Ci sono donne che non chiedono spazio. Lo creano.
Artemisia Gentileschi è una di loro. E Susan Vreeland, in questo romanzo intenso e coinvolgente, ce la restituisce non come un nome nei manuali di storia dell’arte, ma come una donna viva, vulnerabile e fiera, con tutto il peso delle cose che ha dovuto attraversare per poter diventare la pittrice che conosciamo.
La passione di Artemisia è una biografia romanzata che attraversa la vita della grande pittrice romana mettendo al centro non soltanto il suo talento, ma anche la ferita che ha segnato profondamente la sua esistenza. Artemisia subisce una violenza, affronta un processo umiliante e viene sottoposta a un lungo interrogatorio nel quale la sua parola deve essere continuamente dimostrata. È una vicenda personale drammatica, che Vreeland intreccia con la sua formazione artistica e con la nascita di quella voce che Artemisia troverà soprattutto attraverso la pittura.
Ed è proprio qui che la sua grandezza diventa qualcosa di più di un dato storico. Non potendo difendersi davvero in quell’aula e non ottenendo la giustizia che le sarebbe spettata, Artemisia trova un altro luogo in cui parlare: la tela.
Le sue eroine non sono figure decorative, messe lì per essere osservate. Sono donne che reagiscono, che agiscono, che occupano lo spazio della scena con una forza che non ha bisogno di chiedere il permesso. Quando guardo la sua Susanna e i vecchioni, non vedo la solita figura femminile che si schermisce per posa davanti a due uomini che la desiderano. Vedo il disgusto vero, fisico, di una donna che cerca di sottrarsi a uno sguardo che la invade, e in quel corpo che si ritrae c’è già un no che nessuno sembra disposto ad ascoltare.
La stessa forza, portata all’estremo, attraversa Giuditta che decapita Oloferne, forse l’opera più emblematica di Artemisia. La violenza della scena non è soltanto quella rappresentata sulla tela: c’è qualcosa nella determinazione di Giuditta, nella sua postura, nella partecipazione fisica alla lotta, che sembra rovesciare la posizione tradizionale della donna rappresentata come vittima, oggetto o spettatrice. Artemisia mette al centro una donna che agisce.
È inevitabile chiedersi quanto di sé ci sia in quelle figure. Artemisia sceglie soggetti che le permettono di dare forma a qualcosa che la sua vita le ha negato: una possibilità di reazione, una voce, una giustizia che nel mondo reale non aveva potuto ottenere fino in fondo. La pittura diventa così il luogo in cui può riprendersi ciò che le è stato tolto, trasformando il dolore in qualcosa che non rimane soltanto dentro di lei, ma prende corpo sulla tela.
Ed è qui che Artemisia smette di appartenere soltanto al Seicento.
Perché lo stigma che ha attraversato la sua vita non è un reperto storico. Ha cambiato forma, è diventato più sottile, meno dichiarato, ma non è scomparso. Oggi non viviamo più in un mondo in cui una donna debba sottoporsi a quelle stesse prove per essere ascoltata, eppure quante volte ci troviamo ancora a dover dimostrare di non avere colpe, di non aver provocato, di non essere state noi a fare qualcosa di sbagliato? È un retropensiero che magari non pronunciamo nemmeno più ad alta voce, ma che continua a riaffiorare in molte situazioni, come se la credibilità femminile fosse qualcosa da conquistare invece di essere semplicemente il punto da cui partire.
Per questo Artemisia continua a parlarci. Non perché la sua storia possa essere sovrapposta alla nostra, che apparteniamo a un tempo completamente diverso, ma perché dentro la sua vicenda riconosciamo qualcosa che non ha ancora smesso di interrogare il presente. E soprattutto perché nei suoi quadri non sembra esserci il bisogno di spiegarsi.
Artemisia dipinge.
Difende se stessa attraverso quello che sa fare, e mentre lo fa costruisce una verità che nessuno può più sottrarle. Le sue eroine non sono lì per farsi guardare: sono dentro l’azione, la subiscono, la combattono, la determinano.
E poi c’è Giuditta.
Ogni volta che guardo quel quadro non vedo soltanto un capolavoro del Seicento. Vedo una donna che, dopo essere stata costretta per tanto tempo a dimostrare la propria verità, finalmente non ha più bisogno di spiegarla a nessuno. Le basta dipingerla.
E forse è proprio questo che mi rimane di Artemisia: l’idea che a volte la voce che ci è stata negata possa trovare un’altra strada, e che quella strada, quando finalmente la percorriamo, possa diventare impossibile da mettere a tacere.


Rispondi