“FINE TURNO”, di Stephen King: la resa dei conti

Questo thriller è il terzo volume di una trilogia che Stephen King ha dedicato al detective – ex poliziotto in pensione Hodge e a Brady Hartsfield, lo spietato assassino dalla Mercedes. E’ un po’ difficile cercare di spiegare di cosa parla questo appassionante “hard – boiled” a puntate, dal momento che ormai siamo giunti al capolinea della storia, ma cercherò comunque di fare il mio dovere dando le informazioni essenziali senza spoilerare nulla, con buona pace di tutti coloro che non hanno ancora avuto il piacere di avventurarsi in questa triplice lettura. La trilogia inizia con “Mr Mercedes” e prosegue con “Chi perde paga“, a mio avviso il meno appassionante, ma  solo perchĂ© a  tratti sembra po’ slegato dalle radici della storia iniziale: il detective Hogde entra in scena piuttosto tardi, ma i riferimenti con il passato non mancano ed il ritmo incalzante impedisce al lettore di mollare la presa. Sì perchĂ© Stephen King è geniale, inarrestabile e sempre generoso di sorprese verso i suoi devoti lettori: sono quarant’anni che quest’uomo sforna libri a ripetizione e, a parte qualche sosta forzata e un paio di libri senza troppo cuore, non mi ha mai delusa. Quando è al massimo della forma, leggere un suo libro è come fare un giro sulle giostre. Diverte,  emoziona, e nel mentre il tremito sottile di una paura dimenticata  si insidia  tra le pieghe del lenzuolo, che mentre leggiamo tiriamo sempre un po’ piĂą sĂą, fino a coprire il naso:  non è una paura che lui ha inventato apposta per noi, ma qualcosa di oscuro ed  ancestrale che noi riviviamo attraverso le sue parole…lui gioca con le nostre paure infantili, quelle irrisolte che ci portiamo dietro ancora da adulti e quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare in faccia. Ed è questo che fa la differenza tra Stephen King ed il resto del mondo.

Questa volta King riprende esattamente da dove aveva lasciato con l’epilogo di Mr Mercedes: sono passati sei anni ormai da quando lo psicopatico Brady ha ammazzato otto persone servendosi di una vecchia Mercedes, tutti disoccupati in cerca di un lavoro, e tentato un’altra strage di ragazzine piazzando bombe all’interno di un Auditorium in cui si sarebbe dovuto tenere il concerto di una Boy Band. Non racconterò di cosa ne è stato di Brady, anche se trovate tutto nella sinossi. Non voglio togliervi il piacere di scoprire cosa è successo dopo. Quello che è certo, e che posso anticipare, è che si tratta di un incubo agghiacciante che prende forma poco alla volta. L’Assassino della Mercedes non ha terminato la sua opera, ma eravamo solo agli inizi del suo personalissimo show. I suoi deliri mentali non sono cessati, ma hanno assunto una nuova forma, ancora più inquietante e praticamente impossibile da arginare. I suoi istinti malati si sono amplificati e diffusi traendo forza da una sorta di ipnosi collettiva, la mente di Brady ora non è più solo sua, ma si sta propagando come se fosse  un virus infettivo….Le nuove tecnologie, i computer, gli aggeggi informatici di nuova e vecchia generazione, internet ed i social network: tutto contribuisce a potenziare la forza distruttiva di Brady.

Il detective Hodge ancora una volta si rimetterà a caccia, perché da anni non riesce a placare l’ossessione che nutre nei confronti dell’assassino della Mercedes. Tutto, ancora una volta, riconduce a lui. Non sembra possibile e nemmeno logico, ma è come se gli anni passati a dimenticare quello psicopatico non fossero serviti a nulla. Un tarlo invincibile, che scava nella sua mente e non gli da tregua. Insieme a lui ritroviamo ancora una volta i suoi improvvisati compagni di avventura, Jerome e Holly. Tra di loro ormai si è creato un forte legame, che va oltre il rapporto lavorativo in senso stretto: come le dita di una mano, sono sempre pronte ad aiutarsi l’un l’altro, parti integranti di una famiglia  costruita sui sentimenti e non sul sangue. Holly è ormai diventata socia a tutti gli effetti dalla “Finders Keepers”, la microscopica agenzia di cacciatori di taglie nata all’epoca della strage, che non ha permesso ad Hodge di godersi la sua pensione. La Finders Keepers, che Holly cura con instancabile solerzia e meticolosità, ha ributtato a capofitto il Det. Rip. nel lavoro, anche se a dire il vero  non ha  mai avuto una reale intenzione di ritirarsi: l’idea della sua nuova vita da pensionato lo stava letteralmente uccidendo, esattamente come aveva intuito Brady.

Per entrambi è giunto il momento di porre fine a questo lungo inseguimento.

Hodge e Brady rappresentano il bene ed il male che duellano fino all’ultimo decisivo scontro, simboli anomali di questo eterno conflitto, perché non   rispecchiano affatto l’immaginario collettivo: Hodge non è un supereroe e Brady non ha le sembianze di uno spietato serial killer. La linea di confine non è mai così netta. Il male che si insinua nella normalità delle nostre vite, trasformandole in autentici incubi ad occhi aperti, è un tema  caro all’autore ed in questo romanzo lo ritroviamo con una sorprendente forza espressiva, anche se il thriller è un genere che non gli appartiene. Dietro i personaggi che King mette in scena c’è sempre un’accurata indagine psicologica, un’analisi delle fragilità umane lucida ed attenta che subito mette in sintonia il lettore con la storia. Se l’autore ha un dono, è proprio questo. Non sa creare solo storie perfette, che tengono incollati alle pagine con un misto di ansia e di bramosia, ma riesce a toccare attraverso le parole la parte più nascosta di noi, scivolandoci sopra con decisione e dolcezza, proprio come un pianista che sta componendo una melodia. Ho perso il conto delle volte che mi sono commossa, leggendo una delle sue storie. O che mi sono indignata, arrabbiata, divertita. Ho provato tutte le emozioni del mondo da quando lo conosco, e è successo anche con il detective Hodge e la sua strampalata squadra. Ancora una volta King ha compiuto questa specie di prodigio letterario, e se pensate che io stia esagerando, beh…allora provate a leggere Il Miglio Verde, Stand by me, oppure It…e poi ne riparliamo. Molti suoi estimatori lo hanno criticato per i suoi ultimi lavori perché, probabilmente, i suoi personaggi hanno perso smalto. I “cattivi”, così dice qualcuno, sono meno convincenti rispetto ai bei vecchi tempi, quando tutti noi (nessuno escluso) avevamo una paura folle dei pagliacci e degli hotel fatiscenti. Forse è vero, probabilmente Brady Hartsfield non ci fa tremare le viscere quando lo incontriamo leggendo, ma per quanto mi riguarda  io baso il mio giudizio su altri parametri: la  scrittura, signori. Le sue parole sono come  un vortice,  mi hanno  risucchiata e  gettata nell’anima di una storia stupefacente, eppure così dannatamente legata alla realtà.
Cosa c’è di più importante?

Mr Mercedes di Stephen King: una partita a scacchi con l’assassino

“Caro detective Hodges,
secondo le mie ricerche ha risolto centinaia di casi. Se è vero, come credo lo sia, ormai avrà immaginato che sono uno dei pochi riusciti a sfuggirle. Infatti sono l’uomo che la stampa ha deciso di chiamare a) il Jolly, b) il Pagliaccio, c) l’Assassino della Mercedes, il mio preferito!”
Sinceramente suo,
L’Assassino della Mercedes

Adoro Stephen King, e leggo qualunque cosa egli proponga. Raramente sono rimasta delusa, anche se non ho letto tutto il suo repertorio (non so se basterebbero un paio di anni interamente dedicati a lui). Questo non è il suo prototipo di romanzo, anzi tutt’altro. Questa volta si cimenta in un thriller ad alta tensione di ottima fattura, degno dei migliori maestri del genere. In più, oltre alla suspence, troviamo altri ingredienti atipici della sfera kingiana (le indagini meticolose, il procedere macchinoso dei ragionamenti, la ricerca di prove) ma la sua penna è riconoscibile ad ogni tratto. Gli elementi cari all’autore sono comunque espressi alla massima potenza: c’è il male, celato dietro l’apparenza di una insospettabile normalità, un male subdolo, che è riuscito ad affondare le sue radici nell’infanzia fino ad esplodere al raggiungimento dell’età adulta. Un male che è terribile ed oscuro, che non si comprende e che è difficile anche da leggere nero su bianco. C’è la ricerca di redenzione e di riscatto da una vita avara, strafatta di solitudine. Una rivincita per cui spesso non c’è spazio, e che ha il sapore amaro dei premi di consolazione.

La contrapposizione tra bene e male viene interpretata da due personaggi memorabili: uno spietato killer, autore di un terribile massacro e rimasto impunito, ed un ex poliziotto in pensione che viene sfidato in una agghiacciante caccia all’uomo dall’omicida stesso. Brady, ragazzo solitario che ha un lavoro precario in un grande negozio di elettronica e che vive con la madre alcolizzata, è IL MALE. Il vecchio Hodges, che dopo il pensionamento conduce una vita tristemente vuota fatta di cibi precotti e di giornate interminabili trascorse a guardare idioti programmi televisivi, è IL BENE. Anziché darci la visione di due opposti, il re del male con l’aspetto di un orco e un supereroe giovane e muscoloso paladino della giustizia, King ci presenta entrambi come due anonimi sociopatici che impareranno presto a (ri)fare i conti con la realtà. E, assurdamente, avranno bisogno l’uno dell’altro per riuscire a farlo. Per Brady questa sfida rappresenta in un modo o nell’altro la possibilità di mettere fine ad un incubo che dura da tutta la vita, istigando il suo nemico contro se stesso. Mentre per Hodges segnerà l’inizio della parte migliore della sua esistenza. Hodges, per la sua tagliente ironia e il suo modo dolente di vivere, è stato paragonato dalla critica a Philp Marlowe, indimenticabile detective frutto della fantasia del padre del “noir” Raymond Chandler. Personalmente faccio fatica a compiere questo parallelismo…Marlowe è inarrivabile ma devo ammettere che come erede Hodges non è tanto male.
Spesso mi ritrovo a parlare del genio di King. Ogni volta che mi capita di leggere un suo libro ci sbatto dentro con violenza, eppure ancora oggi se dovessi definirlo non sarei in grado di farlo. So per certo che in questo thriller ce n’è una buona parte, ed è quel tocco in più che lo rende così diverso da tutti gli altri anche se la trama probabilmente non è delle più originali.

PS:

“Persino le stelle sono un miraggio. L’unica verità è il buio. E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.”

“Revival”, di Stephen King: oltre la fede, alla ricerca dell’immortalitĂ 

đź“–Siamo negli anni sessanta, Jamie sta giocando con i soldatini in un’assolata giornata estiva del New England quando un’ombra copre la sua visuale: è il giovane reverendo Charles Jacob, appena trasferitosi in paese con la famigliola. I due stringono subito amicizia e cominciano a provare simpatia e curiositĂ  l’uno per l’altro. Jacob ha un hobby particolare ed affascinante: costruisce invenzioni che sfruttano l’elettricitĂ . Il ragazzo è incuriosito da Jacob e dalla sua famiglia perfetta, composta da una bellissima moglie che sprizza sensualitĂ  nonostante le gonne lunghe fino alla caviglia ed un bambino adorabile soprannominato da tutti “Morrie la Mascotte”. La vita nella piccola comunitĂ  scorre tranquillamente fino a quando una terribile tragedia si abbatte sulla famiglia del Reverendo. In seguito egli perderĂ  completamente la fede in Dio e verrĂ  allontanato dalla comunitĂ  perchĂ©, nonostante l’umana pietas che tutti provano nei suoi confronti , non è piĂą in grado di guidare il gregge di anime che gli era stato affidato. Jamie nel frattempo cresce, sperimenta quella che è la vita di un adolescente normale, (primo amore compreso) e trova la sua strada nella musica rock. Ma come spesso accade il male è dietro l’angolo, pronto ad irretire con i suoi tentacoli chiunque lo sfiori appena. La sua vita adulta scorre via inutilmente seguendo lungo le strade dell’America un numero imprecisato di band musicali, con il cervello ottenebrato da droghe di ogni tipo. Incapace di tenersi un qualsiasi ruolo nei vari gruppi perchĂ© sempre piĂą strafatto, arriverĂ  sull’orlo del baratro fino a quando la mano del Reverendo l’aiuterĂ  a trarsi in salvo. Da qui in avanti Jacob sarĂ  sempre piĂą presente nella vita di Jamie fino all’ultimo, fatale incontro: Jamie, ormai completamente fuori dal gorgo della droga, verrĂ  messo a conoscenza di un piano terribile e definitivo, l’esperimento massimo su cui Jacob studia e lavora da anni. Questo male strisciante, questa nube tossica che ammorba le vite di entrambi si manifesta in un crescendo continuo e non molla mai la presa, neppure nei momenti piĂą soft in cui la vita di Jamie appare placida e tranquilla, seppur intrisa di rimpianti e malinconia. Un altro elemento cardine di questo romanzo infatti è proprio questo: un’invincibile nostalgia, un sentimento inespresso che resta sullo sfondo per tutto il tempo, un desiderio struggente di poter riavvolgere la bobina di quel film che giorno dopo giorno scorre sulla nostra pelle, troppe volte senza poter scegliere. Ed è così che, senza neanche rendersene conto, Jamie e Jacob si ritroveranno legati indissolubilmente nel tentativo di compiere un gesto estremo, folle, irreversibile. PerchĂ© la vita è bastarda. PerchĂ© si prende le persone che hai amato, i tuoi anni migliori, quello che avresti potuto essere… e non ti restituisce nulla. La morte è una porta chiusa oltre la quale non possiamo guardare, la linea di confine che non possiamo attraversare. Chi si può arrogare il diritto di chiedere indietro una vita, di restituire il respiro ad un morto se non dio in persona? Come si può varcare la soglia e tornare indietro senza impazzire? Ci sono forze sconosciute che governano il genere umano da milioni di anni che non devono essere sfidate, e domande che devono restare senza risposta.

đź’ˇCome sempre l’autore cela il male dietro un’apparente normalitĂ : non c’è un orrore che sia visibile agli occhi, ma qualcosa di molto piĂą subdolo, un’ombra che lentamente si allunga sulle vite dei protagonisti fino ad inghiottirle del tutto. Il buio dell’anima, le tenebre che avviluppano la mente: è questo il male piĂą pericoloso, ed è questo che lui ci offre attraverso la storia di Jamie e Charles.

🖋️King strizza l’occhio alla letteratura horror del passato, omaggiandola attraverso le ambientazioni sinistre, notti buie e tempestose, fulmini e scariche di elettricità, esperimenti folli e citazioni che richiamano esplicitamente i suoi mentori. Ed è anche un omaggio alla musica, a quel rock che fa parte della vita dell’autore non meno che della mia (e di tanti suoi lettori). Quei brani leggendari, quel vagabondare “on the road” con la sola compagnia di una Stratocaster, la certezza di come una canzone possa restare legata per sempre ad un ricordo, rievocandolo ad ogni ascolto. C’è una musica in sottofondo che possiamo sentire nitidamente mentre leggiamo, come se fosse trasmessa da un’emittente radiofonica sintonizzata sul nostro passato….

“La zona morta” di Stephen King: Il dramma umano di Johnny, tra dono e maledizione

 
Johnny Smith è insegnante di letteratura in un liceo di Castle Rock, nel New England, anticonformista e  divertente, molto amato dai suoi alunni. Siamo nel 1970 e Johnny, poco più che ventenne, da qualche tempo frequenta Sarah, una sua collega: dopo alcune peripezie amorose piuttosto insoddisfacenti Sarah incontra ad una festa Johnny e rimane incantata dalla sua dolcezza e dalla sua simpatia. Giovani e innamorati, non sanno che il destino sta per abbattersi sulle loro vite come una mannaia, affilata e maledetta. Dopo aver riaccompagnato Sarah al termine di una serata di festa  trascorsa alla fiera del paese (è la notte di Holloween), Johnny resta vittima di un  incidente stradale a bordo del taxi che lo stava riportando a casa. A causa del terribile schianto rimarrà in coma per più di quattro anni.
Quando si risveglia, con sgomento apprende che il suo mondo è completamente ed irrimediabilmente cambiato: Sarah si è sposata con un altro uomo ed ha un bambino di pochi mesi, sua madre – che già presentava segni di squilibrio prima dell’incidente – ha aderito ad una setta religiosa che predica l’imminente fine del mondo ed è totalmente preda di un fanatismo  che la sta portando alla pazzia; inoltre, si scopre invalido. Le sue gambe si sono atrofizzate, muscoli e tendini sono rattrappiti e non riescono più a sostenerlo. Per tornare alla normalità dovrà affrontare una lunga riabilitazione e un’operazione avanguardistica, ma non è questo l’aspetto peggiore del suo risveglio. John durante lo stato vegetativo ha acquisito un dono al tempo stesso straordinario e terribile: col solo contatto delle mani è in grado di visualizzare nella sua mente la storia delle persone con il loro passato, il loro presente ed il loro futuro. Durante la permanenza in ospedale per la riabilitazione comincia a diffondersi la voce che Johnny è una specie di veggente, al punto che una volta tornato a casa non troverà più in pace. La cassetta della posta è inondata di lettere, di messaggi e di oggetti provenienti da chicchessia, tutte persone che cercano disperatamente di avere notizie di cari scomparsi, mariti fedifraghi, figli dispersi. E’ l’inizio di un incubo, perché l’ignoranza di massa di cui è vittima comincerà a vedere in lui un essere sovrannaturale, un cialtrone che vuole solo arricchirsi, un veggente da mettere sotto contratto. Ognuno ha un’etichetta da affibbiargli, pronto ad osannarlo o a saltargli addosso.  Johnny è un ragazzo schivo che mal sopporta tutta questa pressione da parte dei media che lo additano senza pietà e si sente soffocare dalle continue richieste di aiuto nella ricerca di persone scomparse. Decide così di isolarsi dalla comunità e cerca di riappropriarsi della sua vita, ricominciando per prima cosa dall’ insegnamento:  nulla però andrà come previsto. King è molto abile nel farci entrare in punta di piedi nel mondo interiore di Johnny, un mondo che un giorno come tanti subisce una trasformazione dolorosa ed inaspettata, definitiva e terribile. Il suo tormento muove sentimenti di tenerezza e di comprensione  e induce inevitabilmente il lettore  a porsi una domanda, la stessa che l’uomo si pone da sempre: conoscere il futuro sarebbe un dono o una maledizione? Che impatto avrebbe sulle nostre vite, sarebbe uno strumento che aiuterebbe l’umanità o la distruggerebbe definitivamente? Certo la questione è complessa e la risposta non può esaurirsi in poche righe all’ interno di un romanzo di intrattenimento, ma sicuramente è un pensiero che non lascia indifferenti e su cui vale la pena soffermarsi a riflettere.
 
Johnny comincia a capire che ci sarà un prezzo molto alto da pagare,  perché tutto quello che travalica i confini delle cose terrene porta con sè un contrappeso devastante. Comincia a farsi strada la convinzione di possedere uno strumento potente e  prezioso, che fa di lui una specie di predestinato, e ne ha la conferma quando sente l’impulso irrefrenabile di avvicinarsi ad un uomo politico dalla dubbia moralità che sta tenendo comizi in tutto il Maine in vista delle prossime elezioni. Quando stringe la mano del candidato alla presidenza Greg Stillson un flusso di immagini terrificanti gli arrivano davanti agli occhi, come un fiume in piena: non sono nitide, sono come segnali interrotti, ma la percezione è forte e non lascia dubbi riguardo la catastrofe imminente. Deve agire, e subito. Il futuro presidente degli Stati Uniti è un pazzo psicopatico e solo lui può vedere quell’ uomo ignorante e abietto già insediato sullo scranno della casa bianca .
Come sempre nelle storie che Stephen King racconta l’elemento sovrannaturale è perfettamente stemperato dalla  quotidianità dei suoi personaggi,  così che  mentre proseguiamo con la lettura non facciamo più caso alla differenza tra realtà e finzione romanzesca. L’aspetto psicologico è sempre molto ben sviluppato, e si presta per accogliere al meglio quello che di straordinario accade, mentre la vita scorre con il suo flusso regolare.

Credo che Johnny sia il protagonista kingiano più nostalgico che abbia mai incontrato: si porta addosso come una pesante cappa il rimpianto per gli anni che il coma gli ha rubato, per il suo giovane amore appena nato e subito perduto, per quel figlio che doveva essere suo, per sua madre vittima di un fanatismo religioso che forse avrebbe avuto bisogno di più comprensione, per una riabilitazione fisica e psichica dolorosa di cui porta ancora i segni, per l’emarginazione sociale che subisce a causa della sua diversità.

Ma soprattutto,  lui non vorrebbe essere costretto a   vedere. Non vorrebbe essere in grado di conoscere le terribili verità che si annidano dietro una semplice stretta di mano, perché il prezzo da pagare è troppo alto. La vita è un lancio di monetina, ma se sapessimo già il risultato come potremmo goderci l’istante perfetto in cui essa volteggia in aria, prima di ricadere al suolo? L’attesa e la speranza, non sono forse queste le cose che più di tutto ci fanno restare aggrappati alla vita?

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“…Ma volevo che tu sapessi che ti penso, Sarah. Davvero, per me non c’è mai stata qualcun’altra e quella notte fu la nostra notte piĂą bella, anche se a volte mi è difficile credere che vi sia mai stato un anno 1970… Senza calcolatori, senza videocassette… E altre volte mi sembra che quel tempo sia tuttora vicinissimo, da poterlo quasi toccare. Mi sembra che se potessi tenerti tra le braccia, o toccare la tua guancia, o la tua nuca, potrei portarti via con me in un futuro diverso senza dolore o tenebre o scelte amare. Bene, tutti noi facciamo quello che possiamo e dobbiamo accontentarci… e se non ci basta dobbiamo rassegnarci. Spero soltanto che tu mi penserai nel modo migliore che ti riesce, Sarah cara. Con tutto il cuore e tutto il mio amore.”

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ll dramma umano di Johnny è la vera forza di questo romanzo, e pazienza se siamo di fronte ad un autore ancora acerbo, che ha lasciato diverse lacune nella storia e che si è perso in almeno un centinaio di pagine.
Io, a Stephen King, perdono tutto.

 

 
 
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Cujo: Il Terrore nel Quotidiano di Stephen King

“Cujo” è un romanzo che Stephen King diede alle stampe nel 1981, edito in Italia nello stesso anno. Essendo all’epoca solo seienne non mi preoccupavo ancora di chi fosse quest’uomo che sentivo nominare solo di tanto in tanto da mio fratello e mio cugino, e soprattutto cosa facesse per essere così famoso. Siamo in pieni anni ’80 e King è all’apice del suo successo, con all’attivo libri fenomenali come “Shining”  e “Le notti di Salem”: è, in poche parole, l’idolo della cultura popolare di quel periodo. Ed ora io, che l’ho scoperto solo con la maturitĂ , sto cercando di leggere tutte le sue opere piĂą datate, tra le quali non poteva mancare questo agghiacciante romanzo in cui l’orrore è rappresentato dal migliore amico dell’uomo: un cane domestico. E  questo lo rende ancora piĂą terrificante. Ma procediamo con ordine: Cujo è il bizzarro nome del cane San Bernardo che da anni è il compagno fedele della famiglia Camber, un gigante buono con una stazza di quasi cento chili conosciuto da tutti gli abitanti dell’immaginaria cittadina di Castle Rock, nel Maine. Ha una natura docile e giocosa, e passa  tranquillamente le sue giornate  tra il capanno degli attrezzi di Joe Camber e la casa in cui la famiglia vive.
Un giorno, rincorrendo un coniglio che  per sfuggirgli si intrufola in una tana di pipistrelli, viene morso sul muso da uno di questi. Purtroppo l’animale trasmette la rabbia a Cujo, che da placido cagnone dagli occhi buoni si trasforma poco alla volta in una belva feroce. La terribile malattia gli distrugge ora dopo ora il sistema nervoso centrale, rendendolo idrofobo ma al contempo terribilmente assetato, iper sensibile ai suoni acuti e ottenebrato da pensieri omicidi. Mentre Cujo avverte impotente questi cambiamenti verificarsi nel suo cervello, una diversa vicenda  sconvolge le mura domestiche apparentemente tranquille di un’altra famiglia, quella dei Tranton. Donna e Vic, marito e moglie, sono nel pieno di una crisi coniugale, che raggiunge l’apice nel momento in cui noi lettori iniziamo ad addentrarci nella storia. Vic scopre infatti che Donna l’ha tradito con un poco di buono del paese, un omuncolo da nulla che però scardina completamente un rapporto già traballante. Il loro bimbo di appena 4 anni percepisce il disagio dei genitori, nonostante essi cerchino in tutti i modi di rassicurarlo e proteggerlo. La sua mente infantile trasforma il dolore e la tensione che tutti stanno vivendo in incubi notturni ricorrenti, in cui crede di scorgere dentro al suo armadio un terribile mostro dagli occhi rossi. Pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione come solo King sa dispensare, i tragici destini dei Camber e dei Trenton convergeranno sotto l’impietosa violenza del San Bernardo.
Entrambe le storie raggiugono il loro culmine  quando Vic  si trova fuori città per lavoro mentre Donna, insieme  al piccolo Tad, decide di portare la loro vecchia auto  all’officina di Joe Camber per farla riparare. Siccome gli incubi in cui ci getta King  sono sempre una reazione a catena di follia, l’autore deciderà di far fermare la macchina dei Trenton proprio lì davanti, oramai con il motore completamente in panne. Dove, completamente impazzito, si aggira Cujo con i suoi istinti sanguinari. Da questo momento in poi è come se la storia si congelasse in un unico, lentissimo fotogramma che ha come sfondo l’abitacolo di un’auto scassata. Le ore, addirittura i minuti vengono scanditi da un ritmo sempre più dilatato che tende l’angoscia come un elastico e risucchia in una voragine di terrore i protagonisti, istante dopo istante.
Due sono gli elementi che mi hanno particolarmente colpito in questo romanzo: uno è il fatto che questa volta l’autore non ricorre ad elementi sovrannaturali per eviscerare le nostre paure (ricordiamolo sempre: King non insinua la paura in noi, ma sono le nostre paure a prendere forma leggendo quello che scrive) ma punta tutta la storia su qualcosa di molto semplice e naturale, ovvero una malattia diffusa e conosciuta come la rabbia. Qualcosa quindi di plausibile, di estremamente reale, che dimostra quanto la finzione narrativa sia spesso meno orrorifica della vita quotidiana. Stiamo parlando di un autore che riesce sempre e comunque  a disseminare nei suoi romanzi qualche colpo da maestro, quel guizzo geniale che lo contraddistingue e che non ci fa mai pentire dei soldi spesi per rincorrere la sua prolifica produzione: solo lui saprebbe dare forma ai pensieri di un cane il cui cervello si sta ottenebrando, rendendo quelle sensazioni talmente veritiere da far provare in chi legge una stretta al cuore. E’ questo il secondo elemento che mi ha notevolmente impressionata, perché non solo chi scrive riesce a non scivolare nel ridicolo (se ci pensiamo bene, sarebbe bastata una parola di troppo) ma sono fermamente convinta che se un cane ammalato di rabbia avesse dei pensieri, e avesse potuto esprimerli, l’avrebbe fatto esattamente in quel modo. Noi lettori vediamo Cujo come un mostro ma al contempo, quando attraverso i suoi occhi un tempo così buoni assistiamo agli sforzi che inizialmente  compie per non attaccare nessuno della sua famiglia, proviamo compassione e tenerezza. Un prodigio tutto kingiano, che ci dimostra ancora una volta quanto il confine tra il bene ed il male non sia mai così netto, anzi: è talmente labile e sottile che spesso non ci rendiamo conto di attraversarlo.
Era tutta una bugia. Il mondo era pieno di mostri e non c’era niente che potesse impedirgli di mordere gli innocenti e gli incauti.
Un tradimento tra coniugi, un bambino in preda a brutti sogni, una famiglia piena di conflitti, una vincita alla lotteria, un’auto che ha bisogno di riparazione: sono tutti accadimenti comuni, sono storie di persone normali che ad un certo punto si trasformano nel peggiore degli incubi: l’orrore non si nasconde solo in crudeli assassini, in creature border line, zombie o anime possedute dal Male, ma può celarsi anche nella più banale tranquillità domestica. E’ questo il messaggio, ed è quello su cui fa riflettere King. La paura del piccolo Tad, quel mostro che credeva di vedere nell’armadio con gli occhi infuocati, forse non è solo una innocua fantasia infantile quando è il proprio cane, un gigante dall’indole pacifica e adatto a salvare vite umane, a trasformarsi nel più crudele degli assassini.
Ma è qualcosa di dannatamente reale.

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