Guillaume Musso tra Parigi e Central Park: un enigma tra amore e suspense, dove nulla è come sembra

 
Immaginate di svegliarvi una mattina su una panchina di Central Park, e di non ricordare più nulla della notte precedente.  Il vostro ultimo ricordo risale ad una  piacevole serata trascorsa in compagnia delle amiche, sugli Champes Elysées. Nel Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano. Un giro di locali, parecchi drink e poi il risveglio in un luogo sconosciuto e distante ore di volo da casa vostra. Accanto a voi, ammanettato, c’è un uomo di cui ignorate l’identità: comincia così questo coinvolgente thriller di Guillaume Musso, scrittore di cui avevo sentito parlare ma di cui non avevo ancora letto nulla. Questa mi è sembrata un’ottima occasione per fare la sua conoscenza.
Sono le otto del mattino e Central Park è ancora avvolto  in un’aura di pacifica sonnolenza quando Alice e Gabriel si risvegliano ammanettati insieme su una panchina, in una zona interna e poco frequentata del parco. Lo sgomento iniziale diventa quasi panico nel momento in cui si rendono conto di come sono finiti in quel luogo così lontano dalle loro vite: la camicetta di Alice è sporca di sangue, ed ha in mano una pistola a cui manca una pallottola. Alice è una poliziotta della “Crim” di Parigi, mentre Gabriel è un pianista Jazz newyorkese che la sera precedente si stava esibendo in un locale di Dublino. Apparentemente quindi nessun legame unisce i due protagonisti, se non il fatto che entrambi la notte precedente si trovavano in Europa. E non ricordano nulla. L’istinto da segugio di Alice si risveglia immediatamente: non c’è tempo da perdere, bisogna agire in fretta per risolvere l’enigma e soprattutto per tirarsi fuori dai guai. Alice e Gabriel cominciano così un’indagine che è una corsa contro il tempo, in cui nulla è come sembra. Non voglio spoilerare nulla, quindi non farò altre allusioni alla trama: se deciderete di leggere questo thriller, sarĂ  un sicuro piacere scoprire pagina dopo pagina quali segreti custodiscono i due protagonisti, quale intricata matassa devono sbrogliare mentre  dolorosi ricordi emergono poco alla volta dai meandri delle loro menti confuse.
 

Questa lettura tiene aggrappati alle pagine e non da nessuna tregua, il ritmo è affannoso e ansiogeno, carico di momenti di pathos e di tensione. Musso fa e disfa una matassa che sembra sempre sul punto di dipanarsi, per poi intricarsi ancora di più. Quando pensi di avere chiara la situazione, lui stravolge le carte in tavola e ti ributta dentro la storia con altre domande e nuovi dubbi. Fino alle ultime pagine, quando un finale che assolutamente non mi aspettavo  mi si è  rovesciato addosso con un carico da novanta, lasciandomi sbigottita, incredula e anche molto arrabbiata.

 
Sì caro Musso, questo non me lo dovevi fare. Non l’ho sopportato, l’ho trovato ingiusto e troppo duro da accettare, mi hai ingannata per 350 pagine e poi mi hai lasciata lì, ormai talmente coinvolta nella storia al punto che leggendo l’explicit mi sono venute anche le lacrime agli occhi. Mi sono commossa per la piĂą crudele  storia d’amore che si potesse inventare. Amore per la vita, amore per la speranza. Sono sentimenti  che non si trovano facilmente in un thriller,  ed è anche questo ad avermi spiazzato completamente. Il destino che ha inventato per Alice è troppo accanito, troppo spietato. E anche se nelle ultime pagine ci lascia intravedere uno spiraglio di possibile felicitĂ , non è sufficiente a stemperare l’eccessiva crudeltĂ  con cui questa ragazza è costretta a fare i conti. Alice è un personaggio straordinario, che mi è piaciuto moltissimo per la sua energia e per la sua carica esplosiva. E’ una donna forte, una combattente. Ha un linguaggio diretto ed è abituata a decidere in fretta, il suo lavoro non le permette di indugiare e questo atteggiamento risolutivo e battagliero se lo porta dietro continuamente, perchĂ© fa  parte integrante della sua natura. E’ così anche nella vita privata: è una donna per la quale le mezze misure non esistono. E’ questo spirito indomito la sua carta vincente, quello che le ha permesso di fare carriera in polizia a soli trent’anni, ma è anche ciò che le ha causato molti guai nella vita privata. I rapporti  con la sua famiglia sono freddi e distaccati, perchĂ© la sua diversitĂ  non viene accettata. Sua madre e i suoi fratelli la compatiscono e la giudicano dall’alto delle loro vite da copertina, la guardano con commiserazione  perchĂ© è single,  perchĂ© non è elegante, perchĂ© da la caccia ai serial killer e passa le serate alla Crim. Nessuno la riesce a comprendere tranne suo padre, un famoso ex agente di polizia caduto in disgrazia. La sua vita privata, così come quella da poliziotta, subisce imprevedibili cambi di rotta tanto repentini quanto spiazzanti. Come sulle montagne russe, Alice alterna una  profonda  solitudine ad istanti di felicitĂ  intensa, per i quali pagherĂ  uno scotto durissimo. E’ dotata di un istinto da cacciatrice che non si placa nemmeno per un attimo, per seguire il quale rischia tutta se stessa. E poi c’è Gabriel, questo sconosciuto che si risveglia accanto a lei, stropicciato ed affascinante, con lo sguardo affilato come la lama di un rasoio. La sua identitĂ  è avvolta nel mistero, un garbuglio che sembra sciogliersi per poi attorcigliarsi su sè stesso almeno un paio di volte. Quando pensi di aver capito finalmente chi è, ecco che la pagina dopo capisci che in realtĂ  non hai capito proprio nulla. E’ come se Musso continuasse a giocare  a scacchi con i pensieri del lettore, facendo ogni volta la mossa giusta.
Potrei muovere diverse critiche a questo thriller, perché non è immune da difetti e soprattutto verso la fine l’autore  compie scelte narrative troppo spinte, decisamente oltre il limite della veridicità. Inoltre, sempre verso il finale, sconfina in qualche banalità sentimentale di troppo, cosa che  poteva tranquillamente evitare e che non convince. Però fa il suo dovere, e lo fa dannatamente bene. Un thriller deve tenere alta e costante la tensione nel lettore, e Musso ci riesce perfettamente. L’ho letto in soli tre giorni, tenendo accesa la luce dell’ abat-jour fino a tardi, nonostante le palpebre calanti e il sonno prepotente. Ma non potevo staccarmi, non riuscivo. Un bravo autore di thriller deve anche saper depistare: mentre i gialli classici solitamente tengono il lettore sullo stesso binario durante tutto il tragitto per poi farlo improvvisamente deragliare, Musso ci fa cambiare treno spesso, facendoci scendere ogni volta alla fermata sbagliata. Inoltre, cosa poco usuale nei thriller, ha saputo dare vita a personaggi per cui è facile provare una forte empatia. O almeno, con me è stato così. E’ questo il motivo per cui, alla fine, mi sono commossa pensando alla vita di Alice. Quando questo elemento manca il trasporto verso i protagonisti si esaurisce in fretta, o non compare nemmeno: quello che mi ha stupita è stato trovare così tanto pathos  in un genere letterario in cui le emozioni di solito non sono previste. Le motivazioni che spingono Gabriel ad agire in un determinato modo, che come si scopre nelle ultime pagine hanno retto i fili della storia fin dall’ inizio, sono piuttosto inverosimili e sbrigative. Penso sinceramente che  Musso abbia perso un’occasione per scrivere un finale degno del resto del libro. Però voglio tenermi tutto il buono che c’è, perché un buon thriller non si giudica solo dal finale ma da  come l’autore ha saputo giocare con noi. E Musso ha giocato la sua partita sapientemente, vincendo a mani basse.
 
 
 
Ci saranno mattine chiare e mattine cariche di nubi.
Ci saranno giorni d’incertezza, giorni di paura, ore vane e grigie nelle sale d’attesa che sanno d’ospedale.
Ci saranno parentesi leggere, primaverili, adolescenti, in cui persino la malattia riuscirĂ  a farsi dimenticare.
Come se non fosse mai esistita.
Poi la vita continuerĂ .
E tu ti ci aggrapperai.
Ci saranno la voce di Ella Fitzgerald, la chitarra di Jim Hall, una melodia di Nick Drake, tornata dal passato.
Ci saranno passeggiate in riva al mare, l’odore dell’erba tagliata, il colore di un cielo tempestoso.
Ci saranno giorni di pesca con la bassa marea.
Sciarpe annodate per affrontare il vento.
Castelli di sabbia che terranno testa alle onde salate.
E cannoli al limone mangiati in piedi lungo le strade del North End.
(…) Ci saranno altre degenze in ospedale, altri esami, altri trattamenti.
E ogni volta sarai lì a combattere, la paura nella pancia e il cuore stretto, con l’unica arma del tuo desiderio di vivere ancora.
E ogni volta dirai che, qualunque cosa ti possa capitare adesso, sarĂ  comunque valsa la pena di vivere tutti quei momenti che hai strappato alla fatalitĂ .
E che nessuno te li potrà mai togliere”

 

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“La zona morta” di Stephen King: Il dramma umano di Johnny, tra dono e maledizione

 
Johnny Smith è insegnante di letteratura in un liceo di Castle Rock, nel New England, anticonformista e  divertente, molto amato dai suoi alunni. Siamo nel 1970 e Johnny, poco più che ventenne, da qualche tempo frequenta Sarah, una sua collega: dopo alcune peripezie amorose piuttosto insoddisfacenti Sarah incontra ad una festa Johnny e rimane incantata dalla sua dolcezza e dalla sua simpatia. Giovani e innamorati, non sanno che il destino sta per abbattersi sulle loro vite come una mannaia, affilata e maledetta. Dopo aver riaccompagnato Sarah al termine di una serata di festa  trascorsa alla fiera del paese (è la notte di Holloween), Johnny resta vittima di un  incidente stradale a bordo del taxi che lo stava riportando a casa. A causa del terribile schianto rimarrà in coma per più di quattro anni.
Quando si risveglia, con sgomento apprende che il suo mondo è completamente ed irrimediabilmente cambiato: Sarah si è sposata con un altro uomo ed ha un bambino di pochi mesi, sua madre – che già presentava segni di squilibrio prima dell’incidente – ha aderito ad una setta religiosa che predica l’imminente fine del mondo ed è totalmente preda di un fanatismo  che la sta portando alla pazzia; inoltre, si scopre invalido. Le sue gambe si sono atrofizzate, muscoli e tendini sono rattrappiti e non riescono più a sostenerlo. Per tornare alla normalità dovrà affrontare una lunga riabilitazione e un’operazione avanguardistica, ma non è questo l’aspetto peggiore del suo risveglio. John durante lo stato vegetativo ha acquisito un dono al tempo stesso straordinario e terribile: col solo contatto delle mani è in grado di visualizzare nella sua mente la storia delle persone con il loro passato, il loro presente ed il loro futuro. Durante la permanenza in ospedale per la riabilitazione comincia a diffondersi la voce che Johnny è una specie di veggente, al punto che una volta tornato a casa non troverà più in pace. La cassetta della posta è inondata di lettere, di messaggi e di oggetti provenienti da chicchessia, tutte persone che cercano disperatamente di avere notizie di cari scomparsi, mariti fedifraghi, figli dispersi. E’ l’inizio di un incubo, perché l’ignoranza di massa di cui è vittima comincerà a vedere in lui un essere sovrannaturale, un cialtrone che vuole solo arricchirsi, un veggente da mettere sotto contratto. Ognuno ha un’etichetta da affibbiargli, pronto ad osannarlo o a saltargli addosso.  Johnny è un ragazzo schivo che mal sopporta tutta questa pressione da parte dei media che lo additano senza pietà e si sente soffocare dalle continue richieste di aiuto nella ricerca di persone scomparse. Decide così di isolarsi dalla comunità e cerca di riappropriarsi della sua vita, ricominciando per prima cosa dall’ insegnamento:  nulla però andrà come previsto. King è molto abile nel farci entrare in punta di piedi nel mondo interiore di Johnny, un mondo che un giorno come tanti subisce una trasformazione dolorosa ed inaspettata, definitiva e terribile. Il suo tormento muove sentimenti di tenerezza e di comprensione  e induce inevitabilmente il lettore  a porsi una domanda, la stessa che l’uomo si pone da sempre: conoscere il futuro sarebbe un dono o una maledizione? Che impatto avrebbe sulle nostre vite, sarebbe uno strumento che aiuterebbe l’umanità o la distruggerebbe definitivamente? Certo la questione è complessa e la risposta non può esaurirsi in poche righe all’ interno di un romanzo di intrattenimento, ma sicuramente è un pensiero che non lascia indifferenti e su cui vale la pena soffermarsi a riflettere.
 
Johnny comincia a capire che ci sarà un prezzo molto alto da pagare,  perché tutto quello che travalica i confini delle cose terrene porta con sè un contrappeso devastante. Comincia a farsi strada la convinzione di possedere uno strumento potente e  prezioso, che fa di lui una specie di predestinato, e ne ha la conferma quando sente l’impulso irrefrenabile di avvicinarsi ad un uomo politico dalla dubbia moralità che sta tenendo comizi in tutto il Maine in vista delle prossime elezioni. Quando stringe la mano del candidato alla presidenza Greg Stillson un flusso di immagini terrificanti gli arrivano davanti agli occhi, come un fiume in piena: non sono nitide, sono come segnali interrotti, ma la percezione è forte e non lascia dubbi riguardo la catastrofe imminente. Deve agire, e subito. Il futuro presidente degli Stati Uniti è un pazzo psicopatico e solo lui può vedere quell’ uomo ignorante e abietto già insediato sullo scranno della casa bianca .
Come sempre nelle storie che Stephen King racconta l’elemento sovrannaturale è perfettamente stemperato dalla  quotidianità dei suoi personaggi,  così che  mentre proseguiamo con la lettura non facciamo più caso alla differenza tra realtà e finzione romanzesca. L’aspetto psicologico è sempre molto ben sviluppato, e si presta per accogliere al meglio quello che di straordinario accade, mentre la vita scorre con il suo flusso regolare.

Credo che Johnny sia il protagonista kingiano più nostalgico che abbia mai incontrato: si porta addosso come una pesante cappa il rimpianto per gli anni che il coma gli ha rubato, per il suo giovane amore appena nato e subito perduto, per quel figlio che doveva essere suo, per sua madre vittima di un fanatismo religioso che forse avrebbe avuto bisogno di più comprensione, per una riabilitazione fisica e psichica dolorosa di cui porta ancora i segni, per l’emarginazione sociale che subisce a causa della sua diversità.

Ma soprattutto,  lui non vorrebbe essere costretto a   vedere. Non vorrebbe essere in grado di conoscere le terribili verità che si annidano dietro una semplice stretta di mano, perché il prezzo da pagare è troppo alto. La vita è un lancio di monetina, ma se sapessimo già il risultato come potremmo goderci l’istante perfetto in cui essa volteggia in aria, prima di ricadere al suolo? L’attesa e la speranza, non sono forse queste le cose che più di tutto ci fanno restare aggrappati alla vita?

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“…Ma volevo che tu sapessi che ti penso, Sarah. Davvero, per me non c’è mai stata qualcun’altra e quella notte fu la nostra notte piĂą bella, anche se a volte mi è difficile credere che vi sia mai stato un anno 1970… Senza calcolatori, senza videocassette… E altre volte mi sembra che quel tempo sia tuttora vicinissimo, da poterlo quasi toccare. Mi sembra che se potessi tenerti tra le braccia, o toccare la tua guancia, o la tua nuca, potrei portarti via con me in un futuro diverso senza dolore o tenebre o scelte amare. Bene, tutti noi facciamo quello che possiamo e dobbiamo accontentarci… e se non ci basta dobbiamo rassegnarci. Spero soltanto che tu mi penserai nel modo migliore che ti riesce, Sarah cara. Con tutto il cuore e tutto il mio amore.”

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ll dramma umano di Johnny è la vera forza di questo romanzo, e pazienza se siamo di fronte ad un autore ancora acerbo, che ha lasciato diverse lacune nella storia e che si è perso in almeno un centinaio di pagine.
Io, a Stephen King, perdono tutto.

 

 
 
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Agatha Christie: una vita appassionante come i suoi gialli

Agatha Christie è la donna che, dopo Lucrezia Borgia, è vissuta piĂą a lungo a contatto col crimine.”

Winston Churchill

Agatha Mary Clarissa Miller nasce nel 1890 a Torquay, in Inghilterra, da padre americano e madre britannica. Il padre, che la lasciò orfana a soli undici anni, era piĂą dedito al cricket e al gioco d’azzardo che alla famiglia, motivi per i quali fin dalla piĂą tenera etĂ  la piccola Agatha viene allevata dalla   madre e dalla nonna, due figure femminili forti e indipendenti che assicurano alla bimba e ad i suoi due fratelli un’infanzia felice, seppur particolare. Crebbe in un ambiente domestico fortemente influenzato  da credenze esoteriche, al punto tale che tutti i fratelli Christie erano   certi che  la loro madre Clara, spiritista convinta, fosse una medium con abilitĂ  straordinarie.  A causa delle idee eccentriche della famiglia non fu mai mandata a scuola e della sua educazione  si occupò la madre stessa, coadiuvata dalle varie goveranti di casa; per il resto, la sua fu un’infanzia borghese tradizionale, trascorsa tra l’Inghilterra e Parigi, dove, in seguito alla morte del padre, viene mandata a studiare in un collegio per signorine, allo  scopo di ricevere un’educazione formale. Tornò in Inghilterra nel 1910, e come tutte le ragazze di buona famiglia dell’epoca, si dedicò alla vita di societĂ . Si sposò nel 1914 con Archibald Christie, un ufficiale dell’esercito della Royal Air Force  di origine indiana, dal quale ebbe la sua unica figlia, e dal quale si separa nel 1926. ManterrĂ  il cognome Christie solo per motivi commerciali, poichè proprio in quegli anni iniziò ad ottenere un certo riscontro come autrice di gialli. Per il primo grande successo dovrĂ  aspettare però il 1926, quando diede alle stampe L’assassinio di Roger Ackroyd – altrimentri tradotto come “Dalle nove alle dieci”un caposaldo della letteratura di genere.  Nel 1928 si risposa con un archeologo di 13 anni piĂą giovane di lei (hai capito, la Agatha?), Max Mallowan, un connubio felice che durò dal 1930 fino alla morte della donna, avvenuta nel 1976. Lo incontrò durante un viaggio verso Baghdad a bordo dell’Orient Express: indovinate un po’ dove trasse ispirazione per comporre una delle sue opere piĂą famose!

Nel 1947, in occasione dei festeggiamenti per gli ottant’anni della regina Mary, la BBC manda in onda un radio-dramma sfornato dalla Christie apposta per l’occasione. La regina infatti, grande fan della scrittrice, alla domanda dell’emittente radiofonica su cosa avrebbe gradito ascoltare il giorno del suo compleanno, rispose: “un nuovo lavoro di Agatha Christie”. Fu così che, all’apice della sua popolaritĂ , la Christie diede  alla luce “Tre topolini ciechi”, tra i racconti piĂą noti e apprezzati, che in seguito  riadattò per il teatro. Il compenso che ricevette dalla BBC per il radio-dramma fu donato interamente all’ospedale pediatrico di Southport. Il romanzo, edito nel 1950 negli Stati Uniti insieme ad altri otto racconti (Tre topolini ciechi  ed altre storie), non è mai stato pubblicato in Gran Bretagna per volere della stessa Christie, affinchè non confliggesse con l’adattamento teatrale: “finchè sarĂ  in scena nel West End di Londra il breve romanzo non potrĂ  esser pubblicato». E così è da oltre 60 anni.

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I suoi gialli sono stati tradotti in 103 lingue, ed in alcuni paesi è diventata talmente popolare da sfiorare la leggenda. In Nicaragua, ad esempio, venne addirittura emesso un francobollo con l’effigie di Poirot. Nel 1971 le viene assegnata la massima onorificenza concessa dalla Gran Bretagna ad una donna: il D.B.E. (Dama dell’Impero Britannico).

Nel 1975 viene dato alle stampe il romanzo “Sipario”, in cui la Christie decide di far morire l’ormai celeberrimo investigatore Hercule Poirot. Poco dopo, il 12 gennaio 1976, all’etĂ  di 85 anni, muore anche lei nella sua villa di campagna a Wallingford, per cause naturali. Agatha Christie in vita guadagnò circa 20 milioni di sterline, ovvero circa 23 milioni di euro.

DIECI “PICCOLI” ANEDDOTI:

1- La madre di Agatha sosteneva che la figlia non dovesse imparare a leggere prima degli  8 anni: riuscite ad immaginare la vastitĂ  della perdita che avremmo subito? Per fortuna Agatha, sveglia e precoce com’era, imparò da sola ben prima di quell’etĂ .

2 – Poirot a Styles Court”, il primo vero romanzo giallo di Agatha, è stato scritto per  scommessa con la sorella Madge. Intuendo l’abilitĂ  della sorella per la scrittura, per spronarla la volle sfidare a comporre un romanzo vero e proprio, anzichè racconti brevi. Come accadde quasi sempre per tutte le sue opere, per comporlo si ispirò alle vicende della vita reale: all’epoca infatti lavorava in un ospedale come infermiera nel dispensario, a contatto con i veleni.  E’ il romanzo che segna l’esordio della sua carriera di giallista: per la prima volta fa la sua comparsa  il  personaggio di Hercule Poirot, l’investigatore privato belga  che la renderĂ  celebre in tutto il mondo.

3 – Hercule Poirot è ispirato ad una persona realmente esistita: un belga che la stessa Christie vide scendere da un pullman nei primi anni ’10. La sua camminata stramba e la particolaritĂ  del suo volto e dei suoi baffi colpirono la scrittrice al punto che decise di utilizzarlo come protagonista per i suoi romanzi. “Poirot era un ometto dall’aspetto straordinario. Era alto un metro e sessantacinque, ma aveva un portamento molto eretto e dignitoso. La testa era a forma di uovo, costantementeinclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi rigidi, alla militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile.”

4 – Fin dai primi romanzi si intuisce come Agatha Christie non ami affatto la violenza. La maggior parte degli omicidi infatti avviene per avvelenamento ed in rari casi il killer di turno utilizza qualche arma da fuoco o uccide in modo efferato. Ed io la ringrazio per questo!

5 – Nell’immaginario collettivo  Agatha Christie è quasi sempre una donna di mezza etĂ  dall’aria severa, china 24 ore su 24 sulla sua macchina da scrivere. Invece possedava un’anima  poliedrica, era una donna brillante e molto arguta, seppur timida e riservata. Durante l’infanzia e l’adolscenza studiò musica e canto lirico, al quale dovette rinunciare proprio perchè non amava esibirsi in pubblico. Ebbe comunque un’intensa vita sociale, viaggiò moltissimo in tutto il mondo e, udite udite,  adorava surfare. Andò spesso in cerca della “grande onda” con il suo primo marito Archie  in Sud Africa e addirittura ad Honolulu, ed è stata probabilmente uno dei primi europei ad imparare a fare surf stando in piedi sulla tavola. Questo sì che è un colpo di scena, cara Agatha!

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“Ho imparato a diventare esperta, o in ogni caso esperta dal punto di vista di un europeo. Oh, il momento di completo trionfo nel giorno in cui sono riuscita a stare in equilibrio e sono arrivata a riva in piedi sulla tavola!”

6 – Nel 1926, quando ormai godeva di una discreta fama, scomparve per 10 giorni. Un serio litigio con il  marito e la morte della madre  la portarono a far perdere le sue tracce per un po’. Scattò immediatamente l’allarme, e la sua scomparsa diventò un caso internazionale, che occupò anche la prima pagina del New York Times. Oltre mille agenti di polizia, 15.000 volontari e diversi aerei perlustrarono la campagna circostante al luogo in cui venne ritrovata la sua auto, con all’interno la sua patente scaduta ed alcuni vestiti. Persino Sir Arthur Conan Doyle, suo collega ad amico,  si diede da fare: regalò ad una medium uno dei guanti della Christie affinchè riuscisse a ritrovare la donna scomparsa. Nonostante la vasta ricerca per dieci giorni non si seppe nulla di lei, fino a quando un investigatore privato scoprì che alloggiava in un hotel Termale di Harrogate sotto  falso di nome.  Secondo i medici che la visitarono in seguito al suo ritrovamento, una perdita di memoria totale l’aveva portata a fingersi un’altra persona, tale Theresa Neele (guarda a caso lo stesso cognome della nuova amichetta del marito…coincidenza? Io non credo!)

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Questa la versione ufficiale, che da giĂ  da sola potrebbe sembrare la trama di uno dei suoi famosi gialli.  Vi sono però varie teorie sul vero motivo della sparizione; tra le  piĂą accreditate dalla stampa e dall’opinione pubblica vi fu quella che metteva al centro di tutto  la volontĂ  della scrittrice di voler far incolpare il marito fedigrafo per la sua scomparsa, per vederlo messo alla berlina sui giornali e magari accusato del suo omicidio e occultamento di cadavere. Deformazione professionale!

La famiglia non ha mai avvalorato questa affascinante teoria, ma resta il fatto che durante tutto il tempo della sua scomparsa la Christie realizzò la sua  piccola vendetta personale: la storia d’amore del marito con l’amante Nancy Neele venne sbandierata su tutti i giornali, e lei  ne uscì come una vittima. Da genio dell’intrigo quale era, l’ipotesi non è poi così surreale…

7 – Aveva un alias. Mary Westmacott, nome nato dall’unione del suo secondo nome, Mary, e dal cognome di alcuni suoi parenti, è lo pseudonimo con il quale pubblicò ben sei romanzi “rosa” intorno al 1930. Sono romanzi d’amore che si discostano completamente dalla tradizione giallistica che la rese famosa,  scritti semplicemente per “divertimento”: la stessa Agatha Christie, nella sua autobiografia, afferma che “voleva fare qualcosa che non fosse proprio il suo lavoro”; disse di aver scritto il primo romanzo con un “leggero senso di colpa” e ne fu estremamente soddisfatta, anche perchè il primo di questi lavori, un’opera prima a tutti gli effetti, ottenne un buon successo di critica e pubblico. Nel 1949 che la Christie rivelò di essere Mary Westmacott, senza che questo intaccò minimamente il suo seguito di pubblico.

8 – Il New York Times ha dedicato una copertina a Poirot. In occasione della pubblicazione di “Sipario”, opera in cui muore il noto investigatore belga, il quotidiano americano dedicò un necrologio in prima pagina a questo iconico personaggio.

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Era il 12 ottobre del 1975. Ormai stanca del personaggio di Poirot, definito da lei stessa  “un pesante fardello“, decise di pubblicare l’ultima avventura del famoso personaggio da lei creato, che aveva giĂ  scritto diversi anni prima. Come se Poirot fosse stato la proiezione di un’importante parte di sè, alla morte della sua creatura-simbolo seguirĂ  poco dopo anche la sua: la chiusa perfetta di una vita dedicata alla letteratura.

9 – La casa dove Agatha Christie ha passato gran parte della sua vita si trova a Devonshire, in Inghilterra. Attualmente è disabitata ma potete affittarla per circa 500€ a notte.

10 – Tra le tante (e sconosciute ai piĂą) passioni della nostra Agatha, un posto d’onore merita senza dubbio l’archeologia. Dopo il divorzio da Archie, Agatha si innamorò di un giovane archeologo, Max Mallowan, che sposò nel 1930.  Si incontrarono durante un soggiorno in Iraq, dove lui faceva da guida nei siti di interesse storico. Spesso accompagnava il marito nelle sue spedizioni archeologiche e i suo viaggi con lui contribuirono a fare da sfondo a molti dei suoi romanzi ambientati in Medio Oriente.

“Un archeologo è il miglior marito che una donna possa avere: piĂą lei diventa vecchia, piĂą lui s’interessa a lei.” – Agatha Christie

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“Assassinio sull’Orient Express”, pubblicato nel 1934, fu scritto durante la sua permanenza all’Hotel “Pera Palas” di Istanbul, il capolinea meridionale della famosa linea ferroviaria. L’Hotel ancora oggi conserva la stanza di Agatha Christie come un memoriale per l’autrice.

Ancora oggi, nonostate siano passati quasi cent’anni dalla pubblicazione del suo primo romanzo, la sua classe, la sua arguzia, la sua ironia, ed i suoi geniali colpi di scena restano inarrivabili ed inimitabili. Grazie, Agatha!

“Ladra di libri”, di Markus Zusak: Liesel e il Potere delle Parole

Cominciamo col dire che l’io narrante è un personaggio molto particolare, che non voglio svelare perché magari esiste ancora qualcuno che non ha letto il libro né visto il film e che non gradirebbe la soffiata .
Siamo nella Germania nazista del 1939, Liesel ha solo undici anni quando la sua vita viene stravolta da vicende estremamente dolorose: lei e suo fratello minore sono costretti, a causa della persecuzione di Hitler nei confronti dei “Kommunist”, a separarsi dalla madre naturale. Per questo motivo vengono affidati ad una famiglia di estranei, ma Il piccolo non sopravvive al viaggio e muore di stenti prima di arrivare a destinazione. La madre affidataria di Liesel è una donna coriacea e severa, mentre Il padre è un uomo molto amorevole che comprende la ragazzina, le sta accanto quando di notte si sveglia in preda agli incubi e le insegna a leggere con dedizione e infinita pazienza. Liesel cresce in una Berlino terrorizzata e al tempo stesso affascinata dalla figura di Hitler, e fa quello che volente o nolente è il suo compito: entra a far parte della gioventù hitleriana e proprio con indosso quella divisa commetterà il suo primo furto, sottraendo alle fiamme delle S.S. un libro giudicato nemico del regime e pericoloso per il popolo.
I libri sono necessari a Liesel perché solo in essi trova la forza per resistere alle atrocità che la vita le ha posto dinanzi, è solo nella potenza delle parole che trova coraggio e sostegno. La sua vita scorre come una qualsiasi ragazzina del popolo berlinese, tra povertà e doveri verso il regime, fino a quando la sua famiglia non sarà costretta a nascondere in cantina un giovane fuggiasco ebreo a cui suo padre è legato da una promessa importante mai dimenticata. Da quel momento in poi tutto cambierà, la guerra si farà sempre più vicina e altro dolore si aggiungerà al già pesante bagaglio di Liesel.
 

Vi sono alcune pagine in questo romanzo talmente belle e commoventi che da sole meritano l’acquisto e la lettura del libro. Alcune critiche che sono state fatte sono anche comprensibili: la storia dei furti dei libri è marginale rispetto ad altre vicende e avrebbe meritato un approfondimento maggiore; probabilmente l’io narrante è un po’ troppo ingombrante, ma soprattutto risulta troppo simpatico e chiacchierone per il ruolo che ricopre.

 
 
Avrei voluto dire tante cose alla ladra di libri, parlarle della bellezza e della brutalitĂ . Ma che cos’altro avrei potuto dire, che lei giĂ  non sapesse? Volevo spiegarle che da sempre mi capita di sovrastimare o sottostimare il genere umano .. di rado mi limito a stimarlo.
Volevo domandarle come potesse una medesima cosa essere terribile e splendida allo stesso tempo, e le sue parole dure e sublimi insieme. Nulla di tutto ciò mi uscì dalla bocca. Riuscii solamente a volgermi verso Liesel Meminger, per confidarle l’unica veritĂ  che conosco davvero. La dissi alla ladra di libri, e adesso la ripeto a te.
Sono perseguitata dagli esseri umani.
 
 
 
Quel che resta è una storia coinvolgente, emozionante e suggestiva. Da leggere.
 

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