La puntina scende sul vinile e per un istante non succede niente. C’è quel piccolo spazio sospeso prima della musica, il fruscio appena percettibile del disco, poi la chitarra entra e con lei la voce di David Bowie.
We passed upon the stair…
Due uomini si incontrano su una scala. Si fermano, si parlano, ma fin dalle prime parole c’è qualcosa che non torna, perché quell’uomo non dovrebbe essere lì. È come incontrare qualcuno che appartiene a un tempo che credevi chiuso, una persona che avevi lasciato da qualche parte nella memoria e che improvvisamente ricompare davanti a te.
Bowie non spiega chi siano quei due uomini, né che cosa stia realmente accadendo. La canzone resta sospesa tra un incontro reale, un ricordo, un’allucinazione, qualcosa che appartiene a una dimensione che non ha bisogno di essere decifrata. E più le parole vanno avanti, più quell’altro comincia a sembrarmi meno un estraneo e più una possibilità inquietante: che sia una parte di noi.
Quella che abbiamo lasciato indietro mentre diventavamo qualcun altro.
Non necessariamente in un momento preciso. A volte succede lentamente, quasi senza accorgercene: scegliamo una strada e ne abbandoniamo un’altra, impariamo ad adattarci, smettiamo di coltivare qualcosa che ci apparteneva, diventiamo la persona che pensiamo di dover essere. Continuiamo a vivere e non ci chiediamo nemmeno che cosa sia rimasto dall’altra parte.
È qui che il titolo della canzone diventa per me molto più oscuro di quanto sembri. The Man Who Sold the World: l’uomo che ha venduto il mondo. Ma che cosa ha dato in cambio di ciò che è diventato?
Bowie conosceva bene il tema della trasformazione. La sua carriera è stata una successione di identità, personaggi, metamorfosi. Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Thin White Duke: ogni volta qualcosa nasceva e qualcosa veniva lasciato andare. Cambiare pelle può essere una forma di libertà, ma ogni trasformazione porta con sé una perdita, anche quando quella perdita è necessaria.
Forse è per questo che la canzone non ha bisogno di rabbia né di rimpianto. C’è piuttosto uno straniamento, la sensazione di guardare qualcuno che conosciamo intimamente e di non essere più certi di riconoscerlo.
Anche la musica procede nello stesso modo.
Quel giro di chitarra iniziale è ostinato, ipnotico, quasi trattenuto. Ti porta avanti senza spiegarti dove stai andando, mentre il dialogo sulla scala diventa sempre più difficile da collocare. Poi arriva l’assolo e qualcosa cambia davvero: la musica si apre, si deforma, perde per un momento i suoi contorni. È come se il terreno sotto quella conversazione cominciasse a cedere.
E mentre la chitarra si allarga, si allarga anche il significato della canzone. Non stiamo più soltanto guardando quei due uomini sulla scala. Stiamo pensando alle persone che siamo stati, alle cose che abbiamo lasciato per strada, alle trasformazioni che ci sono accadute addosso mentre eravamo troppo occupati a vivere per accorgercene.
Quando la voce torna, siamo rientrati nella canzone ma non esattamente nello stesso punto.
È questo che mi affascina di The Man Who Sold the World: non racconta semplicemente la paura di perdersi. Racconta il momento in cui potresti incontrare ciò che hai perduto e scoprire che, dopo tutto questo tempo, non sai più se chiamarlo “altro” oppure “te stesso”.
La puntina continua a girare mentre la canzone finisce e per qualche secondo rimane soltanto il fruscio del vinile.
E penso a quella scala, a quei due uomini che si incontrano andando forse in direzioni opposte, e alla domanda che la canzone lascia lì, senza risolverla: se un giorno incontrassimo davvero una versione di noi che abbiamo lasciato indietro, sapremmo ancora riconoscerla?
O forse sarebbe lei a riconoscere noi.


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