male. Perché dietro la sua apparente stranezza c’è una domanda che riguarda molti di noi:
quanto dolore siamo disposti a sopportare pur di sembrare normali?


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