Lessi Amatissima di Toni Morrison alcuni anni fa e ne scrissi una recensione che, ancora oggi, sento profondamente mia.
Non l’ho voluta correggere, ma ho preferito scriverne un’altra.
Perché non è cambiato il romanzo, ma è cambiata la strada che ho percorso da allora.
E forse è questo il privilegio più bello della lettura: poter tornare nello stesso luogo con occhi diversi, senza che gli occhi di ieri smettano di avere valore.
(Se vuoi leggere la recensione che scrissi anni fa, la trovi qui.)
Le cicatrici di Sethe assomigliano a un albero.
Non a una ferita.
Non a una mutilazione.
A un albero.
Rami in rilievo che attraversano la sua schiena e si protendono verso il cielo come in una silenziosa supplica.
È una delle immagini più potenti che abbia mai incontrato in un romanzo.
Perché in quell’albero c’è già tutto Amatissima.
Per molto tempo ho pensato che questo fosse un grande romanzo sulla schiavitù. Lo è, naturalmente. Ma ridurlo a questo significherebbe privarlo della sua verità più profonda.
Toni Morrison non racconta soltanto ciò che la violenza infligge ai corpi.
Racconta quello che continua a fare alle persone molto tempo dopo.
La sofferenza psichica segna l’esistenza di Sethe molto più dei colpi di frusta che le hanno disegnato sulla schiena quell’albero di dolore e memoria con cui ormai si identifica. Quei rami non le consentono di dimenticare mai, nemmeno nei giorni più sereni della sua vita di donna libera.
Perché il passato non sempre rimane alle nostre spalle.
A volte attraversa il confine insieme a noi.
Quando Sethe riesce finalmente a fuggire dalla piantagione di Sweet Home e raggiunge Cincinnati, dovrebbe essere salva. Ha conquistato la libertà. Ha ritrovato una casa. Ha una figlia.
Eppure l’orrore dal quale era fuggita non se n’era mai andato.
Era dentro di lei.
La stava già aspettando sulla soglia della libertà.
La casa al 124 di Bluestone Road è infestata dal fantasma di una bambina. Un’entità inquieta, piena di rancore, che costringe tutti a fare i conti con una presenza impossibile da ignorare.
Ma leggendo ci accorgiamo presto che quello non è il vero spettro del romanzo.
Il vero fantasma è il trauma.
È tutto ciò che continua a vivere dentro una persona quando il mondo pensa che sia ormai salva.
La storia che Toni Morrison racconta non è lineare. Non esiste un inizio, un centro e una conclusione secondo l’ordine a cui siamo abituati.
Poco alla volta emergono frammenti di memoria che una scrittura immaginifica e potentissima ricompone come tessere di un mosaico.
L’elemento razionale lascia spesso il posto all’intuizione.
I fatti più crudeli quasi mai vengono descritti nei loro particolari.
Vengono fatti sentire.
Riusciamo ad avvertire il dolore di Sethe non attraverso la cronaca delle frustate o della violenza, ma come una nube nera che incombe su ogni pagina. Lo intravediamo nei suoi ricordi che lentamente, quasi strisciando, risalgono dall’abisso in cui lei stessa li aveva ricacciati per continuare a respirare, per riuscire ad alzarsi ogni mattina, andare a lavorare e badare all’unica figlia che le era rimasta.
Bisogna concedersi del tempo e lasciarsi trasportare dalla scrittura della Morrison.
Non perché sia difficile seguirla — lei ci tende sempre la mano quando stiamo per perderci — ma perché ogni parola possiede un peso specifico, e chiede di essere abitata.
Il ritmo della narrazione ha la dolcezza malinconica dei sogni.
Ci avvolge e quasi ci protegge mentre, in punta di piedi, entriamo dentro l’orrore di un infanticidio e delle sue devastanti conseguenze.
Un gesto estremo compiuto per disperazione.
Per troppo amore.
Per difendere la parte migliore di sé da un destino fatto di frustate, stupri, impiccagioni e umiliazioni.
Ed è qui che Toni Morrison compie qualcosa di straordinario.
Ci conduce davanti al gesto più inconcepibile che una madre possa compiere senza permetterci, nemmeno per un istante, di giudicare.
Non ci chiede di assolvere Sethe.
Ci chiede qualcosa di molto più difficile.
Comprenderne l’abisso.
Perché prima ancora di essere una madre, Sethe è stata una donna privata della libertà, del proprio corpo, della dignità e perfino della possibilità di immaginare un futuro diverso per i suoi figli.
L’orrore cambia forma.
Avvelena i pensieri.
Si intreccia all’amore materno fino a diventarne una parte inseparabile.
È questo che rende Amatissima un romanzo immenso.
Non racconta soltanto la schiavitù.
Racconta ciò che la violenza lascia nell’anima quando la violenza è finita.
Forse è questo il motivo per cui continua a sembrarmi un libro necessario.
Perché tutti, in forme diverse, conviviamo con qualcosa che ci ha attraversati.
La differenza non sta nell’aver sofferto oppure no.
Sta in ciò che scegliamo di fare con quella ferita.
Lasciarle decidere chi siamo.
Oppure guardarla abbastanza a lungo da restituirle finalmente un nome.
Il giorno del funerale Sethe non aveva abbastanza denaro per far incidere sulla lapide il nome completo della figlia.
Poté permettersi una sola parola.
Amatissima.
Da quel momento quell’epitaffio incompiuto smise di appartenere soltanto a una bambina.
Diventò il simbolo di un popolo intero.
Di uomini e donne cancellati dalla Storia.
Di vite senza nome.
Di ricordi che qualcuno aveva provato a seppellire.
Forse è proprio questo che fanno i grandi romanzi: non cancellano le ferite, ma le guardano abbastanza a lungo da restituire loro una voce.
Oggi so perché questo romanzo mi è rimasto dentro così profondamente. Non era soltanto la storia di Sethe. Era la certezza, ancora confusa ma già presente, che le ferite non chiedono di essere dimenticate. Chiedono di essere guardate.

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