Un romanzo molto intenso e cupo, difficile da classificare. Giallo, Mistery, Romanzo psicologico? Siamo nella Norvegia degli anni 70, in un piccolo paese di campagna dove tutti si conoscono da sempre e il vicino di casa è considerato una persona di famiglia. Ci si fida l’uno dell’altro, ci si aiuta vicendevolmente, i giovani del posto sono tutti bravi ragazzi. Il male sembra non far parte di questo piccolo nucleo abitato, fino a quando qualcosa di terribile comincia ad alimentare il panico nel paese e la paura si insidia giorno dopo giorno nella tranquilla quotidianità dei suoi abitanti: un piromane sta devastando la campagna circostante dando fuoco alle fattorie nei dintorni, arrivando fino alle abitazioni del paese. Tutti conoscono le vittime, è impensabile che sia qualcuno della comunità. Il figlio del capo dei pompieri è sempre stato un ragazzo serio e diligente, ma la sua mente è preda di qualcosa di oscuro che nemmeno la madre riesce ad afferrare. Solo lei ha capito chi è il folle piromane, ma non riesce ad accettarlo. Perché ad un certo punto certe menti diventano criminali? Perché un bravo ragazzo di periferia con una solida famiglia alle spalle, che ha come esempio quotidiano due genitori onesti ed amorevoli piano piano viene attratto dalle tenebre? Anni dopo, un giovane scrittore che all’epoca dei fatti era appena venuto al mondo, cerca di trovare una risposta attraverso il racconto di ciò che accadde in quegli anni. Anche lui ha sperimentato la sofferenza interiore e quella sensazione di smarrimento ed inutilità che spesso accompagna il difficile percorso verso l’età adulta. Anche lui sa bene che esiste un lato oscuro in ognuno di noi: l’ha visto, l’ha toccato. Ma poi qualcosa l’ha tratto in salvo.
Forse la risposta è proprio questa: qualcuno, semplicemente, non riesce a salvarsi dalle proprie tenebre.
Fu allora che lo vide. Per lo spazio di due secondi, forse tre. Era in piedi come un’ombra nera proprio davanti alla finestra, al di là del mare di fiamme. Sembrava inchiodato al suolo. Come lei, del resto. Poi si riscosse e scomparve.
Alcune canzoni non si limitano a farsi ascoltare. Entrano sotto pelle, restano, fanno male.
Non sono nate per piacere, ma per dire qualcosa che non poteva più essere taciuto. Strange Fruit è una di queste.
Un frutto che non dovrebbe esistere
Agosto, 1930. Marion, Indiana.
Due ragazzi neri vengono prelevati dalla loro cella prima ancora che un processo possa iniziare. Non ci sono prove, solo accuse confuse, paura, rabbia. Una folla li picchia, li uccide, li impicca a un albero, nella piazza della città.
Questo purtroppo non è un episodio isolato: negli Stati Uniti di quegli anni il linciaggio è una pratica tristemente frequente, un’ombra lunga che la fine ufficiale della schiavitù non è riuscita a cancellare.
Ma questa volta qualcuno scatta una fotografia.
Nell’immagine non ci sono solo due corpi appesi. Ci sono uomini, donne, bambini. Gente comune che guarda, che sorride, che assiste.
Quella foto fa il giro del mondo, e qualcosa si incrina.
Una poesia necessaria
A New York, un insegnante ebreo e attivista per i diritti civili, Abel Meeropol, vede quell’immagine. Non riesce a scrollarsela di dosso.
Scrive una poesia. La chiama Bitter Fruit, “Frutto amaro”. I corpi degli uomini neri diventano frutti strani, amari, appesi agli alberi del Sud.
Non c’è metafora che addolcisca, non c’è una distanza che cela. La poesia diventa una canzone. E quella canzone trova una voce.
Billi Holiday
Billie Holiday non canta Strange Fruit, ma la indossa come una seconda pelle. Quando la esegue per la prima volta, nella primavera del 1939, il pubblico del Café Society resta in silenzio. Non è il silenzio dell’ammirazione, ma quello dello smarrimento e dell’incredulità.
Billie non spiega, non commenta, lascia semplicemente che le parole facciano quello per cui sono nate.
Il suo vissuto personale – violenze, abbandoni, umiliazioni – scava dentro ogni verso, rendendo la canzone ancora più dura, ancora più vera.
Non è solo una denuncia, ma una ferita aperta che non smette di sanguinare.
Una vita che pesa sulla voce
Eleonora Fagan nasce nel 1915 a Baltimora, e cresce lottando contro un’esistenza che non fa sconti. Violenza sessuale a undici anni, il carcere per non essere stata creduta in quanto donna di colore. La povertà dei vicoli di Harlem, la prostituzione insieme alla madre, la musica come unico appiglio.
Arriva il successo come cantante di night club, ma non arriva la pace. Perché Strange Fruit la rende famosa, ma la rende anche pericolosa.
Una canzone che fa paura
La canzone viene incisa da un’etichetta discografica minore: è troppo scomoda, troppo esplicita. Ma l’effetto è enorme. Strange Fruit mette in discussione un ordine che si finge naturale, e questo, per molti, è inaccettabile.
Billie viene perseguitata non per quello che canta, ma per ciò che rappresenta: una donna di colore che tramite l’arte riesce ad elevarsi socialmente, ottenendo potere, suscitando ammirazione e benevolenza.
La sua dipendenza da alcol e droghe diventa un’arma perfetta. I federali la seguono, la arrestano, la intimidiscono. Harry Anslinger, capo del Federal Bureau of Narcotics, cerca di impedirle di cantare quel brano, ma lei continua a tenerlo in repertorio.
La fine, senza tregua
Nel 1959 Billie Holiday è ricoverata in ospedale, gravemente malata, ma neanche lì la lasciano in pace. Viene arrestata, ammanettata al letto. Muore il 17 luglio, a 44 anni.
Strange Fruit, però, no.
Quello che resta
La canzone continua a disturbare. Continua a ricordare. Continua a dire quello che qualcuno preferirebbe dimenticare.
È una delle prime vere canzoni di protesta della storia della musica, e nel 1999 il Time Magazine l’ha definita la canzone del secolo. Ma, più delle definizioni, resta una cosa sola: l’impossibilità di ascoltarla senza sentire un groppo alla gola, un peso sullo stomaco.
Ed è giusto così.
Gli alberi del sud danno uno strano frutto Sangue sulle foglie e sangue alla radice Corpi neri che oscillano nella brezza del sud Strani frutti appesi ai pioppi
Scena pastorale del galante sud Gli occhi sporgenti e la bocca contorta Profumo di magnolia, dolce e fresco Poi l’improvviso odore di carne bruciata
Ecco un frutto da cogliere per i corvi Perché la pioggia si raccolga, perché il vento risucchi Che il sole marcisca, che l’albero cada Ecco un raccolto strano e amaro
🎧Storie in vinile: dentro le parole, oltre la musica
Una giovane donna in cerca di riscatto, una piccola troupe di documentaristi improvvisata e un villaggio di minatori ai margini della Svezia, abbandonato da settant’anni. Questi sono gli ingredienti con cui Camilla Sten imbastisce un romanzo inquietante, in cui l’elemento sovrannaturale si mescola alla crudeltà di una storia orrorifica, spietatamente umana.
Alice Lindstedt, una promessa regista che si barcamena con lavori saltuari in attesa di svoltare la sua precaria carriera, finalmente riesce ad ottenere un finanziamento per il progetto che sogna di realizzare da tutta la vita. Perché Alice ha una storia da raccontare, un mistero che si annida tra le pieghe del suo passato che non le ha mai dato pace: nell’estate del 1959 l’intera popolazione di Silvertjärn svanisce improvvisamente nel nulla, come se fosse stata inghiottita da un’enorme voragine. Tra quelle persone scomparse c’è anche Elsa, la bisnonna materna di Alice, dispersa insieme al marito e alla figlia minore Aina. Nel paese fantasma è rimasto solo il cadavere di una donna lapidata nella piazza e lasciata legata ad un palo e una neonata abbandonata sui banchi della scuola, impaurita ed affamata. La polizia locale indaga e perlustra a tappeto la zona, ma le novecento anime di Silvertjärn sembrano evaporate senza lasciare nessuna traccia e del loro destino non si è più saputo nulla. Come se non fossero mai esistite. Solo le abitazioni erose dalle intemperie, con le porte spalancate e le finestre aperte come tanti occhi che scrutano il nulla, testimoniano silenziosamente ciò che è stato il loro passato, lasciando tante domande in sospeso e l’unica certezza di un omicidio efferato. Margareta, la figlia maggiore di Elsa che all’epoca dei fatti viveva a Stoccolma, ha custodito la fitta corrispondenza con la madre e con la sorella Aina, appena dodicenne; quelle lettere, ora in possesso di Alice, sono l’unica prova dell’esistenza di quella comunità di minatori svanita nel nulla, ma le parole delle sue antenate a posteriori risultano sconnesse, prive di centro. Desiderosa di risolvere il mistero della sua famiglia e consapevole di avere tra le mani una storia bomba che potrebbe portarla al successo, Alice decide di realizzare un documentario sulla storia di questo paese coinvolgendo una troupe amatoriale di amici : la sua ex amica Emmy, il finanziatore del progetto Max, Robert ed infine Tone, la nipote di quella bambina abbandonata nella scuola del villaggio.
Cinque persone, cinque giorni, un campeggio montato nel cuore di un villaggio spettrale in cui non esiste elettricità e i cellulari non hanno campo: in questo luogo cristallizzato dal tempo , in cui gli unici rumori sono il crepitio delle foglie sotto i passi della troupe e il frusciare del vento tra le fronde di alberi secolari, una strana inquietudine inizia a destabilizzare tutto il gruppo, minando le certezze di ognuno. Silvertjan, con le sue case fatiscenti in perenne attesa di un ritorno che non avverrà mai, diventa il protagonista assoluto di questo terrore strisciante. Sembra che il villaggio sussurri, respiri, si nutra di quei segreti che poco alla volta emergono grazie all’alternarsi di pagine che raccontano il tempo di “Allora” con pagine che seguono le vicende di Alice e della sua troupe. Uno scorrere parallelo tra i due lembi della storia che convergeranno negli ultimi capitoli per raccontarci un epilogo terribile, una tragedia che nulla ha a che vedere con il soprannaturale.
Eppure, leggendo, si ha le netta percezione che qualcosa di inquietante scorra oltre il racconto, oltre la soluzione di un mistero che trova la sua spiegazione nella banalità del male. Le case affacciate su un paesaggio innaturale, visitatori incauti che sembrano percepire ciò che non vediamo, l’incapacità di dare un nome ed un volto ad un pericolo che, però, si avverte costantemente : è questo che tiene avvinghiati al romanzo e rende la lettura intrigante più di una trama che, in fondo, non è altro che la risoluzione di un cold case in un contesto che è un perfetto cliché da film horror. Anche l’idea di spostare l’attenzione dai personaggi in carne ed ossa al villaggio teatro di un mistero inspiegabile, rendendolo il vero protagonista, non è un’idea originale (leggasi Shirley Jackson con il suo celeberrimo “l’Incubo di Hill House”), ma continua a funzionare anche tra gli adepti. L’abile penna dell’autrice fa prendere vita al Villaggio Perduto, il cui cuore pulsa tra le pagine e restituisce l’orrore a chi ha imbrattato le sue strade con il sangue di vittime innocenti.
Camilla Sten, giovane esordiente figlia d’arte, con questo romanzo di cui Netflix ha già acquistato i diritti per farne una serie TV, entra di diritto tra gli autori del brivido che vale assolutamente la pena leggere.