CONEY ISLAND BABY

Lou Reed e i luoghi in cui siamo stati bambini

Ci sono canzoni che non ci riportano indietro nel tempo. Ci riportano in un luogo.

Bastano poche note e qualcosa dentro di noi riconosce immediatamente la strada, la luce, persino l’aria. Non importa quanti anni siano passati, quante persone abbiamo perso, quante vite abbiamo attraversato nel frattempo. La musica possiede una memoria che noi non abbiamo: sa esattamente dove andare.

Coney Island Baby di Lou Reed per me fa questo.

La prima volta che l’ho ascoltata, o forse ogni volta che la riascolto, ho la sensazione di uscire per qualche minuto dal tempo e dallo spazio. C’è un blues lento, quasi sospeso, che procede senza fretta, come se non avesse nessuna intenzione di arrivare da qualche parte. E poi c’è la voce di Lou Reed.

Lou Reed non aveva una voce bella.

Aveva una voce necessaria.

Velluto e veleno.

Una voce capace di essere ruvida e sensuale, stanca e arrogante, nostalgica senza concedersi mai completamente alla malinconia. Una voce che sembra sapere che la vita è una faccenda complicata e che non c’è nessun bisogno di renderla più presentabile.

Forse è proprio per questo che Coney Island Baby mi sembra una delle sue canzoni più tenere.

Non tenera nel senso rassicurante del termine. Lou Reed non era esattamente il tipo da mettere un fiocco rosa sui ricordi.

È tenera perché torna a guardare qualcosa che appartiene alla sua infanzia e alla sua adolescenza con gli occhi di un uomo che ha ormai attraversato molta vita. E quando lo fai, prima o poi succede qualcosa di strano: le cose che da ragazzi volevamo soltanto lasciarci alle spalle cominciano a sembrarci nostre.

Non necessariamente belle. Non necessariamente facili.

Nostre.

Coney Island, per Reed, è anche questo: un luogo reale che diventa il luogo della memoria, quello in cui si incontrano il ragazzo che è stato e l’uomo che è diventato.

E poi c’è Rachel.

Alla fine della canzone Reed la dedica a Lou e Rachel, insieme ai ragazzi della P.S. 192, la scuola che frequentava da bambino. Rachel Humphreys era una donna transgender e, in quegli anni, la sua compagna. Due amanti fuori dagli schemi, in un’epoca in cui gli schemi erano ancora più stretti di oggi.

Mi piace quella dedica perché sembra mettere insieme, senza spiegare nulla, pezzi apparentemente lontanissimi della sua vita: il bambino di Brooklyn, i ragazzi con cui è cresciuto, l’uomo che è diventato, la donna che ama.

Come se, a un certo punto, non avesse più bisogno di scegliere quale parte di sé portare nel presente.

Come se potessero stare tutte insieme.

E’ proprio questo, della canzone, che mi arriva con più intensità. L’idea che esista un momento della vita in cui possiamo finalmente tornare a guardare la nostra infanzia e la nostra adolescenza senza doverle né rimpiangere né rinnegare.

Possiamo semplicemente abbracciarle.

Io la mia Coney Island ce l’ho.

Non è un luna park affacciato sull’oceano e, a dire il vero, non è neppure particolarmente pittoresca. È un cortile: un pezzo di asfalto racchiuso tra due palazzine.

Ma lì sono cresciuta con mio fratello, i miei cugini e quelli che sarebbero diventati i miei primi veri amici. Per noi quel cortile era tutto. C’erano i giochi, le corse, le discussioni, le piccole alleanze e quelle tragedie infantili che, viste da adulti, fanno un po’ sorridere. C’era soprattutto una cosa che da bambini non sappiamo di avere: tutto il tempo del mondo.

Poi siamo cresciuti. Abbiamo preso strade diverse, costruito vite diverse, smesso di vederci. Abbiamo perso i nostri genitori e, con loro, se ne sono andati altri pezzi del mondo che avevamo conosciuto da bambini.

Quarant’anni sono un tempo enorme.

Eppure, l’anno scorso, abbiamo deciso di tornare proprio lì.

Nello stesso cortile.

Non so cosa ci aspettassimo. Forse niente. Forse soltanto quella curiosità un po’ malinconica che ci prende quando torniamo nei luoghi della nostra infanzia e scopriamo che sono diventati improvvisamente più piccoli.

Questa volta, però, il cortile non ci è sembrato più piccolo.

Eravamo cambiati, naturalmente. Quarant’anni non si cancellano con una serata e qualche risata. Ma ci siamo riconosciuti. Non soltanto con gli occhi: in quel modo misterioso con cui ci si riconosce quando si appartiene alla stessa storia.

E abbiamo scoperto che quel legame non aveva avuto bisogno di essere alimentato, custodito, messo al riparo dal tempo. Era semplicemente rimasto lì.

Forse è questo che fanno certi luoghi: non ci aspettano, ci conservano.

E forse è per questo che penso che ognuno di noi abbia la propria Coney Island.

Può essere una spiaggia, una strada, una casa, una scuola, una piazza. Può essere un cortile di asfalto stretto tra due palazzine, insignificante per chiunque altro e capace, per noi, di contenere un’intera età della vita.

Poi arriva una canzone.

Parte la musica, la voce di Lou Reed entra nella stanza, velluto e veleno, e per qualche minuto il tempo smette di fare il suo mestiere.

Non torniamo bambini. Non è quello il punto.

Torniamo abbastanza indietro da poterli incontrare.

E magari, questa volta, invece di volerli lasciare andare, possiamo sederci accanto a loro.

Ascoltare.

E riconoscerli.

E la tua Coney Island, dov’è?

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