Ci sono canzoni che tutti credono di conoscere.
Le cantano, le urlano, le usano come bandiere.
Eppure, sotto la superficie, continuano a dire tutt’altro.
Born in the U.S.A. è una di queste.
Premere play, qui, significa fare un piccolo scarto: lasciare da parte l’inno e provare ad ascoltare la storia.
L’ISPIRAZIONE
Questa storia non comincia in uno studio di registrazione.
Comincia con un libro.
Nel luglio del 1976 Ron Kovic, veterano della guerra del Vietnam, pubblica Nato il 4 luglio. È il racconto di un ritorno che non assomiglia affatto a una vittoria. Colpito alla spina dorsale durante i combattimenti, Kovic rientra negli Stati Uniti su una sedia a rotelle, in un paese che sembra avere fretta di dimenticare i suoi soldati. La guerra è stata archiviata velocemente, insieme a chi l’ha combattuta.
Il problema del reinserimento dei reduci resta irrisolto. Molti di loro convivono con menomazioni fisiche, disturbi post traumatici, dipendenze, povertà. Kovic trasforma questa esperienza in una denuncia pubblica e sceglie di dedicare la propria vita al pacifismo.
Nel 1980 Bruce Springsteen legge quel libro e ne rimane profondamente colpito. Poco tempo dopo incontra casualmente Kovic in un hotel di Los Angeles. Mentre chiacchierano a bordo piscina, arriva l’ invito: visitare il centro veterani di Venice, in California.
Qualche giorno dopo Springsteen entra in quel centro. Anni più tardi racconterà di essersi sentito fuori posto, quasi in colpa, parlando della propria vita privilegiata davanti a ragazzi che avevano perso tutto servendo il loro paese. Quel pomeriggio ascolta in silenzio, incapace di trovare parole adeguate. Ma quelle parole, più tardi, arrivano.
Diventano una canzone.
Springsteen dirà che Born in the U.S.A. era una canzone di protesta, “il blues di un soldato“. I versi non spiegano: raccontano. Il ritornello, invece, resta lì come una dichiarazione ambigua, carica di orgoglio, confusione, vergogna e gratitudine. Tutte insieme.
LA GENESI
Poco dopo l’incontro con Kovic, Springsteen scrive un brano intitolato Vietnam. L’idea è quella di utilizzarlo per un film che l’amico Paul Schrader vorrebbe realizzare, proprio con il titolo Born in the U.S.A.. Il progetto cinematografico non andrà in porto, ma la canzone resta.
Springsteen decide di cambiarne il titolo e di tenerla per sé. In un primo momento pensa di inserirla in Nebraska, l’album scarno e crepuscolare a cui sta lavorando in quel periodo. Ma Born in the U.S.A. resta fuori: è troppo grande, troppo esposta. Verrà incisa con la E Street Band solo qualche anno dopo.
La versione originale, acustica, vedrà la luce quindici anni più tardi, nel 1998, con l’uscita del cofanetto Tracks, che raccoglie molto del materiale rimasto ai margini delle sessioni di registrazione.
Nel giugno del 1984 esce Born in the U.S.A., settimo album in studio di Springsteen. È il disco che lo trasforma in una star planetaria: oltre 28 milioni di copie vendute, sette singoli nella top 10, un successo travolgente. Brani come Dancing in the Dark, I’m on Fire, Glory Days diventano immediatamente classici.
La copertina, scattata da Annie Leibovitz, è destinata a entrare nell’immaginario collettivo: Springsteen di spalle, jeans consumati, t-shirt bianca, un cappellino rosso infilato nella tasca posteriore. I colori della bandiera americana sullo sfondo.
La title track apre l’album. Un riff di sintetizzatore, poi la batteria di Max Weinberg che entra decisa, come un colpo secco. Pochi istanti dopo, Springsteen urla:
“I was born in the U.S.A.!”
L’IMPATTO
Born in the U.S.A. non è l’album migliore di Springsteen, ma è quello che segna un’epoca. Il suono cambia: i sintetizzatori si mescolano alla potenza della E Street Band, spiazzando i fan della prima ora e conquistando un pubblico enorme.
Tutto contribuisce a spostare il senso del brano: l’immagine iper-mascolina, i concerti muscolari, il pugno alzato sul ritornello, i video patinati. La canzone viene letta come un inno patriottico, una celebrazione dell’orgoglio nazionale.
Eppure basta ascoltare le prime strofe per capire che la direzione è un’altra:
“Nato in una città di morti / Il primo calcio che ho preso è stato quando ho toccato terra / Finisci come un cane picchiato troppo a lungo…”
Non è il linguaggio di una glorificazione.
Il fraintendimento arriva al suo apice quando il presidente Ronald Reagan cita Springsteen durante un comizio elettorale, leggendo nel brano un messaggio di speranza e orgoglio nazionale. Qualche giorno dopo, Springsteen prende le distanze pubblicamente.
Quel ritornello è sì un grido, ma di rabbia e frustrazione. È la denuncia di un paese che ha tradito i propri giovani, abbandonando i veterani al loro destino, e che prova a ripulirsi la coscienza usando simboli svuotati del loro significato.
L’EREDITA’
Nonostante debba a questa canzone la sua fama planetaria, Springsteen ha sempre avuto un rapporto complesso con Born in the U.S.A.. Il successo lo inquietava. Il mito aveva finito per schiacciare la storia che credeva di raccontare.
Rifiuta offerte milionarie per l’uso pubblicitario del brano. Arriva a definirsi, in quegli anni, un sottoprodotto della grande macchina americana. L’immagine machista, il suono trionfale, la lettura distorta della canzone lo accompagneranno a lungo.
Col tempo, però, Springsteen torna a spogliarla.
La riprende nella sua forma originaria, acustica. La riporta a casa.
Born in the U.S.A. diventa di nuovo quello che era all’inizio: un blues dolente, fatto di strofe quasi recitate e di una melodia che si spegne lentamente, come una chitarra che pulsa sorda, simile al battito di un cuore.
Non un inno.
Un attraversamento.

