Diario di una lettrice #2

La ragazzina alta e allampanata, quella con una massa incasinata di capelli color dell’autunno e la testa perennemente tra le nuvole,  non esiste più. Legge ancora moltissimo, frequenta biblioteche e librerie, ma lo fa con stile. Non si rintana più in casa avvolta negli  informi maglioni di suo fratello, ché tanto quando legge non la vede nessuno. Adesso preferisce andare a bere un caffè nel bar che frequenta abitualmente, con un filo di trucco e un look curato. Non le importa se è da sola. Dopo aver ordinato, tira fuori dall’enorme shopper il libro che porta sempre con sè. Ogni tanto getta lo sguardo oltre la vetrata del locale, assorta nei suoi pensieri. Finalmente ha capito che per amare quello che fa non deve per forza nascondersi, non deve imbruttirsi per essere presa sul serio. Si ricorda di quando, alle medie, si vergognava del suo aspetto e del suo mondo interiore. I ragazzini della sua età non la guardavano, la vedevano come un maschio sbagliato, alta e magra come un giunco, addirittura  quanto il prof di francese.  Era rispettata però, perché sapeva moltissime  cose e tutta la classe faceva a turno per avere un suo suggerimento, un piccolo aiuto, e lei non lo negava mai a nessuno. A tredici anni aveva già capito che il mondo divideva le donne in due categorie: quelle belle, sempre perfettamente vestite e truccate, con cui tutti avrebbero voluto uscire, e quelle intelligenti e timide, a cui nessuno prestava mai attenzione se non quando c’era aria di interrogazioni a tappeto o un compito in classe dietro l’angolo. Lei decise che sarebbe rientrata di diritto in questa seconda categoria, decisamente più confortevole, e che non ne sarebbe mai più uscita. Essere ammirata e far girare la testa ai ragazzi le interessava decisamente meno dei gialli di Agatha Christie: lei aveva qualcosa da dire.

Quello che lei decise però non fu quello che le accadde:  finite le superiori scoprì di essere decisamente attraente. I capelli mossi lunghi e ramati, gli occhi verde bosco, le labbra carnose, le gambe chilometriche: fu come definire con un  tratto di matita i contorni di un disegno appena abbozzato. Improvvisamente si ritrovò dalla parte opposta della barricata: lei era diventata, suo malgrado,  oggetto di desiderio. Cercò di ritornare nel suo bozzolo sicuro di topolino da biblioteca, ma non riusciva ad arginare l’attrazione che esercitava sugli uomini. Soprattutto non riusciva a gestirla, perché la metteva a disagio: lei voleva parlare di Dickens, Hemingway, Springsteen e Guccini, e invece si ritrovava a dover levare bruscamente mani che si appoggiavano sulle sue gambe senza permesso, o a cercare il dialogo anche in mezzo al desiderio.

Dopo tanto tempo ha capito che questi due aspetti della sua personalità possono convivere senza eclissarsi l’uno con l’altro a seconda delle circostanze. Adesso lei sa che essere femminili è anche questo, è interessarsi al proprio aspetto tanto quanto alla propria mente, è sapere che può anche sfogliare le pagine di Delitto e Castigo mettendo in mostra uno smalto rosso fuoco, senza per questo  essere fraintesa. E’ avere la certezza di poter sostenere la propria opinione su argomenti importanti, anche se mentre lo fa muove labbra dipinte con cura.  In fondo, riflette tra sè e sè, anche le attrici di Hollywood del passato, belle per antonomasia, icone di stile, ammaliatrici di generazioni di uomini, amavano leggere. E probabilmente questo era parte del loro fascino.  Quasi nessuno sa che Maryln Monroe, la diva per eccellenza, nel suo appartamento sfoggiasse una libreria di prim’ordine, e che aveva letto tutto l’Ulysse di James Joyce, quando la maggior parte degli intellettuali di oggi non ha mai avuto il coraggio di affrontarlo.

No, non esiste più la timida ragazzina dai capelli arruffati, che insegue una rassicurante solitudine immergendo il naso in libri ingialliti dal tempo.  E’ solo un altro stereotipo che lei è riuscita abbattere. E non è che l’inizio.