Redemption Song: Un Canto di Libertà

Alcune canzoni non cercano l’attenzione. La reclamano in silenzio.
Redemption Song è una di quelle: una voce, una chitarra, e una storia che continua a chiederci chi siamo.

Quando Bob Marley compone Redemption Song è il 1979. Il brano chiuderà Uprising, l’album pubblicato nel 1980 che consacrerà definitivamente i The Wailers nella storia della musica. Ma questa canzone è diversa da tutte le altre: niente reggae, niente band, nessuna ritmica che accompagni. Solo una ballata folk, spoglia, essenziale, che affonda le sue radici nella storia del popolo afroamericano e nella sua lunga lotta per la liberazione.

Non solo quella fisica, ma quella mentale. La più subdola. La più difficile da spezzare.

Marley arriva a questo testo dopo aver letto The Philosophy and Opinions of Marcus Garvey, libro fondamentale dell’attivista giamaicano per i diritti civili e figura centrale del pensiero panafricanista, nonché ispiratore del Rastafarianesimo, fede che Marley abbracciò profondamente. Il volume è dedicato ai membri della Universal Negro Improvement Association, «nella causa della redenzione africana». È proprio quella parola — redenzione — a imprimersi nella mente di Marley e a diventare il cuore pulsante del brano.

Durante un discorso pronunciato in una chiesa africana ortodossa, Garvey affermò:

«Ci emanciperemo dalla schiavitù mentale perché, mentre altri possono liberare il corpo, nessuno può liberare la mente tranne noi stessi».

Quelle parole riecheggiano, quasi letteralmente, nell’incipit della canzone. Da lì si dipana un testo che è insieme preghiera, monito e abbraccio collettivo. Marley imbraccia la chitarra acustica e canta da solo, ma la sua voce sembra moltiplicarsi: è un invito rivolto a ogni uomo a prendere coscienza del proprio posto nel mondo, a liberarsi dalle paure che opprimono l’esistenza e impediscono di guardare al futuro con fiducia.

Tra le pieghe di questo messaggio universale, però, si intravede anche una storia personale fatta di ferite profonde.

Robert Nesta Marley nasce dall’unione tra un soldato americano e una donna giamaicana. Cresce in un contesto povero e violento, segnato dall’assenza del padre, che lo ripudia perché considera quell’unione interrazziale uno scandalo. Di lui Marley conserverà sempre un ricordo amaro, fatto di distanza e disprezzo.

Durante l’adolescenza, le sue origini miste e il suo fisico minuto — era alto appena 163 centimetri — lo rendono bersaglio di episodi di bullismo continui. Per difendersi, impara le arti marziali. Da lì nasce una forza fisica inattesa e una certa fama nei combattimenti di strada, che gli vale il soprannome di Tuff Gong, “forte come un gong”.

La musica e la religione rastafariana diventano il suo rifugio. Con i The Wailers — “coloro che si lamentano” — Marley porta nel mondo un reggae nuovo, profondamente intrecciato a messaggi di pace, uguaglianza e riscatto. La sua musica diventa un’esortazione costante a liberarsi da ogni forma di oppressione, del corpo e dello spirito, partendo dall’esperienza della schiavitù giamaicana per arrivare a parlare all’umanità intera.

Ma Redemption Song nasce anche in un momento di dolore estremo.

Quando la scrive, Marley ha 34 anni. Due anni prima ha ricevuto una diagnosi di melanoma che si rivelerà fatale. Tutto inizia da una ferita all’alluce destro, peggiorata fino alla perdita dell’unghia. La biopsia conferma il cancro. I medici consigliano l’amputazione del dito, ma Marley rifiuta: per la religione rastafariana il corpo è un tempio sacro, e rimuoverne una parte è un peccato.

Le cure alternative a cui si affida non funzionano. Il cancro si diffonde lentamente, inesorabilmente, fino a ucciderlo l’11 maggio 1981, all’apice di un successo ormai planetario.

In Redemption Song, Marley trasforma questo dolore privato in qualcosa di universale. Ogni nota è attraversata da una consapevolezza rara, da una lucidità che non cede alla disperazione. È un testamento spirituale che racchiude in poche strofe la sua storia, il suo credo, la sua incrollabile speranza.

Mi aiuterai a cantare
Questi canti di libertà?
Perché tutto quel che ho sempre avuto
Sono i canti di redenzione

🎧Storie in vinile: dentro le parole, oltre la musica

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“FINE TURNO”, di Stephen King: la resa dei conti

Questo thriller è il terzo volume di una trilogia che Stephen King ha dedicato al detective – ex poliziotto in pensione Hodge e a Brady Hartsfield, lo spietato assassino dalla Mercedes. E’ un po’ difficile cercare di spiegare di cosa parla questo appassionante “hard – boiled” a puntate, dal momento che ormai siamo giunti al capolinea della storia, ma cercherò comunque di fare il mio dovere dando le informazioni essenziali senza spoilerare nulla, con buona pace di tutti coloro che non hanno ancora avuto il piacere di avventurarsi in questa triplice lettura. La trilogia inizia con “Mr Mercedes” e prosegue con “Chi perde paga“, a mio avviso il meno appassionante, ma  solo perché a  tratti sembra po’ slegato dalle radici della storia iniziale: il detective Hogde entra in scena piuttosto tardi, ma i riferimenti con il passato non mancano ed il ritmo incalzante impedisce al lettore di mollare la presa. Sì perché Stephen King è geniale, inarrestabile e sempre generoso di sorprese verso i suoi devoti lettori: sono quarant’anni che quest’uomo sforna libri a ripetizione e, a parte qualche sosta forzata e un paio di libri senza troppo cuore, non mi ha mai delusa. Quando è al massimo della forma, leggere un suo libro è come fare un giro sulle giostre. Diverte,  emoziona, e nel mentre il tremito sottile di una paura dimenticata  si insidia  tra le pieghe del lenzuolo, che mentre leggiamo tiriamo sempre un po’ più sù, fino a coprire il naso:  non è una paura che lui ha inventato apposta per noi, ma qualcosa di oscuro ed  ancestrale che noi riviviamo attraverso le sue parole…lui gioca con le nostre paure infantili, quelle irrisolte che ci portiamo dietro ancora da adulti e quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare in faccia. Ed è questo che fa la differenza tra Stephen King ed il resto del mondo.

Questa volta King riprende esattamente da dove aveva lasciato con l’epilogo di Mr Mercedes: sono passati sei anni ormai da quando lo psicopatico Brady ha ammazzato otto persone servendosi di una vecchia Mercedes, tutti disoccupati in cerca di un lavoro, e tentato un’altra strage di ragazzine piazzando bombe all’interno di un Auditorium in cui si sarebbe dovuto tenere il concerto di una Boy Band. Non racconterò di cosa ne è stato di Brady, anche se trovate tutto nella sinossi. Non voglio togliervi il piacere di scoprire cosa è successo dopo. Quello che è certo, e che posso anticipare, è che si tratta di un incubo agghiacciante che prende forma poco alla volta. L’Assassino della Mercedes non ha terminato la sua opera, ma eravamo solo agli inizi del suo personalissimo show. I suoi deliri mentali non sono cessati, ma hanno assunto una nuova forma, ancora più inquietante e praticamente impossibile da arginare. I suoi istinti malati si sono amplificati e diffusi traendo forza da una sorta di ipnosi collettiva, la mente di Brady ora non è più solo sua, ma si sta propagando come se fosse  un virus infettivo….Le nuove tecnologie, i computer, gli aggeggi informatici di nuova e vecchia generazione, internet ed i social network: tutto contribuisce a potenziare la forza distruttiva di Brady.

Il detective Hodge ancora una volta si rimetterà a caccia, perché da anni non riesce a placare l’ossessione che nutre nei confronti dell’assassino della Mercedes. Tutto, ancora una volta, riconduce a lui. Non sembra possibile e nemmeno logico, ma è come se gli anni passati a dimenticare quello psicopatico non fossero serviti a nulla. Un tarlo invincibile, che scava nella sua mente e non gli da tregua. Insieme a lui ritroviamo ancora una volta i suoi improvvisati compagni di avventura, Jerome e Holly. Tra di loro ormai si è creato un forte legame, che va oltre il rapporto lavorativo in senso stretto: come le dita di una mano, sono sempre pronte ad aiutarsi l’un l’altro, parti integranti di una famiglia  costruita sui sentimenti e non sul sangue. Holly è ormai diventata socia a tutti gli effetti dalla “Finders Keepers”, la microscopica agenzia di cacciatori di taglie nata all’epoca della strage, che non ha permesso ad Hodge di godersi la sua pensione. La Finders Keepers, che Holly cura con instancabile solerzia e meticolosità, ha ributtato a capofitto il Det. Rip. nel lavoro, anche se a dire il vero  non ha  mai avuto una reale intenzione di ritirarsi: l’idea della sua nuova vita da pensionato lo stava letteralmente uccidendo, esattamente come aveva intuito Brady.

Per entrambi è giunto il momento di porre fine a questo lungo inseguimento.

Hodge e Brady rappresentano il bene ed il male che duellano fino all’ultimo decisivo scontro, simboli anomali di questo eterno conflitto, perché non   rispecchiano affatto l’immaginario collettivo: Hodge non è un supereroe e Brady non ha le sembianze di uno spietato serial killer. La linea di confine non è mai così netta. Il male che si insinua nella normalità delle nostre vite, trasformandole in autentici incubi ad occhi aperti, è un tema  caro all’autore ed in questo romanzo lo ritroviamo con una sorprendente forza espressiva, anche se il thriller è un genere che non gli appartiene. Dietro i personaggi che King mette in scena c’è sempre un’accurata indagine psicologica, un’analisi delle fragilità umane lucida ed attenta che subito mette in sintonia il lettore con la storia. Se l’autore ha un dono, è proprio questo. Non sa creare solo storie perfette, che tengono incollati alle pagine con un misto di ansia e di bramosia, ma riesce a toccare attraverso le parole la parte più nascosta di noi, scivolandoci sopra con decisione e dolcezza, proprio come un pianista che sta componendo una melodia. Ho perso il conto delle volte che mi sono commossa, leggendo una delle sue storie. O che mi sono indignata, arrabbiata, divertita. Ho provato tutte le emozioni del mondo da quando lo conosco, e è successo anche con il detective Hodge e la sua strampalata squadra. Ancora una volta King ha compiuto questa specie di prodigio letterario, e se pensate che io stia esagerando, beh…allora provate a leggere Il Miglio Verde, Stand by me, oppure It…e poi ne riparliamo. Molti suoi estimatori lo hanno criticato per i suoi ultimi lavori perché, probabilmente, i suoi personaggi hanno perso smalto. I “cattivi”, così dice qualcuno, sono meno convincenti rispetto ai bei vecchi tempi, quando tutti noi (nessuno escluso) avevamo una paura folle dei pagliacci e degli hotel fatiscenti. Forse è vero, probabilmente Brady Hartsfield non ci fa tremare le viscere quando lo incontriamo leggendo, ma per quanto mi riguarda  io baso il mio giudizio su altri parametri: la  scrittura, signori. Le sue parole sono come  un vortice,  mi hanno  risucchiata e  gettata nell’anima di una storia stupefacente, eppure così dannatamente legata alla realtà.
Cosa c’è di più importante?

Vorrei che tu fossi qui

Alcune canzoni sono così iconiche che hanno travalicato tutti i confini di genere, diventando nel tempo un simbolo assoluto della musica contemporanea.

Wish you were here” dei Pink Floyd è una di queste. E questa è la sua storia.

E’ il 1975 e i Pink Floyd, dopo l’enorme successo ottenuto con il loro ottavo album in studio The Dark Side of The moon , pubblicato un paio di anni prima, sono ormai entrati nell’olimpo del Rock. La formazione della band però non è più la stessa delle origini: Syd Barrett, chitarrista e fondatore del gruppo insieme a Roger Waters, era stato allontanato anni prima dagli altri membri della band a causa di problemi psichiatrici che rendevano impossibili le performance sul palco.

L’addio di Syd Barret

Tra il 1965 e il 1966, durante i primi concerti nei club di Londra, Barrett trascinò i Pink Floyd nella sperimentazione musicale con il suo stile eclettico fatto di dissonanze e distorsioni, creando suoni sovrannaturali che ipnotizzavano letteralmente il pubblico. Ricorda Pete Brown«Syd Barrett faceva un incredibile lavoro sul palco. Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita nei “light shows”: una creatura dell’immaginazione. I suoi movimenti parevano orchestrati per armonizzarsi con le luci e sembrava un’estensione naturale, l’elemento umano, di quelle immagini liquide.»

Fu un genio assoluto il cui stile ebbe un forte impatto sui musicisti delle generazioni a venire ed influenzò in modo indelebile le correnti di rock alternativo. Purtroppo però un estro straordinario non bastò a salvarlo dai suoi demoni: la sua parabola discendente fu rapida ed impietosa. Il 26 gennaio del 1968 i Pink Floyd, esasperati dai comportamenti di un Barrett sempre più ottenebrato dall’abuso di LSD e altre droghe pesanti, decidono di non passare a prenderlo prima di partire per un concerto a Southampton: da quel momento in poi verrà sostituito da David Gilmour, con cui la band entrerà definitivamente nella leggenda.

Barrett però non se ne andò mai veramente: tutta la produzione successiva al suo allontanamento trasse ispirazione da lui, dalle sue visioni psichedeliche, dalla sua ecletticità, come se fosse un fantasma che avvolgeva ogni nota, ogni giro di chitarra. Come affermò in seguito Waters, Syd Barrett era il cuore pulsante del progetto Pink Floyd: doverci rinunciare fu molto complicato, anche da un punto di vista emotivo.

La genesi

Il periodo di Barrett fu contrassegnato da sonorità molto all’avanguardia, che accostarono la band al filone del rock psichedelico, di cui si può dire furono i pionieri; successivamente, con l’ingresso di David Gilmour alla chitarra, gli equilibri del gruppo cambiano. Waters, rimasto unico leader della band, compie scelte decisamente più pop e si accosta al rock progressivo, pur continuando a sperimentare e a fondere insieme elementi di generi musicali diversi.

Torniamo nel vivo della nostra storia: Waters e compagni entrano agli Abby Road Studios di Londra per registrare il nono album della loro carriera, con in mano un pugno di canzoni scritte durante il loro ultimo tour, l’ennesimo senza Syd. E’ un concept album che esplora gli aspetti amari dell’esistenza, come il cinismo del mercato discografico che non rispetta l’ideale artistico dei musicisti, e ne calpesta il valore. Ma soprattutto l’album parla del senso di perdita, di mancanze, di quei legami che la vita spezza impietosamente. Il tema centrale è l’assenza di Barrett, a cui viene esplicitamente dedicato il pezzo che apre il disco Shine On You Crazy Diamond“.

Mentre la band stava proprio incidendo quel brano , nello studio di registrazione entrò un uomo in sovrappeso, con in mano una busta della spesa, i capelli e le sopracciglia rasati. In un primo momento nessuno riconobbe quell’uomo dallo sguardo smarrito: poi Gilmour capì che si trattava di Syd Barrett. Barrett non reagì in modo particolare alle domande e ai tentativi di conversazione, e nemmeno sembrò cogliere il senso di quel pezzo che stavano incidendo sul vinile. Sembrava provenire da un altro mondo, come se il fantasma che aleggiava da anni tra di loro avesse improvvisamente preso le sembianze dell’amico di sempre, ormai alienato. Nessuno di loro lo rivedrà mai più fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 2006.

Dopo quell’episodio il senso di colpa e la nostalgia nei confronti di Barrett si acuiscono e si sublimano in quello che diventerà uno dei brani più iconici di tutti i tempi: Gilmour con una chitarra acustica a 12 corde compone un riff lento, dalle note blues, su cui Waters scrive un testo malinconico e denso di significato, che ancora una volta parla di assenza e senso di perdita.

Ancora una volta, dedicato a Syd.

I versi ci invitano a riflettere sulla nostra esistenza, a saper scegliere una vita autentica e libera da una di facciata in cui stiamo per abitudine che ci intrappola e ci rende infelici, recitano di un paradiso indistinguibile dall’inferno, di eroi scambiati per fantasmi. Un immaginario che è entrato nella cultura pop della nostra epoca, in cui è difficile forse intravedere e comprendere l’amarezza che ha spinto Gilmour e Waters a scrivere un testo così intenso e disilluso, in un momento in cui la band è invece all’apice del successo.

Wish You Were Here”Vorrei che tu fossi qui: significa che sei in un posto meraviglioso, che stai vivendo il tuo sogno. Ma significa anche se sei incredibilmente solo.

🎧Storie in vinile – Dentro le parole, oltre la musica

Ascolta il brano su Spotifty:



Mr Mercedes di Stephen King: una partita a scacchi con l’assassino

“Caro detective Hodges,
secondo le mie ricerche ha risolto centinaia di casi. Se è vero, come credo lo sia, ormai avrà immaginato che sono uno dei pochi riusciti a sfuggirle. Infatti sono l’uomo che la stampa ha deciso di chiamare a) il Jolly, b) il Pagliaccio, c) l’Assassino della Mercedes, il mio preferito!”
Sinceramente suo,
L’Assassino della Mercedes

Adoro Stephen King, e leggo qualunque cosa egli proponga. Raramente sono rimasta delusa, anche se non ho letto tutto il suo repertorio (non so se basterebbero un paio di anni interamente dedicati a lui). Questo non è il suo prototipo di romanzo, anzi tutt’altro. Questa volta si cimenta in un thriller ad alta tensione di ottima fattura, degno dei migliori maestri del genere. In più, oltre alla suspence, troviamo altri ingredienti atipici della sfera kingiana (le indagini meticolose, il procedere macchinoso dei ragionamenti, la ricerca di prove) ma la sua penna è riconoscibile ad ogni tratto. Gli elementi cari all’autore sono comunque espressi alla massima potenza: c’è il male, celato dietro l’apparenza di una insospettabile normalità, un male subdolo, che è riuscito ad affondare le sue radici nell’infanzia fino ad esplodere al raggiungimento dell’età adulta. Un male che è terribile ed oscuro, che non si comprende e che è difficile anche da leggere nero su bianco. C’è la ricerca di redenzione e di riscatto da una vita avara, strafatta di solitudine. Una rivincita per cui spesso non c’è spazio, e che ha il sapore amaro dei premi di consolazione.

La contrapposizione tra bene e male viene interpretata da due personaggi memorabili: uno spietato killer, autore di un terribile massacro e rimasto impunito, ed un ex poliziotto in pensione che viene sfidato in una agghiacciante caccia all’uomo dall’omicida stesso. Brady, ragazzo solitario che ha un lavoro precario in un grande negozio di elettronica e che vive con la madre alcolizzata, è IL MALE. Il vecchio Hodges, che dopo il pensionamento conduce una vita tristemente vuota fatta di cibi precotti e di giornate interminabili trascorse a guardare idioti programmi televisivi, è IL BENE. Anziché darci la visione di due opposti, il re del male con l’aspetto di un orco e un supereroe giovane e muscoloso paladino della giustizia, King ci presenta entrambi come due anonimi sociopatici che impareranno presto a (ri)fare i conti con la realtà. E, assurdamente, avranno bisogno l’uno dell’altro per riuscire a farlo. Per Brady questa sfida rappresenta in un modo o nell’altro la possibilità di mettere fine ad un incubo che dura da tutta la vita, istigando il suo nemico contro se stesso. Mentre per Hodges segnerà l’inizio della parte migliore della sua esistenza. Hodges, per la sua tagliente ironia e il suo modo dolente di vivere, è stato paragonato dalla critica a Philp Marlowe, indimenticabile detective frutto della fantasia del padre del “noir” Raymond Chandler. Personalmente faccio fatica a compiere questo parallelismo…Marlowe è inarrivabile ma devo ammettere che come erede Hodges non è tanto male.
Spesso mi ritrovo a parlare del genio di King. Ogni volta che mi capita di leggere un suo libro ci sbatto dentro con violenza, eppure ancora oggi se dovessi definirlo non sarei in grado di farlo. So per certo che in questo thriller ce n’è una buona parte, ed è quel tocco in più che lo rende così diverso da tutti gli altri anche se la trama probabilmente non è delle più originali.

PS:

“Persino le stelle sono un miraggio. L’unica verità è il buio. E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.”